Centro Ghélawé in Africa

Dal 07 al 30 dicembre 2006

di Carlo Camarotto

Ouagadogou
Burkina Faso
Camion da trasporto persone
Posizione di lavaggio
Corte burkinabè
Fratello e Sorella
Bobo
Venditrici ambulanti
Mercato
Sguardo furtivo
La macchina sputa fumo

Tappa numero 1, Dal 07 al 09 dicembre 2006

Le città
burkina_1

Giovedì 07 dicembre

L’aereo dell’Afriqiyah si alza in orario dai cieli di Roma per puntare subito verso sud, dritto verso il caldo inverno africano. L’Afriqiyah è una compagnia governativa libica (quando l’ho saputo, ben dopo aver comprato il biglietto aereo, l’animo si è un po’ risollevato... chissà perché, ma il denaro di Gheddafi mi ha rassicurato). Con me viaggiano Giuseppe, detto Peppino, un architetto pugliese dalla chiacchierata pungente ed accattivante, e Simone, un giornalista padovano dai modi lenti e cordiali. Entrambi, forse non casualmente, non vivono più nella terra natia ma rispettivamente a Catania ed a Gubbio.

Nel limbo della sala destinata ai transiti dell’aeroporto di Tripoli, un quadrato di cinquanta metri per lato che rappresenta un mondo a se, escluso dalle leggi del tempo, aspettiamo per circa tre ore il turno di superare l’arida barriera sahariana. La Libia è storicamente terra di congiunzione tra l’Africa nera, dai più considerata la vera Africa, e l’Europa, e tale ruolo è riportato quasi fedelmente nel limbo in cui siamo catapultati: per lo più facce nera, scure come l’ebano, il naso largo ed il sorriso splendente, poi visi più affilati, dalla carnagione solo lievemente imbrunita, a concludere una decina di pallide eccezioni in un mondo che si va scurendo.

Il passaggio per il sud parte con un po’ di ritardo, ma prima il Niger e poi il Burkina ci attendono, entrambi con quella calma e quella tranquillità che qui non sono solo parole in procinto di perdere di significato, ma qualcosa che si respira a pieni polmoni, che è tangibile e certo come l’aria stessa.

Il sorriso di Jean Renè ci appare rilassato oltre la vetrata che delimita l’area di sbarco, un profondo squarcio bianco in mezzo alla notte burkinabè. Jean Renè è un signore di Diébougou che ci sta aiutando nella realizzazione del progetto, un tempo impiegato di banca, ora, che è in pensione, agricoltore appassionato. Il fatto che in Burkina esistano le pensioni un po’ mi stupisce, ma non avrò mai modo di approfondire la questione.

Fuori dalla piccola struttura dell’aeroporto, illuminato da poche luci sparse che affievoliscono solo parzialmente la notte, ci attendono Dario, il catanese sornione che sta dedicando la sua vita al progetto, e Samì e Abdoul, due giovani burkinabè che hanno intrecciato in un qualche modo la loro esistenza con quella del Centro. Scopro con loro la naturale gentilezza dell’Africa: saluti cordiali e sinceri, un sorriso aperto che coinvolge tutto il viso e trova l’apice nello sguardo semplice ma profondo.

L’estrema cordialità africana sfocia inevitabilmente in una ospitalità che trova pochi eguali: veniamo ospitato a casa di alcuni parenti di Jean Renè, in una bella casetta non lontana dall’aeroporto. Ci arriviamo da lì a poco, percorrendo strade inizialmente poco illuminate, poi completamente buie. Non voglio disturbare, ma nel piombare lì a quell’ora di notte è quasi inevitabile farlo. Noto che un ragazzo è letteralmente scacciato dal suo giaciglio per metterlo a nostra disposizione, tutta una famiglia in piedi per offrirci anche un semplice bicchiere d’acqua. Il mio imbarazzo è forte, ma la naturalità con cui tutto ciò è donato mi fa accettare il disturbo che ho creato.

