Dal Pacifico all'Atlantico

Dal 11 gennaio al 12 febbraio 2006

di Carlo Camarotto

Laguna Blanca
Laguna Colorada
Al rifugio basico
Il mitico gruppo
Il rifugio basico
Arbol de piedra
Laguna Charcota
Tres amigos
San Pedro de Quemez
Hostal de sal
Salar de Uyuni 1
Salar de Uyuni 2
Salar de Uyuni 3

Tappa numero 2, dal 17 al 21 gennaio 2006

Altopiani Boliviani
patagonia_3

Martedì 17 gennaio – Bolivia

Margy ci sveglia dopo solo un'ora di sonno. Raccolti gli zaini ci dirigiamo, insonnoliti, verso l'agenzia. Ad aspettare in nostra compagnia ci sono ragazzi di tutte le nazionalità.

Purtroppo il confine è chiuso a causa di una nevicata avvenuta durante la notte. Aspettando che riapra, l’agenzia ci offre la colazione, una sorta di buffet al riparo di una pensilina in lamiera nelle vicinanze della dogana. Alla fine partiamo con circa due ore di ritardo.

Per raggiungere il confine bisogna inerpicarsi lungo una strada asfaltata in buono stato che sale con pendenze considerevoli a lato del vulcano Licancabur, un vero signore di roccia che si eleva con un cono perfetto dalla piana dell’Atacama fin quasi a toccare i seimila metri di quota. Arrivati a quattromila metri la strada asfaltata cilena lascia spazio alla mulattiera sterrata boliviana.

A queste quote il paesaggio impone un rispetto che è difficile riscontrare altrove. Il sole incendia, non scalda, il vento gela, non rinfresca; la mancanza d’aria è un monito sufficiente a ricordarci ad ogni passo dove siamo. Le montagne ci circondano da ogni lato. Sono solo picchiettate di bianco alla sommità e le loro forme sono addolcite, quasi tondeggianti. Ognuna di loro sfiora i 6000 metri. Ai loro piedi piane prive di vegetazione e lagune riccamente colorate affollate di fenicotteri.

Poco più avanti della dogana boliviana, una solitaria casetta in mezzo ad un valico a 4500 metri di quota, c'è un altro accampamento: l’ingresso al parco nazionale che ospita le lagune che visiteremo durante il primo giorno di tour. Qui abbandoniamo la corriera cilena e veniamo divisi tra vari 4x4 fermi ad aspettarci. La nostra guida si chiama Firminio, un boliviano sui quarant'anni che pare un professore, timido e riservato, ma dal sorriso naturale, non forzato. Gli altri compagni di viaggio sono una coppia francese, Romain e Aurelie, e una ragazza canadese di nome Joselyn (detta Jo). Lingua ufficiale del gruppo lo spagnolo, dove solo la canadese ha qualche problema.

Firminio ci conduce sicuri lungo le piane d’alta quota, percorrendo piste segnate dal passaggio nel tempo dei vari 4x4. Facciamo tappa ai margini della laguna bianca e della laguna verde, entrambe colorate per la presenza di qualche minerale, in una zona termale dov'è possibile bagnarsi, alcuni geiser e varie conformazioni rocciose dalle forme accattivanti. Tutti luoghi bellissimi, però il mal di altitudine, accentuato dall'alcol ingurgitato la sera prima e delle poche ore di sonno, è sempre lì a tenermi compagnia, rendendomi meno piacevole, per quanto possibile, questo peregrinare verso nord.

Intanto la compagnia va sempre più affiatandosi con il passare delle ore: Romain è una vera sagoma di personaggio, sempre pronto alla battuta o ad una allegra chiacchierata; Aurelie è una persona molto dolce, con un sorriso radioso; l'unica che si tiene inizialmente un po' in disparte è Jo, ma i suoi tentativi di parlare spagnolo sono comunque davvero divertenti.

Tra le varie vetture che fanno la nostra stessa strada, una, di colore rosso, è praticamente la nostra gemella. Nel coche rojo ci sono due neozelandesi, una coppia di brasiliani ed un ragazzo tedesco solitario e silenzioso. I due neozelandesi non perdono occasione per unirsi a noi, in modo da parlare inglese con Jo e Marguerite.

