Dal Pacifico all'Atlantico

Dal 11 gennaio al 12 febbraio 2006

di Carlo Camarotto

Tres fronteras
Rio Paranà
Le cascate di Iguaz├╣ 1
Le cascate di Iguaz├╣ 2
Le cascate di Iguaz├╣ 3
Le cascate di Iguaz├╣ 4
Le cascate di Iguaz├╣ 5
Le cascate di Iguaz├╣ 6

Tappa numero 5, Dal 2 al 5 febbraio 2006

Las cataratas
patagonia_3

Giovedì 02 febbraio – Puerto Iguazù

Il caldo soffocante della camera è stato solo parzialmente attenuato dal continuo vorticare del ventilatore appeso al soffitto. Appena sorto, il sole è già bollente e penetra con forza attraverso la finestra aperta, inducendoci ad alzarci il prima possibile.

La corriera per Puerto Iguazù è un piccolo rottame, ma la figura emaciata dello stewart (una controfigura ancora più magra del giovane Mark Knopfler) è sufficientemente simpatica da rendere il viaggio piacevole. Ovviamente il caldo è terribile e ci si bagna copiosamente al solo pensiero di muoversi. Tra sonni profondissimi e veglie riempite dalla visione della selva, corriamo per sei ore verso nord in direzione del confine con il Brasile. La strada è perlopiù un lungo rettilineo grigio che sale e scende tagliando di netto colline verdeggianti che si perdono lontane oltre l’orizzonte. La guida del conducente è come al solito ricca di brividi (Giovanni Alto è in apprensione ad ogni sorpasso).

Puerto Iguazù ci appare inizialmente come un tranquillo paesino subtropicale bastonato dei raggi del sole. Al terminale delle corriere veniamo subito catturati da un’agenzia di informazione turistica gestita da due sorelle. La più grande rapisce Giovanni Basso e tenta di rimbambirlo con notizie sulle cascate e su quant'altro può offrire la città. La sorella più giovane, Liliana, si propone invece di portarci in macchina in due alloggi nelle vicinanze. Il primo è completo, il secondo, gestito da suo padre, ci offre invece una stanza con condizionatore. Fuori dalla stanza si apre una bella veranda dotata di tavoli, poltrone e immancabili ventilatori: è un ottimo posto dove riposarsi e riflettere, ovviamente se prima ci si abitua al caldo opprimente che ci cinge tutti d’assedio.

Il piccolo centro del paese è costellato di negozi di souvenir, internet-point e bar alla moda. È un posto indubbiamente turistico, ma comunque meno di quello che mi sarei aspettato: c'è ancora un po' di quell'atmosfera tipicamente argentina che tanto mi affascina. Forse tutto questo è dovuto al fatto che Puerto Iguazù è rimasto un paesino di piccole dimensioni, forzatamente piccole perché chiuso su due lati da fiumi (il Rio Paranà ed il Rio Iguazù) e sugli altri due dal Parco nazionale di Iguazù e da un tratto di selva di proprietà dell'esercito. La piccola cittadina non può accrescersi. Oltre il centro, camminando lungo la via chiamata “dei tre confini”, si giunge al punto panoramico dei Tres Hitos, dove il Rio Iguazù si getta placido nel più grande Rio Paranà. Alla confluenza sono riuniti i confini di tre paesi: il Paraguay, il Brasile e l'Argentina. Con il termine hito viene identificato un monolite di pietra colorato con i colori della bandiera nazionale di ognuno dei tre paesi. Posizionati sulle relative sponde, sono tutti e tre visibili dalle sponde degli altri due paesi. In lontananza, verso nord, si possono scorgere i grattacieli di Ciudad del Este, la grande città Paraguayana che sorge presso Iguazù. Foz do Iguazù, città brasiliana anch’esa di grandi dimensioni, non è invece visibile. Il paesaggio ai Tres Hitos è veramente bello e reso ancora più suggestivo dalla leggera luce del sole che sta scendendo oltre l'orizzonte.

