Centro Ghélawé in Africa

Dal 07 al 30 dicembre 2006

di Carlo Camarotto

Amici italiani
La prima classe
Primo banco
Si Irì
Feticcio

Tappa numero 3, Dal 15 al 17 dicembre 2006

Visite
burkina_3

Venerdì 15 dicembre

Un’aria carica di polvere ed umidità mi si stringe intorno quando esco dalla capanna, gli occhi ancora appesantiti dal sonno. Le colline sono avvolte da uno spesso velo grigiastro nel quale gli alberi sembrano galleggiare ed il sole, che già fa capolino oltre il bordo del colle alle mie spalle, è solo un disco biancastro che si staglia nitido su uno sfondo di un celeste appena abbozzato. Mi stiracchio inarcando la schiena, le braccia protese all’infuori, e lascio vagare lo sguardo sulla distesa marrone priva di alberi per la quale inizio a provare un attaccamento crescente.

Noto che le lunghe fila di canne intrecciate che per una settimana sono rimaste appoggiate al muretto che protegge un mango piantato ad aprile non sono più al loro posto. Erano il nuovo tetto di Issa, o meglio avrebbero dovuto esserlo. Qualche tempo fa, in seguito ad un violento alterco tra degli agricoltori birifor ed un allevatore peul, la casa di Issa è stata data alle fiamme. Gli screzi tra etnie sono all’ordine del giorno e può succedere che venga coinvolto chi non ne può nulla. Qualche mese prima di partire per il Burkina avevo fatto un viaggio in treno con Sami Ghelawe Palm, il presidente della nostra associazione, e mi ero lasciato trasportare dai suoi racconti africani, un vero antipasto per la grande abbuffata nella quale mi sono poi lanciato. Tra le tante cose dette, mi aveva parlato dei rapporti spesso difficili che intercorrono tra le etnie del suo villaggio, ma anche di come in un modo o nell’altro le cose si sistemano sempre. Mi aveva parlato dello strano accordo che quaggiù chiamano “parentele”, una sorta di tacito accordo tra le etnie, un ordine prestabilito imposto per evitare che gli screzi degenerino in qualcosa di più grande. Sono gli anziani a farsi carico di questa responsabilità, a garantirne il successo sedando gli animi focosi dei giovani per riportare il tutto verso la calma quotidianità che ammanta la vita africana. La sacrale devozione che i giovani portano agli anziani fa si che tutto proceda secondo i loro disegni, tracce indelebili ereditate dalla tradizione, a cui nessuno si sottrae.

La moglie di Issa, con il piccolo nato da meno di un anno, è stata spedita subito dalla madre, mentre Issa ha deciso di stabilirsi al Centro, dormendo per terra dove gli capitava. Dario non ha avuto dubbi nel fargli un prestito perché potesse rifarsi il tetto. Ma dopo aver comprato il materiale necessario, appoggiandolo con noncuranza al muretto del mango, Issa ha dimostrato ampiamente di non avere nessuna fretta di finire il lavoro. Ogni scusa è risultata buona per rimandare l’impegno. Dario ha iniziato a spazientirsi e i suoi rimproveri sono diventati ogni giorno più decisi, ma Issa ha continuato inesorabilmente a sfuggire. La vita lontano dalla famiglia è per lui un sollievo, una perenne vacanza. Il sorriso che gli disegna spesso il volto pare quello di un bambino al parco giochi, il sorriso di chi sta scappando da una responsabilità che non vuole avere.

Ma in un qualche modo il suo basso senso di responsabilità verso la famiglia stanotte ci è tornato utile. Lo spesso strato di canne intrecciate non è scomparso, è solo deposto a terra appena al di là della capanna, ottimo giaciglio per sei sventurati tubabu catapultati nel cuore della notte africana senza un posto dove dormire. Emilio, un ragazzo di Milano colpito dal mal d’Africa, ha sorpreso ieri sera Dario con una telefonata. Era a Bamako (non la capitale del Mali, ma un piccolo villaggio vicino a Loto) con alcuni amici e voleva passare a farci visita. Emilio e Dario si erano conosciuti qualche anno prima, durante il primo viaggio on the road di Carolina sulle selvagge strade dell’Africa occidentale. Ora erano lì per rivedersi, dopo svariati anni in cui avevano perso i contatti l’uno dell’altro.