Ultima tappa della giornata è la Laguna Colorada, un ampio specchio d'acqua colorato di rosso. La vivace colorazione è dovuta alle alghe e al plancton che crescono nelle acque ricche di minerali, le cui rive sono orlate da luccicanti depositi di sodio, magnesio, borace e gesso. I fenicotteri, qui presenti con tre specie diverse (cileno, andino e di James), sono ovunque, piccoli punti più scuri che vagano raminghi in cerca di cibo in mezzo all’acqua, che ha una profondità media di appena ottanta centimetri.

Il Campamiento Ende, la nostra meta, cresce proprio sulla riva della laguna. È un insieme di case di calcestruzzo aggrappate l’una all’altra per difendersi dal freddo glaciale e dal vento sferzante. Il rifugio era stato definito dalla stessa agenzia cilena come “basico”: senz'acqua corrente e senza riscaldamento, con luce elettrica sufficiente solo al momento della cena. Molti vetri sono rotti e le porte scardinate: gli spifferi gelidi penetrano a piacimento lungo il corridoio che funge anche da sala da pranzo. Le camere da letto, composte da 6-8 letti, sono per fortuna più riparate.

Con l’approssimarsi della sera il tempo peggiora, quasi all'improvviso. Il cielo si riempie di nubi grigie, che lasciano cadere a terra una pioggia fine e fastidiosa. Il primo tentativo di farsi una camminata è irrimediabilmente compromesso proprio dal freddo e dalla pioggia. Non passo molto che le condizioni avverse mi gelano le ossa e ne una dormita nel sacco a pelo, ne il coprirmi con tutti i vestiti pesanti a disposizione, riescono a farmi passare i brividi di freddo. Qualche effetto positivo lo raggiunge la zuppa di verdure che ci servono per cena, completata da un piatto di wurstel e purè. Il dopo cena a lume di candela non dura molto, il tempo di un the e poi tutti a dormire: il giorno seguente la sveglia è puntata alle cinque.

Mercoledì 18 gennaio – Hostal de sal

Il sacco a pelo e le due coperte di lana hanno svolto anche con troppa efficienza il loro compito: ho dormito sorprendentemente al caldo. La nausea del giorno prima sembra passata e posso godermi la splendida alba sulla laguna senza alcun opprimente peso sullo stomaco. Non fa freddissimo ed è piacevole camminare ai bordi della laguna ammirando i raggi del sole conquistare via via sempre più spazio sulle montagne alle spalle dell’accampamento. Mentre cammino provo quella estasiante sensazione di vivere il momento perfetto: il posto giusto nell’attimo giusto.

In mattinata visitiamo in rapida successione una serie di piccole lagune dove è possibile osservare i fenicotteri. Nei pressi della Laguna Charcota, scesi a piedi nei pressi della riva, arriviamo fino a pochi metri da alcuni superbi esemplari, che continuano placidi a setacciare il fondo della laguna alla ricerca del preziosissimo cibo, quasi ignorandoci: sono loro i veri padroni di queste quote desolate. I loro rosei colori si rispecchiono nell’acqua bassa, colorandola, in contrasto con le poche nuvole bianche che percorrono silenziose un cielo azzurrissimo.

Il giorno prima avevamo toccato quota 4950 metri, la massima altitudine che abbia mai raggiunto, oggi invece il picco è a “solo” 4700 metri. In corrispondenza dell'ultima laguna si unisce alla nostra piccola carovana anche il coche blanco, di un'altra agenzia ma guidato da un amico di Firminio. Ogni tanto il nostro mezzo da qualche problema, ma la nostra guida risolve tutto con una sicurezza tale da infonderci un’infinita fiducia delle sue capacità.

All’ora della sosta per il pranzo ci ritroviamo sulla strada che collega Uyuni a Calama, una pista solo un po' migliore di quella finora affrontate, ma peggiore della peggiore mulattiera italiana. Dal luogo scelto da Firminio si può ammirare il vulcano Ollague, attivo nella sua parte cilena: si vede chiaramente il pinnacolo di fumo che esce dal lato sinistro del cono vulcanico.

