Il Cile in solitaria

Dal 16 gennaio al 9 febbraio 2001

di Carlo Camarotto

La Panamericana
Antofagasta
Aiuole nel deserto
La Portada
Le falesie

Tappa numero 2, Dal 20 al 22 gennaio 2001

Antofagasta

Sabato 20 gennaio - Verso nord

Partito per Antofagasta. La corriera è al completo ed in parte a me siede un signore di settandue anni, carico di pacchetti regalo per le nipotine, di carnagione molto scura, i capelli ricci brizzolati ed un folto sciame di peli neri che gli fanno capolino dalle narici. Russa sonoramente. Il paesaggio che si svolge ai miei occhi è favoloso. Mi sembra di tornare indietro nel tempo, a quando ho visitato la Spagna con i miei genitori (avevo dieci anni). Enormi colli abbracciano la strada (la panamericana): sono aridi, quasi completamente privi di vegetazione, eccetto per la presenza d’isolati ciuffi di un arbusto verde scuro. Ogni tanto passiamo attraverso canyon dove brune rocce granitiche ci sovrastano con la loro aguzza mole. Dove le valli si allargano l’uomo si è instaurato; grazie all’irrigazione è riuscito a far crescere qualcosa dove altrimenti ci sarebbero stati solo arbusti striminziti. È coltivata soprattutto la vite (il vino cileno si fa rispettare) che è fatta inerpicare ben oltre le falde dei colli. La strada corre dritta verso nord, percorsa da numerose automobili; ai suoi lati si presentano, ogni tanto, piccole baracche di legno con il tetto di lamiera: vendono frutta, verdura, gelati e bibite. A tratti riesco a vedere l’oceano. All’interno della corriera c’è un allarme che suona e s’illumina quando il veicolo supera il limite di velocità massima consentita, che è di 100 km/ora.

Il viaggio continua mentre il sole ci passa lentamente sopra la testa per scendere poi verso sinistra. La Panamericana è un continuo saliscendi dove la strada ha voluto rispettare la sinuosità del territorio, altre volte passa dritta in mezzo ai colli tagliandoli di netto, come un coltello caldo nel burro. Qualche volta la corriera si ferma per lasciar salire dei venditori ambulanti. Una di questi è una ragazza sui vent’anni con una maglietta azzurra troppo attillata per non mettere in evidenza delle eccessive rotondità; tiene in mano due retine gialle di plastica con all’interno vasetti di papayas sciroppate e bottiglie di succo di papaya (evidentemente specialità della zona). Scesa dalla corriera senza essere riuscita a vendere qualcosa, il suo sguardo si è fatto triste e quegli splendidi occhioni scuri, tipici delle donne cilene, hanno smesso di risplendere. Mentre la guardo condivido con lei un po’ della sua sofferenza, evidentemente troppo poco (“ignobile taccagno”) per decidere di richiamarla e farla felice… basta un semplice gesto…Cristo, quando mi odio quando non sono in grado di fare ciò che è giusto, bloccato da cosa poi… paura?… pigrizia?… o cos’altro? Merda!

La notte ci sorprende mentre percorriamo una sterminata piana desertica. La strada è un rettilineo lungo varie decine di chilometri e le montagne sono lontane. Appaiono all’orizzonte come un contingente di guardiani discreti. Il tramonto dipinge in cielo i colori più intensi che abbia mai visto, usando l’aere come una tela e le nere montagne come un piedistallo.

Domenica 21 gennaio - Antofagasta

Mi sveglio alle cinque e un quarto: lo steward mi sta scrollando la spalla e con insistenza mi indica che siamo arrivati ad Antofagasta. Appena sveglio, la testa ancora rintronata dal sonno, non capisco nulla per un pezzo, finché comprendo di essere arrivato a destinazione con due ore d’anticipo rispetto a quanto mi avevano riferito a Santiago. Proprio una bella sensazione ritrovarsi nel cuore della notte in una città sconosciuta, ancora immerso in un universo ovattato, a 14.000 chilometri da casa e conoscendo a malapena tre parole di spagnolo.

Guida in mano, decido d’aspettare almeno un paio d’ore prima di cercare un posto dove dormire. Mi dirigo così verso la piazza principale del paese (tutte le città cilene, a parte Valparaiso, hanno solo strade tra loro parallele o perpendicolari, che disegnano un reticolo quadrato dove è impossibile perdersi). Plaza Colon è ricca di panchine, alberi e lampioni accessi (non potete nemmeno immaginare quanto questo mi risollevi il morale). Scelgo di rimanere lì a leggere qualcosa. La torre dell’orologio, nel centro della piazza (una riproduzione in miniatura del Big Ben), suona ogni quindici minuti e mi tiene sveglio. Purtroppo alle sei i lampioni si spengono, lasciandomi al buio.