I fari di una scassata station wagon hanno squarciato la scura notte africana poco dopo le dieci di sera, ora alla quale eravamo già stati abbandonati da tutti i nostri bambini ed eravamo avvolti in un totale silenzio. Sei italiani, tre ragazze e tre ragazzi, e due burkinabè, che facevano loro da guida, erano pigiati sui logori sedili di pelle nera. Dopo un rapido saluto ci siamo accoccolati sulle nattes ed abbiamo iniziato a chiacchierare un po’ di noi, parlando soprattutto del progetto ma ascoltando anche le emozioni del loro peregrinare tra Mali e Burkina Faso. La novità di avere ospiti tubabu a fatto si che Sie, Sami, Issa e Gabriel si siano dati immediatamente alla macchia, scomparendo alla vista prima ancora che ce ne rendessimo conto. All’interno della capanna illuminata dalle falsa luce del neon sono rimasti così solo dieci bianchi, perché anche le loro due guide hanno visto bene di andare fino a Diébogou per fare benzina. Un manipolo di bianchi in mezzo all’Africa, una punta d’occidente in mezzo allo scuro pozzo africano che la notte ha esteso intorno e sopra di noi. Per un attimo è stato come tornare a casa, come se si fosse aperta una breccia spazio-temporale che avesse ritagliato i contorni della brousse intorno alla capanna e avesse incollato il tutto in un imprecisato punto della Pianura Padana. Così era anche spiegabile l’assenza di qualsiasi farafi.

Il tempo è trascorso leggero finché il mancato arrivo della macchina non ha iniziato ad insospettire qualcuno. È bastato un salto verso Diébogou per svelare il mistero: la station wagon aveva un serio bisogno di essere visitata da un meccanico e per quella notte non aveva nessuna intenzione di proseguire il cammino. Essendo la capanna troppo piccola per ospitarci tutti e la seconda casa inagibile a causa del battuto di letame ancora fresco sul pavimento, il tetto di Issa è tornato utile come materasso.

I sei italiani dormono ancora beatamente, avvolti fino oltre il capo nel sacco a pelo. L’aria è infatti più fresca degli altri giorni e continua a spirare un subdolo venticello da nord. A breve però il nostro risveglio, e soprattutto l’arrivo degli amici burkinabè, li costringe ad aprire gli occhi, ad alzarsi ed a stiracchiarsi come ho fatto io poco prima per riacquisire le energie utili ad affrontare la giornata. La colazione sulla terrazza appena completata, a base di tè, pane, miele e marmellata, è abbondante e raccoglie in se un fascino d’altri tempi, così calata in uno scenario all’apparenza rude e selvaggio, dove il peso dell’uomo appare misero, quasi irrilevante. Nei nostri volti si notano ancora tracce di sonnolenza, ma quello che più vi leggo è rilassamento, leggerezza, contatto intimo con l’ambiente che ci circonda, che ci ammanta. Sono attimi piacevoli che sanciscono la nostra unione con il giorno che sta nascendo e non possono che porci nelle migliori condizioni per trasformare questo nuovo giorno in qualcosa di splendido. Se il buon giorno si vede dal mattino, la giornata sarà fantastica.

Infatti a breve vedo Abdoul comparire sul sentiero dopo la svolta nei pressi della pompa, una visita che aspettavamo da qualche giorno. È giunto il momento di visitare la scuola elementare di Lotò, dove ventisei bambini frequentano la prima classe grazie al nostro finanziamento. Ci aspettano molti volti innocenti da immortalare nelle fotocamere, un modo per rendere conto in Italia del nostro operato.

Gli ospiti italiani non vedono l’ora di aggregarsi, anche solo per contrastare la desolante attesa di notizie dal meccanico, quindi il gruppo che s’incammina a piedi verso il centro del villaggio è piuttosto numeroso. Anche se il cielo non è terso, il sole riesce ad imprimere ai suoi raggi una forza per noi inusitata. Per arrivare alla scuola sono poco più di due chilometri, ma sotto questo attacco, e con la temperatura che staziona inesorabilmente sui trentacinque gradi, la distanza percorsa sembra notevolmente maggiore. La comitiva attira l’attenzione dei numerosi bambini che giocano nelle vicinanze della strada, che ci corrono incontro per salutarci, o anche solo per osservarci mentre camminiamo impettiti verso la meta. Dovrebbero essere a scuola, penso, come non sapessi che in Burkina Faso la percentuale di bambini che possono usufruire di una educazione scolastica regolare è bassissima: il villaggio di Lotò ha circa quattromila abitanti, di cui la metà sono bambini in età scolare, ma è dotato di una sola scuola, con tre aule. È posta appena al di là della strada principale, quella che porta fino a Bobo. È costruita con mattoni di pietra rossa, tenuti insieme da ampie colate grigiastre di cemento; colonne dello stesso materiale sostengono una pensilina dal tetto di lamiera che corre lungo l’intero lato dell’edificio; anche il tetto della struttura principale è di lamiera. Lamiera e cemento, un connubio perfetto che sta prendendo sempre più piede nelle tecniche costruttive africane, di rapido utilizzo e poco costoso. Non ho bisogno di essere un architetto o un ingegnere edile per sapere che quelle aule sono invivibili nel periodo più torrido.