Scesa la notte, puntiamo per cena alla Rueda, un ristorante consigliatoci da Liliana per il buon pesce servito. In tre mangiamo il surabì, una sorta di pesce gatto locale: non male, anche se per renderlo gustoso bisogna abbondare di salse. Di seguito, senza Caterina, ci dirigiamo al Cuba Libre, anch’esso consigliatoci per concludere degnamente la serata. Il locale è pieno di gente, perlopiù ragazze, molte delle quali carine. La caipirinha è svenduta, quindi ne approffitiamo, almeno fino a che la stanchezza non ci piomba addosso ingiungendoci di andare a dormire.

Venerdì 03 febbraio – Avventura nella selva

Dopo quattro notti non riposanti, sono riuscito a dormire bene: uno dei pochi momenti in cui apprezzo l'utilizzo del condizionatore. Durante la mattinata i ritmi si trascinano lenti tra la fresca camera e la non propriamente fresca veranda, il tutto con un andamento lento degno del sudamerica. Non volendo però dedicare anche il pomeriggio al rilassamento, prenotiamo, sempre attraverso Liliana, un tour d'avventura nella selva. Quanto Liliana ci sta simpatica, tanto ci risulta antipatico il padre, sempre seduto ai lati della veranda, con un finto sorriso incollato alle labbra. Il suo sguardo è eccessivamente indagatore, spesso preoccupato, caratteristica tipica delle persone di animo non pulito.

Alle due passa a prenderci un camion scoperto con una serie di seggiolini posti in file regolari nel retro. La nostra guida è una ragazza dai tratti guaranì di nome Diana. L'assortimento del gruppo che partecipa al tour è alquanto vario: qualche famigliola o coppia argentina e brasiliana, un inglese che parla perfettamente italiano, due israeliane alquanto taciturne e noi tre. Il tratto di selva che attraversiamo fa parte della riserva militare che delimita da un lato Puerto Iguazù. Pochi anni fa un'area di questa riserva è stata concessa in uso al paese perché potesse ingrandirsi. I quartieri così nati, agglomerati di piccole case di legno, non hanno ancora l’acqua corrente e sembrano alquanto precari in mezzo alla polvere rossa che si alza dalla strada. Mentre passiamo a lato delle case, i bambini escono festosi a salutarci con i visi paffuti rivolti all’insù.

Scesi dal camion, dopo una breve passeggiata nella foresta, arriviamo nei pressi di un ruscello che precipita poco dopo per una decina di metri oltre una parete verticale di basalto. Su una piattaforma di legno ben piantata sul bordo della cascata iniziano le operazioni d’imbragatura. Soffrendo di vertigini, non posso certo dire di essere un uomo coraggioso in questi contesti. Ma visto che siamo lì ed abbiamo già pagato, non ha senso tirarsi indietro. Il primo a scendere è Giovanni Alto. Dopo averlo perso di vista per qualche secondo, lo vedo riapparire indenne sulla passerella di legno posta sopra le acque scure della pozza alla base della cascata. Io e Caterina rimaniamo a guardare gli altri scendere fino al nostro turno, tra gli ultimi del gruppo. Così la preoccupazione ha modo di crescere. In realtà la discesa è molto semplice e, attraverso l’utilizzo di un sistema di carrucole e corde, fatta in estrema sicurezza. Comunque bagnati fradici a causa dell’acqua della cascata, ci incamminiamo nuovamente lungo il sentiero che si perde nell’ombra della foresta. Diana si ferma ogni tanto per parlare delle piante che via via incontriamo lungo il cammino, introducendoci con leggerezza alle meraviglie naturalistiche della foresta. In realtà il gruppo è molto sgranato e solo pochi, tra cui noi tre forestali, sono interessati a quanto ha da raccontarci.

