Centro Ghélawé in Africa

Dal 07 al 30 dicembre 2006

di Carlo Camarotto

Festa al Centro
La Brousse

Tappa numero 6, Dal 24 al 26 dicembre 2006

Festività natalizie
burkina_6

Domenica 24 dicembre (... segue)

L’intensità dei raggi del sole è diminuita di colpo, come al solito. È come se qualcuno avesse girato improvvisamente la rotella di un interruttore con potenziometro: un momento il sole t’incendia la testa e l’aria che respiri, quello dopo senti che un peso davvero gravoso ti è stato tolto dalle spalle e respirare è tornato un piacere. Anche i colori cambiano di colpo, o meglio ritornano. Prima tutto è uniformemente accecante, poi il verde della vegetazione comincia a differenziarsi dal rosso della pista di terra. È impressionante quanto poco tempo trascorra da una situazione all’altra.

Io, Simone e Vincenzo siamo seduti dietro, piuttosto a nostro agio perché Doriana si è accomodata sulla piccola ghiacciaia portatile tra Dario e Peppino, lasciandoci così più spazio. L’architetto porta sul capo un cappello bianco fatto con la stoffa bogolan, uno degli acquisti al mercato, una via di mezzo tra un cilindro ed un panama. Ne è davvero fiero, anche perché se l’è fatto fare su misura in pochi minuti (quelli disponibili erano tutti troppo piccoli).

Carolina più è carica, più pende. Ma l’atmosfera al suo interno è veramente rilassata, fatta di chiacchiere e risa. Stiamo proprio bene insieme. È così che dalle parti di Pâ decidiamo di fermarci per mangiare e bere qualcosa, una sorta di ultimo momento tra tubabu prima di immergerci nuovamente nella “bolgia” del Centro. A lato della strada, appena presa la via per Diebougou, ci sono alcuni locali che commercializzano l’immancabile birra. Qualche tavolino di plastica davanti ad una costruzione di legno contorto e tetto di lamiera ed il gioco è fatto. Solo qualche metro più in là un gruppo di donne sta grigliando dei pezzi di carne scura su una lamiera rovente, probabilmente montone. È tutto quello che cerchiamo.

Beviamo la birra con avide sorsate, mentre la pace crepuscolare ci restituisce quell’agio che il sole ci aveva negato durante tutto il giorno. La temperatura è ottima ed il corpo gode un benessere finalmente ritrovato. Non mi stancherò mai di dirlo, ma quelle del tramonto sono sempre le ore più belle della giornata. Peccato che durino appena il tempo di un battito d’ali. Dopo poco che siamo lì seduti, infatti, Dario, osservando che il sole è ormai prossimo a sparire dietro le chiome degli alberi, c’invita a ripartire. Anche se vorremmo trascorrere ancora degli attimi di pace e tranquillità, scevri di preoccupazioni di qualsiasi genere, c’è da organizzare una festa al Centro, incombenza a cui non possiamo sottrarci.

L’oscurità ci sorprende che siamo ancora per strada. Il buio oltre il cono di luce dei fari si fa assoluto in men che non si dica, diventando subito impenetrabile. Abbandonata la strada principale, a Lotò solo le tre lampadine del Centro illuminano debolmente la brousse, tre piccole lucciole notturne che scorgiamo non appena sbuchiamo dal sentiero nei pressi della pompa. Varie anime scure brulicano intorno alle luci, come brune falene notturne. Molte delle donne del villaggio sono già arrivate: sono lì, sedute sulle sedie o sulle panche che Abdoul ha portato con sé da Diebougou, mute e con lo sguardo impassibile. I loro figli vagano senza uno scopo apparente nei pressi delle capanne, ma parlano tra loro a bassa voce, contrariamente al solito. Degli uomini del villaggio, invece, ancora nessuna traccia. C’è un silenzio a cui non siamo abituati.