Nel pomeriggio affrontiamo il Salar de Chiguana. L'acqua è presente solo in alcuni punti, per il resto ci troviamo di fronte a distese infide di sabbia e fango in cui è facile impantanarsi. Il fatto che le altre due guide lascino a Firminio l'arduo compito di aprire la strada, ci conferma che la nostra guida è veramente uno dei migliori in circolazione. Solo una volta rischiamo seriamente di bloccarci, ma Firminio risolve tutto con la stessa calma di sempre, solo un luccichio negli occhi che tradisce una maggiore concentrazione. Il viaggio nella salina è comunque lungo ed impegnativo, con qualche sosta utile a sgranchirsi le gambe: questo è solo un assaggio di ciò che proveremo l’indomani affrontando il ben più grande Salar de Uyuni.

Ritornati sulla “terraferma” ci fermiamo nel villaggio di San Pedro de Quemez, un piccolo agglomerato di case basse e buie, dove conosciamo Rodriquez e Nelson, due ragazzini del luogo di circa otto anni con i quali scambiamo quattro palonnate: sotto il sole cocente ed a quelle quote, giocare a calcio non è per nulla facile. Da San Juan la strada va peggiorando, anche se chiamarla strada ha ben poco senso: laghetti al posto della pista battuta e ammassi rocciosi sconnessi in prossimità delle montagne. Come il giorno prima, dal pomeriggio in poi si stagliano alle nostre spalle nubi plumbee percorse da lampi e sconquassate da tuoni. Lo spettacolo è di quelli da far venire i brividi e benedire il fatto che non siamo sperduti a piedi su qualche esposto versante roccioso. Mentre la tempesta sembra volerci raggiungere, passiamo in rapida successione altri piccoli villaggi, tutti circondati da pascoli per i lama e da campi di quinoa.

Arriviamo solo verso sera, poco prima del tramonto, sulle rive del Salar de Uyuni. La notte la passiamo all'Hostal de Sal: tutto, dai letti alle mura, dalle tavole alle sedie, è fatto di sale; solo i bagni sono costruiti con normali mattoni, altrimenti li vedremo sciogliere sotto i nostri occhi al momento di lavarci. Pagando 5 bolivianos (0,50 euro) si può fare una doccia caldissima, vera manna del cielo dopo due giorni di assenza di acqua corrente. Dopo la doccia calda la stanchezza mi piomba addosso inesorabilmente, una stanchezza di quelle positive che ti fanno sentire in pace con il mondo: bellissimo scrivere seduto sulla sedia di sale con lo sguardo rivolto, attraverso la finestra, alle prime propaggini dell’immensa salina.

Per cena una caldissima zuppa di quinoa e una bistecca di lama, con contorno sempre di quinoa. Dopo cena, ormai di nuovo al buio, scacciato qua e là solo dalla luce tremolante di alcune candele, beviamo tutti insieme un mate di coca. La sveglia l’idomani è ancora fissata per l'alba.

Giovedì 19 gennaio – Salar de Uyuni

Il Salar de Uyuni è la più grande salina del mondo, estesa poco meno del Trentino Alto Adige: un'uniforme distesa bianca nella stagione secca, uno sterminato lago con acqua profonda da cinquanta a cinque centimetri nella stagione piovosa. Firminio è già fuori dall'ostello chino sulla macchina quando esco insonnolito a sgranchirmi le membra ai primi raggi del sole: per coprire il motore ha posto sotto la vettura dei teloni impermeabili, poi una serie di ramoscelli per coprire tutti gli interstizi. La nostra macchina, ma ancor di più quella rossa, sembra addobbata per Natale. Prima di entrare nel salar seguiamo a ritroso il percorso fatto il giorno prima finché incontriamo una lingua di terra che si insinua nelle acque della salina, alte, in quel punto, ancora parecchi centimetri. È un viaggio verso il nulla, con il timore che l'acqua possa bloccarci da un momento all’altro. Ad un tratto Firminio decide di abbandonare la striscia di terra e di entrare in acqua, nella trepidazione generale del gruppo. L'ingresso non è dei più semplici, ma con le dovute cautele ci ritroviamo indenni a correre tra mille spruzzi nell'immensa distesa d’acqua e sale.

