Dal Pacifico all'Atlantico

Dal 11 gennaio al 12 febbraio 2006

di Carlo Camarotto

Iglesia Catedral di Salta
Strada secondaria
La Quebrada de Humahuaca 1
Humahuaca
La nostra Margy
La Quebrada de Humahuaca 2
El Patio
La Quebrada de Cafayate 1
La Quebrada de Cafayate 2
Serata di ballo a Cafayate

Tappa numero 3, Dal 22 al 27 gennaio 2006

A spasso con Margy
patagonia_3

Domenica 22 gennaio – Argentina

Partiamo con la compagnia Geminis dal centro di San Pedro alle undici e mezza, ma dopo poche centinaia di metri siamo già fermi alla dogana, una lunga attesa per sbrigare le pratiche per l’uscita dal Paese. Vi troviamo le tre cilene. Katy siede su una panchina sotto i portici dell’unico edificio doganale, uno sguardo assonnato e il viso abbruttito dal troppo alcol ingerito; Tamara e Violeta sono dall'altro lato della strada, sedute sul gradino del marciapiede in balia dei tremendi raggi del sole. Sono lì dalle otto in attesa di un passaggio per Jujuy, passaggio che non è mai arrivato. Ora sono in attesa di un passaggio per Calama, che passa giusto giusto quando ci stiamo salutando. Qualche veloce abbraccio, qualche intenso braccio, e loro sono già sul camion che le riporterà verso casa; il nostro sguardo è invece rivolto all’Argentina.

Nella corriera, praticamente al completo (non sono molte le corse da San Pedro a Salta e sono sempre piene… meglio prenotare con anticipo), c'è un altro ragazzo italiano, un certo Alessandro, di Venezia. Alto, biondo e dalla carnagione chiara, è quasi alla conclusione di un viaggio tra Bolivia, Perù, Cile ed Argentina. Ha ancora impresso negli occhi il fascino di queste terre, soprattutto quelle boliviane, che gli hanno strappato dal corpo un pezzo di cuore. Nella due ora di attesa al confine argentino, ben in alto sulle montagne, approfondiamo la sua conoscenza e ci facciamo coinvolgere dall'intensa passione dei suoi racconti, parole da vero sognatore in giro per il mondo.

Tra San Pedro e Salta ci sono poco più di 500 chilometri, ma tra l'attesa obbligata alle frontiere e le strade tortuose, il viaggio dura più di 12 ore. I paesaggi andini mi procurano la stessa meraviglia di sempre. Dalla parte Argentina le montagne addolcite e le piene sassose degli altipiani lasciano spazio a formazioni rocciose più rudi e spigolose, con canyon angusti che rosseggiano ai raggi solari. Il paesaggio ricorda da vicino il Far West e non è difficile immaginarsi mandrie di cavalli correre nella polvere rossastra in cerca della libertà. Ad un tratto attraversiamo anche una salina, proprio quando all'orizzonte si profilano nubi scure cariche di lampi. Poi il buio si impadronisce del cielo e ci lascia soli con la pioggia che sbatte forte contro i finestrini.

Alle undici siamo a Jujuy e poco prima dell'una a Salta. Entrambe le città sono ancora piene di vita, due veri agglomerati urbani che poco hanno a che vedere con le ultime esperienze vissute. Scesi dalla corriera c'è già qualcuno pronto a proporci un posto dove dormire. Veniamo così condotti in una via del centro, nelle vicinanze della piazza principale. All’ostello c’è ancora parecchia gente in piedi, che chiacchiera allegramente nelle sale comuni sorseggiando della birra. La stanchezza è comunque tanta ed in breve collassiamo sul letto.

Lunedì 23 gennaio – Salta

Un ventilatore vortica alto sul soffitto e rende più leggera un’aria che altrimenti sarebbe irrespirabile. Fuori continua a piovigginare ed il cielo appare come una monotona coperta grigia stesa sulle nostre teste che non lascia presagire nessun miglioramento.

Salta si mostra come una perfetta città occidentale, ricca di persone di tutte le estrazioni sociali che camminano indaffarate lungo vie piene d’insegne pubblicitarie. Il centro è abbellito da alcune case in stile coloniale, che fanno bella mostra di se soprattutto in Plaza 9 de Julio, la piazza principale, un vasto spazio verde dove alcune palme svettano ad altezze vertiginose.