I nostri ragazzi appaiono un po’ persi in tutta questa moltitudine di persone. Se dovessi guardarli con occhio occidentale direi che si sono certamente sentiti smarriti quando non ci hanno visto arrivare prima del tramonto, con le persone che piano piano giungevano dal villaggio e tutto ancora da preparare. Forse noterei, o mi parrebbe di notare, che, ora che siamo arrivati, sui loro volti c’è una piccola traccia di rilassamento, segno di uno sgravio di responsabilità. Ma se questo è quello che i miei occhi vedono, o credono di vedere, ben diverso è quello che adesso, dopo una quindicina di giorni africani, suppongo di aver capito di questo popolo: vedono le cose in modo differente dal nostro, c’è poco da fare.

La nostra vita non è solo cadenzata dal tempo, ne è completamente inclusa, ne è schiava. Tutto quello che facciamo, lo facciamo in previsione di un momento ben preciso, come un appuntamento, una scadenza o quant’altro. Quando questa precisione, o anche solo questo obbiettivo, viene meno, perdiamo il nostro normale equilibrio. Qui in Africa è diverso. Non è la vita ad adeguarsi al tempo, ma il concetto di tempo ad adeguarsi ad ogni singola esistenza. Noi diremmo che una riunione inizia alla data ora, loro dicono che la riunione inizia quando sono arrivati tutti i partecipanti. Cambia tutto, completamente.

È per questo che le persone dal villaggio continuano ad arrivare al Centro alla spicciolata, uno ogni tanto, solo raramente a gruppi. Ci arrivano a piedi o in sella a dei motocicli impolverati. Più tardi arrivano, soprattutto se sono uomini, più sono bevuti, con gli occhi lucidi e la lingua impastata che invece accomuna tutti gli ubriachi del mondo. Il vero motivo del loro arrivo è dovuto probabilmente al fatto che possono continuare a bere senza spendere denaro. Abbiamo infatti comprato una tanica di chapalò ed una di bissaf, da distribuire a tutti i convenuti. Abbiamo anche chiamato due ragazzi per suonare il balafon, una specie di xilofono caratteristico dell’Africa occidentale, composto da una struttura di legno sotto la quale sono poste delle zucche (calebasse) che fungono da cassa di risonanza.

Quando il numero di persone riunito è sufficientemente numeroso, Abdoul prende brevemente la parola, per cederla subito a Dario. Il catanese non so cosa dire, in realtà, quindi farfuglia le solite frasi in francese che ripete ogni volta che si trova a parlare del progetto con qualche burkinabè interessato. Mentre parla i bambini sono seduti nei pressi della capanna circolare, proprio sotto una delle lampadine, perfettamente ordinati e silenziosi. Basta l’occhiata di una madre, tutte sedute poco più in là, a zittire qualsiasi parola di troppo, a bloccare qualsiasi movimento inopportuno. Ancora più lontani, quasi avvolti nell’oscurità della brousse, stanno gli uomini. Tre gruppi distinti, separati da tratti di terreno deserto. Anche noi bianchi ci siamo divisi, chi si tiene all’ombra della capanna, proprio dietro i bambini, come Peppino, chi qualche passo dietro le donne, come me.

Non so quanto si capisca del discorso di Dario. In realtà io stesso afferro poco delle parole del catanese, che volano via nel silenzio della notte senza lasciare traccia. Certamente poco capiscono gli uomini, molti dei quali se ne stanno ancorati alla sedia per non stramazzare a terra, l’equilibrio instabile e la testa ciondolante. Poco mi pare comprendano anche le donne, rigide e ferme, sia nel comportamento, sia nello sguardo, talmente impassibile da apparire assente. Sicuramente nulla capiscono i bambini, identici nell’incapacità di concentrarsi a quelli di tutto il mondo.

Ma non sono le parole ad essere importanti, è il gesto di offrire qualcosa a tutti, di cercare di far comprendere all’intero villaggio che la nostra azione non è selettiva, non è solo “per alcuni”, ma è indirizzata a tutti, a chiunque di loro voglia starci vicino. Alla fine l’importante è stare insieme per una notte, anche se magari accomunati dal frizzante torpore del chapalò.