Tre aule, tre classi, tre maestri. Nella prima classe i banchi di legno e metallo colorato di verde sono assiepati fin contro le pareti. Ci sono sessantatré bambini seduti composti a guardarci, lo sguardo sorpreso, un sorriso naturale che ci rende l’intrusione nella scuola più facile da affrontare; tra loro ci sono i ventisei a cui paghiamo le spese scolastiche (meno di venti euro l’anno per ognuno). Ad un invito della maestra, una giovane ragazza vestita impeccabilmente con un lungo abito blu e giallo che le fascia completamente il corpo, i bambini si alzano ed in coro ci salutano, senza mai far scomparire dal volto quel sorriso speciale.

Nella seconda classe ci sono quarantasei ragazzi, nella terza ventotto. Alcuni di loro sorridono, lo stesso ampio sorriso di sempre, caratteristica inconfondibile del giovane africano che pare un inno alla gioia di vivere, ma altri mantengono una maggiore compostezza, come si sentissero già in dovere di esternare un certo contegno per dimostrare la loro maggiore età. Anche qui veniamo accolti con un piacere evidente dai due maestri, uno dei quali è anche preside e magazziniere della scuola. Sui loro volti d’ebano intravedo, o almeno spero di vederla, una riconoscenza per lo sforzo che stiamo portando avanti. La stessa gentilezza nel modo di stringerci la mano, di salutarci, di accompagnarci nella visita la riscontro anche nel delegato comunale, un signore vestito di una lunga tunica rosa, perfettamente intonata alle ciabattine di plastica dello stesso colore, a cui facciamo sempre riferimento quando dobbiamo relazionarci con il villaggio.

Prima di presentarci alla scuola siamo passati a casa sua, invitandolo a guidarci in questo breve visita. È un dovere la nostra richiesta, un riconoscimento necessario del suo valore, dell’importanza della sua figura all’interno del villaggio. In Africa esiste tutta una serie di tradizioni che devono essere seguite, dei sentieri più o meno profondamente tracciati che devono guidarti nella vita di tutti i giorni, nelle scelte quotidiani anche più semplici. Molte di questi sentieri nascono dall’esigenza di portare rispetto alle persone più anziane o a quelle che ricoprono ruoli particolari. Dopo aver ripreso il cammino verso la scuola, con il delegato comunale in testa, abbiamo deviato d’un tratto per dirigerci verso la moschea, una costruzione in cemento che della bellissima architettura araba riporta solo un minuscolo minareto dorato sormontato da uno spicchio di luna. Quando si passa in prossimità della moschea è buon costume salutare l’Imam, seduto come quasi tutti i giorni ai lati della strada in vicinanza dell’ingresso. La cosa bella è che siamo passati a salutarlo sia all’andata che al ritorno. Rituali di cortesia che non possiamo, e non dobbiamo, eludere.

Quando ci si saluta non lo si fai mai banalmente, una stretta di mano languida, uno sguardo sfuggente e via. No, qui ci si stringe la mano innumerevoli volte, una stretta di mano convinta ad ogni domanda, lo sguardo profondo e partecipe. Come stai? Come sta la tua famiglia? Tuo padre? Tua madre? Hai dormito bene? E tante altre che a noi magari vengono risparmiate solo perché siamo tubabu, non avvezzi a questo modo di approcciarsi. Questi rituali sono parte integrante dell’Africa, un tutt’uno inscindibile con essa. Ne sono affascinato.