Dopo una camminata di dieci minuti risaliamo sul camion che ci conduce alla seconda ed ultima attrattiva del giro, il passaggio a quindici metri dall’altezza da un albero ad un altro distante oltre duecento metri. L'albero di partenza è un esemplare mastodontico su cui sono posizionate, a due livelli differenti, delle piattaforme di legno. Per arrivare alla prima bisogna utilizzare una scala di corda, una salita verticale traballante e faticosa. Dalla prima alla seconda c'è invece una robusta scala di legno che segue l'andamento inclinato del tronco. Arrivato sulla prima piattaforma, già parecchio alta (sette-otto metri), le gambe non sono fermissimi. Da lassù si può ammirare una bella vista della foresta, in quel punto un po’ più rada del normale. Giunto sulla seconda piattaforma, mi agganciano ad una carrucola e mi lanciano nel vuoto. Dopo un primo attimo di paura, riesco a rilassarmi e godermi lo spettacolo, un insieme di vedute sopra le chiome degli alberi, fino ad un orizzonte verde che si perde in lontananza. Purtroppo il viaggio dura poco. Arrivato sano e salvo al secondo albero, per scendere dalla piattaforma, posizionata a cinque-sei metri di altezza, mi appendono ad una corda e mi gettano nuovamente di sotto: dopo un volo di qualche metro vengo comunque bloccato e appoggiato delicatamente al suolo. Caterina al momento della discesa dal secondo albero, improvvisa ed inaspettata, ha tirato un urlo di paura che si è sentito chiaro fino a Puerto Igazù. L'ultimo a lanciarsi è un omone grande il doppio di me. Il rumore emesso dalla sua carrucola, udibile già da duecento metri di distanza, non ha niente a che vedere con gli altri suoni uditi: sordo e potente. Il signore non riesce a giungere da solo al secondo albero, fermandosi a quasi cinquanta metri di distanza. Per riportarlo giù devono intervenire i ragazzi della sicurezza. Anche quest'attività è fatta in estrema sicurezza. Durante il viaggio di ritorno Diana ed i due Giovanni continuano a chiacchierare della selva e di Puerto Iguazù, mentre io mi godo il paesaggio che scorre rapida a lato del camion.

Per cena scegliamo un posto in centro al paese, anch'esso dal servizio eccessivamente formale, indirizzato più ai turisti che ai locali. Il cibo è comunque ottimo e preparato con cura. Dopo cena andiamo insieme al Cuba Libre, ma lo troviamo desolatamente vuoto. Dopo la solita caipirinha abdichiamo tutti quanti.

Sabato 04 febbraio – Las Cataratas

Poco dopo le otto veniamo svegliati da un bussare lieve alla porta, un avvertimento richiesto per metterci a conoscenza che è pronta la colazione. Fuori in veranda il tavolo è apparecchiato con thè, caffè, latte, burro, pane, marmellata e brioches. Iniziare una giornata con una buona colazione all’ombra di una veranda tropicale è il meglio che si possa chiedere dalla vita. I ritmi sono i rilassati di sempre. L’unico imperativo è quello di essere immersi completamente nel singolo istante, contemplando con meraviglia ciò che ci circonda e godendo delle belle sensazioni che albergano in ognuno di noi. Noto con estremo piacere che anche Caterina è di questo avviso, perfettamente rilassata ed in pace con se stessa.

La giornata è stupenda, con un cielo praticamente privo di nubi, anche se il caldo carico di umidità rende l’aria lievemente soffocante. Le cascate di Iguazù si raggiungono con una corriera che parte dal terminale centrale con cadenze regolari molto ravvicinate. Appena sceso dalla corriera devo affrontare la triste realtà di essere giunto in un posto che più attrezzato per i turisti non si può. Una moltitudine di persone attende il momento dell'ingresso al parco. Perso tra loro, inglobato nel loro continuo chiacchierio, non mi è facile ritrovare quello sguardo disincantato che mi permette di gioire ammirando il mondo che mi circonda. Troppe distrazioni. Provo ad escludere dal mio quadro visivo tutte queste persone, immaginandomi solo con l’essenza stessa di queste cascate eterne.