La stanza che mi viene offerta, in compagnia di Peppino e Dario, è invasa da un afrore nauseante, ma il materasso, pur vecchio, è sufficientemente comodo. C’è la corrente elettrica, come in molte delle abitazioni della capitale, un bagno con water e scarico funzionante. Dovrò abituarmi a tutt’altri standard in futuro.

Venerdì 08 dicembre

Il manubrio di una bicicletta si para pericolosamente tra il mio capo e la sveglia. Mi addormento con la sua immagine chiara nella mente, così da ricordarmi di lui al risveglio e non cozzargli contro dolorosamente. Alle quattro e mezza è però una ragazza a togliermi anche questa piccola preoccupazione. Entra nella stanza facendo meno rumore possibile e, scavalcato il mio zaino, si porta via la bicicletta per andare a lavorare. I suoni febbrili dei lavori giornalieri prendono comunque corpo dalle quattro e l’attività è così intensa da trasmettermi la sensazione di essere un poltrone perché mi alzo dal letto alle sei.

Ouagadogou è oltre la porta di lamiera ed il muro che dividono la strada sterrata dal piccolo cortiletto interno. Pullula di vita, un movimento continuo di motorini, biciclette e pedoni che scorre lungo la strada formando un serpente umano quasi continuo da ambo i lati, interrotto talvolta da qualche vettura fumante. L’aria è ricca di polvere rossa che si posa ovunque, appiattendo il mondo in una sola cromia, rendendolo quasi una fotografia invecchiata, una istantanea in perenne movimento.

La nostra macchina è una vecchia Mitsubishi con poche cose ancora funzionanti, tra le quali il motore. Per lo più è un rottame pericoloso che cade a pezzi, ma il carico di affetti che la lega a Dario deve essere enorme. Ci ha compiuto due viaggi dall’Italia all’Africa occidentale, nel 2001 e nel 2005, ed un viaggio in Ghana pochi mesi fa: migliaia di chilometri insieme che non possono essere dimenticati. Durante l’ultimo viaggio le è stato dato anche un nome, Carolina.

Quando facciamo una curva a destra la macchina, sbilanciata anche dal carico pesante, comincia a dondolare in modo preoccupante, costringendo Dario a rallentare per riassumere un assetto dignitoso. Poi ad un tratto la ruota posteriore destra scoppia, proprio mentre corriamo lanciati lungo la strada asfaltata per Bobo-Dioulasso, la seconda città del Burkina, distante quasi 350 chilometri verso est.

Mentre sostituiamo la gomma scopro il “fascino” che noi bianchi esercitiamo sui bambini africani. Per loro siamo fondamentalmente due cose, una novità ed una possibilità. Più il bambino è cresciuto più si fa importante la seconda, in un mondo che di possibilità sembra offrirne veramente poche. Abdoul ci confida, quando ci sediamo a mangiare delle omelette in una baracca al mercato di Boromo, che i bambini dei villaggi che vivono a lato della grande strada che collega Ouaga a Bobo, la principale del paese, non fanno altro che chiedere l’elemosina senza pensare invece a darsi da fare per costruire qualcosa. Un atteggiamento che a Diébougou, da dove proviene lui, avviene più di rado. L’elemosina è una possibilità consistente ed immediata di avere qualche soldo e non è da meravigliarsi se la sua riuscita comporti l’interruzione della ricerca di qualsiasi altra possibilità. “I nostri gesti di assistenza rendono gli uomini ancora più assistiti, a meno che non siano accompagnati da atti destinati a strappare le radici della povertà”, diceva Don Helder Camara. Purtroppo la verità e l’importanza di questa frase, per quanto sia oggettiva, è spesso nascosta ai nostri occhi.