Sabato 16 dicembre

Vengo svegliato da un bussare timido alla porta. Ad aspettarci oltre l’uscio c’è il piccolo ragazzino che tutte le mattine ci porta il pane. Con la sua bicicletta sgangherata passa da noi sempre prima delle sette, non appena la luce si fa un po’ più viva e l’aria più calda. Inizia il suo giro sempre con noi, perché spesso gli compriamo tutto quello che riesce a trasportare. Alle volte riesce perfino a scroccarci la colazione. Anche se a Diébogou possiamo trovare del pane migliore, quello offerto dal ragazzino è comunque buono. Sono rimasto sorpreso nello scoprire che in Burkina Faso esiste una così valida scuola di panettieri, mestiere ben insegnato dai francesi durante il periodo coloniale.

L’harmattan continua a spirare ed a rendere surreale un mondo che di per sé mi è ancora estraneo, anche se giorno dopo giorno la familiarità con la sua rudezza cresce. L’ultimo tramonto, vissuto attraverso i vetri sporchi di Carolina, ha tinto di calde sfumature l’intera brousse, con la fine polvere che aleggiava nell’aria a rifrangere i raggi del sole morente, diffondendo a tal punto la luce da incendiare a tratti il paesaggio, come se fosse stato steso un etereo manto rossastro su tutta la terra. L’orizzonte, immerso in questo mare di polvere, svaniva lontano, confuso, come le anime scure che sorpassavamo veloci e lasciavamo immobili sulla strada polverosa.

Io e Dario eravamo partiti verso la città a pomeriggio inoltrato per comprare le piantine per il primo giardino. Grazie all’aiuto di Jean Renè, ci eravamo accordati con il giovane responsabile di un vivaio incolto per passare a prendere in serata una decina di anacardi, l’unica pianta arborea in vendita da queste parti. Così mi sono ritrovato in mano degli alberelli rinsecchiti alti poco più di trenta centimetri che a prima vista non avevano molte speranze di raggiungere lo scopo che ci eravamo prefissati. È stato sufficiente il trasporto fino al Centro per mettere a repentaglio la loro flebile esistenza: la maggior parte delle piantine ha cominciato a perdere le foglie non appena le abbiamo scaricate dalla macchina, ponendole a terra dietro la capanna. Un’abscissione sconfortante.

Ora le vedo lì, appoggiate stanche al muretto a secco della terrazza, con una cera triste e sconsolata, alcune con al massimo un paio di foglie a testimoniarne la vitalità. Come mi farà notare poi Gabriel, molte delle piantine hanno già il fusto raggrinzito, a detta sua un’indicazione sufficiente per considerare spacciato il piccolo alberello. Me lo dirà scuotendo la testa, quel capo perfettamente lucido che assomiglia ad una palla da bowling, e guardandomi con quello sguardo deciso e sicuro che solo lui tra i nostri ragazzi possiede.

Sami appena è svincolato dalla sguardo di un tubabu mette le mani in tasca e si gode un gioviale riposo, Issa è un lavoratore infaticabile ma assolutamente confusionario, l’irrazionalità lavorativa fatta persona, Sié è una macchina, precisa ed ordinata, ma essendo giovane e timido preferisce tenersi in disparte ed apprendere il più possibile rimanendo nell’ombra. Gabriel invece unisce all’età ed all’esperienza una intraprendenza che lo contraddistingue dal resto del gruppo. Ascolta attento le indicazioni di Peppino, che considera un maestro, ma non soffoca completamente le sue idee, spesso lasciandosi guidare da esse, dando loro lo sfogo che meritano. È quello che ha compresso maggiormente la portata del nostro progetto, l’importanza della nostra cooperazione. È consapevole che il suo impegno, unito ai nostri mezzi, può offrigli un futuro migliore.

La sera precedente, poco dopo aver finito di cenare, Gabriel ha preso un attimo la parola affermando che ritiene importante che gli si facciano notare gli errori nel lavoro, senza nessun timore, allo scopo di aiutarlo a migliorare. Peppino ha mosso il capo in segno d’assenso ed ha ribadito che la stessa cosa vale per ognuno, tutti abbiamo bisogno di consigli. “Questo è il concetto di cooperazione”, è intervenuto Simone. “Questo è il concetto di famiglia”, ha concluso Gabriel.