L'acqua sfiora in quel punto la parte bassa della macchina ed è ancora molto fredda; è incredibilmente salata e ogni sua goccia si trasforma immediatamente, sotto i raggi del sole già forti a quell’ora, in un’incrostazione di sale. Per orientarsi in questa mondo alieno sono stati posti dei segnali che dovrebbe indicare la via da seguire per non perdersi: appaiono neri all'orizzonte, tremolanti nel calore che sale dalle acque. Fino a che i finestrini sono puliti, è possibile intravederli in lontananza, ma dopo che le incrostazione di sale hanno completamente ricoperto ogni porzione del 4x4, si rende impossibile “navigare” a vista. Firminio ogni tanto pulisce il vetro anteriore, ma è il suo fiuto, più che lo sguardo, a guidarlo lungo il salar: "Lì a sinistra c'è il vulcano, lì a destra le montagne, basta andare sempre dritti nel mezzo".

Romain è il primo a voler mettere i piedi in acqua, seguito da Joe. L'acqua è ancora gelata e il primo tentativo d’assalto al salar dura veramente poco. Alla fine, comunque, usciamo tutti e, con i pantaloni tirati fino al ginocchio, godiamo della strana sensazione di essere lì, nel centro del "nulla accecante". Il riverbero è fortissimo ed è difficile osservare il paesaggio ad occhi nudi: per il poco tempo che si riesce a rimanere senza occhiali da sole non è possibile distinguere tra cielo e acqua, e ti immagini sospeso in una sorta di celeste abbagliante. La sensazione di alienazione è totale.

Viaggiando verso est il livello dell'acqua va diminuendo e questo ci permette di aumentare la velocità. Purtroppo non è possibile visitare la famosa Isla del Pescado perché l'acqua in quel punto è davvero troppo alta. Poco prima di arrivare a Colchani, un piccolo paese in riva alla laguna, nostro approdo alla “terraferma”, ci fermiamo in un vecchio ostello di sale costruito proprio nel centro del salar: ora è un museo. Nelle sue vicinanze posso ammirare un ojo del salar, un buco che si apre nella superficie liscia di sale, largo mezzo metro e profondo venti: all'interno l'acqua salata è talmente fredda che è possibile ghiacciare dell'acqua normale.

Abbandonate le acque del salar dopo ottanta chilometri di spruzzi salati, oltrepassiamo rapidi Colchani per pranzare a lato della strada per Uyuni ammirando da lontano la corsa frenetica di un gruppo di vigogne; di seguito visita lampo ad un cimitero di vecchie locomotive arrugginite e poi dritti a Uyuni. Questa è la città più grossa della zona, una vera metropoli (circa 8000 abitanti) se confrontata con gli altri villaggi della regione. Da lontano mi appare come un insieme solo un po' più esteso di casupole basse in calcestruzzo. Le strade sono invase da enormi pozzanghere anche qui, tranne che nella parte centrale del paese dove le vie sono pavimentate con degli esagoni di calcestruzzo.

Qui termina il nostro viaggio di gruppo. Romain e Aurelie vogliono procedere per Potosi già in serata, Jo e Margy alloggeranno ad Uyuni per poi ripartire indomani verso La Paz, io e Joe abbiamo già pagato il ritorno a San Pedro, partenza fissata per le otto di sera. Il saluto ai francesi è bello, un abbraccio sentito ed un sincero "in bocca al lupo" per il futuro.

Nel pomeriggio a disposizione facciamo un giro per la città in compagnia dell’inseparabile americana, quasi consapevoli dell’imminente separazione, ma vogliosi di accogliere ancora il piacere della reciproca compagnia. L'intera via principale è un mercato a cielo aperto, purtroppo per lo più di merci tipicamente occidentali. A venderle però sono le mujeres boliviane, vestite con i loro abiti tipici, tra i quali spicca l’insolita bombetta. Di prodotti artigianali non ce ne sono molti, e spesso la venditrice è scorbutica e restia a contrattare. Dalla più sorridente acquisto una lliclla, una tessuto riccamente colorato che in Bolivia usano un po' per tutto, da culla per il bambino a tovaglia per la tavola.

Sfruttando tutto il tempo a nostra disposizione, l’ultimo saluto a Marguerite decidiamo di darlo con un’ultima cena. Ci fanno compagnia anche Jo e i due neozelandesi. La cena vola via tranquilla e piacevole, con un picco d’allegria al momento di bere un onesto pisco-sour come digestivo.