Nel girovagare sotto l’acqua appena accennata che cade leggera dal cielo troviamo due letti liberi all’Hostal Condor Pass, anch’esso in pieno centro, e noleggiamo una macchina per il giorno seguente. In tutto questo muoversi sono accompagnato da una punta di tristezza, una lieve ombra malinconica che nasce dal ricordo dei giorni bellissimi passati con Marguerite, Violeta, Tamara e tutti gli altri compagni di viaggio. Voltare pagina è uno dei destini dei viaggiatori, ma, seppur inevitabile, questo non significa che debba accadere con assoluta indifferenza. Un pizzico di malinconia e il viso qualche volta rivolto all’indietro sono comprensibili.

Stiamo ancora vagando per le strade di Salta quando, verso metà pomeriggio, inizia a piovere intensamente. Ritornati di corsa al nuovo ostello, facciamo la conoscenza del proprietario. Che siano bugie belle e buone o la pura verità non mi è dato sapere, ma il tipo sostiene di aver fatto parte dell'intelligence argentina per parecchi anni, in missione in varie parti del mondo. Poi un giorno è stato colpito ad una gamba e l'hanno congedato (il tipo ha effettivamente qualche problema alla gamba destra e zoppica vistosamente). L'ostello ha un'atmosfera tranquilla e piacevole, con una clientela di quasi esclusivamente femminile (purtroppo quasi tutte anglofone che ignorano lo spagnolo). Asciugati alla bene e meglio, puntiamo al ristorante consigliatoci del padrone dell'ostello. Sono già passate le otto e mezza, ma tutti i tavoli sono desolatamente vuoti. In Argentina esiste l'abitudine di andare a cena molto tardi, più o meno intorno alle dieci. Il bife de chorizo (filetto tagliato spesso) che ci servono è squisito, tenerissimo, una vera poesia tramutata in carne. Quanto mi sono mancati questi succulenti pasti argentini.

Martedì 24 gennaio – Calilegua

La cucina è interamente a disposizione dei clienti per la colazione, dalle moke e le teiere al molto cibo accatastato sugli scaffali.

A metà mattina prendiamo possesso di Margy (così abbiamo chiamato la nostra auto), una grigia Fiat Uno. Dopo qualche imprecazione di Giovanni, che odia le Fiat, riusciamo a strappare un piccolo sconto (d’altronde ci avevano promesso una golf). L'autopista principale in uscita dalla città va proprio nella direzione da noi voluta: il Parco di Calilegua, nella parte est della regione di Jujuy, in direzione nord-ovest partendo da Salta. L'autopista è ottima, per lo più priva di macchine. Al loro posto ci sono migliaia di farfalle bianche e nere che si spiaccicano allegramente sul parabrezza, un autentico farfallicidio. L'autopista non è molto lunga, infatti dopo 30-40 chilometri dobbiamo abbandonarla per imboccare una strada statale che punta verso nord e che, seppur scorrevole, è percorsa da camion che rallentano la corsa.

Il paesaggio a lato della strada è piano e verdeggiante, ricco di colture a pieno campo, come il tabacco, il mais e la canna da zucchero. Le cittadine che attraversiamo velocemente sembrano crescere ai lati della strada statale e non sembrano offrire granchè. Ci sono parecchi posti di blocco, soprattutto nel passaggio dalla regione di Salta a quella di Jujuy. Nessuno però mostra la minima intenzione di fermarci, e ciò è un bene visto che nessuno dei due ha la patente internazionale. Proseguendo verso nord le montagne da ovest iniziano ad avvicinarsi. Sono ricoperte di foreste, un’intricato ecosistema all’apparenza solo minimamente antropizzato. Al paese di Calilegua scendiamo per mangiare un po' di frutta e per chiedere informazioni sul parco. Sono tutti gentilissimi e forse anche in parte contenti, o sorpresi, di vedere due turisti nel loro paesino. Il posto è calmo e tranquillo, probabilmente anche perché a quell’ora c’è parecchio caldo e l’aria è soffocante.

Il parco inizia dopo otto chilometri di strada sterrata partendo dalla periferia del paesino omonimo. All'entrata del parco conosciamo Maria Josè, una ragazza di Cordoba che sta facendo un tirocinio nel parco. Chiacchieriamo un po’ con lei, chiedendole qualche consiglio per una camminata. Siamo nella parte sud del parco, quella più antropizzata. La parte nord è invece più selvaggia e ospita animali come il giaguaro ed il puma. Ci accontentiamo di camminare nella foresta pluviale e di farci affascinare dalla sua primitiva atmosfera. A settecento metri sul livello del mare le temperature, soprattutto nelle poche radure erbose che incontriamo, sono sorprendentemente alte, superando nettamente i trenta gradi. La camminata è comunque piacevole e i paesaggi che si possono vedere dai mirador (belvedere) sono splendidi: verdi montagne che si stendono inattaccate fino oltre l'orizzonte.

