Il Cile in solitaria

Dal 16 gennaio al 9 febbraio 2001

di Carlo Camarotto

Plaza de Armas
Santiago 1
Santiago 2
Ande da Santiago

Tappa numero 1, Dal 16 al 19 gennaio 2001

Santiago de Chile

Martedì 16 gennaio - Verso il Cile

Due voli aerei, Venezia-Madrid e Madrid-Santiago, in tutto diciannove ore di viaggio, comprese tre ore di stop nella capitale spagnola. La prima volta che stacco in modo così netto i piedi da terra: dovevo proprio scegliere un volo così lungo?

Sono a Madrid, seduto di fronte la porta A10, ed aspetto d’imbarcarmi sul volo per Santiago. Fuori è buio ed una pioggia leggera sporca le vetrate alle mie spalle. Sto sicuramente meglio di quando sono partito: gli ultimi giorni sono stati un piccolo tormento, ansiosi e stressanti. Mi accorgo ora che mi sto rilassando ed il mio sguardo comincia ad aprirsi verso l’esterno, mosso da quella curiosità che mi porto appresso fin da bambino. Momenti come questo vorrei viverli in ogni istante, ma purtroppo la mia vista è troppo spesso inquinata ed offuscata da pensieri nervosi, sfasati, irregolari; troppo chiuso in me stesso per ricevere e troppo ansioso per godere. Questo viaggio dovrà servire anche a questo, a farmi ritrovare il piacere di un bacio focoso del Sole, di una carezza disinteressata del vento o dell’armonico ticchettare della pioggia su un vetro.

Mercoledì 17 gennaio - Santiago de Chile

Come un illimitato manto nevoso, le nuvole mi coprono la visuale sul Sud America. Qualche fugace sprazzo di terre verdi percorse da enormi fiumi azzurri appare ai miei occhi, ma sono solo brevi attimi impalpabili. Il mio orologio segna le dieci e venti ora italiana e scopro, grazie ai monitor dell’aereo, di aver appena superato Brasilia, di viaggiare a 11.900 metri di quota ad una velocità di 850 km/h e che la temperatura esterna è di meno 57 gradi. In qualche modo sono riuscito a dormire, inventandomi posizioni da contorsionista per adeguarmi alla scomodità degli angusti sedili: per fortuna l’aereo è mezzo vuoto e posso occupare due posti.

Manca un’ora e mezza all’arrivo ed ho appena finito la colazione. Fuori ancora nuvole, una distesa compatta ed impenetrabile alla vista. Secondo il monitor stiamo sorvolando l’Argentina. Da quando sono partito non ho spiaccicato una parola, se si esclude un “Yo no ablo en español” sussurrato ad una carina e minuta ragazza cilena che cercava impaurita il primo volo per Santiago. Chissà come farò arrivato a destinazione… forse è meglio che continui a studiare il mio bel dizionarietto tascabile.

Che spettacolo. Le nubi hanno deciso di darsi appuntamento lontano da me proprio al momento giusto… le Ande.

Prima dell’arrivo all’aeroporto mi fanno compilare un breve questionario, indagando perlopiù sul motivo della visita in Cile e sui gusti alimentari, nel senso che se hai con te qualcosa da mangiare, soprattutto frutta o verdura, fanno sì di sequestrartela subito alla dogana. Attualmente l’economia cilena poggia molto sul settore primario, ed in particolar modo sulla frutticoltura: non possono permettersi di introdurre accidentalmente qualche parassita con la frutta che ti porti dietro dall’Europa.

Senza problemi, recupero il bagaglio (uno zaino) e seguo la massa per uscire dall’aeroporto. Lungo il corridoio due ali di tassisti e operatori turistici ci accolgono a forza di urla ed inviti più o meno ammiccanti. Non mi aspetto un simile “attacco commerciale frontale” e comincio a dire “no” a tutti, alle volte senza capire nulla di quello che mi chiedono… devo uscire subito da quella bolgia.