Sia al momento della sostituzione della gomma, sia al momento di mangiare le omelette, quindi praticamente ogni volta che ci fermiamo da qualche parte, la presenza di bambini che ci chiedono qualche soldo è costante, continue voci che ripetono all’unisono le stesse parole, le uniche che forse conoscono in francese: “un cadeau... un cadeau... un cadeau... un cadeau”. Non è facile ignorarli, ma è giusto farlo.

A Pà salutiamo Abdoul che sale al volo sulla corriera in partenza per Diébougou, mentre noi continuiamo lungo la lingua d’asfalto che, piegando verso sud-ovest, punta dritta a Bobo.

Bobo-Dioulasso si differenzia dai villaggi incontrati lungo la strada per la presenza di una bella moschea di terra in stile saheliano e per essere decisamente più grande. Ai lati dei lunghi boulevard asfaltati che circondano il centro, spesso a due carreggiate, prendono vita strade sconnesse di terra rossa sporcate da varie immondizie abbandonate lì con estrema noncuranza. In mezzo a tutto questo fervono molte anime, un continuo via vai di mezzi e di persone che non pare avere una fine. Lungo queste strade si aprono le tipiche corti burkinabè, piccoli universi in cui regna, per contrasto, una calma ed una pace fuori dal tempo. Intorno ad uno spazio in terra battuta si affacciano varie piccole abitazioni, più o meno tutte appartenenti ai membri di una famiglia, all’ombra di qualche albero, spesso il mango.

La corte di Bissirì, l’artista da cui compriamo i batik da rivendere in Italia, è il regno dei bambini che giocano e delle donne, spesso solo ragazze, che riordinano, lavano e fanno da mangiare. È lei stessa ad accoglierci, prima ancora delle persone.

Bissirì ed alcuni suoi amici si prodigano subito dopo per renderci un giusto onore. Rapidi attimi di trambusto e su una piccola piantana di cemento, all’ombra dell’immancabile mango, vengono posti alcuni divani ed un tavolino. Pochi attimi dopo esserci seduti ci omaggiano di un piatto di insalata, cosa preziosa in un paese dove il colore verde sembra essere stato cacciato, spedito in esilio fino alle prossime piogge estive.

Siamo qui per comprare nuovi batik, da rivendere per finanziare il Centro. Il momento della scelta dei pezzi è di per se piacevole, se poi avviene nella bella atmosfera della corte acquista un sapore di sublimazione estetica.

Gettarsi a capofitto nelle forme e nei colori di Bissirì ci porta via il resto del pomeriggio ed il sole sta già tramontando quando uscivamo nuovamente per le strade di Bobo. Solo le strade principali sono illuminate, la stessa luce rada incontrata a Ouaga.

All’ora di cena, seduti ai lati di un basso tavolino di metallo, incontriamo Lenganì, la persone a cui abbiamo affidato la costruzione del pozzo, che pare aver smesso di sgorgare acqua proprio il giorno del nostro arrivo. Con lui c’è il tecnico che ci seguirà l’indomani fino al Centro per sistemare il problema. In previsione del lavoro che dovrà fare, e del materiale di cui necessariamente ha bisogno, ci chiede dei soldi, con la promessa di tornarceli quando ne avrà. Da quel che comprendo non è la prima volta che questo succede.

La cena si svolge nel buio appena smorzato dalle luci tremolanti della strada, tra una animata vita serale. Ci servono tre differenti servizi: uno pensa al bere, uno al mangiare ed uno al pane. Una sinergia d’intenti che ha dello spettacolare.

Per dormire puntiamo alla Sirabà, un centro di formazione artistica ed artigianale italo-burkinabè costruito in una delle periferie della città, ma dobbiamo ritornare sui nostri passi perché lo troviamo stranamente privo di vita e, soprattutto, chiuso. Ci accoglie nuovamente Bissirì che ci metta a disposizione le tre piccole stanze della sua abitazione. Nella corte ormai c’è buio e nessun sguardo curioso pronto ad accoglierci. È l’ora di andare a dormire.