Mentre mi accingo a piantare i primi alberi nel giardino, Gabriel è già da un po’ al lavoro sulla toilette, un’opera architettonica talmente imponente da meritarsi un nome proprio: l’Empire Cess Building. Il box in mattoni che dovrà contenere il materiale organico di scarto, che si trasformerà con il tempo in un compost utile per concimare i terreni, non ha nulla da invidiare a un monolocale. Sulla terrazza di legno e terra battuta, posta a quasi due metri dal terreno, troveranno posto in due piccole stanze da un lato un water ed un bidet, dall’altro una doccia. Un ingegnoso sistema ideato da Peppino per non perdere alcuna risorsa utile, nemmeno le feci umane. Il funzionamento della toilette a secco è semplice e geniale. Al posto di fare un buco nel terreno, come è in uso da queste parti, il cui contenuto non è più utilizzabile, si crea una struttura rialzata, in modo che le feci cadano direttamente in una camera da cui possono poi essere estratte. Per ottenere un buon compost ogni tanto va aggiunta della terra e del fogliame. Ciclicamente, quando il compost è pronto, si svuota. Nel bagno a secco non si usa carta igienica, quindi per lavarsi si userà solamente dell’acqua che verrà scaricata a terra attraverso un opportuno foro. L’acqua della doccia invece non viene dispersa, ma purificata attraverso un sistema a sifoni e riutilizzata per irrigare i campi. Riciclare, un comandamento ancora privo di senso per i nostri amici. È nostro compito insegnarne, a quanti vorranno ascoltarci, il significato più profondo.

Tra le persone a cui insegnare a non sperperare le poche risorse a disposizione spero ci sarà Gnamà, un piccolo puffo silenzioso uso a guardarti dal basso con due splendidi occhioni attenti, sempre pronta ad aiutarti se pari bisognoso d’aiuto, anche per portare pesi superiori al suo esile corpicino. È la sorella minore di Liabà, ma non appare spesso in compagnia del fratello. La sua piccola figura è per lo più solitaria, raminga per le terre bruciate della brousse, nostra ospite nelle ore più diverse della giornata, quasi sempre quelle in cui il Centro è meno popolato. È sua abitudine portarti in dono alcuni piccoli frutti che crescono su un albero a qualche decina di metri dalla capanna, dolci palline ricche di gusto. Ti si avvicina silenziosa e, richiamata discretamente la tua attenzione, dischiude lentamente le mani levandole allo stesso tempo verso l’alto. I suoi occhi sono gentili, come i suoi modi, ma racchiudono una tristezza profonda che mi lacera. Sembrano gli occhi di una persona anziana che ha visto precipitare il mondo nell’inferno e non crede che posso in qualche modo risalire. Non ho ancora avuto modo di udire la sua voce.

Un altro piccolo per cui provo un affetto particolare è il fratellino di Bayo, di cui non conosco né il nome né la voce. Mentre lavoro lo vedo appoggiato al pozzo, nell’ora più calda della giornata. È nudo, solo parzialmente ombreggiato dalla struttura in cemento della pompa, il pancione gonfio, enorme, spropositato, il viso tondo e uno sguardo rivolto impassibile su di me. I suoi occhi sono un pozzo profondo, inscrutabile, un abisso nel quale non riesco a penetrare. Lui e Gnamà sono, più di chiunque altro, le persone per cui vale la pena di fare qualcosa di buono quaggiù, il pensiero che mi aiuta ad impegnarmi, a sopportare la fatica, ad accettare i disagi, il tutto con un perenne sorriso.

Domenica 17 dicembre

Riposo. Dopo sei giorni passati a scavare buche, trasportare massi, spalmare terra, arriva finalmente un giorno dove poter incrociare le braccia e rilassarsi. Non avendo molti giorni a disposizione, il senso di responsabilità ci indurrebbe a sfruttare ogni attimo disponibile per lavorare, ma dopo l’esperienza di aprile, tutti sono concordi nel sostenere che un periodo di riposo è d’obbligo.

Ad aprile erano scesi per un mese di lavoro Peppino, Dario e Simone, più altri tre ragazzi del gruppo. La superficie del Centro non era ancora stata delimitata, la sua stessa essenza era solo un’idea, gli alberi s’accrescevano sicuri fino alla base della collina, nascondendo le reali dimensioni dell’intera area, al villaggio nessuno conosceva i nostri nomi. Ad aprile le temperature si attestano quotidianamente intorno ai quarantacinque gradi e la stagione secca, avvicinandosi alla fine, raccoglie le ultime energie per sprigionare tutto il suo potere, incendiando il paesaggio e sfibrando la vitalità degli uomini. I ragazzi avevano dato tutto loro stessi, senza fermarsi un giorno per riposare, e ne avevano pagate le conseguenze. Il caldo soffocante, i disagi logistici e le consuete difficoltà di comunicazione con i locali li avevano prostrati nel fisico e nell’animo. Erano tornati in Italia distrutti, stressati, privi d’energie. L’umore era a terra e la voglia di mollare tutto, di far saltare il progetto, era ben presente, una fastidiosa compagna aggrappata alla spalla. L’associazione ha vissuto in quel attimo uno dei suoi momenti più difficile, di quelli che ti fanno rivalutare tutto, dall’adeguatezza dei tuoi propositi, alla speranza concreta ti poterli realizzare.