Quando parte la musica gli animi cominciano ad infiammarsi. Le stesse persone che se ne stavano sedute in precario equilibrio sulle sedie iniziano a muoversi nello spazio terroso antistante la capanna seguendo un ritmo sincopato fatto di movimenti scattosi, nervosi, quasi fossero in preda ad uno stato di trance. Il loro corpo è un fremito continuo, precario quanto l’equilibrio che si mantiene minimo anche in posizione eretta.

Il padre di Bajo, una bombetta nera in testa, è uno di questi. Ogni tanto m’intravede nei fumi dell’alcol che gli annebbiano la vista e compie dei rapidi passi nella mia direzione, senza mai perdere quel ritmo che fuoriesce immutabile ed alienante dal balafon. Quasi mi corre incontro, fermandosi di colpo a pochi passi dai miei piedi. Mi guarda con occhi spiritati, il corpo fremente, mi stringe le mani, pare chiedermi qualcosa (o forse salmodia solo qualche canzone tradizionale), poi si volta e torna a girare frenetico intorno agli strumenti, calpestando con vigore il terreno ed alzando una densa nuvola di polvere. Non riuscendo a comprendere cosa realmente voglia da me, inizio a vagare tra le case, in modo da non farmi scorgere con così tanta facilità. Così facendo ho anche modo di vedere cosa succede in giro, oltre al ballo scalpitante di una decina di scalmanati (tra i quali ad un tratto si aggiunge Doriana). Tra le altre, mi ritrovo nel bel mezzo di una lezione di educazione burkinabè, cioè come vieni trattato da tua madre se combini una marachella nel bel mezzo di una festa. Vittima della “lezione” il povero Liabà, accusato dalla madre di avere bisticciato con un altro bambino; punizione una sequenza impressionante di sberle e calci, alcuni talmente forti da far alzare da terra il piccolo corpo dello sventurato. In risposta ad un mio sguardo incredulo, Sami e Siè si sono avvicinati alla madre per calmarla, ma ormai Liabà era stato cacciato, dolorante, verso casa.

Come sono arrivati alla spicciolata, anche il ritorno degli invitati alle proprie capanne è frazionato. Quando i suonatori si ritengono soddisfatti della propria performance, più o meno dopo due ore di musica sempre identica, le persone che rimangono in piedi sono al massimo una mezza dozzina, ed anche a loro non serve molto per accorgersi che la festa è finita ed è ora di andarsene. Al momento di chiudere il generatore, la notte si riappropria del Centro e le stelle si riappropriano della notte. Il luccichio che risplende in cielo è reso ancora più intenso dal precedente confronto con la luce innaturale delle lampade, come il silenzio risulta più avvolgente se confrontato con il precedente assordante ritmo del balafon. Concludo questa lunga giornata ammirando la notte in compagnia di Peppino e Doriana. È Natale.

Lunedì 25 dicembre

È Natale. Non importa se il sole al mio risveglio sta già incendiando la brousse e la temperatura è in procinto di superare i trenta gradi. E pensare che non sono nemmeno le nove di mattina. È che qui il sole è già potente non appena valica l’orlo della collina, cosa che avviene poco dopo l’alba. Ugualmente il calendario non mente: è il mio primo Natale tropicale. Di per sé la stranezza climatica di questa festività non mi tange più di tanto, nel senso che non sono mai stato affezionato al Natale ed al modo di festeggiarlo. A mancarmi è invece il panettone, dolce di cui sono ghiottissimo. A sostituirlo non c’è nulla: questo sì che un po’ mi rattrista. A sostituire invece il normale chiacchierio della preparazione del pantagruelico pranzone c’è il belare di una creatura sotto la finestra. Il giorno precedente i ragazzi hanno comprato al mercato un piccolo montone, vittima sacrificale della nostra voglia di festeggiare degnamente questa giornata particolare. Alla vittima Simone ha voluto anche affibbiare un nome: Serafino. Sapendo che da qui a breve avrà un appuntamento con Siè, non voglio nemmeno vederlo. So che inizierei a provare pena per lui. Meglio evitare.