 

Bissirì

Da circa otto anni realizza, tramite un’associazione di cui è fondatore, batik e bogolan. Fino all’anno scorso l’associazione si chiamava Sitala, che più o meno significa “siamo tutti uguali, abbiamo tutti lo stesso sangue”. Oggi si chiama invece Associazione Barathéry, che in lingua bobo significa “abbiamo bisogno di lavorare”.

Bissirì e i suoi quindici collaboratori, tutte ragazze e ragazzi tra i 16 e i 24 anni di età, arrivano a produrre e commerciare circa un migliaio di batik all’anno, che vengono venduti ai turisti (nei pochi mesi in cui ne girano per la città) ed esportati all’estero (cioè quelli che portiamo via noi). Questo lavoro, allo stato attuale, non è sufficiente a mantenerli tutti.

Sabato 09 dicembre

Al risveglio la corte è di nuovo invasa dalla luce e dalla frizzante vitalità del giorno precedente. I bambini giocano e scherzano sotto i manghi e sono particolarmente attratti dall’obbiettivo della fotocamera. Quando decido di immortalarli si mettono subito in posa, per poi circondarmi per vedere come è venuta, inondandomi con le loro risa. Peppino ha una fotocamera di quelle snodabili e si può permettere di scattare fotografie senza dare dell’occhio, catturando così le vere espressioni di questi simpatici puffi colorati.

La donna di Bissirì sta già rassettando la veranda e scaldando l’acqua per offrirci un tè. Come è uso da queste parti, l’unico metodo per scaldare qualcosa è farlo bruciando la legna. Ogni gruppo familiare della corte ha il suo focolare, spesso solo due o tre massi anneriti sui quali appoggiare le pentole. Seduti intorno al tavolo della veranda, ci viene offerto anche del pane con burro. Mentre ne addento un pezzo osservo la strana posizione che la donna di Bissirì mantiene per lavare la veranda: in piedi, le gambe completamente distese e la schiena piegata completamente in avanti fino a toccare terra con le mani, una sorta di prolungato esercizio di stretching.

Il tempo alla corte fluisce sempre rapidamente e ce lo lasciamo scorrere addosso non facendo altro che aspettare. Tutto qui ti invoglia a startene tranquillamente seduto ad osservare, prima di qualunque altra cosa gli stessi sonnolenti ritmi dei nostri ospiti africani.

Prima di partire verso il Centro dobbiamo però portare a termine una buona serie di commissioni, così l’urgenza di ripercorrere le vie di Bobo si fa più pressante mano a mano che il sole si spinge in alto nel cielo. Oltre a raccogliere Samì, che avevamo lasciato la sera prima da un amico, dobbiamo passare a prendere il tecnico del pozzo, comprare un gruppo elettrogeno, un nuovo pneumatico e fare un minimo di spesa per i giorni a venire.

Ogni acquisto si trasforma in breve in una ferrea contrattazione che non può che risultare, se estesa a tutta la mattinata, snervante. È il nostro stesso pallido colore a determinare il prezzo che ci viene inizialmente proposto, cifre che non hanno nessun giusto rapporto con la realtà quotidiana burkinabè, prezzi gonfiati a tal punto da raggiungere un analogo valore all’ambito italiano. Questo è un altro degli effetti derivati dall’enorme differenza di ricchezza materiale che esiste tra un occidentale bianco e un africano nero. Indifferentemente dalla tua disponibilità di soldi, il tuo colore della pelle ti identifica come un “Babbo Natale”, una sorta di stella cometa della fortuna da sfruttare al momento del passaggio. Non esistono scrupoli che tengano, nessun sentimento di fraternità: in quel momento tu sei la soluzione a qualsiasi problema di sopravvivenza per il presente e per l’immediato futuro, una macchina sforna soldi a due gambe, un’autentica rarità anche in una città grande come Bobo (figuriamoci in un villaggio).

