Centro Ghélawé in Africa

Dal 07 al 30 dicembre 2006

di Carlo Camarotto

Mappa del viaggio

Presentazione

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Non ho mai viaggiato per l’esclusivo gusto di muovermi, ma sempre e solo per conoscere il mondo e chi vi abita. È la curiosità che mi spinge a partire, un pungolo incessante che non posso non soddisfare. Il mondo è una realtà in tre dimensioni, tutte e tre fresca fonte di conoscenza per la mia continua sete. I viaggi itineranti a cui sono abituato tendono, per la loro stessa natura, a percorrere in lungo ed in largo le dimensioni x e y lasciando al tempo, alla fortuna ed allo sforzo del singolo viaggiatore la possibilità di esplorare la dimensione z, quella della profondità. Nei miei viaggi cerco di non trascurare questa componente, ed è per questo che ho sempre preferito mete dove la mia conoscenza della lingua mi permettesse di rendere più facile interagire con le persone, per conoscere il loro stile di vita, il loro pensiero, le loro tradizioni. Non ha nessun senso, per esempio, essere stato in Patagonia senza avere cercato di comprendere chi sono i Mapuche. Ma ugualmente, con tutte le buone intenzioni, la dimensione z è per forza di cose la più trascurata.

Questa volta però le cose si invertono. Non vi parlerò di un viaggio itinerante, ma di una esperienza di cooperazione in uno dei Paesi più poveri del mondo, il Burkina Faso. Le dimensioni x e y sono rimaste pressoché inesplorate, perché la maggior parte del tempo l’ho passata in una ampia vallata di savana intento a costruire materialmente una scuola di formazione agronomica; la dimensione z è invece quella sulla quale ho viaggiato, con intensa soddisfazione. Parlerò poco di luoghi, ma molto di persone. Un viaggio diverso, ma pur sempre un gran viaggio.

 

Il diario che segue prende qua e là spunto da un analogo diario scritto dall’attivissimo Simone Canova, giornalista della redazione di Cacao, che ha condiviso con me l’esperienza in Burkina Faso. Lo ringrazio per avermi concesso di “scopiazzare” i suoi scritti.

Altri spunti provengono dalle mie letture quotidiane, tra cui mi sento di citare la Città della Gioia di Dominique Lapierre. Ho scelto questo libro come compagno per l’esperienza africana senza avere una minima idea dell’argomento trattato, dopo averlo lasciato languire per più di dieci anni su uno scaffale della mia libreria. Scoprire che narra le vicende di un bianco in una baraccopoli di Calcutta, un’esperienza quindi di forte cooperazione confrontabile, anche se alla lontana, con la mia, è stata una felice sorpresa... coincidenze così particolari hanno sempre un fascino misterioso.