Dal Pacifico all'Atlantico

Dal 11 gennaio al 12 febbraio 2006

di Carlo Camarotto

El Ombù
La Casa Rosada
Los 36 Billares
Asado
Boca Junior
Caminito

Tappa numero 7, Dal 9 al 11 febbraio 2006

La Capital Federal
patagonia_3

Giovedì 09 febbraio – Recoleta

Buenos Aires s’accresce al di là dell’estuario che tutto il mondo chiama Rio de la Plata, praticamente dall’altra parte della riva, ad un’ora di traghetto rapido (costo dell’attraversata 30 euro). La partenza è fissata per le sei di sera.

L’interno di un maggiolino color giallo pallido è un luogo particolare dove godersi un caffé. È lì che ritroviamo Giovanni Basso, scappato dall’ostello poco prima di noi. Come tutte le mattine, i nostri corpi sono nuovamente calamitati dalla bella piazzetta alberata in centro al paese. Il luogo si presta perfettamente alle nostre esigenze di tranquilla armonia.

Per prendere il sole stamane preferiamo i prati che si adagiano alla base delle mura lungo le rive del fiume, dalla parte opposta della città rispetto alla spiaggia ammirata il giorno precedente. Questi sono gli ultimi attimi di vero e puro rilassamento, poi ci attenderà Buenos Aires con l’intensa atmosfera metropolitana argentina.

Il traghetto rapido per Buenos Aires non presenta la possibilità di stare all’aperto, a causa dell’alta velocità raggiunta. C’è un’ampia sala con una decina di file di posti a sedere (i sedili sono identici a quelli che si trovano sugli aerei) con due grandi vetrate ai lati. C’è anche l'immancabile duty free, con una varietà di prodotti più che dignitosa. Purtroppo è l’unico svago sulla nave, quindi la calca di persone che lo frequenta è enorme.

In breve siamo di nuovo in Argentina, ad accoglierci gli alti palazzi di Puerto Madero e le sue vie invase dal traffico: è un po' come cambiare mondo. Usciti dal porto ci allontaniamo a piedi per evitare di prendere i taxi fermi all’uscita: costano un po' più degli altri. Buenos Aires ha una quantità di taxi impressionante, vetture nere con la cappotta gialla che rappresentano come minimo la metà dei veicoli che percorrono le trafficate strade della capitale. La prima corsa in taxi è una vera avventura. Il tassista, ad ogni modo simpatico, ha una guida sportiva ed affronta il traffico cittadino con un certo azzardo. Passato a pelo tra un furgoncino e il marciapiede, in uno spazio in cui avrei avuto difficoltà a passare con la bicicletta, ha la simpatia di commentare: "Ci sarebbe passata ancora una lametta da barba".

Al primo tentativo non riusciamo a trovare posto, ma è lo stesso ragazzo dietro al bancone della reception dell’ostello, un tipo simpatico e un po’ fuori di testa, a trovarci alloggio con una serie di telefonate. Ripreso un altro taxi, giungiamo in un ostello ai margini meridionali di Recoleta. Il posto ha un che di vissuto urbano che mi soddisfa. I soffitti sono altissimi e all’interno c’è un piccolo patio con alcuni tavolini. Per arrivare alla stanza del primo piano bisogna camminare su dei ballatoi a griglia di metallo che non sono il massimo per le mie vertigini.

Risistemati alla bene e meglio, usciamo per cena puntando dritti ai famosi ristoranti di Recoleta. Il quartiere è perlopiù costituito da alti edifici, la maggior parte in ottimo stato. Ogni tanto si apre ai nostri sguardi qualche piazzetta alberata o qualche casa più bassa, spesso piccoli palazzi d’eccellente architettura. È veramente una zona molto bella. In alcuni scorci mi ricorda Parigi. A quell’ora le strade sono poco frequentate, quasi deserte. I ristoranti sono tutti concentrati in una porzione del quartiere, nelle poche strade poste a sud del cimitero di Recoleta. Solo quando vi giungiamo ritroviamo la consueta vitalità del popolo argentino. Ci facciamo attrarre dal ristorante Montana Ranch, un ristorante dal nome americano dove però si può gustare un’ottima carne argentina.

La serata non è troppo calda ed è un piacere camminare dopo cena per le strade della grande metropoli. Qualche locale alla moda si sta attrezzando per la notte, qualche altro è già in chiusura. Tra questi incrociamo svariati gruppi di ragazzi, pronti alla festa. Avvicinandoci all’ostello ci ritroviamo ad un tratto in una piccola piazza dove dimorano dei mastodontici alberi dalla forma contorta. Non ho mai visto niente di simile, quasi un’apparizione infernale alla luce tremolante dei lampioni. Abbiamo incrociato un Ombù (nome scientifico: Phytolacca dioica), un albero originario della provincia di Corrientes, ormai diffuso in tutta la Pampa. Gli esemplari che si possono incontrare nei parchi di Recoleta e di altri barrios della Capitale sono magnifiche opere naturali.