Magicamente all’aria aperta i tassisti si dissolvono (non saranno mica vampiri?) e mi ritrovo solo (essendo piccolo, moro e di carnagione scura, è facile confondermi con un cileno) ad osservare i primi scorci di Cile.

Di fronte a me, proprio vicino l’uscita dell’aeroporto, se ne sta comodo l’autobus che cerco, poco più di due euro per portarmi dritto dritto in centro a Santiago (è proprio inutile affidarsi ad un taxi). Lungo il percorso continuo ad alternare visioni di bambini che giocano a pallone in strade di periferia in terra battuta alle preziose indicazioni della mia guida EDT, facciate di case coloratissime unite da migliaia di cavi elettrici sospesi a pochi metri da terra alle preziose indicazioni della mia guida EDT, insegne luminose luccicanti anche di giorno alle preziose indicazioni della mia guida EDT. Devo pur decidere dove dormire.

Primo colpo, subito a segno. Residence Alemana, circa sedici euro per una doppia (non hanno altro) con prima colazione (chissà se mi faranno mangiare due volte). Tento qualche parola di spagnolo (penoso), lancio lo zaino sul letto e parto verso il centro della Capitale. Data l’avversità nei confronti di qualsiasi mezzo di trasporto che non siano i miei piedi, decido di sgambettare un poco. La metrò di Santiago non è comunque male: tre linee (un po’ pochine ma, visto le non grandissime dimensioni del centro, più che sufficienti) ordinate, pulite ed efficienti. Mi avvio lungo l’Alameda, una via a doppia carreggiata eletta a pista di lancio per i numerosissimi autobus pubblici. A flotte di cinque o sei, sgangherati e puzzolenti, colorati di giallo e bianco sporco, sfrecciano ad altissima velocità da un semaforo all’altro: pallottole impazzite di ferro da rottamare con ignari incolpevoli a bordo. È la vera arteria della città, o dell’insieme di città (Santiago è composta da oltre trenta comuni autonomi), e sotto di essa corre la linea principale della metrò. Il centro vero e proprio è un’isola pedonale a nord dello stradone. Lì trovo migliaia di persone che si dimenano più o meno allegramente: enormi insegne luminose, centinaia di sosia di Jennifer Lopez, squarcianti urla di venditori ambulanti (trovi qualsiasi cosa tu voglia), vecchi lucidascarpe che aspettano il prossimo cliente fischiettando, poveri ed invalidi che chiedono l’elemosina ad ogni angolo, giovani manager impellicciati nel loro benessere. Un bel campionario di umanità occidentalizzata.

Il sole batte troppo forte per sopportarlo, lo spengo. Per mangiare mi dirigo al Mercado Central dove, secondo la guida, posso “mangiare a poco prezzo in un ambiente particolare”. Appena metto piede nel Mercado, vengo preso di mira da tutti i camerieri dei vari ristoranti presenti in loco.

“Vuole gustare un buon pranzo”, (libera traduzione dall’inglese), seguito da:

“English? German? French? Russian?…”

“No, no, italiano”

“Ah, italiano”.

Con l’ultimo che mi si rivolge, è anche il più insistente, inizio una lunga discussione sul Cile, sul calcio (siamo uomini) e sulle lingue latine. È un cileno purosangue, di origini Mapuche (popolo indigeno del centro-sud). Lui parla spagnolo, io italiano, e ci capiamo pressoché su tutto.

Il Mercado Central è un’affascinante costruzione di ferro battuto costruita nel lontano 1872. I pezzi furono fabbricati a Birmingham e poi montati successivamente a Santiago. È bella, anche se cupa. Mi siedo in una piccola rosticceria, proprio di fronte uno degli ingressi del Mercado. Il muro esterno è fatto di mattoni bruniti, l’ingresso è rosa con colonne bianche, impreziosito con figure di donna ed una testa di leone di ferro lavorato. È proprio un peccato che l’interno non sia più occupato da chiassose bancarelle di frutta e verdura (anche di pesce o carne… puzzano, ma che importa), ma da ristoranti chic troppo costosi per le mie tasche (ed assolutamente decontestualizzati dalla mia vacanza ideale). Incollati al Mercado, come parassiti un po’ sfortunati, nugoli di attività sono protette da soffitti scrostati di lamiera e vivono dell’audacia dei loro gestori. Una di loro mi accalappia e mi convince ad assaggiare una sogliola impannata; la condisco con tre birre. Mi alzo dal tavolo, un po’ brillo, verso le tre del pomeriggio, quando stanno chiudendo tutta la baracca. Riprendo il girovagare ramingo per la città, camminando tanto, prendendomi le giuste soste e rincasando sul tardi.