L'ingresso, per noi che veniamo dall’Europa, costa trenta pesos (ci sono differenti prezzi a seconda della cittadinanza). Dal lato sud delle cascate gli argentini hanno adibito ad area per ospitare i turisti una vasta porzione della foresta. Vi si trovano una serie di camminamenti attrezzati per giungere in prossimità delle cascate  (il Paseo superior, il Paseo inferior ed il Paseo Garganta del Diablo), vari sentieri che si immergono nella foresta e una linea ferroviaria lunga qualche chilometro (con due trenini turistici che fanno la spola tra le tre stazioni del parco: Ingresso, Stazione Centrale e Garganta del Diablo). Appena oltre l'ingresso si trovano svariati ambulanti che vendono prodotti dell’artigianato guaranì. La varietà di prodoti è ampia, soprattutto riguardo le borse colorate (se volete comprare qualcosa, fatelo subito perché se ne vanno poco dopo le cinque di pomeriggio). Dopo di questi s’incontrano alcune costruzioni in muratura che ospitano negozi stabili di souvenir più tradizionale e qualche punto di ristoro.

Il percorso in treno dall’Ingresso alla Stazione Centrale, da dove partono i primi due Paseos, è breve. Affrontiamo per primo quello superior, una passerella che corre lungo il ciglio delle cascate. Da questa lato le acque si dividono in numerose balzi che compiono un doppio salto prima di riprendere la via lenta del Rio Iguazù e sono disposte lungo un affascinante arco di cerchio. Tra queste la cascata più bella è la San Martin, un balzo prepotente avvolto in due nuvole di acqua polverizzata, posto appena a lato dell’isola omonima, un’estesa roccaforte di pietra scura che divide in due tronconi l’area delle cascate. Alla sua destra il canyon con la Garganta del Diablo, per metà argentino e per metà brasiliano, a sinistra il doppio arco di cerchio, interamente argentino. Dal Paseo superior è possibile gustarsi una buona porzione del secondo spettacolo. Purtroppo la calca di turisti è veramente opprimente.

Tornati sui nostri passi affrontiamo il Paseo inferior, un percorso più lungo che conduce fino alla base delle cascate. Le passerelle compiono un ampio giro, portandoti a fronteggiare la riva brasiliana: da lì è possibile ammirare, anche se da lontano, l’intero canyon che termina con la Garganta del Diablo, sicuramente il salto più impressionante delle Cascate di Iguazù. Il canyon è maestoso e, incorniciato dalle verdi foglie di una galleria di alberi che incanala lo sguardo dal punto di osservazione, appare una cartolina in movimento. In questo punto i turisti sono più rarefatti, o meglio i gruppi di turisti. Arrivano a folate, ma basta lasciarli passare per poter godere di alcuni attimi di tranquilla solitudine. Proseguendo si arriva di nuovo ad ammirare, questa volta dal basso, il lato argentino, l’intera parete d'acqua che precipita con due balzi per quasi sessanta metri. È un'immagine unica, la più bella, un’intensa comunione di suoni e colori.

Più avanti le passerelle scendono verso il basso con una serie di scalini pendenti. Alla fine, nei pressi della riva, partono le barche per l'isola San Martin e quelle che si avvicinano alla base delle cascate. Caterina e Giovanni Alto decidono di provare l'ebbrezza di un simile giro in barca, io e Giovanni Basso preferiamo rimanere a terra. Non ne parliamo, ma penso che il motivo principale di questa scelta è lo stesso per entrambi: stare un po' da soli. L'alchimia tra me e Giovanni Basso è tale che ci ritroviamo senza parlare; vicini l'uno all'altro siamo nello stesso tempo soli e in coppia, un passaggio naturale tra le due situazioni di cui non ci rendiamo nemmeno conto.

Ci sistemiamo su una roccia piatta da cui è possibile ammirare l’intero fantastico frastuono delle cascate, concedendoci il piacere estetico di quella vista. Caterina e Giovanni Alto ci raggiungono dopo oltre mezz'ora, fradici dalla testa ai piedi e felicissimi per l'incredibile esperienza vissuta: con la barca sono andati fin sotto la cascata San Martin, mentre la Garganta del Diablo l’hanno vista solo da lontano, poco dopo l'inizio del canyon.