Venerdì 10 febbraio – Buenos Aires

L’unico giorno intero a Buenos Aires. Anche per questo non voglio poltrire a letto e scendo a fare colazione il prima possibile, intorno alle nove. In cucina ci sono tre o quattro persone sedute tra piccoli tavolini posizionati un po' alla rinfusa nella stanza. Vari alimenti sono a disposizione degli ospiti, non molti a dire il vero, ma sufficienti per attrezzare una buona colazione. Nella piccola terrazza che dà sulla strada principale ci sono due tavolini, entrambi liberi. Ne occupo uno. Ha un sapore sublime bere un delicato tè verde osservando la vita dei porteños (così sono chiamati gli abitanti di Buenos Aires) animarsi nelle prime ore di quella mattina. I momenti di contemplazione solitaria non sono stati molti nelle ultime due settimane, per questo mi godo quest’attimo con completa soddisfazione. Di fronte alla terrazza, dall'altra parte della strada, c'è una bellissima casa (o forse dovrei dire palazzo) che mi affascina con la sua architettura barocca. C’è perfino il sole a baciarmi il viso, quindi non lo si può che definire un momento perfetto. Poco dopo arrivano a fare colazione anche i due Giovanni e, per ultima Caterina, che ha dormito poco e male a causa della confusione nell’ostello che è durata fino a notte fonda.

Finita la colazione partiamo alla scoperta di Buenos Aires. L'ostello non è lontanissimo dal Microcentro, il quartiere centrale della città. Ci dirigiamo verso Plaza 25 de Mayo, con i suoi palazzi e la dimora del presidente argentino, la Casa Rosada. Superata l'Avenida 9 de Julio,  considerata la strada più larga del mondo (sedici corsie nel punto più largo, ma contando le due strade che l’affiancano si arriva a venti), troviamo un gruppo di persone pronte a partire per una manifestazione di protesta, un corteo colorato contro la costruzione di una cartiera (papeleras) finlandese. L’aspetto coreografico del corteo è affascinante ed attrae immancabilmente la nostrra attenzione.

Ripreso l’avvicinamento alla Casa Rosada, ci fermiamo poco dopo in Plaza San Martin, un ampio isolato verde dove dimorano alcuni enormi Ombù. Procedendo verso sud, entrando nel vero Microcentro, percorriamo Avendida Florida, una via pedonale costellata di negozi di prodotti in cuoio. È una tendenza diffusa a Buenos Aires concentrare nella stessa via i negozi che trattano un analogo articolo: nella via dell’ostello, ci sono isolati interi di gioiellerie o negozi di autoradio.

Abbandonata la zona pedonale, ci riportiamo nelle strade trafficate del centro, dove i taxi sono onnipresenti. La vita sui marciapiedi è comunque frizzante, anche se abbagliata dai forti raggi del sole. Arriviamo alla Casa Rosada dal lato nord, ammirando prima i lati dipinti con un rosa tenue, perché non ritinteggiati alla fine degli anni novanta. Poi possiamo ammirare il lato verso Plaza de Mayo, con un colore rosa più forte ed intenso. Prima di passare la strada per accedere alla piazza, siamo inesorabilmente attratti da un venditore ambulante di spremute d’arancia (quattro pesos per una spremuta di tre arance e mezza).

Ci sediamo così sulle aiuole verdi di fronte alla Casa Rosada, chi a riposare, chi a prendere il sole, chi a godersi l’atmosfera della piazza ed ammirare la facciata del palazzo presidenziale, da dove si affacciava la famosa Evita Peron. La Casa Rosada è rivestita da qualcosa di magico, forse più per la sua storia che per una bellezza architettonica esteriore che è solo un po' più che discreta, ma ancora di più è magica la bella piazza che sorge ai suoi piedi. Non c’è posto migliore per rileggere la storia dell’Argentina consultando la guida della Lonely Planet, che mai come quest’anno è rimasta praticamente inutilizzata in fondo lo zaino.

Dopo quasi un’ora decidiamo di abbandonare questo bel posto per puntare al Congresso, parecchi isolati di distanza verso ovest. Nella lunga passeggiata ci facciamo coinvolgere dalla vivida vita argentina, guardando curiosi i negozi, i café, i marciapiedi e le strade. Scarpiniamo parecchio prima di giungere all’Avenida 9 de Julio, che taglia inesorabilmente il nostro cammino. Qualche isolato al di là dello stradone incontriamo un café che attira la nostra attenzione. Il posto (Los 36 billares) è un tipico café porteño di fine ottocento, con pannelli di legno lavorato lungo le pareti e grandi specchi dall’aria vissuta. Oltre la grande sala dell’ingresso, se ne apre un’altra piena di tavoli da biliardo e, un po' defilati, dei tavolini intorno ai quali molti porteños, per lo più anziani, giocano a carte. C’è molto fermento e l’unica cosa immobile e la cappa di fumo che aleggia sui tavolini e intorno ai lampadari verdi che, a tre a tre, illuminano i biliardi.

