Il Cile in solitaria

Dal 16 gennaio al 9 febbraio 2001

di Carlo Camarotto

I salti di Petrohué
Alle pendici dell'Osorno
In riva al lago
Il vulcano Osorno
Angelmò

Tappa numero 5, Dal 1 al 3 febbraio 2001

Los Lagos

Giovedì 1 febbraio - Puerto Varas

Al risveglio nubi scure e minacciose. In testa un sordo ronzio, eredità dell’eccessiva bevuta con gli inglesi. Quando lascio l’albergo, stanno ancora dormendo: ho i loro indirizzi e-mail… chissà. Lungo la strada si susseguono fitti boschi di una pianta sconosciuta e ricchi pascoli, regno incontrastato dei bovini. Una pioggia fine e continua mi accompagna verso sud, mentre le Ande rimangono nascoste dietro un impenetrabile grigiore diurno.

Puerto Varas è un bel paesino di case di legno colorato e tetti di lamiera, affacciato sulle sponde del lago Llanquihue; qualche albergone di cemento armato rovina il colpo d’occhio dal molo che si spinge nel lago, ma la veduta è ugualmente apprezzabile. Trovo da dormire in un hospedaje, una specie di B&B all’inglese. La padrona di casa è una frenetica cinquantenne dalla parlantina rapida ed incalzante: simpatica e sbrigativa. La camera è pulita ed accogliente.

Sotto una pioggia sempre più indisponente, mi incammino per le strade semideserte del paesino. Prenoto un posto su una corriera per Castro ed un tour per Petrohué; mi piacerebbe visitare il Parco Alerce Andino, ma nessuna agenzia organizza il viaggio per mancanza d’iscritti. Nel pomeriggio la pioggia si fa più intensa e mi rifugio da Elsa (la padrona di casa). Esco nuovamente verso sera per fare qualche acquisto alla Feria Artesanal e per gustarmi un favoloso strudel nella miglior pasticceria del paese (la cucina, come l’architettura, presenta una forte influenza tedesca).

Sono le dieci ed il cielo è ancora chiaro; noto ora, leggendo la guida, che sono mille chilometri a sud di Santiago e oltre duemila (2350 per la precisione) da Antofagasta. Pensandoci bene sono veramente distante da Cristian e da tutte le emozioni che ho vissuto nel “Grande Norte”. Ho sulle spalle un mucchio di strada e d’avventure e, mentre ascolto Bob Marley, tutto ciò mi sembra straordinario. Viaggiare (scoprire altri mondi, altri stili di vita) è una delle “cose” belle della vita. Credo che l’obiettivo della propria (mia) esistenza sia quello di crescere, di ricercare una continua evoluzione… questo può essere raggiunto solamente ponendosi di fronte ad esperienze sempre diverse. Sono contento di essere qui, e sarò contento quando verrà l’ora di portare a casa un nuovo pezzo di quella persona che aspiro di essere. Buona notte.

Venerdì 2 febbraio - Petrohué

Il cane di Elsa ha abbaiato tutta la notte, e la sua cuccia è proprio sotto la mia finestra. Amo molto i cani, ma in questo paese australe ce ne sono davvero troppi, più cani che persone; li trovi ovunque, randagi o no, grandi e piccoli, i maschi sempre alla ricerca di un rapporto sessuale e le femmine pronte a difendersi dagli assalti: vivono una vita indipendente, per lo più pacifica, e nessun uomo sembra dar loro alcuna importanza.

Sveglia presto e subito pimpante (si fa per dire, visto che non ho chiuso occhio) per la celebrata colazione della padrona di casa. In più degli altri posti mi offre solamente del prosciutto e del formaggio: le colazioni in Cile sono sempre alquanto scarne.

