Dal Pacifico all'Atlantico

Dal 11 gennaio al 12 febbraio 2006

di Carlo Camarotto

Caldera
Deserto di Atacama
Bahia Inglesa
Strada di San Pedro 1
Strada di San Pedro 2
Nel deserto
La Valle di Catarpe
Il Licancabur

Tappa numero 1, Dal 11 al 16 gennaio 2006

L'Atacama
patagonia_3

Mercoledì 11 gennaio – La partenza

Sono stanco morto. Le ultime notti ho dormito poco e male a causa di un serie di nevrosi che si sono accumulate negli ultimi giorni ed hanno cominciato a strattonarmi fastidiosamente. Ovviamente di mezzo c’è sempre il lavoro, quella sanguisuga capace di togliermi giorno dopo giorno le forze, ma questa volta all’orizzonte c’è anche qualcosa di nuovo. A metà viaggio Caterina ci raggiungerà in compagnia di un amico di lunga data, un vecchio compagno di Università: per motivi diversi, l’arrivo dei due non mi permette di avere l’animo leggero al momento della partenza.

L’arrivo di Caterina darà vita al primo viaggio a fianco della mia ragazza: sono contento che ciò avvenga, cosa non del tutto scontata, ma il timore che la sua presenza influisca negativamente sulla profonda sensazione di libertà che provo quando viaggio è ben presente.

Giovanni alto, per distinguerlo da Giovanni basso, il mio insostituibile compagno d’avventure, è l’altra preoccupazione. Non ho dubbi sulla persona, quello che mi turba è la consapevolezza di non essere stato limpido nel trasmettergli la mia idea di viaggio. Gli ho enunciato la Regola Magna (“nessuno ci obbliga a stare insieme; siamo viaggiatori indipendenti che stanno viaggiando uniti per una scelta propria fatta momento per momento; viaggiatori che possono abbandonarsi, per poi ritrovarsi, come e quando vogliono”), ma in cuor mio sono convinto di non aver trasmesso con chiarezza lo spirito profondamente individualistico che regola il mio viaggiare. Dal mio punto di vista, ma questo dev'essere valido per tutti, questo è “Il mio viaggio”, mai e poi mai “il nostro viaggio”.

Il dato di fatto è che al momento della partenza sono nevrotico, oltre che stanchissimo. Solitamente le nevrosi iniziano a scivolarmi di dosso quando mi siedo di fronte al gate del volo per Santiago all'aeroporto di Madrid: sarà così anche questa volta?


Quanto io sono sottotono, Joe è lanciato, voglioso di scoprire il mondo, in una parola: tonico. Come spesso accade, spetta a lui conoscere Lara, una ragazza simpatica e di bell'aspetto che sta promuovendo la città di Cortina nella hall dell’aeroporto. Fermi davanti ad uno chalet in legno, perfetta riproduzione di una casa alpina, abbiamo modo di chiacchierare con lei fino all’ora dell'imbarco, facendoci passare senza sforzo le quasi due ore di attesa.

La stessa attesa la dobbiamo affrontare anche a Madrid, ma qui la sensazione di essere finalmente in viaggio si fa molto forte ed il sorriso torna naturale sulle labbra. Al momento del secondo imbarco ci troviamo però di fronte ad una brutta sorpresa (brutta perché poteva essere brutta, in realtà tutto dipende dallo stato d’animo con cui si prendono le cose; l’imprevisto è piaciuto ad entrambi). Il volo in cui ci stavamo imbarcando non era il nostro, ma quello dell’Iberia  che parte qualche minuti dopo. Dopo i primi passi un po' spaesati in cerca di un centro informazioni, sveliamo subito il mistero: il nostro volo sarebbe partito alle otto dell’indomani; la Lan Chile ha già preparato per noi un piccolo diversivo in un albergo della zona.

Al termine di qualche giro improduttivo all'interno della mastodontica struttura dell'aeroporto, riusciamo a trovare il marciapiede dove attendere la corriere per l’hotel. Qui facciamo la conoscenza di un ragazzo olandese. Chris parla abbastanza bene lo spagnolo e conosce anche qualche parola d’italiano, quindi non abbiamo difficoltà a scambiare quattro chiacchiere: ha a disposizione un mese esatto per passare da Santiago a Lima, un viaggio tra il Cile del Nord, la Bolivia ed il Perù; sembra possedere quello spirito del viaggiatore che mi piace tanto.