Il tratto dalla stazione centrale a quello della Garganta è più lungo del precedente, quasi quattro chilometri di trenino, un po' di relax in tutto questo camminare. La stazione della Garganta è l’ultimo avamposto dell'uomo nella selva, un luogo isolato circondato da una natura che appare qui di nuovo dominante. Dai binari parte un sentiero che approda sulla lunga passerella che corre al di sopra del tranquillo lato sinistro del Rio Iguazù, dove il grande fiume crea una vasta ansa prima di gettarsi nel vuoto. Qui il letto è molto ampio e l'acqua, piuttosto bassa, corre lenta verso il suo implacabile destino. Il fiume è costellato di verdi isolotti, che forniscono brevi attimi d'ombra nell'avvicinamento al grande balzo. Superata l'ultima isola si scorgono prima le rovine di una vecchia passerella, distrutta dall'alluvione del 1994 (che deve essere stata impressionante, vista l'altezza della vecchia passerella rispetto all'acqua), poi si intravede una fine nebbiolina salire dal fiume in quello che non si vede ancora essere un baratro. Continuando si notano le acque del lato destro del fiume scomparire in una fessura del terreno, che non è altro che la parete terminale del canyon della Garganta. Il rombo si fa sempre più potente, passo dopo passo, e verrebbe da fermarsi ogni secondo per immortalare questo lento avvicinamento, questo lenta scoperta dell'immensa cascata. Dalla piattaforma finale, bagnata dalle finissime goccioline che volano in cielo dopo l'immane balzo, è possibile godere di una bellissima vista sulla Garganta del Diablo e sul lato brasiliano, che si para solo qualche decina di metri oltre il baratro. La forza delle acque che precipitano a valle è impressionante, ma forse di più lo è il suono che lì si ode, un eterno frastuono. Affascinante è anche osservare i rondoni che si lasciano precipitare in mezzo ai flutti, una roccanbolesca caduta per raggiungere i nidi posizionati al sicuro sulle pareti di roccia lasciate libere dalle acque.

Tra gli altri animali presenti nel parco si può facilmente avvistare il coati, un mammifero che pare un incrocio tra un lemure ed un formichiere, abituatosi con estrema facilità alla presenza dell'uomo. Per non compromettere ancor di più le sue abitudini (in realtà già parecchio compromesse) è vietato dar loro da mangiare (è anche consigliabile difendere il cibo in loro presenza: possono dimostrarsi molto aggressivi).

Tornati a Puerto Iguazù, ci concediamo una birra in uno dei bar sulla via principale. Tutti e quattro abbiamo ancora negli occhi gli splendidi scenari appena ammirati e con estremo compiacimento viviamo la stanchezza che sentiamo avvolgerci le membra. La giornata è stata splendida.

Per cena seguiamo le indicazioni di Giovanni Basso che vuole mangiare in un locale per argentini e non per turisti. Troviamo un buon posto vicino al terminale delle corriere, dove oltre ai succulenti piatti di carne si può mangiare anche un’ottima pizza.

Dopo cena Giovanni Alto smette di dare segni vitali, completamente sopraffatto dalla stanchezza. Lo riaccompagniamo all'hospedaje Caterina ed io, mentre Giovanni Basso opta per continuare la serata. Rimango a scrivere fuori in veranda fino a tardi, perfettamente in pace con me stesso e con il mondo, come spesso mi accade in viaggio. Vedo Giovanni Basso ritornare a casa un attimo per prendere un po' di soldi. Ha già conosciuto due ragazze con cui si è dato appuntamento al Cuba Libre. Ritornerà a letto molto tardi.