Poco dopo mi appare alle spalle Cristian Aliserte Espinoza Guitierrez, un ventiquattrenne antofagastino di rientro da una festa: un giovanotto un po’ grassottello, ben vestito e curato, di carnagione scura e occhi marroni, con i lobi delle orecchie molto sviluppati, uno abbellito da un orecchino. Si sta fumando una sigaretta e, avvicinatosi, mi chiede se ne voglio una. Da lì il tutto succede troppo rapidamente perché me ne possa rendere pienamente conto, ma farò colazione a casa sua, visiterò insieme a lui Antofagasta, pranzerò con due suoi fratelli e le loro famiglie, farò merenda con la madre, sarò partecipe di una bella serata con i suoi amici e dormirò a casa sua la notte. A tutti mi presenterà sempre come “il suo amico italiano”. È pazzesco, ma affascinante, quanta fiducia riporrà in me in quelle poche ore (senza chiedere nulla in cambio), spinto da un animo generoso ed un cuore sicuramente più grande del normale.

Siamo illuminati solo parzialmente dalle luci lontane della strada; se ne sta in piedi di fianco alla panchina, vestito con una camicia leggera scura, pantaloni bianchi e scarponi neri lucidissimi.

“Qui gli alberghi sono molto cari… ti ospito a casa mia… è per me un vero piacere”.

Ma riuscite ad immaginarvi la scena. I dubbi ed i sospetti sono già lì, pronti ad arruffarmi i capelli (i pochi che ho). Non sono pronto ad un simile altruismo disinteressato: timori, vecchie paure istillate in decenni di benessere forzato… quanto sono vicino da rifiutare l’invito. Per mia fortuna il ragazzo insiste.

“Hai paura di me, vero? Guarda… adesso torno a casa a far colazione… vieni con me, mangiamo qualcosa e poi ti aiuto a cercare un albergo… ok?”

Accetto. Sta albeggiando quando prendiamo un taxi collectivos (un taxi che compie sempre lo stesso giro… il miglior modo di viaggiare ad Antofagasta, se si conosce dove conduce) e ci inerpichiamo sulle prime falde della cordigliera che sovrasta da presso la città. Usciti dalla piccola zona centrale, in cui si trovano perlopiù case coloniali in legno e condomini di cemento armato, ai lati della strada iniziano a susseguirsi baracche di mattoni di calcestruzzo e assi di legno, grezze, senza rifiniture: le porte delle case sono scrostate e mangiate dai tarli, i tetti di lamiera, le strade solo parzialmente asfaltate, polverose; le case crescono disordinatamente l’una sull’altra, accatastate come se fossero state a suo tempo lanciate a caso sulla terra.

Penso: “Questo ragazzo vive in una favelas (termine brasiliano… in Cile le chiamano poblacion)… avrò più soldi con me di quanti lui non veda in un anno… e mi vuole ospitare perché secondo lui la sua città è troppo cara (dubbi, timori, ossessioni)… se è tutto vero, questo è un sogno.”

Mi sorprendo nuovamente nel trovare casa Espinoza bella, pulita, accogliente. Per terra ci sono piastrelle bianche chiazzate di rosa, alle finestre tende ricamate, il tetto di lamiera è nascosto da un soffitto bianco in compensato, le pareti sono color salmone. In tutto una cucina, due stanze da letto, un salotto ed una sala da pranzo concomitanti. Dalla cucina si gode un’ottima vista sulle baracche sottostanti e sul porto soleggiato di Antofagasta. Facciamo colazione a base di pane, formaggio e the, poi ci buttiamo a dormire. Dormo completamente vestito e con tutti i miei averi a portata di mano (dubbi, timori, ossessioni).

A mezzogiorno iniziamo insieme un giro turistico per la città. Antofagasta non si è potuta accrescere nell’entroterra perché la cordigliera sovrasta la città alcuni chilometri dall’oceano; si è sviluppata, quindi, verso nord e sud assumendo un po’ la forma del Cile. A parte il centro, la città è costituita da case basse, piccole, le une appressate alle altre a formare isolati perfettamente quadrati, affacciate su strade polverose e sconnesse. Spesso le case di una zona sono tutte uguali, come fossero state costruite in una catena di montaggio; in altre zone regna un maggior disordine, come nel quartiere di Cristian; ogni tanto però appaiono anche belle costruzioni, tutte colorate. Nessuna casa è costruita tenendo conto di una possibile precipitazione (ad Antofagasta non piove praticamente mai): per loro una pioggia può essere, come nel 1991, un evento disastroso. L’acqua che permette ad Antofagasta di vivere arriva dalle Ande, duecento chilometri nell’interno, attraverso enormi tubazioni di cemento che corrono in superficie ai lati della strada per Calama (qui l’acqua è un bene preziosissimo, e bisogna usarla con estrema cura). Le macchine che circolano per le strade sono perlopiù rottami rumorosi e sporchi.