L'hotel Auditorium è una vera città: oltre 800 stanze, una ventina di sale convegni, circa ventunomila metri quadri di sfarzo, spesso eccessivo. L’una è già passata da un pezzo quando ci accomodiamo al bar dell’albergo, ma non è troppo tardi per mangiare qualcosa: d’altronde è tutto offerto. Per dormire abbiamo a disposizione una stanza per ognuno, attrezzata di ogni comfort: per salutare la fine del primo giorno di viaggio mi concedo un sontuoso bagno caldo.

Giovedì 12 gennaio – Volo verso Santiago

La chiamata della reception arriva fastidiosa alle cinque e mezza, poco meno di tre ore dopo essermi coricato. Con la testa intorpidita dal sonno scendiamo nella grande sala da pranzo per fare colazione. C'è di tutto, dal salato al dolce, dalle carni al formaggio, dai succhi di frutta agli yogurt, la colazione più ricca che si possa desiderare. Ci sono tutti i passeggeri dell’aereo seduti ai tavoli della grande sala, persone di tutte le nazionalità e di tutte le età, un bel campionario d’umanità che si lancia unito e senza remore all’assalto del tanto cibo offerto. Avendo mangiato cinque ore prima, però, non ho poi così tanta fame… che dispiacere.


Il problema di partire la mattina da Madrid è che si viaggia sempre con il sole, mai un momento di sonno per tutti. Tredici ore sono tante da farsi passare.

Fatti eclatanti: un vecchio signore dai lineamenti sudamericani si è sentito male, probabilmente infarto; ho completato tre volte chi vuole essere milionario (gli aerei della Lan Chile, a differenza di quelli dell’Iberia sulla stessa tratta, hanno una console per ogni sedile, dove puoi vedere un film, ascoltare musica oppure giocare a qualcosa) … non passa veramente più questo viaggio.


Al momento di raccogliere i bagagli salutiamo Chris. Con nostra grande sorpresa scopriamo che il piccolo zaino verde che ha l'abitudine di abbandonare per terra ovunque è anche il suo unico bagaglio.

Ormai mi muovo a Santiago (o almeno nella sua parte centrale) con una certa facilità, quindi non ci sono problemi ad arrivare al Terminal San Borja, la stazione delle corriere da dove parte la maggior parte delle corse per il nord.

Chiamo Paula per veder se è possibile organizzare un incontro per la sera. Purtroppo, avendo cambiato indirizzo di posta elettronica, è completamente all’oscuro del mio arrivo ed ha già un impegno di lavoro fino a tarda notte. Dopo qualche attimo di indecisione decidiamo di partire subito per il Nord, meta Caldera, una piccola città balneare della terza regione; ci saranno sicuramente altre occasioni per salutare la mia cara amica, la ragazza che mi ha ospitato nei primi due viaggi in terra cilena. Sentirla mi trasmette comunque la stessa gioia di sempre: solita voce gentile capace di risollevare gli animi.

La corriera per Caldera è la stessa che presi cinque anni fa per andare ad Antofagasta; la compagnia è la Buses Evans. Il risparmio di 900 pesos (poco più di un euro) rispetto alla Tur-Bus non è sicuramente sufficiente a bilanciare la scarsità del servizio offerto (la cena è stata misera, senza nemmeno qualcosa da bere; alla Tur-Bus il servizio è invece sempre eccellente). A parte l'ora passata per uscire da Santiago, una città che, da qualunque lato si affronti, appare infinita, il viaggio vola via in un soffio. Sia io che Giovanni siamo troppo stanchi per opporre la minima resistenza al sonno che reclama con forza la sua parte.

Venerdì 13 gennaio – Caldera

L’alba ci sorprende che corriamo in mezzo a lande desolate, dominio incontrastato di rocce e sabbia. Il cielo è stranamente nuvoloso e le colline aride che abbracciano la strada sono avvolte nella nebbia.