Abbiamo invitato a pranzo Jean Renè e tutta la sua famiglia, cioè la moglie e le due figlie. Aspettando il loro arrivo, non ho molto da fare durante la mattinata, se non preparare la tavola e le sedie all’interno della casa di terra. La maggior parte del mio tempo la passo a bighellonare tra la fresca ombra della casa e la più calda, ma più ariosa, ombra che gli edifici concedono all’esterno, una sottile striscia scura che va assottigliandosi sempre più appropinquandoci a mezzogiorno, un’incerta protezione nella quale si riuniscono tutti i bambini che animano il Centro. Se ne rimangono lì, asserragliati con le spalle al muro, a ridere e scherzare nel modo sguaiato di sempre. Scompaiono solo quando Siè decide che è ora di fare le feste a Serafino. In quel particolare momento sto leggendo un libro, seduto all’interno della casa. Alzando il capo vedo Siè passare davanti l’uscio accecante portandosi appresso il montone, tenuto al collo per una corda. Dietro di loro la fila di bambini ridenti, una processione da pifferaio magico. Poi il silenzio.

Casualmente mi ritrovo seduto sulla stessa sedia, nella stessa particolare angolazione, quando Siè, due ore dopo, torna a passare davanti allo stesso uscio, questa volta in direzione opposta, con in mano una pentola piena di pezzi di carne sanguinolenti. I minuti intercorsi tra questi due eventi si volatilizzano all’istante, lasciandomi l’impressione che non sia trascorso nemmeno un secondo da quando ho visto Siè andare via con Serafino a quando l’ho visto tornare con il piccolo montone macellato.

Al momento di pranzare, al Centro rimaniamo solo noi e i nostri ospiti. Forse qualcuno ha avvertito i bambini di concederci questo attimo di tranquillità, o forse l’hanno capito da soli osservando i nostri volti desiderosi di pace. Sta di fatto che il pranzo si svolge in una atmosfera conviviale ma tranquilla, immersa in un silenzio esterno a cui siamo tutti poco abituati. Anche a tavola le parole sono poche, quasi avessimo paura di rompere l’incantesimo natalizio lanciato sul Centro. Le figlie e la moglie di Jean Renè mangiano senza proferire parola, come la moglie di Issà, invitata a forza da Dario contro la volontà dello stesso marito. È lo stesso siciliano ad intrattenere Jean Renè, seduto al suo fianco. Io rimango tra Doriana e Peppino, a rimpinzarmi di verdure, visto che la carne di montone, se non frollata, è davvero dura da mangiare.

Ci ritroviamo ugualmente tutti pasciuti alla fine del pranzo, fatto di per sé non straordinario per noi, ma abbastanza inusuale per i nostri amici africani. Ciò nonostante, cioè pur con la pancia piena, ho un compito da svolgere non appena il sole mi permetterà di lavorare all’aperto. Devo piantare gli alberi comprati a Bobo, o almeno quelli che appaiono in condizioni non proprio ottimali. Devo farlo il prima possibile e poco importa se è Natale. Il senso di colpa che mi porto dentro da giorni per aver fatto morire i primi alberi comprati (sia che sia effettivamente colpa mia oppure no) è ancora molto forte.

Mi cambio con estrema calma, quasi seguendo un lento rito di preparazione, e poi mi dirigo verso il giardino recintato con in mano le prime piantine di mango. Le buche, fatte nei primi giorni, sono già state riempite con del terriccio superficiale e praticamente inondate d’acqua per due giorni. Della paglia è stata poi stesa sopra il terreno, in modo da mantenerlo umido. Questa volta sono fiducioso.

Martedì 26 dicembre

Alle prime luci del giorno mi alzo silenzioso dal materasso. Cauto mi vesto, nella speranza di non svegliare Dario, che dorme ancora pacifico in parte a me. Infilati gli scarponi da lavoro, sono pronto a continuare il lavoro iniziato la sera precedente.