A pomeriggio avanzato decidiamo di abbandonare le verdi vallate di Calilegua per raggiungere Humahuaca, vicino al confine con la Bolivia. Per raggiungerla ritorniamo verso sud per una quarantina di chilometri fino al paese di San Pedro de Jujuy e da qui prendiamo una strada secondaria per San Salvador de Jujuy (normalmente detta solo Jujuy). Le condizioni della strada non sono ottime, soprattutto per l’asfalto logorato, ma i paesaggi attraversati sono fantastici. Mi riportano alla mente la Nuova Zelanda: colline verdeggianti che infondono una pace suprema, un ambiente bucolico pieno di tranquillità in cui tutto sembra in armonia con la natura, la vera sovrana incontrastata di queste terre. Le persone ed i loro paesini sembrano essere parte integrante di quest'armonia, che si trasmette attraverso gli enormi sorrisi incrociati. Corriamo su e giù per le colline per quasi cento chilometri, prima di sbucare improvvisamente nella periferia nord di Jujuy.

Da Jujuy (1200 m s.l.m.) la strada diretta al confine boliviano si impenna verso nord salendo lungo una valle circondata da verdi montagne. Dal paese di Volcan inizia la Quebrada di Humahuaca, sito patrimonio dell'umanità dell'Unesco. Il sole sta ormai calando all'orizzonte ed è coperto da fitte nubi quando il paesaggio comincia a vestirsi di nuovi colori. Le montagne perdono il verde dei pascoli e si truccano di tutti i colori, tra cui predomina il rosso. Purtroppo in breve il buio ci sovrasta e non riusciamo a goderci questo spettacolo cromatico.

Arriviamo ad Humahuaca che sono quasi le nove di sera. Troviamo un posto per dormire in un albergo del centro e da mangiare in un'osteria a basso prezzo (sedici pesos per due porzioni di pollo e patatine fritte, più un litro di birra; in tutto circa quattro euro e mezzo ). Appena arrivati inizia a piovere e la prima impressione di Humahuaca, un paesino il cui centro è percorso da strade in ciottoli su cui si affacciano case per lo più bianche, è quello di un paese carino, ma cupo.

Mercoledì 25 gennaio – Quebrada de Humahuaca

Fuori continua a piovere e l'idea di andare a vedere Iruya scema ancora prima di scendere dal letto. Iruya è un paesino arroccato sulle montagne a oltre cinquanta chilometri da Humahuaca: per arrivarci bisogna seguire una strada sterrata, tortuosa e pericolosa. Con la pioggia è meglio lasciar perdere.

Decidiamo così, dopo aver ricaricato la macchina, di girare un po' il paese ed aspettare il pomeriggio prima di correre alla scoperta della rinomata Quebrada. Di giorno Humahuaca ci appare più accogliente e meno cupa, ma una certa ombra permane. È una caratteristica, a mio modo di vedere, di quasi tutti i paesi in cui l’influenza indios è maggiormente presente. Non è una sensazione facile da spiegare, ma a dispetto dei colori sgargianti dei loro ambiti ed il loro mercati, percepisco un'ombra che aleggia sulle strade e sulla gente.

Nel piccolo centro acciottolato ci sono molti negozi che vendono prodotti dell'artigianato locale, soprattutto vestiti, coperte e sciarpe, con prezzi più bassi di quelli visti in Cile, pur con analoghi prodotti. C’è da perdere la testa per un amante dell’artigianato etnico come me.

Dopo qualche acquisto, vogliosi di un tè, scopriamo in centro un locale molto carino: El Patio. Alcuni tavolini sono sistemati in un piccolo patio coperto, un luogo tranquillo dalla conduzione giovane ed allegra. Oltre il patio c'è un piccolo orticello dove crescono svariate piante utilizzate per per preparare gli infusi (menta, coca, cedron e altre). Il luogo ci conquista immediatamente e decidiamo subito di tornarci per cena.

Dopo il tè si parte alla volta della Quebrada. Le montagne che circondano la strada e la valle sono perlopiù spoglie di vegetazione e sembrano una tavolozza di un pittore pazzo in pieno “periodo rosso”. La vegetazione è costituita da piccoli arbusti ed alberi spinosi, cactus e altre piante grasse aderenti al suolo e ricche di spine. Ci fermiamo in un piccolo paesino di nome Hornidalis e da qui partiamo per una breve camminata nei dintorni. Seguendo una stretta mulattiera, vaghiamo per un’ora su e giù per i colli che riempiono il fondovalle, per la prima volta colpiti dai raggi del sole che, timido, cerca di farsi spazio tra le nuvole. A lato della strada ci sono solo rocce e spine, l'ambiente ideale per un santone indiano.