Vaghiamo un po’ per il porto, dove la puzza di pesce andato a male è davvero insopportabile, e poi ci dirigiamo verso un posto chiamato “la playa”. Ci arriviamo dopo una corsa di mezz’ora su un autobus sgangherato che gira per mezza città, seguendo un percorso che a dire tortuoso è poco. Alla playa facciamo visita ai fratelli di Cristian, che se ne stanno lì con una tenda a passare il fine settimana. Loro hanno già mangiato, ma ci offrono ugualmente uno stufato di manzo e del purè (cucinati con una cucina Rex… visto che mio padre ha lavorato in una fabbrica della Rex per quasi trent’anni, c’è una piccola possibilità che abbia contribuito a costruirla). Le due mogli si dimostrano simpaticissime ed scherzano con me su alcuni modi di dire in italiano: una delle due scoppia in una sonora risata quando la bacio, per salutarla, due volte al posto del singolo bacio utilizzato da loro.

La playa, affacciata sull’oceano, è un tratto di costa riparata dalle forti (e pericolose) correnti del Pacifico dove numerose famiglie si recano a passare i giorni di festa: dormono in tende, fanno il bagno in un’acqua molto sporca (marrone) e prendono il sole su sabbia color cenere. A pochi passi da dove si ammassa tutta la gente c’è però l’ingresso ad una piccola riserva naturale che, pur risentendo della sporcizia dell’area antropizzata adiacente, offre squarci di paesaggi davvero notevoli. È costituita da rocce e guano modellati dall’oceano che ancora s’insinua all’interno di piccoli fiordi riparati e scoscesi. Si ode solo il fragore della risacca contro le rocce ed il sibilo furente del vento. Da lì si vede tutta Antofagasta, un’enorme coperta marron scuro che sembra stia scivolando dalle montagne più chiare.

Verso le cinque decidiamo di tornare a casa per ristorarci e poi la sera andiamo a trovare Carlos, un parrucchiere di trentacinque anni amico di Cristian. Lì conosco anche il Pepe, venditore di uccelli a Santiago, Juan ed Ale. Il Pepe conosce alcune parole d’italiano ed ha amiche a Roma ed Andria. Io continuo a parlare ed ascoltare con in mano l’inseparabile dizionario. È una bella serata.


Riflessioni sotto le stelle. Ho finalmente toccato con mano la vera vita cilena, a dire il vero più di quanto un turista possa immaginare di fare. Che bello. Qui la gente ha sempre il sorriso sulle labbra… sono allegri e spensierati… contagiosi. Ci sono cani randagi ovunque, tutti con le orecchie basse.

Lunedì 22 gennaio - La Portada

Dormo in camera di Cristian, lui in quella degli ospiti: non vuole sentire ragioni. Ci svegliamo sul tardi e facciamo colazione quando il sole è già alto. Una brezza leggera e rinfrescante soffia dall’oceano, ed è un vero piacere starsene lì ad ammirare i giocosi riverberi delle onde ed il fluire lento del tempo sulla pelle.

Appena usciti da casa voglio sbrigare alcune faccende da perfetto turista, come controllare la posta elettronica, scrivere cartoline agli amici e comprare il biglietto per Calama. Poco dopo partiamo verso nord con meta “la Portada”, un magnifico faraglione a cui l’erosione ha fatto assumere la forma di un’arcata. Si trova qualche chilometro da Antofagasta ed il miglior modo per raggiungerla è prendere l’autobus che conduce all’aeroporto e scendere quando te lo dice Cristian (scusate l’infantile ironia); dalla fermata si deve camminare per tre chilometri su un rettilineo d’asfalto cocente, in pieno deserto, con un macellaio di sole che ti sembra di poterlo toccare da quanto è vicino. La vista dell’oceano ripaga, comunque, tutte le difficoltà del viaggio (c’è sicuramente un modo più diretto per arrivarci, basta trovarlo): la costa è bellissima, una muraglia bianca che si eleva superba dalle onde burrascose e che ha il sapore dell’infinito, affascinante e maestosa. Da non perdere.

Dopo cena usciamo per un giro sul lungo mare, con piccola deviazione per andare a salutare Carlos. Poi a letto.