Centro Ghélawé in Africa

Dal 07 al 30 dicembre 2006

di Carlo Camarotto

Eva
Grand Marché

Tappa numero 5, Dal 22 al 24 dicembre 2006

Bobo-Dioulasso
burkina_5

Venerdì 22 dicembre

Il viso contrariato di Teremì si staglia nitido nell’insieme di piccole facce africane che ci osserva preparare i bagagli. Lo sguardo sfuggente, il labbro imbronciato, le braccia conserte. Quel capo inclinato lievemente in avanti a testimoniare una volontà incrollabile. Peppino deve raccogliere nuovamente gli attrezzi e dettare i ritmi del lavoro, Doriana deve ritornare nella capanna per insegnarle a cucinare, Dario deve richiudere la portiera di Carolina e dimenticarsi, forse per sempre, di avere una macchina. Mentre gli altri sorridono, lei non fa altro che ripetere che non dobbiamo partire. Nessuna motivazione a tale richiesta, solo quelle poche parole ripetute come una cantilena petulante. Quel nostro gesto, che la sta offendendo nel profondo, non merita altro, probabilmente.

La reazione che crea in noi è però solo di divertita sorpresa. Il fine settimana lo passeremo a Bobo, tra compere necessarie, africane esperienze e vari momenti di riposo. Ad attenderci c’è l’universo di Bissirì, con i suoi batik, la sua corte, la sua strada, la sua città. Non sono l’unico ad essere galvanizzato dalla cosa. Un’autentica gioia traspare da tutti i volti, che appaiono sereni e rilassati, con sorrisi aperti e naturali. È come se stessimo andando in gita. Poche cose potrebbero guastarci questi attimi, sicuramente non i capricci di Teremì. In ogni caso nessuno può dimostrarsi indifferente all’evidente attaccamento che questa ragazza inizia a provare per noi. La morbosità con cui oggi lo sta esternando è solo un fatto di minima importanza, tutto sommato trascurabile.

Con qualche ritardo dovuto alla tipica calma africana che sembra aver colpito alcuni di noi, partiamo alla volta di Bobo lungo la strada asfaltata che passa per Pà. La giornata in città sembra una ripetizione di quella passata il secondo giorno in Burkina. La polvere che aleggia sopra la città non è cambiata, come la confusione che anima i grandi boulevard e le vie più piccole che da questi dipartono. Anche il ristorante dove ci fermiamo a mangiare è lo stesso, un’aia chiusa da spesse mura intonacate di bianco con tavolini posti all’ombra di un paio di manghi.

Ma ad essere uguale è soprattutto il luogo dove trascorrere l’intera giornata, la corte di Bissirì. Nulla sembra cambiato, a parte l’intraprendenza di un gruppo di bambine che si fanno via via più vicine a Doriana. In breve riescono ad ottenere ciò che vogliono, adornarle l’acconciatura con delle trecce. Sono affascinate dai lisci capelli della catanese, una vera novità quaggiù in Burkina, come i peli che coprono il corpo di quasi tutti i tubabu. Gli africani sono per lo più glabri. Si avvicinano quasi timorose al mio braccio per poi emettere sottili risate quando ci passano sopra la mano, accarezzando la pelle e la rada peluria che la ricopre. Siamo per loro una continua scoperta, il primo approccio ad una diversità sconosciuta.

Anche la cena si svolge nel solito posto, nella penombra creata dalle chiome degli alberi che oscurano parzialmente la comunque flebile luce dei lampioni della strada. A cambiare è solo il luogo dove andiamo a dormire, degli alloggi sparsi in un boschetto d’eucalipti gestiti da un’associazione religiosa. Prima dell’esperienza al Centro nel mio immaginario nulla mi sarebbe apparso più africano di queste casette di cemento poste in fila sotto le chiome degli alberi, dove lo sforzo maggiore del personale è quello di tenerle pulite dalla polvere rossa che ad ogni istante cerca di sopraffarle. Anche se l’assedio è evidente, i locali sono talmente ordinati e puliti da distaccare il luogo da ciò che lo circonda, la città di Bobo che vive pacificamente la sua confusione al di là del recinto che delimita il boschetto. L’evidenza di questa cura mi trasporta repentinamente in un mondo più famigliare, in un equilibrato connubio di africanità ed occidentalità. Dall’Italia ci avrei visto l’Africa in questa rappresentazione, ora, sdraiato su un comodo materasso appoggiato sopra una rete metallica, ci vedo l’Europa.

