Dal Pacifico all'Atlantico

Dal 11 gennaio al 12 febbraio 2006

di Carlo Camarotto

Manzana Jesuítica
San Ignacio
Missione Gesuitica
Missione Gesuitica

Tappa numero 4, Dal 28 gennaio al 1 febbraio 2006

Da due a quattro
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Sabato 28 gennaio – Cordoba

Le corriere notturne, sia in Argentina che in Cile, tendono ad avere l’aria condizionata sparata a mille. Solitamente le compagnie mettono a disposizione una coperta per ogni posto, ma stanotte non è stato così: Giovanni, che non si è portato appresso nulla di pesante, ha sofferto pesantemente il freddo.

Poco dopo le nove arriviamo a Cordoba. Direttamente dalla stazione delle corriere, via telefono, troviamo da dormire in un ostello del Barrio Nueva Cordoba, il quartiere più giovane e vivace della città. Il posto è tipicamente da mochileros, essenziale ma familiare. Ci accoglie Federico, un tipo gentilissimo e pieno di premure che cerca di trasmetterci subito l'atmosfera cordiale ed informale del posto (Locomotion). Ci assegnano l'unica stanza matrimoniale dell'ostello, una piccola stanzetta ricavata tra il primo è il secondo piano, lievemente claustrofobica a causa delle dimensioni piuttosto ridotte. Oltre a questa ci sono tre camerate con letti a castello, tutte e tre ancora ospitanti persone che dormono sonoramente dopo i bagordi della notte. All’ultimo piano c'è una bella terrazza soleggiata con un caminetto ed una veranda, un posto favoloso, ideale per organizzare una serata in compagnia.

Con il passare delle ore comincia a fare piuttosto caldo, non solo per il sole impietoso che si sta impadronendo del cielo, ma anche per il tasso d'umidità che è altissimo. Joe è il primo a tentare un timido assalto alle strade della città, ma lo vedo tornare subito sui suoi passi grondante di sudore.

Cordoba presenta alcuni edifici coloniali davvero ben tenuti, tra cui la Manzana Jesuitica, un enorme isolato costituito da una serie di bellissimi palazzi, il tutto considerato patrimonio dell'umanità dell'Unesco, e se non fosse per il caldo terribile sarebbe un piacere camminare con la testa rivolta verso l'alto, pronti ad ammirare le sue bellezze architettoniche. Dopo qualche ora passata a girovagare per le strade del centro, però, le panchine in ombra della piazza principale e le panche della Cattedrale acquisiscono un fascino del tutto particolare. Rimaniamo qui seduti per un po’, lasciandoci periodicamente rinfrescare dall’alito di un ventilatore, quasi intimoriti di dover di nuovo affrontare l’aria soffocante della città. Al crepuscolo la temperatura si fa più sopportabile e possiamo tornare a grandi passi verso Nueva Cordoba.

Giorni prima avevamo deciso che Cordoba sarebbe stato il posto migliore dove giocare a tennis. Per nostra fortuna proprio nelle immediate vicinanze dell'ostello c'è un piccolo circolo tennistico. Di ritorno all'ostello è già ora di giocare. I due campi sono incastonati all'interno di un isolato, con muri di mattoni a circondarne tre lati. La superficie in terra rossa è orribile, più un campo di patate che uno di tennis, ma è piacevole giocare in una simile atmosfera urbana, un po' underground. Dopo la partita ci godiamo un meritato riposo con una birra in mano osservando il gioco degli altri avventori e le tre ragazze dietro il bancone.

Per cena vogliamo ascoltare i consigli di Enzo, il proprietario dell'ostello. Era arrivato appena dopo mezzogiorno ed avevamo avuto modo di scambiare con lui solo qualche chiacchiera. Ci aveva indicato molti posti da visitare, altri dove gustare un eccellente vino o mangiare qualcosa di buono, una sorta di guida turistica inclusa nel prezzo dell'ostello. È di origine italiana, piccolo e moro come si conviene, amante appassionato della sua città. È un tipo simpatico e pieno di energia.