Il Residence Alemana è un posto decisamente particolare. Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo, più o meno alle colonie francesi in Louisiana. I soffitti sono alti, lontani; infissi e porte di legno laccato di bianco, carte da parati color pastello alle pareti. Un patio è racchiuso all’interno dell’edificio, mentre scale labirintiche si perdono nei vari recessi della struttura. Gli assi di legno del pavimento cigolano ad ogni passo e tutto l’arredamento sembra, almeno come disegno, di un secolo fa.

Tre figure di Santiaguineros hanno attratto la mia attenzione:

  • Venditore di gelato ambulante: lo puoi trovare in ogni posto dove sia possibile riposarsi, con un cartone pieno zeppo di gelati confezionati sotto il braccio, mentre urla “HELADOS”.

  • Lo spazzino: si sposta a piedi trasportando enormi bidoni d’immondizia e camminando verso chissà quale meta (la zona pedonale luccica da quanto è pulita).

  • Indefinito: personaggio accompagnato dalla prole che rovista nelle immondizie (non quelle dello spazzino) in cerca di qualcosa da riciclare. Il massimo che trova è un sacchetto di plastica che si mette in tasca dopo averne rovesciato per terra il contenuto.

Giovedì 18 gennaio - A zonzo per il Centro

Il Residence Alemana è rumoroso, soprattutto fino a mezzanotte: le pareti sono sottili, le camere comunicano tra loro attraverso altissime porte bianche, i palchetti cigolano sofferenti ad ogni passo.

Colazione a base di caffè solubile, pane, burro e marmellata e poi via a piedi verso il centro: tutto chiuso. È troppo presto, i negozi aprono tutti alle nove e mezza. Non mi rimane che sedermi in una delle panchine di Plaza de Armes e godermi ancora un poco la dolce frescura del mattino; se è come ieri, tra poco comincerà a fare un caldo pazzesco.

Anche oggi è una giornata calda e ventosa. Cerco rifugio in un parco dove sono spettatore di una chiassosa partita a calcio tra giovani cileni. Me ne sto seduto per un’oretta mentre lo stormire delle fronde e la voce di Tori Amos mi fanno sentire di nuovo in pace con me stesso. Sento spesso la necessità di quietare il tumulto dei miei pensieri, di cercare di diminuirne il fragore per poter udire il suono melodico dello svolgere della vita che mi avvolge. In questi attimi mi sento veramente bene, soddisfatto, completo.

Nelle vicinanze c’è il Museo Nazionale di Storia Naturale. Di fronte l’ingresso c’è un piccolo laghetto artificiale nel quale alcuni bambini fanno il bagno ed altri galleggiano coraggiosi su minuscole barchette colorate. Il Sole continua a picchiare come un campione di pugilato. All’interno del museo vedo alcuni reperti del Milodonte, il bradipo gigante nominato da Chatwin, un bambino mummificato di 500 anni, alcune ricostruzioni con animali imbalsamati di ambienti tipici cileni, uno scheletro di una balena ed alcune sculture provenienti dall’Isola di Pasqua. Vi consiglio di non mangiare nel bar all’interno del museo: ho chiesto pietà varie volte. A pochi passi dal Museo si trova la Stazione Centrale, bell’edificio ricco di negozi dove i treni sono solo un optional. Paula (la mia amica di Santiago) sostiene che in Cile i treni sai quando li prendi ma non saprai mai quando arrivi.