Ci serve una cameriera carina ma dai modi spicci, quasi aggressivi. Nel tempo che le rubiamo riesce a dire a Giovanni Basso che non è vero che parla bene spagnolo (fatto drammatico per il mio compagno) e che Giovanni in spagnolo e più vicino a Gerard che a Juan. Ovviamente la tipa viene poi smentita, almeno in quest’ultima affermazione, da un altro cameriere, un signore sui sessant’anni dall’aria gioviale.

Il posto ci piace e decidiamo di tornarci per cena, anche perché scopriamo che è programmato uno spettacolo di tango. Usciti dal café continuiamo a camminare verso il Congresso. Gli edifici continuano ad essere belli ed imponenti, ma si nota un maggior degrado nelle strade e nelle persone che s’incrociano lungo il cammino. Il sole sta ormai calando oltre la cupola del Congresso quando vi giungiamo. Il Congresso, può essendo un palazzo di ottima fattura, è troppo simile al Campidoglio americano per poter attrarre la mia attenzione. Più interessanti sono alcuni edifici Art Nouveau a lato della piazza.

Tramontato il sole raggiungiamo in fretta l’ostello per prepararci alla grande serata: teatro e poi cena con annesso spettacolo di tango. Per arrivare al teatro, in Avenida Corrientes, prendiamo un taxi, un po' perché siamo in ritardo, un po' perché arrivare al teatro in taxi completa nel nostro immaginario l’idea di “grande serata da signori” che abbiamo progettato. Il teatro è pieno per la rappresentazione del musical El Orobado de Paris (basata sulla storia del Gobbo di Notre Dame). Capisco ben poco di quello che cantano. Comunque è l’atmosfera di Buenos Aires ad interessarmi. Guardo le persone intente ad ammirare lo spettacolo, a chiacchierare tranquillamente nell’atrio durante l’intervallo, a scambiarsi qualche frase nei bagni. Ciò m’interessa più dello spettacolo vero e proprio, che è comunque gradevole.

Usciti dal teatro ci catapultiamo nella fervida vita delle strade di Buenos Aires, respirandone a pieni polmoni la freschezza. Arriviamo al café a piedi, camminando prima lungo Avenida 9 de Julio e poi lungo Avenida de Mayo. C’è molta gente seduta intorno ai tavolini, tutti ad ascoltare un uomo sulla sessantina ritto in mezzo al palco. Il signore canta alcune canzoni di tango, una voce molto profonda per una musica malinconica e sensuale. Entriamo subito nell’atmosfera della serata, un misto tra estasi e sensazioni più materiali, quasi corporali. Al signore anziano succede poi un trentenne che si rivela solo con il tempo simpatico. Balla però splendidamente il tango, in compagnia di una ragazza, che poi scopriamo essere sua moglie, dal fondo schiena perfetto. Per concludere la serata sale sul palco un donnone brasiliano che canta alcune canzoni che rappresentano un misto tra il tango e la samba: una voce splendida che parla d'amore, ma non più malinconicamente, sentimento più tipicamente argentino, ma con quella dose di vivacità e giocosità tipica dei brasiliani. Sulle note delle sue canzoni, una ragazza di nome Luciana chiede a Giovanni Basso di ballare. Poi, alla chiusura del locale, lo invita a proseguire la serata di ballo in un altro posto. Non mi devo sforzare molto per convincere gli altri a fare solo un breve giro per il Microcentro, a quell’ora deserto, prima di tornare all’ostello, lasciando così il mio compagno da solo con la nuova conquista.

Sabato 11 febbraio – La Boca

Al momento del risveglio sbircio in direzione del letto di Giovanni Basso. Sono quasi le sette ed è vuoto. Lo vedo rientrare silenziosamente in stanza e buttarsi spossato sul letto poco dopo.

A breve mi alzo per godermi la colazione come il giorno precedente. Lì faccio la conoscenza di una ragazza italiana in viaggio per l’Argentina. È un po' troppo piena di sé, cosa che m’infastidisce sempre, ma ha viaggiato molto per il Mondo e ne ha di cose da raccontare. Si sta trasferendo a vivere in Brasile, ormai non più in grado di sopportare la vita in Italia. Non manca molto al suo trasferimento definitivo. Raggiunto anche da Giovanni Basso e Caterina, rimaniamo in sua compagnia fino a quasi le dieci. Di Giovanni Basso, invece, non abbiamo notizie fino a mattinata inoltrata, quando è costretto a raggiungerci perché dobbiamo liberare le camerate.