Purtroppo quasi tutti i locali da lui consigliati sono chiusi per ferie, quindi ci ritroviamo un po' spiazzati in centro con Giovanni che non vuole più saperne di camminare. La mancanza di alternative ci porta dritti nelle fauci di un tenedor libre chino, la vera morte dello stomaco. Per concludere la serata torniamo rapidi verso Nueva Cordoba. La via principale della vita del quartiere parte poco distante dal nostro ostello. È piena di gente che cammina in processione su due lati della strada fermandosi nei numerosi locali appostati nella zona. È impressionante la quantità spropositata di belle ragazze che camminano, perlopiù in gruppi di sole donne, su e giù per la strada. Purtroppo sono già molto stanco, a causa del caldo, del tennis e del cibo cinese, e non riesco a godermi appieno la serata. Giovanni non è preso tanto meglio di me, e solo la voglia di conoscere gente lo sostiene nell'uscita serale. Dopo una birra, però, anche lui cede alla stanchezza.

Domenica 29 gennaio – Asado

Il caldo soffocante, attenuato solo da qualche misero soffio sputato da un ventilatore attaccato al muro, il caotico rumore proveniente dalla strada, che praticamente è a due metri da dove dormiamo, e forse anche il cibo cinese che si è ancorato allo stomaco, non mi hanno permesso di dormire bene. La mattina si trascina quindi stanca, senza nessuna nota di rilievo. La stanchezza generale del corpo è comunque l’eredità di oltre due settimane di viaggio, di migliaia di chilometri percorsi, di una vita vissuta all’insegna delle emozioni, della scoperta, dell’esplorazione. Urge un breve periodo di riposo, piccolo attimo per ritrovare le energie del corpo e per metabolizzare ciò che è stato appena vissuto.

Poco prima di mezzogiorno decidiamo di puntare al Parque Sarmiento, il polmone verde di Cordoba, un ampio spazio alberato a sud del centro. Lungo la strada, percorsa sempre sotto un sole rovente, incontriamo una bella chiesa gesuita dalla facciata ricca di statue neogotiche (Parroquia Sagrato Corazon de Jesus de los Capuchinos). È  volutamente costruita asimmetrica per ricordare la natura imperfetta dell'uomo. Al parco la parola d'ordine è riposo. Rimaniamo così distesi sul verde prato fino quasi alle sei, ora alla quale torniamo velocemente all'ostello per prepararci ad una nuova sfida a tennis.

Per le undici Federico ha organizzato un asado all’ostello. Partecipano solo alcuni ospiti dell'ostello, tutti uomini: due spagnoli, un catalano ed un navarro, un francese, noi due italiani e tre argentini. La cena è preparata esclusivamente da Federico e dalla sua ragazza: carne, verdure, vino e birra, il tutto per un prezzo fissato di 15 pesos (circa 4 euro). Il terrazzo è un bel posto e di sera è vivibilissimo. Inizialmente pensiamo solo a mangiare, ma con il tempo il clima si scioglie e si inizia a parlare un po' di tutto, dalla politica al calcio, passando per gli immancabili viaggi che caratterizzano ognuno dei presenti. Perlopiù chiacchierano i due spagnoli ed il francese, ma è comunque piacevole starsene lì ad ascoltarli, assaporando la tranquillità estiva di questa metropoli che stasera pare addormentata. Le strade oggi sono deserte, forse sono solo in attesa di un nuovo sabato per poter scaricare tutta la propria vitalità.

Lunedì 30 gennaio – Caterina

Al nostro risveglio le strade di Cordoba sono già calde e l'aria è soffocante. Salutiamo velocemente tutti e usciamo con lo zaino in spalla verso la stazione. Sulla corriera non dobbiamo nemmeno aspettare la partenza per addormentarci, un sonno profondo che ci avvolge per le prime quattro ore di viaggio. Arriviamo a Rosario riposati ma con un’ora di ritardo.

Appena messo piede a terra, ci rendiamo conto entrambi che il viaggio a due è finito. I dubbi su come sarà viaggiare con Caterina e Giovanni Alto non sono molti, ma quello che è certo è che non sarà più come prima. Da alcuni giorni mi porto appresso questa sensazione di conclusione, un rassegnato fatalismo materializzatosi al momento della consegna di Margy (la macchina, non l’amica americana). Adesso comunque inizia il nuovo viaggio ed entrambi siamo pronti ad affrontarlo con stampato in volto il sorriso di sempre.

Visto il ritardo, decidiamo d’infrangere una sacra regola del vero viaggiatore e prendiamo un taxi. Scesi in Plaza 25 de Mayo, vedo Caterina corrermi incontro gioiosa. C’è un enorme piacere nel riabbracciarla, ma la gioia più grande è vederla piena di vitalità, un frizzante entusiasmo che non può non coinvolgere. Festeggiamo immediatamente l'incontro con una birra seduti ad un tavolino di un bar in Cordoba, la via pedonale che parte poco a lato della piazza verso ovest. I due nuovi compagni di viaggio si sentono in vacanza e si sono già concessi molte birre nel giorno e mezzo prima del nostro incontro. Poco conoscono della nostra personale ricerca d'austerità in viaggio.