Ripresa la macchina risaliamo ancora verso nord fino al paese di Tres Cruces, quasi sessanta chilometri da Humahuaca. Con la libertà che la macchina ci concede, ci fermiamo a godere delle meraviglie della Quebrada ogni qualvolta la nostra attenzione viene colpita, praticamente una meraviglia dietro l’altra, dalle coloratissime conformazioni rocciose delle montagne ai sinuosi canyon segnati dai corsi d’acqua nel fondovalle.

Ritorniamo verso Humahuaca solo all’ora di cena, dopo un pomeriggio ricco di emozioni. A El Patio assaggiamo il locro, uno stufato di carne di manzo con varie verdure (un piatto regionale), e prima di questo un antipasto a base di uno strano legume e formaggio di capra, una gustosa accoppiata. Il locro riscontra pienamente i miei gusti, un piatto povero che mi trasmette attraverso ogni cucchiaiata i sapori di questa splendida terra. Lo condiamo con del vino rosso di Cafayate, una città più a sud rinomata per i vini. Per concludere la cena ci concediamo due tè: quello con le foglie della piante che qui chiamano burro (che in realtà in spagnolo significa “asino”) è di una bontà squisita.

Per seguire un po' la tradizione (iniziata in Nuova Zelanda), ma soprattutto per risparmiare, decidiamo di passare la notte in macchina. Con Margy, dopo essere stati cacciati da un branco di cani in un parcheggio, imbocchiamo la via delle montagne. Troviamo un bel posto sotto le stelle da cui si può ammirare la piccola distesa di luci di Humahuaca. Un cane abbaia lontano sopra di noi e non fa per nulla freddo.

Giovedì 26 gennaio – Quebrada de Cafayate

Ha un fascino particolare svegliarsi alla luce del sole quando si è ancora accoccolati nel calore del sacco a pelo, seduti sul sedile di un’auto; come pregni di libertà sono i semplici gesti delle pratiche di pulizia mattutina a lato della macchina, in mano una bottiglia d’acqua, in bocca uno spazzolino da denti e lo sguardo rivolto verso la Quebrada de Humahuaca che si stende sotto di noi, sgargiante di colori.

L’idea è quella di partire il prima possibile, ma c’è qualcosa ad Humahuaca che ci trattiene, un filo sottile intrecciato alle nostre caviglie, non un obbligo, solo un invito a godere ancora un po’ della sua atmosfera. È così che ci ritroviamo di nuovo in compagnia delle mura gialle a noi così familiari di El Patio, il viso rivolto all’orticello oltre la piccola porta di legno o ai vari ritratti appesi alle pareti. Annoto che la sera precedente la cameriera ha rifiutato la mancia con un sorriso: "La mia mancia è che voi torniate al più presto ". Che bella frase.

Abbandoniamo Humahuaca per visitare Cafayate, a 450 chilometri di distanza in direzione sud. Dopo Jujuy l’aria si riempe nuovamente di farfalle, che a migliaia volano ignare contro il parabrezza. Lungo l’autopista che conduce a Salta è un continuo e inevitabile massacro. A Salta, poco dopo il segnale di "Fin Autopista", la strada termina letteralmente e si trasforma in uno sterrato pieno di buco. Ci ritroviamo così a vagare per i quartieri meridionali di Salta alla ricerca diq ualche indicazione per Cafayate. La giornata è comunque splendida e non abbiamo nessuna fretta.

Da Salta verso sud si estendono numerose piane intervallate dal dolci colline verdeggianti. Le montagne si tengono lontane sia ad est che ad ovest e il paesaggio è tipicamente campestre. Campi di tabacco e mais circondano la strada, un'unica lingua d'asfalto che corre nel verde. Ad un tratto la strada inizia a salire di quota ed il paesaggio a cambiare. Il verde brillante delle culture e dei boschi cede il passo alla roccia rossa delle montagne che si fanno sempre più vicine: entriamo così nella Quebrada di Cafayate.

Ci ritroviamo così a correre alla base di un canyon dalle forme affascinanti, un insieme di varie colorazione di rosso che sovrasta la strada è che sorprende ad ogni curva, ad ogni cambio di visuale.