Peppino era stato chiaro fin dalla riunione successiva svolta in Italia, nelle dolci colline verdeggianti dell’Umbria, ospiti a casa di Simone. La domenica non si lavora, questo è tassativo, e se le condizioni lo rendono possibile non si lavora nemmeno il sabato, in modo da avere qualche fine settimana a disposizione per scoprire angoli inesplorati del Burkina Faso.

Questa domenica avremmo tutti voluto partire verso qualche meta sconosciuta, Io e Peppino in testa, ma anche se questa è una giornata di riposo, quello che non dobbiamo dimenticare è il posto in cui siamo, cosa lui rappresenta per noi e cosa noi rappresentiamo per lui. Penetrare in un tessuto sociale diverso dal nostro comporta anche l’esigenza di piegarsi al suo volere, la necessità di fare nostre le sue abitudine, per non essere sempre visto e trattato come un elemento estraneo, disumanizzato. Dobbiamo sempre avere in mente che qui prima di essere uomini siamo tubabu, e per quanto la cosa possa non essere compresa da chi non ha mai vissuta un’esperienza simile, vi assicuro che non è la stessa cosa.

Ecco perché la nostra prima giornata di riposo la passeremo a casa di Massà, padre del piccolo Sami, zio di Sami Ghelawe Palm, stimato curatore del villaggio di Dolò. Non passare a salutarlo, godendo della sua ospitalità, sarebbe eccessivamente scortese, un atto irrispettoso che non possiamo compiere. Per quanto mi riguarda, essendo sempre alla ricerca di quella via che mi permetta di perforare la superficialità di un viaggio itinerante per scoprire cosa si cela nel profondo, nella quotidianità dei gesti, dei pensieri, delle parole, poter visitare la vita casalinga di un vero villaggio bukinabè è un’occasione unica. Dello stesso avviso non è invece Peppino, che la casa di Massà l’ha vista centinaia di volte, dormendoci pure durante le sue altre visite in Burkina. Leggo nei suoi occhi l’analoga voglia di conoscere il mondo, lo spirito curioso che lo guida e lo anima. Purtroppo si rende conto lui stesso della necessità di questa visita e, anche se a malincuore, accetta la decisione senza nessuna protesta, solo una passeggera ombra scura in quello sguardo così voglioso di vivere nuove esperienze.

Partono insieme a noi Sami e Sié, che hanno così l’opportunità di ritornare al proprio villaggio e riabbracciare i famigliari. Dolò si trova ad una trentina di chilometri da Lotò, abbandonando la strada per Bobo in direzione sud, poco dopo Bamako. Nessuna grande strada sembra passarci attraverso ed il centro ruota intorno ad un’arena di polvere invasa dal mercato quotidiano. Le corti sorgono distanti l’una dalle altre, all’apparenza incenerite dalla luce accecante che uniforma il tutto ad un colore monotono, quello delle stoppie secche che adornano il terreno pianeggiante fin dove si può poggiare lo sguardo. L’unica eccezione a questa monocromia è il verde profondo di alcuni alberi che, isolati, impongono allo sguardo la loro bella presenza.

La corte di Massà è circondata su tutti i lati da un recinto di terra essiccata. Davanti all’unica via per accedervi si para un feticcio, una monolite di pietra grigia su cui scorgo tracce di sangue rappreso e qualche piuma bianca intrappolata nel suo vischioso abbraccio. È solo uno dei tanti feticci che dimorano nella casa di Massà, protagonisti indiscussi dell’universo magico che permea l’Africa ed i suoi abitanti. Il più bello si trova all’interno della corte, seminascosto dall’ombra di un tetto di terra parzialmente crollato. Uno scheletro di tronchi di legno, ciò che resta della struttura del tetto, lo circonda, creando una sorta di gabbia lignea nel quale questo feticcio antropomorfo sembra imprigionato. È una statua di terra che sembra raffigurare un vecchio avo, dal viso fermo, il portamento impettito, le braccia aderenti al corpo, gli arti inferiori fusi in un unico blocco che si confonde con il terreno. Il feticcio più potente della casa, mi dicono.