La birra corre giù veloce mentre parliamo delle avventure che ci hanno portato fin lì. Ma il tranquillo pomeriggio di Rosario è piacevole da vivere anche solo osservando il passeggiare dei suoi abitanti lungo la via pedonale. Dell’esistenza di questo particolare piacere se n’è accorta subito anche Caterina, che più tardi ritroverò seduta su una panchina di fronte all’ostello intenta ad osservare l’andirivieni di anime nella soffusa luce del crepuscolo. Un momento di calma e soavità che solo l’animo del vero viaggiatore può assaporare. Lì la vedo felice e rilassata, pienamente cosciente di se stessa e più che intenzionata a godere appieno del viaggio.

L’ostello Pichincha, nel barrio omonimo, si trova un po' distante dal centro, in prossimità del terminale delle corriere, ma è molto carino e con un personale giovane e simpatico (ancora oggi mi spediscono gli auguri per il compleanno).

Per cena optiamo per un locale del centro dove ordinare un buon bife de chorizo. Giovanni Alto è in buona forma, simpatico e frizzante come non lo vedevo da tempo. Anche Giovanni Basso sembra aver ritrovato una certa dose d’allegria, smarrita in parte negli ultimi giorni a causa di una stanchezza che aveva afferrato entrambi. La cena si svolge quindi all'insegna di continue battute e risate. Finito di mangiare è già passata da un pezzo la mezzanotte. Dopo un rapido giro per le strade del centro, perlopiù deserte, è già ora di tornare all'ostello.

Martedì 31 gennaio – Rosario

La corriera per il nord parte nel tardo pomeriggio, quindi abbiamo a disposizione quasi un’intera giornata da passare per le vie assolate di Rosario. La città sorge sulle rive del Rio Paranà, un fiume che a questo livello è veramente immenso. Di fronte alla città, dopo qualche centinaio di metri di acque limacciose increspate da una brezza costante, sorge una serie di isole ricche di boschi e spiagge, un luogo ideale dove passare qualche ora di relax. L’idea iniziale è quella di andarci, ma i lunghi tempi per giungere al porto, dilatati a dismisura dalla tranquillità tipicamente sudamericana di cui io e Giovanni basso siamo ormai preda, fanno si che giungiamo lì troppo tardi. Rimaniamo così seduti in un bar sul molo da cui partono le barche per le isole. L'acqua del fiume è color caffè latte, a causa delle forti piogge che hanno colpito l'area a monte negli ultimi giorni. All'ombra non fa caldissimo ed è piacevole sorseggiare una bibita osservando lo scorrere lento delle acque. La riva opposta non è nemmeno visibile, nascosta dalle isole in mezzo al fiume.

Da qui ci spostiamo verso il centro con l'intenzione di ritrovare la casa natale di Ernesto “Che” Guevara. Anche se sulla cartina di un dépliant turistico è riportata, sul posto non c'è nessuna indicazione. Chiedendo in giro ci facciamo un'idea di quale sia, un bell'edificio a tre piani di color bianco, ma la certezza non l’avremmo mai.

Dopo un po' di riposo individuale in una piazzetta alberata incastonata tra alti palazzi moderni, torniamo all'ostello per raccogliere gli zaini. Partiamo così per Posadas, capoluogo della regione di Misiones, la più a nord-est dell'Argentina. Le corriera è splendida, praticamente nuova di zecca (Crucero del Norte). Occupiamo gli ultimi quattro posti, quelli a lato della piccola cucina-dispensa. I sedili sono comodi ed è un po' come stare in poltrona. L'allegria chiassosa impera ancora nel gruppo: sembriamo proprio quattro italiani in vacanza. Per ora è divertente, ma non credo che gradirei se durasse troppo a lungo. Ho bisogno dei miei momenti di silenzio e riflessione per godermi appieno il viaggio.

Anche il servizio a bordo offerto dalla Crucero del Norte non è male; particolarmente buoni gli alfajores (un dolce tipico argentino, due biscotti con in mezzo il dulce de leche) offerti subito dopo la partenza.