Sabato 23 dicembre

Aspettare, aspettare, aspettare. Non c’è veramente nulla di più africano dell’attesa.

Seduti sui sedile di Carolina, accerchiati dal calore che sale dalla terra in onde fluttuanti, aspettiamo la madre di Bissirì. Siamo parcheggiati ai bordi di una delle strade principale del centro di Bobo, per nulla larga, ma piuttosto lunga. Alle nostre spalle s’innalza verso il cielo un’affascinante moschea in terra, splendido esempio di architettura sudanese, con le travi di legno che sporgono in tal numero dalle pareti color ocra da far pensare che l’edificio sia sottoposto ad una continua seduta di agopuntura. Intorno alla moschea, e lungo la strada, ferve la solita vita cittadina, un formicaio in perenne movimento noncurante della calura che strozza invece il mio respiro. Ai lati della strada alcuni venditori ambulanti sono disposti con le bancarelle sotto degli enormi eucalipti. Oltre loro si apre una piana gialla dove, vista anche la presenza di due porte di legno, deve essere uso giocare a pallone.

Alcuni anziani se ne stanno seduti di fronte alle bancarelle ed osservano l’andirivieni lungo la via, degnandoci solo raramente di uno sguardo. Tra questi c’è il padre di Bissirì, il volto scavato da profonde rughe ma i capelli ed i baffi ancora scuri, con solo qualche ombra brizzolata. Bissirì è riapparso da poco, dopo essersi allontanato un attimo in cerca della madre. Ora aspetta come tutti, tranquillamente seduto sul sedile anteriore, di fianco a Dario, gli occhi leggermente persi per le troppe canne fumate, anche di prima mattina. Il tempo scorre, misurato dal ticchettio delle dita di Peppino sulla portiera di Carolina, le ombre si comprimono sempre più, quasi a voler sfuggire il calore che si fa di momento in momento più accentuato. Poi d’un tratto Bissirì ci scuote dal torpore eseguendo un balzo rapido fuori dalla macchina con l’intento di aprire la portiera alla madre. Vediamo così entrare una donna di mezza età, vestita tradizionalmente con una sgargiante stoffa verde a ricoprire tutto il corpo, il tutto abbellito dall’immancabile drappo dello stesso colore a proteggere il capo. Il suo è un saluto silenzioso, solo un timido sguardo ed una veloce stretta di mano alla moda occidentale, su evidente richiesta del figlio.

Si può finalmente partire. Siamo diretti al villaggio bobo (inteso come etnia) del padre di Bissirì, sperduto nell’infinità di colli che circonda da vicino la grande città. Parteciperemo ad un sacrificio rituale che si svolgerà per portare fortuna alla nostra associazione e a quella dello stesso Bissirì. A farci compagnia ci sono anche sei polli, che Bissirì si è premunito di comprare poco prima dell’arrivo della madre. Saranno i protagonisti del rito sacrificale, il veicolo con cui gli spiriti e gli avi comunicheranno con noi e ci faranno sapere se ci proteggeranno lungo il cammino. In più saranno anche un ottimo pasto per molta gente del villaggio.

Non ci vuole molto per abbandonare il centro di Bobo ed inserirsi nelle più larghe strade dei quartieri periferici, assembramenti casuali di muri di cemento e lamiere ondulate. Ciò che non differisce dal centro è la terra ugualmente piena di buche e insozzata dalle più svariate immondizie. Poi d’un tratto ci ritroviamo a correre nella brousse africana, quel mondo avaro che ti accerchia con la solita monotona tonalità di marrone, facendoti immediatamente seccare la gola. Qui il percorso è ancora più accidentato e gli sbalzi a cui deve sottostare Carolina sono innumerevoli. Dario deve prestare molta attenzione nella guida e noi, raggomitolati sugli sconquassati sedili posteriori, dobbiamo preoccuparci di non sbattere dolorosamente il capo in seguito ai ripetuti sobbalzi. Il mio stomaco è sempre più in subbuglio mentre superiamo figure scure che camminano a lato della strada, spesso sovraccaricate di oggetti o alimenti da portare in città. Il loro sguardo è pieno di curiosità e la maggior parte si concede un ampio sorriso nel vederci traballare dentro Carolina. Alcuni di loro ci salutano allegri prima di scomparire inghiottiti dall’ennesima curva. Per mia fortuna ci fermiamo nei pressi di un agglomerato di case di terra, proprio sotto la fitta chioma verde di un mango, prima di arrivare al punto di rigettare l’intera colazione del mattino.