Arriviamo a destinazione verso le nove (non tutte le corriere dirette a nord arrivano fino a Caldera, perché non è propriamente sulla Panamericana; la maggior parte delle corse si ferma all'incrocio distante qualche chilometro dal paese). Anche l'aria è insospettabilmente fresca. Con noi scende una signora cilena che si incarica di fermare un collectivo (taxi per più persone che fa sempre lo stesso percorso) mentre noi facciamo la guardia alla sua grossa valigia. La corsa fino a Bahia Inglese, la cittadina gemella di Caldera distante cinque chilometri verso sud, costa 600 pesos. Bahia Inglese ha spiagge più belle di Caldera, ma è anche molto più cara. Infatti, dopo qualche tentativo per capire l’andazzo dei prezzi, decidiamo di tornare indietro. Troviamo da dormire al residencial di Mercedes, una tipa sulla cinquantina un po' grassottella, i capelli brizzolati tagliati corti e due enormi occhiali che le coprono metà del viso: una persona dalla gentilezza squisita. La stanza è l’ideale per le nostre esigenze, con addirittura il bagno in camera (13.000 pesos con colazione contro i 30.000 di Bahia Inglese). Mercedes è un’inesauribile fonte di suggerimenti e notizie utili su tutto il comprensorio di Caldera. Il tempo è ancora brutto, ma ci garantisce che nel pomeriggio uscirà il sole e che farà molto caldo.

Caldera è una tipica città cilena, con le strade tra loro perpendicolare a formare una griglia pressoché perfetta, le case basse dal tetto di lamiera e le pareti di compensati colorati, il sorriso stampato sul viso brunito della gente che cammina per strada.

La spiaggia centrale nasce a lato del porto, con la visuale sull'oceano bloccata dalla presenza di numerosi pescherecci. Il promontorio che limita la baia è caratterizzato da alcune imponenti costruzioni in ferro arrugginito, probabilmente da far risalire agli albori dell'età mineraria della zona. Il quadro d'insieme è perciò particolare, nulla di turistico, oserei dire operaio. La spiaggia è frequentata sola da persone del posto e questo la rende ai nostri occhi ancora più unica.

Un avvertimento: da queste parti il sole brucia. Pur con il cielo velato per la maggior parte del giorno e la protezione 12 su tutto il corpo, ci siamo entrambi scottati. Urge una protezione maggiore.

Per cena optiamo per un ristorante in centro, il Teatro. Entrambi assaggiamo i tanto decantati mariscos cileni (frutti di mare): come sempre, ottimi. Le vie del paese sono piene di giovane vita. Sulla spiaggia si balla seguendo l'animazione di tre ragazzi; la piazza è arricchita di numerose bancarelle di prodotti artigianali ed un gruppo di artisti di strada intrattiene una folla entusiasta. L’atmosfera è autenticamente vacanziera, una vera panacea contro tutte le preoccupazioni. Ormai il freddo padano è solo un ricordo lontano.

Sabato 14 gennaio – Bahia Inglesa

Mi sveglio un’ora prima di Giovanni, sulla pelle una bellissima sensazione di leggerezza. Perfettamente rilassato mi siedo a scrivere nella calma del piccolo cortiletto interno del residencial, aspettando il risveglio del compagno.

Il cielo è nuovamente nuvoloso, ma Mercedes è subito pronta a tranquillizzarci, invitandoci ad essere fiduciosi per il pomeriggio (il residencial si chiama Puerto Caldera).

Al momento della partenza per Bahia Inglesa, difatti, le nuvole scompaiono letteralmente dal cielo lasciandolo dominio incontrastato del sole. Sotto i suoi terribili raggi, disturbati anche da un vento sferzante ed ingannatore, camminiamo per circa un’ora e mezza per arrivare a destinazione. Il deserto costiero attraverso il quale passeggiamo è impressionante, un paesaggio duro ed inospitale, ma di una bellezza primitiva. Se non fosse per i riverberi accecanti del sole e per l’orizzonte tremolante per il calore, potremo essere sulla luna.

Bahia Inglesa ha spiagge più belle di Caldera, un ambiente più intatto ed un mare più pulito. Le persone che la frequentano sembrano essere di estrazione sociale più alta, ma ugualmente i turisti stranieri sono pochi.

Dopo esserci goduti per un po’ la spiaggia, camminando lungo la costa incontriamo, casualmente, la fermata dei micros per Caldera (una specie di corriera; il biglietto costa la metà di un collectivo). Il ritorno sarà quindi più veloce.