Mercoledì 01 febbraio – Guaranì

Al momento di prendere sonno le strade sulle quali corriamo sono pessime, un ballonzolare continuo. Dormo comunque molto bene. Alle sette, dopo una discreta colazione, giungiamo nella già a quell’ora afosa città di Posadas, un tipico agglomerato urbano subtropicale immerso in una costante ed elevata umidità. La città è circondata da una selva intricata di piante autoctone dove l'uomo non l'ha ancora tagliata, e da piantagioni di pino di un verde più cupo dove invece è maldestramente intervenuto; a sostenere i vari toni di verde c'è una terra rossissima, praticamente ruggine in polvere. Il contrasto tra i due colori è enorme e reso ancora più vivido dai fortissimi raggi del sole.

Troviamo da dormire in un hospedaje che si para proprio di fronte al terminale delle corriere, dall’altro lato della strada. Le stanze sono buie, con le pareti grigie, una lenta ventola tropicale attaccata al lampadario, le imposte di metallo più grige delle pareti. Nel loro aspetto desolante mi piacciono, perché sono perfettamente a tema con il sudore appicicaticcio che mi incolla addosso i vestiti, con le mosche che ronzano instancabili al centro della stanza, con gli odori penetranti esalati dalla varia umanità di cui Posadas si nutre. Qui siamo solo di passaggio, vale la pena di assaporare il decadente squallore di un sobborgo subtropicale.

Dopo esserci concessi un po’ di riposo, partiamo con una corriera scassata verso nord, un'ora di viaggio verso il piccolo paese di San Ignacio. Il sole splende in un cielo azzurrissimo ed il caldo è ormai al suo massimo picco. A San Ignacio troviamo subito una tienda dove fanno bella mostra di sé alcuni prodotti artigianali guaranì, soprattutto ceste di paglia e produzione in legno di vari animali della foresta. La cosa più bella sono delle borse in tela variamente colorate, ma non c'è confronto con la bellezza e la varietà dei prodotti andini.

I guaranì, popolo indigeno del sudamerica, vivevano un tempo dal bacino del Rio delle Amazzoni fino al nord dell'Argentina; erano raccoglitori e cacciatori nomadi, monoteisti e poligami. Erano abituati a vivere in grandi capanne di legno tutti insieme; erano convinti di vivere in un paradiso, la loro selva, un ambiente dove avevano un vero e continuo contatto con il loro dio. I portoghesi, quando cominciarono a coltivare l'odierno Brasile, li resero schiavi per la loro grandi piantagioni. Più tardi arrivarono i gesuiti che, se da un lato s’impegnarono per salvare i guaranì dalla schiavitù portoghese, dall'altro cercarono di cambiarne radicalmente il modo di vivere. Li chiusero in grandi comunità cercando di trasformarli in agricoltori sedentari monogami.

In tutto il territorio della regione di Misiones, nel sud del Paraguay e nel sud del Brasile, furono erette trenta missioni gesuitiche. Poco dopo la metà del 1700, però, le stesse furono abbandonate dai gesuiti e caddero in disgrazia. Tra le trenta missioni, la meglio conservata è proprio quella di San Ignacio (chiamata San Ignacio Minì), anche se non è la più grande. Nel periodo di massimo splendore, tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700, ci vivevano oltre quattromila guaranì.

Ogni venti minuti parte dall'ingresso una visita guidata. Le rovine della missione sono affascinanti, cariche della loro sfortunata, ma intrigante, storia. Il sito è patrimonio dell'umanità dell'Unesco. Il centro della missione è una vasta piazza sul cui lato si affaccia una grande chiesa con la facciata riccamente adornata da sculture fatte dagli stessi guaranì, per lo più ispirate alla natura in cui erano immersi. Le missioni, che tra loro comunicavano solo attraverso vie d'acqua, erano gestite ognuna da una coppia di gesuiti. La missione di San Ignacio è costruita quasi interamente in blocchi di arenaria rossa, tipica del luogo: una grande macchia rossa in mezzo al verde della selva. La nostra guida, una ragazza magra dei tratti guaranì, ci parla esaurientemente anche delle piante che incontriamo lungo il percorso e di alcuni piccoli abitanti della foresta, tra cui la temibile formica legionaria.

Dopo la visita alle rovine ricerchiamo un po’ di riposo e ci dedichiamo a qualche acquisto dell’artigianato locale. Il quartetto, probabilmente a causa della stanchezza, è ora meno sguaiato, più consono al luogo in cui siamo immersi ed al mio bisogno di contemplarlo. L’atmosfera del piccolo villaggio è rilassante e nessuno di noi la disturba. L’atteggiamento giusto è cedere, silenziosi, alle sue lusinghe.