Veniamo subito accolti, prima ancora del nugolo festante di bambini, da una serie di sedie per accomodarsi all’ombra dell’albero. A farci compagnia ci sono un paio di signori anziani che si perdono in prolungati saluti con Bissirì. Sua madre scompare invece tra le stradine polverose del villaggio per fare ritorno solo al momento del sacrificio. Oltre il cerchio di sedie, ad una distanza di qualche metro, si dispongono quasi tutti i bambini del villaggio, allegri ed entusiasti come se stessero partecipando ad una proiezione cinematografica. E noi rimaniamo lì, a farci scrutare senza pronunciar parola, aspettando come di consueto. L’unico a parlare con gli anziani, anche grazie all’aiuto di Bissirì, è Dario. Ma i convenevoli sono limitati ed in breve anche lui rimane in silenzio nella calma quasi innaturale di questo primo pomeriggio di dicembre. L’ombra agitata da un lieve venticello, il soffuso chiacchierio dei bambini, il tenue pulsare della brousse, tutto si allinea per intorpidire i miei sensi. Il passare del tempo perde d’importanza, creando una sorta di limbo temporale nel quale tutti sembriamo adagiarci. Potrebbero essere passate delle ore quando un ometto più anziano degli altri, con un maglione di cotone blu simile a quello usato dalla marina militare italiana, si avvicina al cerchio di sedie e viene reverenzialmente salutato da tutti i presenti. È il capo del villaggio, colui che eseguirà il rito propiziatorio.

Risvegliati dal torpore, lo seguiamo sgranati verso la sua corte, osservando il labirinto di vie che corre tra muretti di terra color rosso mattone, facendo scappare impaurite alcune galline e qualche maialino, animali intenti a razzolare nelle aie che si aprono all’improvviso lungo la strada.

Di fronte l’abitazione dell’anziano dobbiamo nuovamente attendere, questa volta in compagnia di un numero maggiore di persone e dei loro sguardi. Il tempo perde di nuovo di consistenza, trasformandosi in una nuvola eterea impalpabile, senza alcuna rilevanza. Rischio di addormentarmi, lì seduto su una piccola panca di legno, la schiena appoggiata al muro di una casa. Abbandonato il maglione, vestito con una tradizionale tunica marrone lunga fino alle caviglie, l’anziano mi si avvicina poco dopo per compiere uno strano rito. Sedutosi sui talloni in una posizione rannicchiata che farei molta fatica a tenere, lo vedo bere qualche sorso di chapalò da un recipiente di zucca, mormorare qualche parola e versare il restante contenuto della bevanda sulla terra arsa con un gesto all’apparenza stizzito. Ripete il rito per tre volte prima di rialzarsi e ritornare nella casa che mi pare ora un antro scuro e misterioso.

Al momento di varcare la soglia di quell’uscio mi trovo difatti immerso nel buio, dove una innaturale frescura mi trasmette un brivido lungo la schiena e mi fa accapponare la pelle. Mi ci vuole qualche minuto per abituarmi all’oscurità. L’abitazione è composta da una sola stanza con al centro due pali di legno infissi nel terreno a sostenere un tetto di terra alto al massimo due metri. Lungo le pareti sono disposti dei bassi sgabelli, i nostri posti a sedere, mentre il vecchietto se ne sta rannicchiato dietro la porta d’ingresso, dove il buio è ancora più profondo visto il confronto con l’accecante riquadro che conduce all’esterno. Davanti a se fanno bella mostra alcuni massi imbrattati di sangue, i feticci che catalizzeranno l’influenza degli spiriti e degli avi per il rito propiziatorio. Regna il silenzio dentro l’abitazione, gli sguardi rivolti al pavimento in segno di grande umiltà e devozione, come se un cattolico stesse entrando in un’immensa cattedrale. L’unica eccezione è il battito delle mani della madre di Bissirì che accompagna nei momenti cruciali lo svolgersi del rito.