Un Samì mezzo addormentato, con gli occhi praticamente socchiusi, ruota stancamente la pompa, mentre Siè e Issà fanno la spola fino al giardino per innaffiare gli alberi appena piantati, inumidire le tante buche ancora senza ospite e bagnare il piccolo pezzo di terra che lo stesso Issà ha trasformato in suo personale giardino. Tutti gli altri dormono ancora e il silenzio steso sul Centro è totale.

Completo il lavoro prima che il sole inizi a sciogliermi, piantando tutti gli alberi che avevamo comprato a Bobo. Appena finito mi sento soddisfatto e trangugio con estrema soddisfazione un’intera brocca d’acqua, ritenendo di meritarmela. Sarà anche Santo Stefano, quindi ancora festa, ma anche Peppino ritiene che sia utile impegnarsi nel lavoro. Da qualche giorno ha un’idea in mente ed ora trova il tempo per realizzarla: un forno a legna.

Senza chiedere niente a nessuno, senza proferire parola, appena dopo colazione inizia a spostare mattoni di pietra ed a riempire carriole di ghiaia. Dopo poco lo affiancano Siè e Samì, che si sobbarcano il trasporto dei pesi, mentre l’architetto si concentra nella costruzione della struttura. Sarebbe quasi più giusto chiamarla creazione, perché quello che esce dalle mani di Peppino ha il sapore, per uno come me non dotato di grande manualità, dell’opera d’arte. Lo stesso parere, o la stessa sensazione, sembra cogliere anche Simone, che si dimostra quanto mai incuriosito dal tutto. Dopo un po’ di spiegazioni (“un po’” è un eufemismo), riesce anche a comprendere le intenzioni del pugliese, cosa che lo rende felice e spensierato per il resto della giornata.

Per tutti gli altri invece è un giusto giorno di riposo, cosa che diventa pure per me al momento di finire il lavoro al giardino. Anche Issà si unisce al gruppo di “vacanzieri” e ci allieta con delle trovate davvero simpatiche. Ad un tratto appare a lato di Doriana indossando il nuovo vestito di Teremì, suscitando in tutti noi un sincero scoppio d’ilarità.

Solo un fatto di una certa serietà movimenta lo scorrere placido della giornata, uno scontro verbale tra Peppino e Jean Martin. Il muratore, apparso a metà mattina in sella alla moto nera, in risposta ad un ulteriore rimprovero dell’architetto su come è stato costruito il tetto, si lamenta del fatto che le case che stiamo costruendo sono del tutto differenti da quelle che si costruiscono normalmente in Burkina Faso e che, a suo parere, sono abnormi come dimensioni. Lui il suo lavoro lo sa fare, dice, e le nostre pretese sono assurde. La risposta di Peppino è sorprendentemente tranquilla, ma carica di forza ed intensità. Lo guarda dritto negli occhi ed afferma che anche lui sa fare il suo lavoro e che se fornisce delle indicazioni, a queste bisogna attenersi.

Un veloce scambio di pareri che racchiude in sé uno dei problemi che la nostra opera di cooperazione in Africa deve affrontare giornalmente. Attualmente siamo solo dei bianchi che stanno costruendo cose da pazzi: un bagno-doccia alto quattro metri con porte, finestre, compostiera e recupero dell’acqua, una casa enorme, un forno per il pane tirato su dal nulla e tante altre cose che inizieremo a fare con il tempo. Differenziamo perfino i rifiuti. Il Centro di formazione per l’agricoltura e l’allevamento ad oggi, almeno nelle loro teste, non esiste ancora. Per loro siamo solo una fonte di denaro e di materiale, non ancora una fonte di conoscenze. Il Centro dovrà essere un luogo in cui si scambierà conoscenza, in un verso e nell’altro. Per arrivare a questo ci vorrà tempo, tanto tempo. Chissà a quanti altri scontri come quello tra Peppino e Jean Martin dovremmo ancora assistere.