Purtroppo il distacco non può essere così naturale. Al momento di pagare, Margy si accorge che la sua borsa, appoggiata alla sedia, non c’è più. C’hanno rubato la borsa da sotto il naso, e nessuno se n’è accorto. Dentro c’è veramente di tutto: carta di credito, passaporto, soldi, macchina fotografica. Un duro colpo superato dalla cara amica con estremo autocontrollo. Solo per un attimo, mentre usciamo dal ristorante, viene colta da un piccolo cedimento: i suoi occhi si riempiono di lacrime ed inizia a singhiozzare. Io e Joe le siamo comunque già accanto, pronti a sostenerla: basta questo semplice abbraccio per tranquillizzarla. Cercando di starle il più vicino possibile, è già giunta l’ora della nostra partenza. Firminio ci sta cercando per il piccolo centro di Uyuni e quando lo incontriamo sul suo volto, solitamente pacato, c’è una piccola espressione di disappunto. Il passaggio per il confine non ammette ulteriori ritardi. Salutiamo Marguerite sulla porta dell’ostello, un abbraccio intenso e la forte sensazione di sbagliare ad andarsene così. Ma né io né Joe abbiamo la forza di opporci ad un destino ormai segnato. È così che in breve ci ritroviamo a fuggire verso la notte con le luci di Uyuni che si fanno via via più piccole alle nostre spalle. C'è poca voglia di parlare, il senso di frustrazione grava con troppa forza su di noi.

Il 4x4 sul quale viaggiamo è quello bianco che ci ha fatto compagnia negli ultimi giorni del tour. La guida è un ragazzotto stranamente alto per un boliviano del sorriso a trentadue denti, in sua compagnia una piccola mujer boliviana, anch’essa armata di un enorme sorriso. Maestro Sebastian è l'ultimo membro del gruppo, un brasiliano che da anni fa la guida free-lance per la regione andina racchiusa tra Cile e Bolivia. Sta tornando a San Pedro, dove vive. Viaggiamo silenziosi fino a mezzanotte, ora alla quale arriviamo in un piccolo villaggio posto a quasi 4000 metri di quota. Tutto è buio. Solo una candela ci accoglie per presentarci una stanza con qualche letto, accompagnata dall’indicazione che alle cinque avremmo ripreso la via verso il confine.

Prima di andare a dormire rimango qualche minuto con Maestro Sebastian ad osservare le stelle. Il cielo è punteggiato della più grande varietà di luci che abbia mai ammirato, un vero spettacolo che si rivela quasi sufficiente a farmi dimenticare la brutta esperienza vissuta poche ore prima con Marguerite.

Venerdì 20 gennaio – Ritorno a San Pedro

Un bussare rapido alla porta ci riporta alla realtà. Per il terzo giorno consecutivo vedo l'alba impadronirsi del cielo, una tavolozza di colori rosei ed arancioni che conquistano a poco a poco le montagne, quasi al rallentatore.

Prima di raggiungere il confine ci fermiamo in un altro rifugio sulle rive della Laguna Colorada, dal lato opposto rispetto al Campamiento Ende. La giornata sembra annunciarsi come splendida ed è lo stesso Maestro Sebastian a confermarlo: "In cinque anni che vengo qui, questo è il primo giorno in cui non ci sia o troppo freddo o troppo vento o troppa pioggia".

L'ultima fermata prima del confine è sfrutatta dalla guida e dalla sua compagna per ripulire un po' la macchina e darsi una rinfrescata. Mi diverto a guardarli mentre si lavano a quelle altitudini con l’acqua gelida raccolta da un catino, sempre con un sorriso aperto a caratterizzare il volto, come fosse tutto un gioco. Questi due personaggi fanno sicuramente parte delle cose belle che la Bolivia può offrire.

Al confine l’attesa è breve. La corriera da San Pedro giunge da lì a poco e porta con se un nuovo gruppo di viaggiatori da ripartire tra i vari 4x4. Tra questi ci sono anche due italiani. Mario, un veneziano pieno di soldi che gira il mondo dieci mesi su dodici e si sposta solo con un piccolissimo zaino, e una ragazza friulana in viaggio da due mesi.

L’attesa maggiore bisogna sempre sorbirsela alla dogana cilena: devono controllare approfonditamente i bagagli in modo che nessuno porti all’interno del Paese cibi vegetali o animali. Alle due siamo di nuovo a San Pedro.