Continuo a vagare come il giorno precedente, questa volta con l’obiettivo di comprare qualche cartolina da spedire in Italia, impresa che si dimostra non da poco; i francobolli poi li vendono solo in posta (Correos de Chile).

Venerdì 19 gennaio - Cerros

Mi sveglio un po’ più tardi, ma ugualmente, quando esco, i negozi sono ancora tutti chiusi. Scopro comunque il piacere di una camminata nell’isola pedonale di mattina presto (presto si va per dire... ho già acquisito i loro ritmi), quando il sole non ha ancora deciso di scaldare e la lieve frescura ereditata dalla notte ti rinvigorisce la pelle. Trotterellando mi dirigo al Cerro Santa Lucia, il colle da cui si è iniziato a fondare Santiago. Si trova proprio in centro (è una delle stazioni della metrò) ed è molto carino. Vari sentieri s’inerpicano sulle erte pendici del colle e numerosi alberi offrono ombra e tranquillità al viandante nato stanco (sarei io). Una rocca ed una piccola cappella di pietra rosa sormontano il cerro e da li è possibile dominare con lo sguardo buona parte di Santiago, del Cerro San Cristobal (un altro colle nelle vicinanze, più alto e grande del Santa Lucia) e delle Ande; la cappa di smog che opprime la città è fin troppo evidente, come è evidente che Santiago è davvero immensa. Dalle strade che costeggiano la base del colle sale il rumore del traffico congestionato ed è un perfetto intruso in questa piccola oasi di pace metropolitana (è meglio comunque visitarla solo di giorno, perché la zona non è poi così tranquilla).

Ritornato sulla strada vengo fermato da due studenti cileni. Stanno raccogliendo un po’ di soldi per potersi mantenere gli studi ed in cambio offrono alcune loro poesie. In Cile le Università sono tutte private e non esiste nessuna forma di sussidi per le famiglie meno abbienti (e qui i poveri sono davvero tali); mi parlano di circa dieci milioni di vecchie lire l’anno solo per l’iscrizione (a pensarci bene non avrei potuto laurearmi nemmeno io). Li saluto dando loro una parte dei pochi soldi che ho con me. Da lì mi dirigo al Barrio Bellavista, proprio sotto le pendici del Cerro San Cristobal, un quartiere riccamente alberato composto da bassi edifici a tetto piatto con facciate coloratissime, sgargianti: un universo multicolore sotto un sole sempre più incazzato. Dopo pranzo inizio la scalata del colle utilizzando, a malincuore, la funicolare. Dalla sommità del cerro si vede tutta Santiago, smog permettendo; purtroppo le Ande sono offuscate da una folta coltre di vapori e sospensioni inquinanti e riesco appena a percepire la loro immane presenza.

Il pomeriggio vola senza che me ne accorga, ed intorno alle sette mi ritrovo davanti al Correos con l’intento di spedire le cartoline scritte il giorno precedente. Dall’altra parte della strada (le poste si trovano in Plaza de Armes), proprio sotto la Cattedrale Metropolitana, ci sono degli strani individui con il viso pitturato di bianco, i vestiti o troppo larghi o troppo stretti ed una pallina rossa appressata al naso (insomma… dei clown), che improvvisano uno spettacolo da strada. La loro performance è tutto un susseguirsi di gag improvvisate con la complicità degli ignari passanti; sono dispettosi con chiunque, ma anche assai divertenti (però è meglio starsene fermi a guardarli, piuttosto che azzardarsi a camminargli a fianco). Molte persone assistono allo spettacolo e l’atmosfera, ricca di risate, è davvero coinvolgente. Rimango con loro fin oltre il tramonto, poi decido che l’imminente viaggio verso nord deve essere affrontato con una certa freschezza.


Piccola riflessione prima di addormentarsi.

In questi tre giorni l’interazione con altre persone è stata pressoché nulla, sono stati tre giorni di quasi totale solitudine inframmezzati da brevi incontri fugaci. Il fatto di non saper parlare lo spagnolo mi sta bloccando parecchio… troppo… speriamo che con il tempo le cose possano migliorare.