Le mete del giorno sono i quartieri di San Telmo e La Boca. Prendiamo la metropolitana dalle parti di Plaza San Martin, scoprendola tranquilla e pulita. San Telmo, uno dei primi quartieri popolari a sud del Microcentro, viene raggiunto in poche fermate (fermata San Juan; la fermata successiva, quella di Costitucion, consigliano di non utilizzarla per l’elevata microcriminalità della zona), poi camminiamo per circa mezz’ora per raggiungere il suo centro sotto un cielo sereno privo di nubi. Arrivati nei pressi del Parque Paseo Lezama, ancora senza un’idea precisa di cosa fare e di cosa andare a vedere, Giovanni Basso si separa dal gruppo per fare un paio di telefonate. L’idea è di ritrovarsi poco dopo, ma ci perdiamo inesorabilmente e lo incontreremo solo in serata all’ostello.

Prima di fermarsi nel parco entriamo in un piccolo mercato coperto ricco di prodotti d’artigianato. Le bancarelle più interessanti sono quelle con prodotti Mapuche, ma i prezzi sono nettamente più alti di quelli che si possono incontrare nel sud dell’Argentina. Anche i viali del parco sono riempiti da bancarelle con prodotti dell’artigianato più vario. Ci fermiamo in attesa sui gradini di un anfiteatro, proprio di fronte alla chiesa ortodossa russa con le sue cupole colorate di un azzurro intenso e sormontate da pesanti croci dorate. Molte persone se ne stanno lì a riposare, protette dai raggi del sole all’ombra di alberi imponenti.

Visto che di Giovanni Basso non riusciamo a scorgere nemmeno l’ombra, decidiamo di puntare verso La Boca. Imbocchiamo Calle Irala, una strada che ci è stata indicata da un venditore ambulante come la più diretta per raggiungere La Boca. Ci accorgiamo subito che è una strada secondaria, poco trafficata. In lontananza si scorge la Bombonera, lo stadio del Boca Junior, ma per raggiungerla si deve continuare a camminare per la strada deserta, tra case di lamiere in parte diroccate. Un po' di tensione ci coglie perché tutti e tre sappiamo bene che la microcriminalità a Buenos Aires è un fenomeno dilagante, ma alla fine, accelerato un po’ il passo, arriviamo sotto lo stadio senza alcun intoppo. Cominciano ad apparire ai lati della strada le case sgargianti tipiche di La Boca ed il via vai di persone, tra cui anche molti turisti, aumenta sensibilmente. Di fronte allo stadio c’è il locale storico dei tifosi del Boca Junior, un semplice luogo di ristoro interamente colorato in giallo e blu. C’è parecchia gente all’interno, all’apparenza tutti avventori abituali. Sulle loro tavole campeggiano tonnellate di carne alla brace. Noi chiediamo timidamente tre piatti di insalata e dobbiamo accettare lo sguardo ilare del cameriere che ci chiede pure se siamo vegetariani. Usciti di lì ci rechiamo verso il centro del quartiere, perlopiù qualche via ricca di vita e di negozi di souvenir. Tra questi spicca il Pasaje Caminito, un’antica ferrovia trasformata ad oggi in una strada pedonale dove espongono le loro opere svariati artisti. C’è una grande folla per le strade, sicuramente tanti turisti, ma anche molti porteños. Ci lasciamo trasportare dalla frizzante atmosfera che aleggia sulla via e ci concediamo quelche ora da perfetti turisti. Visitiamo, senza quasi lasciarcene scappare uno, i molti negozi di souvenir, di prodotti artigianali e le gallerie d’arte. Quando arriva l’ora di tornare verso il centro, prendiamo l’autobus, trovando anche questo pulito ed efficiente. Non manca molto al rendez vous, ma il poco tempo ancora a disposizione vogliamo passarlo da soli con Buenos Aires. Caterina sceglie una panchina di un parco, io una sedia in un café. Qualche attimo per raccogliere i frutti di ciò che si è vissuto, di ciò che si è respirato. Alle sette siamo comunque pronti all’ostello. L’ultimo ad arrivare, come al solito di corsa, è Giovanni Basso, che ha passato le ultime ore in compagnia di Luciana.

Il viaggio verso l’aeroporto avviene in taxi (visti i costi, il taxi è un mezzo di trasporto ideale per muoversi a Buenos Aires), l’intero tempo passato a chiacchierare con il tassista che si dimostra, come quasi tutti quelli conosciuti, molto socievole. L’unica nota stonata del ritorno è che è Il Ritorno. Per il resto sarebbe già ora di ripartire.