Le giornate boliviane ci hanno lasciato parecchio stanchi, per questo le due giornate che ci aspettano prima di partire per l'Argentina le vogliamo dedicare ad un sano riposo. Prendiamo una stanza al Residencial Rayco, il posto dove avevo alloggiato cinque anni fa. Il patio è carino come sempre, una piccola zona assolata dove regna solitamente una calma rigenerante. Purtroppo lo troviamo infestato da un gruppo di giovani cileni che non riescono a non fare confusione.

Violeta non risponde al telefono, quindi probabilmente è partita con le amiche per la Bolivia, come c'aveva anticipato. Le ore a disposizione le dedichiamo così a vagare tra i vari negozi di prodotti artigianali, sempre ben assortiti anche se più cari che in altre parti del Cile. In serata ci sono sempre alcuni spettacoli di strada da ammirrare, oppure ci si può fermare a bere qualcosa osservando il continuo via vai di gente per le strade. Tutto molto tranquillo.

Sabato 21 gennaio – Violeta, Katy e Tamara

Ci si appresta ad un altro giorno di riposo, almeno queste sono le mie intenzioni. Giovanni è attratto dal sand-board, che si pratica lungo i ripidi pendii sabbiosi della Valle della Morte. La mattina comunque la passiamo a risistemarci, da bravi viaggiatori dotati di un bagaglio minimalista. Il pomeriggio è invece dedicato agli acquisti.

Mentre passeggiamo per la piazza arriva la più bella sorpresa della giornata. Ci sentiamo chiamare e, voltandoci, vediamo Tamara correrci incontro, solare come la ricordavo. Le tre amiche cilene non sono ancora partite.

Voraci di notizie ci raccontiamo il vissuto degli ultimi giorni: la mattinata avevano tentato di andare in Argentina in autostop, ma nessuno le aveva raccolte; ci avrebbero riprovato l'indomani. Il sorriso di Tamara è coinvolgente e la sua giovane freschezza non può che non farti sorridere. Sono felice di dare vita ad una nuova serata con lei e le sue due folli amiche. D’altronde sono già stufo di riposare.

Alle dieci siamo di nuovo in piazza, ma essendo questo il buio (negli ultimi due giorni la luce andava e veniva), non è facile capire se le ragazze sono già arrivate. Ad un certo punto sentiamo la risata cavallina di Violeta e senza troppi dubbi puntiamo decisamente una panchina. Ci sono Violeta e Tamara, in compagnia di un ragazzo sconosciuto. Sono tutte due parecchie brille, diciamo quasi ubriache. Per dar loro il colpo di grazia, spendiamo gli ultimi pesos cileni per comprare due cartoni di vino rosso, poi le seguiamo fino al loro campeggio. A metà strada incrociamo Katy, anche lei per buona parte andata. Al campeggio ci sediamo intorno ad un tavolo con un bel po’ di persone: vari Felipe ed un Carlito con un nonno di Piacenza. Diamo fondo ai quattro litri di vino e facciamo da spettatori ad un’improvvisazione di Katy e Tamara, entrambe studenti di una scuola di teatro a Valparaiso.

La serata di bagordi continua finché Tamara e Violeta, in procinto di cadere dal sonno, non decidono di rimontare la tenda (inizialmente pensavano di fare la notte in bianco) per ributtarsi dentro il sacco a pelo. Anch’io, vestito troppo leggero, mi aggregò al gruppo attorcigliandomi all’interno di una coperta. Tamara, alla mia destra, sta già russando (si fa per dire) che non mi sono ancora steso. Violeta invece, guardando forse le stelle oltre la tenda, mi chiede: "Ma tu chi sei?". Una domanda rapida, diretta, il cui vero significato non mi sfugge nemmeno per un secondo: vuole sapere se oltre all'aspetto divertente e alle continue risa c’è qualcosa di più profondo. La domanda mi mette inizialmente in difficoltà, ma parlare di me è quella che voglio. Parlando in italiano, Violeta in spagnolo, conversiamo un po' di noi, della nostra vita, del mondo che ci circonda. Oltre un’ora gettando fuori ogni nostro pensiero, senza remore, senza paure. "L'arte, soprattutto la musica, è il cordone ombelicale che mi tiene legata alla terra", questa frase mi rimbomba in testa per molto tempo, vero testamento di vita della cara amica cilena. Quell'ora rimarrà indelebilmente impressa come una delle più belle esperienze di viaggio.