Per noi, gruppo di volontari che ha coscientemente deciso di creare un’associazione che si affidi solamente alle offerte private senza cedere alle lusinghe delle Istituzioni, questo atteggiamento comporta il dover continuamente superare mille ostacoli, una perpetua battaglia per tirare avanti con i pochi soldi a nostra disposizione, un logoramento, oltreché economico, soprattutto nervoso. Mi è sufficiente la mattinata per comprendere appieno il nervosismo che si alberga nell’animo di Dario, obbligato da qualche mese ad affrontare in prima persona, e da solo, questo continuo “ostruzionismo”.

Riusciamo comunque ad ottenere quello che vogliamo, alle volte ponendoci a muso duro con chi supera la soglia della sopportazione (che Dario ha ormai, purtroppo, a valori minimi) e siamo pronti a partire che il sole è quasi al culmine della sua parabola.

Per arrivare a Diébougou da Bobo ci sono due possibilità, una pista sterrata lunga centoquaranta chilometri ed una asfaltata lunga poco più di duecento. La pista è un inferno che Carolina non potrebbe sopportare, quindi la scelta è praticamente obbligata: ritorniamo sui nostri passi.

Poco prima di Pà udiamo un forte sibilo e non ci vuole un genio per capire che la gomma che abbiamo appena comprato è già bucata. Dobbiamo attendere all’ombra di un’acacia che ce la riparino, un lavoro lentissimo fatto con i pochi attrezzi a disposizione. Mentre aspettiamo, dopo aver respinto il primo timido assalto di qualche bambino con un barattolo di latta intorno al collo, assaggio il bissaf, un infuso di karkadè servito freddo e molto zuccherato, una vera dolce sorpresa. Ne potrei bere a litri, soprattutto per la lunghezza dell’attesa. Uno strano marchingegno fumante, che pare uscito da qualche racconto gotico di viaggi nel tempo, che dovrebbe caricare il compressore necessario per gonfiare la camera d’aria, dopo un po’ non da più segni di vita. Ogni tanto sbuffa qualche densa nuvola di fumo biancastro, qualche colpo di tosse ben assestato e poi nulla più, di nuovo silenzioso ed immobile. Ci vuole quasi mezz’ora di tentativi primi di ammettere che l’insetto scoppiettante non ne vuole sapere di funzionare. Così veniamo accompagnati da un gommista dall’altra parte della strada dove ci gonfiano la gomma in un batter d’occhio. Uno ce l’ha riparata, l’altro ce l’ha gonfiata... sinergie africane.

A Pà si abbandona la strada per Ouaga e si punta a sud. Il paesaggio sostanzialmente non cambia, sempre una savana alberata in via di inaridimento, ma qualcosa di diverso c’è. È come se l’aspetto bucolico dell’ambiente si rendesse più evidente e andassero a scemare i pochi aspetti urbani. Ci sono più alberi verdi lungo la strada, più villaggi tradizionali, più tetti di paglia, più vacche al pascolo.

Il tragitto è veloce ed arriviamo a Diébougou senza nessun intoppo. La città mi appare desolante, un neo sporco sulla faccia della terra. A Diébougou, come anche a Bobo e Ouaga, è sintetizzata l’incapacità di ricreare un tessuto urbano occidentale. Non c’è nulla di organico nelle vie luride che s’incrociano casualmente, nulla di organico nell’assembramento di abitazioni sempre meno vivibili (stanno abbandonando le costruzioni in terra e paglia per quelle in lamiera e cemento). Ciò nondimeno la città esercita su di me un certo fascino, soprattutto il mercato, una grigia confusione di anime che si alternano ad odori forti e pungenti.

Ci rimaniamo comunque solo il tempo di fare gli ultimi acquisti e poi puntiamo verso Lotò, un piccolo villaggio distante quattro chilometri verso ovest. Li sorge il Centro.