Il primo pollo compare quasi magicamente nelle mani tremolanti del capo del villaggio, le ali e le zampe strette comunque in una morsa decisa. Salmodiando parole sconosciute, l’anziano chiude gli occhi e comincia a ciondolare il capo ed il corpo in quello che pare l’inizio di uno stato estatico. Sta cercando il contatto con gli spiriti, richiamandoli con parole, suoni e gesti ereditati dalla tradizione orale africana attraverso innumerevoli generazioni, l’essenza stessa dell’animismo. Finita la sua parte, il capo del villaggio passa l’animale a Bissirì, che poi lo passerà a Dario. Entrambi devono, ora che la porta che conduce al mondo degli spiriti è aperta, elencare ciò che desiderano. Dario può parlare tranquillamente in italiano, gli spiriti lo capiranno ugualmente, perché è nel cuore di ognuno di noi che guarderanno. Inizialmente il catanese è in evidente imbarazzo, sicuramente poco convinto della fondatezza di questi riti. Ma con il tempo e con il passare di mano in mano di altri tre polli, le sue parole si fanno più sciolte e sicure, pronunciate comunque sempre con quella solennità che l’ambiente impone.

Finite le richieste il pollo torna nelle mani dell’anziano capo che si appresta, con un tremore dovuto all’età, a tagliare la giugulare dell’animale. Il sangue che cola copioso dalla ferita viene versato sui feticci e poi il pollo viene lanciato a terra. Dal modo in cui cade si può capire l’esito del rito, se gli spiriti e gli avi hanno accettato o no le richieste fatte. Se l’animale cade con le zampe ed il petto rivolto verso l’alto, allora il rito ha avuto esito positivo, se cade di lato invece non va bene, le richieste sono state rifiutate. Il lancio dell’animale è accompagnato da un battito di mani sempre più ritmato e potente della madre di Bissirì e da una elettrizzata attesa da parte di tutti. Per i primi tentativi gli spiriti ci danno credito e il sorriso compare subitaneo sul volti degli astanti, un sollievo evidente che si trasmette anche al pubblico che aspetta interessato fuori della porta, sotto la canicola africana. Una volta però il pollo non cade per il verso voluto ed un’onda di delusione scorre rapida attraverso la stanza. Il battito delle mani si blocca di colpo, il silenzio s’impadronisce dell’abitazione placando i primi mormorii di disappunto. Qualche attimo d’irrequietezza e poi tutto torna alla normalità. L’anziano si alza nuovamente in piedi e sancisce la ripetizione del rito, tentativo di riparazione che questa volta ha esito positivo.

 

Le Grand Marché di Bobo è uno dei mercati più belli dell’Africa occidentale. L’interno, un vero alveare, è un insieme di persone in febbrile attività, dove si trova in vendita una varietà sconsiderata di prodotti. Ai margini del mercato ci sono le bancarelle con piccoli e grandi oggetti di uso comune, come pentole, contenitori di plastica, pettini o quant’altro. Proseguendo verso il cuore del mercato, lungo vie sempre più oscure, si raggiunge l’area dei prodotti artigianali, dove fanno bella mostra di se splendide maschere di legno, vecchi sgabelli finemente lavorati, collane multicolori, giochi tradizionali, pozioni magiche e tessuti artigianali, come i batik e i bogolan. In mezzo a tutti questi prodotti artigianali trovo totalmente soddisfatto il mio piacere estetico. Ma oggi è solo una prima visita, una breve ricognizione per studiare il palcoscenico che ci vedrà l’indomani attivi compratori.

Di ritorno dal villaggio del padre di Bissirì, io, Peppino, Doriana e Vincenzo ci siamo fatti lasciare in centro città, in modo da goderci la vita urbana burkinbè prima del tramonto. Simone e Dario si sono diretti alla Sirabà per darci un nuovo tetto sotto cui dormire. Prima di accedere al mercato ci siamo concessi un tè in un bar nelle vicinanze, un semplice bicchiere di acqua calda con una bustina di tè Lipton. Seduti sulle panche di legno ai bordi della strada abbiamo osservato il proprietario del bar e quello di un vicino negozio di prodotti etnici giocare a Bantumi (qui ha un altro nome, che non ricordo; da noi si chiama anche Mancala) su un grande pezzo di legno scuro con intarsiate figure gibbose a dominare i due campi di gioco. Le loro mani correvano veloci sulla tavola da gioco, spostando rapide i semi da un incavo ai successivi. C’era qualcosa di affascinante, quasi di altri tempi, in questo riquadro di mondo in cui l’unico movimento era quello di un paio di mani, mentre tutto il resto sembrava immobile, come congelato nel tempo. Peppino non si è fatto sfuggire l’opportunità di capire il funzionamento del gioco, per poi sfidare Doriana ad una partita da principianti. Con l’aiuto non molto nascosto dei due professionisti, più che mai interessati ad una partita tra tubabu, la catanese ha avuto vita piuttosto facile.