Poi c’è la tomba di qualche altro antenato ad occupare la parte centrale della corte, all’ombra di un mango bello ed imponente. È un parallelepipedo di cemento grigio, lisciato dall’usura, dai mille corpi dei bambini che lo usano per giocarci, per sedersi o per dormirci sopra. Sulla testata della tomba noto le usuali tracce di sangue e le penne bianche associabili chiaramente a qualche sacrificio.

Le abitazioni che si affacciano sulla corte, semplice stanze ombrose, sono di due tipi. Da un lato quelle più vecchie, fatte di terra e legno, lievemente sghembe, ma ricche di fascino, dall’altro quelle di più recente costruzione, in cemento e con il tetto e la porta di lamiera, perfette nella loro regolarità, ma senza un’anima. Seduti su comode sedie all’ombra del mango, dopo essere stati accolti da Massà con i soliti ampi e complessi convenevoli, ho tutto il tempo di notare tutto ciò, di guardarmi intorno, lasciando scorrere lo sguardo su tutti i particolari di questo mondo nascosto. Noto l’area adibita alla toilette appena al di là di un muretto di terra, le pannocchie di mais appese ai rami degli alberi, i granai con i loro cappelli di paglia a proteggere il tesoro in esse contenuto, lo strano sgabello di legno su cui Massà è seduto, dove i tre piedi sembrano le zanne e la proboscide di un elefante, la terra annerita dove abitualmente si cucinano gli alimenti, le scale di legno per raggiungere i tetti della case ricavate intagliando dei gradini su un unico tronco d’albero. Ho il tempo per guardarmi intorno mentre gli altri parlano tra loro in francese, conversando delle ultime novità del Centro. Ci viene offerto subito del chapalò, da bere in ciotole ricavate dal frutto essiccato di una zucca. Peppino e Dario si fanno coraggio ed accettano, io mi limite a qualche sorso, Simone rinuncia subito con determinazione. Massà beve con avidità, il viso che pare quello di Samì, solo invecchiato di qualche decina d’anni. Stessa rotondità del volto, stesso sorriso, stesso giovane sguardo. Solo la stempiatura dei capelli e le rughe che si attestano a lato degli occhi e della bocca gli conferiscono un’età maggiore. È visibilmente contento di vederci.

Rimaniamo a parlare con lui per quasi un’ora, in compagnia di un Sami silenzioso e circondati a distanza dagli sguardi incuriositi dei tanti bambini che hanno interrotto i loro giochi pur di osservare il gruppo di tubabu. In totale i figli di Massà sono quattordici, di cui alcuni ancora piccoli. Oltre a loro vivono all’interno della corte i bambini dei figli più grandi, più qualche famigliola di cugini. Se Massà è il “re” indiscusso della corte, la sua “regina” è Larvà, sua moglie. Devo aspettare che il mezzogiorno sia passato da un po’ per poterla conoscere. Visto l’alto numero di bambini, mi sorprendo nel stringere la mano ad una persona piuttosto giovane, non anziana come me l’aspettavo. Vestita come da tradizione, con un bel drappo colorato arrotolato attorno al capo, il suo sorriso, in parte rovinato dalla mancanza di qualche dente, è aperto, coinvolgente, con la stessa dose di fanciullezza del marito. Appena stretta la mano a Dario, gli chiede se le ha portato qualche regalo. La richiesta è accompagnata da uno sguardo dolce, naturale, anch’esso fanciullesco. Tutto mi fa supporre che dentro quel corpo, che manifesta i primi attacchi del tempo, sia nascosta un’ingenua bambina con tanta voglia di giocare con il mondo. Non c’è stato il minimo imbarazzo nel chiedere un dono a Dario, come non c’è stato nessun imbarazzo nel dimostrarsi corrucciata in seguito alla risposta negativa del siciliano. In Africa, soprattutto nei villaggi rurali dove le tradizioni non hanno ancora cessato di guidare la vita degli uomini, è consuetudini che le persone agiate donino qualcosa a quelle meno agiate. Per definizione noi tubabu siamo collocati nel primo gruppo e per confronto loro si collocano subito nel secondo.