Per cena puntiamo su un locale al risparmio, una empanaderia nei pressi della piazza principale. Mangiamo spendendo quasi un quarto rispetto al giorno precedente. Al residencial abbiamo già pronti gli zaini e, dopo un rapido saluto alla padrona di casa, ci dirigiamo velocemente verso la stazione delle corriere.

Mentre aspettiamo la corriera per Calama, città nell’entroterra della seconda regione, facciamo la conoscenza di Marguerite, una ragazza americana in viaggio solitario per il mondo. È una tipa sveglia e simpatica, originaria dell’Oregon. È in giro da oltre otto mesi, tra l’Oceania, l’Asia, l’Europa e il Sud America; le mancano ancora due mesi di viaggio, da utilizzare per la risalita lungo la dorsale andina. Mi ricorda Gaelle, la ragazza francese conosciuta in Guatemala qualche anno fa, sia fisicamente sia per la risata cristallina che spesso la coglie. Anche lei è diretta a Calama.

Partiamo così verso nord in compagnia di una nuova amica e con la possibilità di incontrare a breve Violeta, la padrona di casa del B&B che ci ha ospitato l’anno scorso a Valparaiso. Tramite un rapido scambio di mail abbiamo saputo che è dalle parti di Antofagasta insieme a due amiche… chissà.

Domenica 15 gennaio – Marguerite

Al momento di mettere piede a terra nella nuova stazione delle corriere di Calama sono un po’ rimbambito: non ho praticamente chiuso occhio.

Marguerite ha già prenotato un posto sulla corriera per San Pedro che partirà da lì a poco, noi, al momento di prendere un caffè in compagnia, non sappiamo ancora se partire subito per la stessa destinazione o aspettare l’indomani. Alla fine scegliamo di partire il prima possibile.

Purtroppo tutte le corriere in partenza dalla stazione sono al completo, non ci rimane che dirigerci verso il centro cittadino, distante più di qualche isolato, per cercare una piccola compagnia che faccia la stessa tratta.

Le strade sono ancora deserte e, essendo domenica, le serrande sono abbassate in tutti i negozi. Dopo aver trovato quello che fa per noi, ci rifugiamo nella Plaza 23 de Marzo, una verde piazzetta dove sedersi ad ammirare le strade riprendere vita.

La prima ora di viaggio avviene nel paesaggio uniformemente desertico e piano che avevamo visto per raggiungere Calama, poi si affrontano i primi roccaforti della cordigliera che conduce a San Pedro. Da questo punto in poi il paesaggio si trasforma, un insieme continuo di sculture di rocce saline di color rosso mattone che risaltano nella luce accecante del sole. Uno spettacolo.

Appena scesi a destinazione veniamo avvicinati da un cileno magrissimo con una folta barba nera. Aime, questo il suo nome, ci inonda di chiacchiere, un fiume in piena impossibile da arginare. Ci chiede se parliamo spagnolo, se cerchiamo una stanza, se vogliamo seguirlo perché ne ha una che fa al caso nostro, il tutto senza darci mai la possibilità di rispondere. È un individuo piuttosto strano, ma ci trasmette simpatia, anche se non proprio sicurezza; comunque sia decidiamo di seguirlo. Incamminandoci dietro le sue parole, all’incirca in due minuti e trentotto secondi, secondo una sua stessa definizione, giungiamo al Residencial Los Bofodales, un casetta di mattoni bruni appena a lato del cimitero.

Mentre mi accingo a scrivere il nome nel registro, scopro con vivo piacere che l’ultimo nome è quello di Marguerite: anche lei è stata catturata dal barbone pazzo.

Aime è solo il tuttofare del posto, principalmente l’acchiappa clienti; il padrone è un giovanotto robusto che al momento del nostro arrivo sta cucinando una grigliata per alcuni amici, tutti appostati nel cortile polveroso appena al di fuori della sala. Veniamo invitati a mangiare, ma decliniamo l’invito perché entrambi spossati dal viaggio.