A cinquanta chilometri da Cafayate si apre alla nostra destra una gola, non profonda ma indubbiamente imponente: la Garganta del diablo. Scendiamo per dare un'occhiata, ma rimandiamo la visita ad un altro giorno perché con il sole morente lo spettacolo della gola è attenuato. A lato della strada due ragazze fanno l'autostop. Il loro sguardo supplicante è sufficiente ad intenerirci. Cecilia ed Augustine stanno viaggiando solamente in autostop, un viaggio che le sta portando da Buenos Aires, loro città natale, in giro per tutto il noreste (nord-ovest argentino). Le accompagniamo fino a Cafayate parlando dei nostri viaggi e dell'Argentina. Al momento di salutarci ci offrono come ringraziamento un santino della Madonna. "Ma dovevamo incontrare proprio due celline?" Sbotta Giovanni appena risaliamo in macchina.

Troviamo da dormire in un ostello veramente carino, con un patio coloniale ampio e ricco di verde. Cafayate ha già meno le sembianze di un paese andino e cominciamo ad intravedere i caratteri tipicamente argentini. Tra i prodotti artigianali appaiano il mate, i prodotti in cuoio e i coltelli per l'asado. Le strade sono maggiormente illuminate e sembrano più vitali. Su un palco montato nel centro della piazza principale si alternano ogni tre o quattro canzoni vari gruppi locali che suonano e cantano musiche regionali. Due coppie di ragazzi, vestiti tradizionalmente, ballano il folklore (forse la Chacarera), un ballo tradizionale del nord dell'Argentina, ben più importante del tango in queste regioni. È tutto un fingere un corteggiamento, con l'uomo dallo sguardo truce ma sorridente fisso sulla donna, e questa che sfugge civettuola alle continue avances. Osservare il loro gioco di sguardi mi affascina, soprattutto quelli di una coppia di signori che ogni tanto si lancia in pista tra gli applausi generali. Con l'andare nella serata molti altri giovani si concedono al ballo, dimostrando che il folklore è molto sentito anche tra loro.

Venerdì 27 gennaio – Cafayate

In mattinata, prima di ripartire verso nord, ci attende il Rio Colorado, un torrente che scende attraverso una stretta valle di rocce e cactus; un autentico canyon angusto e tortuoso, con acque nel fondo che sfuggono rapide alle trappole tese dalle rocce. A monte del canyon c'è una cascata, la meta da raggiungere. Il punto di partenza in cui lasciare la macchina è a circa sei chilometri da Cafayate, in direzione nord ovest. Molti giovani locali aspettano all'ombra pronti a proporsi come guida; noi decidiamo di fare da soli, ma la presenza delle guida non è affatto banale. Il sentiero non è ben tracciato e bisogna guadare più volte il torrente. Perdere le tracce è piuttosto facile e il rischio di ritrovarsi chiusi dal torrente e dalle pareti di rocce è reale.

La giornata è splendida e il sole picchia davvero forte. Appena partiti, ancora fuori dall’imboccatura del canyon, la strada sterrata si getta nel torrente in un guado impegnativo; mentre Giovanni riesce a passare indenne dall'altro lato, io decido, timoroso, di percorrere un’altra via. Osservando il percorso intrapreso da una guida, mi arrampico sul versante della montagna fino ad arrivare ad una canaletta di irrigazione che corre dritta a metà costa; camminando sul bordo di questa, ritrovo Giovanni che mi aspetta facendo finta di annoiarsi per il lungo tempo d’attesa. Senza particolari problemi, perdendo solo qualche volta la via, ci inoltriamo nel canyon scoprendo ad ogni passo i suoi anfratti rocciosi più nascosti. Passando dalla vegetazione ripariale del fondo alle formazioni a cactus dei versanti, camminiamo per oltre un'ora sotto i raggi impietosi del sole. Purtroppo non abbiamo molto tempo a disposizione quindi siamo costretti a ritornare sui nostri passi prima di raggiungere la cascata. Come sempre ci accade, il rammarico è minimo, perché non è importante raggiungere la meta fissata, ma vivere appieno la via per raggiungerla: questo è viaggiare.

Prima di ripartire ci concediamo un’ultima ora d'assoluto relax nei dintorni della piazza, per assaporare ancora qualche attimo dell’atmosfera di Cafayate, un paese che ci ha catturato con il suo folkloristico calore.

Il viaggio verso Salta è l’ultimo con la cara Margy, ormai una compagna fidata, quasi una parte di noi. La salutiamo con dispiacere, ma Cordoba è già pronta ad aspettarci, carica di lusinghe. Il viaggio continua.