Forse questa volta le cose hanno subito, a dire il vero, una parziale inversione, perché, come ha detto bonariamente Simone, siamo venuti fino a Dolò per scroccare un pranzo. Il sole ha comunque già superato il culmine della sua alta parabola che poco o nulla si è mosso intorno alle pentole. Ci metto un po’ a focalizzare che probabilmente qui non esiste il pranzo come lo intendiamo noi, così come non c’è una vera e propria cena. Non so se esiste un’ora prestabilita per pasteggiare e se sia abitudine alla corte di Massà farlo più volte al giorno, ma ho l’impressione che qui mangiare non sia un rito abitudinario come da noi. Per questo ci ritroviamo con i primi morsi della fame che accennano ad affacciarsi che nessuno ha ancora parlato di cibo. Il tempo di per sé sembrerebbe dilatarsi, come d’abitudine nelle corti africani invase dal sole e difese solo dall’ombra degli alberi, lasciando un ricordo vacuo del suo scorrere, ma lo stomaco questa volta non ne vuole sapere di essere ignorato e con insistenza ci ricorda la sua presenza, fin allo scandire dei minuti. È solo al superamento della prima leggera crisi che viene presa la decisione di andare al mercato per comprare qualcosa da mangiare. Dario si offre di accompagnare Larvà e Massà, io di fare compagnia al siciliano.

L’animosità di anime che vortica intorno al mercato è ancora intensa, una ressa che scorre a lato delle traballanti bancarelle di legno o delle coperte stese direttamente a terra, un vociare continuo che si perde nelle polvere alzata da innumerevoli piedi in movimento. Lasciamo i nostri ospiti a lato della strada, in prossimità dell’arena di terra arsa dove il mercato si è radicato, e poi andiamo a bere qualcosa in un locale nelle vicinanze, in modo da riempire l’attesa. Oltre un grigio ingresso, chiuso in un recinto di mura di cemento al riparo di una tetto di canne, si apre una ombrosa veranda abitata da qualche isolato tavolino. Siamo gli unici avventori. Ci accomodiamo in un angolo ed aspettiamo.

A farsi avanti per raccogliere l’ordinazione è un ragazzo alto e magro. I bei tratti adolescenziali sono rovinati da uno sguardo supponente, così come i suoi modi, carichi di maleducazione. Ci tratta con una malcelata indifferenza, se non proprio con disprezzo. Mi è triste notare che un’altra volta il colore della mia pelle mi ha preceduto. Quel pallore che mi porto appresso è in grado di determinare non solo l’approccio alla mia persona, ma anche gli sviluppi futuri di qualsivoglia relazione. Normalmente un farafì assume toni più che concilianti nei confronti di un tubabu, spesso sfiorando il servilismo, perché da una simile relazione può ottenere solo grandi vantaggi. Ma può capitare che lo spirito ribelle di un giovane adolescente riesca ad ottenere l’effetto contrario. Guardando negli occhi questo giovane altezzoso mi ritrovo a pensare che è triste non essere trattato semplicemente come un uomo, indipendentemente da tutto. La mente, appesantita da ciò che considero una vera ingiustizia, non può non correre rapida all’analoga situazione, anche se a parti invertite e con toni assai diversi, che molti immigrati devono vivere in Italia, sotto gli sguardi truci degli occidentali che prima di un uomo giudicano il colore scuro della pelle.

Su questi pensieri, e su delle chiacchiere libere con Dario a proposito dei mesi passati da solo in Africa, il tempo scorre rapido, avvicinandoci al momento in cui il sole inizia a diminuire la violenza dei colpi. Tornati alla corte di Massà vi ritroviamo Peppino e Simone in stato di semi incoscienza, sprofondati nelle sedie, il viso annoiato in grado di risvegliarsi solo al sentire pronunciare la parola cibo. Non dobbiamo attendere molto per essere serviti da una Larvà sempre sorridente, che però si ritira nuovamente nell’abitazione non appena ci ha riempito i piatti. Di Massà nemmeno l’ombra, forse richiamato da qualche compito improcrastinabile al villaggio. Con noi rimane solo Sami, che si getta come al solito vorace su tutto ciò che è commestibile. Sul piatto ritroviamo una bella insalata verde, decorata con qualche pomodoro eccessivamente maturo, e qualche pezzo di pollo cotto in una salsa rossastra. Un pasto da giorno speciale, difatti lo mangiamo solo noi.