 

È piacevole veder scendere le ombre sulle strade della città, attendere la perdita di vigore dei colori, ammirare il buio avanzare ed inghiottire tutto tranne le forme dei corpi. Poche sono le luci che cercano di contrastare questo veloce incedere della notte, un numero talmente esiguo che permette solo la distinzione tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Scompare così la distinzione tra nero e bianco, di nuovo tutti uguali, solo uomini. Non essere più gravato di mille sguardi curiosi, indagatori, sospettosi, approfittatori o quant’altro, mi rende leggero, libero. Bella e dimenticata sensazione.

Domenica 24 dicembre

Continuo a rigirarmi sul letto, del tutto incapace a prendere sonno. Il piccolo soppalco che ospita il letto matrimoniale sul quale dovremmo dormire io e Peppino è un autentico forno, una soffocante gabbia di calore. Peppino non ha nemmeno provato a salire le scale. Sento la sua voce provenire dalla piccola veranda antistante la stanza, un flebile bisbiglio nell’aria notturna. Da lì a poco, per mettere la parola fine ad un estenuante sfibramento, decido di raggiungerlo. Lo trovo in compagnia di Roberto, un ragazzo veneto dai folti capelli fulvi e ricci. È l’accompagnatore di un gruppo di italiani che sono giunti fin qui per seguire un corso di musica africana.

Aspettando che la temperatura della notte scenda verso valori accettabili, mi unisco alla chiacchierata, un dialogo fatto d’impressioni e d’esperienze, un confronto tra due avventure africane all’apparenza lontane, ma in realtà molto vicine. Il mondo poliedrico africano ha la capacità di presentarsi con quasi la stessa faccia allo sporadico visitatore occidentale. D’altronde per loro siamo tutti uguali, figli di un Dio maggiore che per acquisire ricchezza hanno rinunciato alla propria spiritualità.

È parecchio tardi quando decidiamo di farci abbracciare dall’oblio del sonno.

 

Le ombre hanno già iniziato a rimpicciolirsi quando i miei occhi vengono accecati dalla luce del giorno. Fuori dalla stanza il movimento è minimo, con poche anime indistinte che si muovono di qua e di là lungo lo spiazzo spoglio di vegetazione che divide le abitazioni da un’ampia veranda e dal bancone di un bar. Solo qualche palma si alza verso il cielo, fornendo comunque un tocco esotico all’ambiente.

Ma a ravvivare ancora di più l’aria ci pensa l’arrivo di Eva, una Venere Nera dalla risata cristallina ed il sorriso ammaliatore. La sua compagnia è un continuo spettacolo, una rappresentazione teatrale fatta di tragedie e commedie, una continua messinscena per richiamare l’attenzione, per focalizzare su di se gli sguardi dei presenti. Per Eva la vita è un palco, o almeno lo è quando ha a che fare con noi tubabu. I dialoghi, le battute e gli scherzi con Peppino, che già conosceva, sono un lieto modo per riprendere contatto con il giorno, per riaffrontare una nuova giornata africana, con i suoi disagi, ma anche con le sue attraenti diversità.

L’esigenza di essere al Centro prima di sera ci obbliga ad accelerare i tempi da dedicare alle abluzioni mattutine, anche perché ci attendono delle frementi contrattazioni al mercato, un momento da me agognato fin dall’arriva in Africa che sembra aver coinvolto anche Peppino.

È lui a guidare il gruppo d’acquirenti, composto, oltre a me, anche da Doriana e Vincenzo. Conoscendo già la direzione da percorrere all’interno del mercato, giungiamo rapidi nei pressi dell’area adibita ai tessuti. Le bancarelle nascono le une appoggiate alle altre, riparate dal sole da una serie di tettoie di lamiera che rendono bui i corridoi labirintici che si perdono nel cuore del mercato. Macchine per cucire Singer vecchie di quarant’anni, quelle con ancora il funzionamento a pedale, scandiscono il ritmo della vita che si svolge tra i bogolan, una stoffa tradizionale formata da strisce di cotone tessute a mano e cucite l’una accanto all’altra, i pochi batik e i molti tessuti di cotone moderni.