Domenica 05 febbraio – Pietre preziose

Giovanni Alto vorrebbe visitare le miniere di pietre preziose di Wanda, un paesino a poco più di trenta chilometri da Puerto Iguazù. Chiedendo un po' a Liliana e a sua sorella, ci facciamo un'idea del posto e scopriamo che il modo migliore per arrivarci è prendere una guida con la macchina, praticamente un autista privato. L’altro Giovanni non pare essere interessato, quindi decide di rimanere in paese, per godersi la sua dolce atmosfera senza fretta. La nostra guida è un signore di mezza età dai modi gentili e dall'aperto sorriso. La sua guida è calma e pacata, come il suo carattere. La strada è la solita lingua grigia che sale e scende lungo le verdi colline, tagliando di netto la foresta e mettendo in risalto la terra rossissima, quasi fosse sangue sgorgato da una ferita superficiale.

L’ingresso della miniera dista qualche chilometro dalla strada principale (se si giunge qui con una corriera pubblica, tale tratto è da fare a piedi). Qui giunti (costo d'ingresso cinque pesos) veniamo accolti da un giovane che si presta a farci da guida. Ci conduce nella parte più superficiale delle miniere, dove la raccolta avviene quasi a cielo aperto. Dalle sue parole veniamo a conoscenza di come si sono formate le pietre preziose e quali sono le principali differenze tra i vari tipi di pietra. È bello ammirare le bolle di pietre preziose, squarci luccicanti nel basalto, ma ancor di più è conoscerne la storia. Rimaniamo in compagnia del ragazzo per mezz'ora, poi ci accompagnano all’interno dell’edificio principale per mostrarci una serie di pietre lavorate. Vari tipi di topazio, d’acquamarina, di ametista ed di altre pietre preziose fanno bella mostra di se. I prezzi sono invitanti, almeno per chi ama questo genere di cose, così Giovanni Alto decide di fare un regalo alla sua donna. Alla fine, dietro consiglio di Caterina, prende una bella acquamarina (duecento pesos, circa cinquanta euro).

Mentre ci apprestiamo a tornare indietro, in lontananza il tempo va peggiorando. Nubi minacciosamente scure hanno ormai occupato l’intero orizzonte. Quando arriviamo all’ingresso di un ecocentro fatto interamente di enormi tronchi d’albero, raccolti già morti nella foresta, una composizione creata per divulgare l'importanza della foresta come ecosistema da proteggere, piove a dirotto, tanto da bagnarsi solo mettendo fuori la testa dalla macchina. Non dura molto, così possiamo fare almeno un breve giro del posto, comunque di per sé già piccolo.

All’hospedaje troviamo un Giovanni Basso rilassato. Ha passato l'intera giornata nei pressi di una cascata vicino ai tre hitos. Rinfrescato e pulito mi accomodo su una delle poltrone in veranda, ritrovando ancora una volta la tranquilla pace tropicale di Puerto Iguazù. Sto proprio bene lì seduto e non ho nessuna voglia di partire verso sud. Della stessa idea è Giovane Basso, così rimaniamo fino all’ultimo ad attendere, muovendoci quando il cielo è di nuovo pronto ad aprirsi. Arrivo al terminale delle corriere sufficientemente bagnato, ma con dentro quello spirito allegro che mi fa sorridere della cosa.

Il viaggio verso sud non inizia nei migliore dei modi. Dalla botola posta sopra il mio posto gocciola dell'acqua, poi, poco prima di mezzanotte, la corriere decide di tirare i suoi ultimi respiri in prossimità di un casello dell’autostrada. Dal finestrino scorgiamo i carabinieri che a gesti ci indicano che la corriera è proprio defunta. Fuori l’aria è tiepida e leggera, una vera goduria se raffrontata all’aria condizionata sparata a mille all’interno della corriera. Seduti sui gradini a lato del casello, vediamo arrivare il meccanico della compagnia ed i suoi tentativi per ridare vita al mezzo. Tutti i suoi sforzi risultano vani, quindi, dopo più di due ore di attesa, vediamo arrivare anche la corriera sostitutiva. Anche questa ha l’aria condizionata talmente alta da costringerti ad usare due coperte per non morire di freddo.