Dopo esserci ripresi, partiamo alla scoperta del piccolo paesino di San Pedro in compagnia di Marguerite. Per  me è in realtà una riscoperta. È comunque un piacere ammirare nuovamente le sue case di terra, alle volte intonacate di bianco splendente, altre volte lasciate del colore naturale. Le strade polverose sono ancora percorse da numerosi turisti che camminano avanti e indietro senza una vera meta, ma non appena si abbandonano le vie più frequentate si è catapultati improvvisamente in un mondo diverso, per certi versi molto più reale. Prima di concederci però questo lusso, ci informiamo sui vari tour in partenza per la Bolivia. I prezzi proposti variano pochissimo da agenzia ad agenzia (55.000 pesos per ritornare a  San Pedro, 40.000 per rimanere ad Uyuni con una notte in meno): scegliamo un tour della Estrella del Sur, soprattutto per la fiducia che l'atacameno al di là della scrivania ci trasmette, in partenza martedì.

Camminando alla scoperta di San Pedro, immersi nel suo fascino fuori dal tempo, a dispetto del notevole traffico d'affari che le bellezze che la circondano richiamano, abbiamo modo di approfondire la conoscenza di Marguerite, una ragazza che scopriamo essere veramente speciale. La complicità naturale che si instaura con l’americana è qualcosa di unico. Da subito si materializza il puro piacere di condividere le emozioni che stiamo vivendo. Vaghiamo insieme, lasciandoci guidare dall’istinto e chiacchierando amabilmente di noi, quasi ci conoscessimo da anni. Scopriamo così anche angoli nascosti del piccolo pueblo, ricchi di suggestioni, ancora fedeli a se stessi.

Dopo essere tornati nella zone più frequentate, veniamo a conoscenza che Violeta è proprio a San Pedro, in un campeggio appena fuori le mura. Ci accordiamo per ritrovarci in serata.

Tornati al residencial conosciamo Felipe, un ragazzo di Santiago in vacanza solitaria nel Norte Grande. Ha circa trent'anni, ma il viso imberbe lo ringiovanisce facendolo sembrare poco più di un ragazzo. Aime l’ha sbattuto direttamente nella nostra camera, che ha tre letti; non possiamo non invitarlo a seguirci.

All’ora convenuta ci ritroviamo tutti nella piazza centrale: incredibile ritrovarsi ad un anno di distanza e così all’improvviso, praticamente senza aver programmato nulla. Violeta è identica a come la ricordavo, come intatta è la risata cavallina che la coglie ogni tanto, un suono dalla natura orribile. A farle compagnia ci sono le due ragazze con cui sta condividendo il viaggio nel nord, Tamara e Katy, entrambe piccoline, sia di età che di statura, con uno sguardo attento e vivace.

Il trio sta viaggiando in estrema economia: per questo non accetta la proposta di andar a bere in un locale e rilancia per comprare una bottiglia in uno spaccio, da bere poi nel deserto. In Cile è vietato bere in un luogo pubblico, come una strada, una piazza o anche in pieno deserto. Dobbiamo intraprendere quindi una piccola marcia per trovare un luogo adatto lontano dall’abitato, in modo da non essere scoperti dai carabiñeros, quanto mai attenti ad imporre la legge.

La nottata è piuttosto scura perché la luna, anche se non nuova, è coperta da spesse nuvole attestate all’orizzonte. A non essere bui invece sono i nostri animi, già frizzanti di loro ma con in più la possibilità di scaldarsi grazie al pisco ingurgitato. Troviamo uno spazio che fa al caso nostro e ci sediamo in circolo, in mano il bicchiere ed in bocca un sorriso che va allargandosi con il prosieguo della nottata. Delle tre cilene Tamara è la più timida, e se ne sta principalmente di lato ad ascoltare, mentre Katy e Violeta, più a loro agio, partecipano attivamente all’allegra chiacchierata. Margy, ormai un nomignolo fraterno che ci sentiamo di utilizzare, e Felipe completano un gruppo davvero affiatato.

Alle nostre spalle, mentre la serata procede, notiamo passare svariate persone, prima qualcuno isolato, poi gruppi via via più numerosi. Più passa il tempo più si fa insistente la voce di una festa clandestina non lontano da noi. Il deserto è più vivo di notte che di giorno.