Come il giorno precedente, veniamo circondati da frenetici venditori non appena lo sguardo si posa su qualche mercanzia, tutti pronti ad esaudire il nostro più piccolo desiderio, autentici geni della lampada al nostro servizio. Quando rendiamo evidente l’interesse per i bogolan, più che per altri oggetti, c’è una sorta di rimescolamento dell’universo fluttuante di venditori che ci avvolge. Persone con le mani colme di collane vengono allontanate, portate ai margini del nostro campo visivo, il loro posto preso da ragazzi che in un chiacchierio continuo ci accompagnano nei pressi di una bancarella dove troneggia un signore anziano vestito con un lungo abito tradizionale di colore verde. Tanto è evidente la frenesia dei ragazzi nel proporci questo o quel bogolan, tanto è impassibile il volto del vecchio, una maschera di gesso resa viva solo dallo sguardo sornione e dall’angolo della bocca che ogni tanto s’inclina in un leggero sorriso. Decine di persone si prodigano nel proporci la merce, quasi creando una cintura umana a farci da scudo. Non appena si apre un varco in tale assiduo marcamento, però, qualcuno è pronto, giungendo dalle retrovie, ad affiancarti per proporti un set di collane, qualche bella maschera, delle ottime miniature d’animali in bronzo o in legno. Se il nuovo arrivato non riesce ad attrarre più di tanto la tua attenzione è nuovamente allontanato e ritorna nel gruppo che orbita ad una decina di metri da noi, una folla sempre più nutrita che rimane appoggiata alle altre bancarelle, pronta a sfruttare la minima opportunità di parlarti. Evidentemente le voci della nostra presenza si sono diffuse in tutto il mercato.

In questo marasma vorticante cerco di concentrarmi sull’acquisto di un bogolan. Non è facile perché quello che subiamo è un vero bombardamento d’offerte e varie richieste, con gente che ci strattona a destra ed a sinistra, professandosi ad ogni istante tuo amico, bisognevole d’aiuto o quant’altro. Mi sento a tutti gli effetti il simbolo del dollaro di una slot machine e come questo non faccio altro che vorticare.

La bolgia ha termine quando decidiamo i tessuti ai quali siamo interessati. La merce scelta viene posizionata davanti all’anziano, che si siede su uno sgabello di legno e ci invita a fare altrettanto. Tutto in quel momento tace, un silenzio reso ancora più evidente dal continuo borbottio delle macchine per cucire che si erge a colonna sonora di questo momento solenne. È proprio con solennità che l’anziano venditore si accarezza il mento ed attende, ci guarda negli occhi ed attende, si sistema l’abito ed attende, si schiarisce la gola ed attende. Siamo gli unici ad aspettare la cifra iniziale per dare il via alla contrattazione, gli altri attendono solo le nostre reazioni. È un momento dal sapore autentico, quasi poetico, romanzesco, che eccita e solletica la mia immaginazione. È come essere catapultati d’un tratto in un’altra epoca, quella dei grandi commerci con l’oriente in cui i bazar rappresentavano un vero crogiolo d’umanità, diventare protagonista di una sua storia. In tale atmosfera rivitalizzante poco importa quale è l’esito della contrattazione. L’importante è vivere appieno il momento, con le sue sfumature, i suoi accenti, le sue ovvie contraddizioni.

 

Carolina è carica da far paura, con oggetti di ogni tipo accatastati fino a riempire anche i minimi interstizi. Alcune foglie di un piccolo alberello mi accarezzano la nuca, mentre un ramo è costretto a piegarsi in modo innaturale contro il finestrino. Proprio dietro il mio sedile sono posizionate trentacinque piantine, quelle che completeranno il giardino/frutteto che abbiamo intenzione d’impiantare nei pressi della pompa.

Così carichi ripartiamo alla volta di Loto, dove ci aspetta una serata particolare. Al Centro è organizzata una festa per la gente del villaggio, con chapalò, bissaf e musica per tutti. Per la prima volta il Centro si concede alla “mondanità”.