Sospinti ancora di più nella terra arida che circonda l’oasi di San Pedro, sopra un colle, una cinquantina di persone se ne sta nel buio bagnato dalla luna, che a quell’ora è finalmente diventata padrona del cielo, a bere e chiacchierare. Il nostro arrivo non può passare inosservato, visto che portiamo in dote quattro belle ragazze. Veniamo così avvicinati da alcuni simpatici personaggi, tra cui due meritano una menzione particolare: un cileno sui trent'anni completamente ubriaco e un uruguayano trapiantato a San Pedro di nome Flavian. L’ubriachezza del primo non è molesta, anzi, e la sua simpatia è a tratti spettacolare: da mettere a memoria i tentativi di corteggiamento a Margy.

Rimaniamo con loro fino alla fine della piccola festa clandestina, più o meno intorno alle quattro. Dopo aver accompagnato le cilene al campeggio, gli ultimi passi in direzione del residencial li facciamo in compagnia di Flavian. Vado a dormire con in testa il suono continuo di una sua frase, quella con cui ci ha lasciato: San Pedro è un posto destinato a scomparire in qualche decina d'anni.

Lunedì 16 gennaio – Catarpe

Abbiamo tutti un po' ecceduto con l'alcol. Il sole è già altissimo quando decido di farmi cadere a lato del letto per costringermi ad alzarmi. Marguerite è già sveglia da un po' e mi accoglie nel piccolo cortile con un sorriso. La testa è troppo pesante per poter conversare in spagnolo, così rimaniamo entrambi silenziosi e ci dedichiamo alla scrittura.

Per il pomeriggio, rispettando appieno i ritmi naturali di questo paese nel deserto che si risveglia solo sul tardi quando le nubi, coprendo il sole, permettono nuovamente la vita all'aperto, decidiamo di noleggiare delle biciclette e partire alla volta della Valle di Catarpe, una valle che si insinua stretta verso nord partendo appena fuori San Pedro.

La valle ospita un sito Incas e una pukara preincaica di influenza Tihuanaco. L'avevo già percorsa cinque anni prima in compagnia di due ragazzi milanesi, ed ora la rivedo nella sua bellezza arcaica, un continuo gioco di colori tra il rosso delle rocce aride e il verde della vegetazione nel fondo della valle. Rispetto a cinque anni fa solo tre cose sembrano cambiate, purtroppo tutte e tre in peggio: la Pukara di Quitor è a pagamento, nelle sue vicinanze stanno costruendo un hotel a quattro stelle e l'acqua del Rio San Pietro sembra diminuita.

Per salire al pueblo Incas bisogna lasciare le biciclette alla base di un colle che sale ripido verso il cielo. In meno di cinque minuti si è già sopra la valle e lo sguardo può spaziare lontano tra montagne rosse erose dagli eventi e serpenti verdi che seguono d’appresso la poca acqua che scorre isolata in queste terre. Il vento spazza incessantemente le rovine del pueblo, dietro le quali riusciamo a trovare una riparo: il silenzio è immenso.

Il ritorno verso San Pedro è altrettanto splendido, anche perché la temperatura si fa meno torrida e il sole basso rivitalizza ancora di più i colori.

Per cena, l’ultima prima di partire per la Bolivia, con Margy e Felipe puntiamo ad uno dei numerosi locali che si aprono lunghe le vie affollate del centro. I prezzi quassù sono alti anche per uno di Santiago, ma il servizio è ottimo. Violeta, Katy e Tamara ci raggiungono verso la fine, non potendosi permettere un simile lusso, e con loro decidiamo di ripetere la sortita nel deserto. Inizialmente l’idea è quella di cercare un posto differente, ma tutte le strade percorse ci portano irrimediabilmente a casa di qualcuno. Così, sconfitti, puntiamo al posto della sera prima.

Verso l’una, però, veniamo scoperti da tre giovani carabinieri. I ragazzi cileni devono così sorbirsi una paternale, quasi più un rito consueto che una vera sfuriata. Ricacciati verso l’abitato, Margy e Felipe colgono l'occasione per andare a dormire, io e Joe invece non sappiamo dire di no alle tre ragazze e le seguiamo nella piana desertica che si apre dietro al cimitero. Trovato un posto a prova di gendarmi, tiriamo fino a tardi in un vortice di allegria il cui ricordo è annebbiato dal troppo alcol ingerito. Andiamo a dormire che sono già passate le sei.