Il tour parte alle otto dalle rive del lago. Il cielo è sereno (finalmente) ma all’orizzonte si profilano già nubi minacciose; il vulcano Osorno non è distinguibile, nascosto dietro una foschia illuminata dai raggi del sole nascente. Durante il breve viaggio in pulmino fino a Petrohué, scopro che il lago Llanquihe è il più grande del Cile e che è diviso dal lago Todos los Santos da una recente colata lavica del vulcano Osorno, uno splendido cono, perfettamente simmetrico, che si eleva per oltre tremila metri dalle rive dei due laghi.

Prima di arrivare a destinazione ci fermiamo per mezz’ora ai famosi “Salti di Petrohué”, una serie di rapide di forte impatto visivo. Siamo però in troppi, tra le strette passerelle ed i sentieri creati ad hoc, per poter assaporare con la giusta attenzione la meravigliosa natura del luogo.

A Petrohué, invece, rimango solo: il resto della comitiva parte con un catamarano verso l’isola al centro del lago (Isla Margherita). Noleggio una mountain bike ed imbocco con vigore il sentiero che costeggia il lato occidentale del lago. Lungo il percorso incontro due ragazze del Kentucky, insegnanti di lingua inglese a Santiago e nel sud per vacanza. Rimango con loro il tempo di due chiacchiere sulle nostre avventure, poi decido di proseguire. Il primo sentiero intrapreso mi porta su una piana di sabbia nera, perlopiù spoglia di vegetazione. Non riesco a pedalare perché si sprofonda, così decido di fermarmi all’ombra di un arbusto e di godermi la superba visione del deserto vulcanico ai piedi dell’Osorno. Il secondo sentiero mi conduce sulle rive del lago, in prossimità di una spiaggia nera cosparsa di detriti vegetali. L’acqua color smeraldo si adagia calma e regolare sul bagnasciuga ed il suono della dolce risacca sembra cullare i sogni. Il sole scompare a tratti dietro nuvole grigie che corrono veloci nel cielo, mentre un vento fresco increspa lievemente l’acqua del lago e fa vibrare le foglie sugli alberi. Mi distendo sulla sabbia ad ammirare il cerchio di verdi montagne che sovrastano il lago da ogni lato e, accompagnato dal flauto e dal violino della colonna sonora di Bravehearth, mi sento al settimo cielo, pienamente soddisfatto. Trascorro due ore bellissime, movimentate in parte da una simpatica lotta contro tre tafani, che mi vede alla fine vincitore.

Come terzo itinerario scelgo di ripercorrere la strada verso Puerto Varas, fermandomi sulle rive del Rio Petrohué in due punti diversi, prima ed all’inizio delle rapide. Da entrambe le rive si può ammirare la folta foresta al di là delle acque e le acrobazie aeree dei numerosi uccelli presenti nella valle.

Sono le quattro quando riporto la bicicletta all’agenzia, dove scambio quattro chiacchiere con il giovane gestore. Mi parla molto bene di Valparaiso, definendola una città un po’ bohemien che non può non piacere ad un europeo (mi consiglia anche di stare attento al portafoglio: Valparaiso è una delle poche città cilene con microcriminalità).

Mentre aspetto di ripartire per Puerto Varas, sono vittima di un innocente scherzo da parte di un signore cileno. Il tipo, mentre gli passo a lato, comincia a guardare con palese interesse la cima della montagna alla nostra destra, poi si volta verso di me e pronuncia una parola magica: condor. L’interesse mi rapisce all’istante, ma, per quanto mi sforzi di seguire le sue indicazioni, vedo solo cielo e nuvole. Andiamo avanti per un bel po’, con lui che continua a chiedermi se lo vedo ed io, sempre più mesto ed imbarazzato, che devo ammettere di no. Alla fine mi guarda fisso negli occhi e, sorridendo, mi sussurra che si sta burlando di me. Il condor non c’è mai stato. Mi saluta con un sincero sorriso e mi suggerisce di visitare Chiloé.

Tornato a Puerto Varas, mi fermo a mangiare un petto di pollo con patatine fritte e birra in un ristorantino del centro; la cameriera è carina e simpatica, con un bellissimo sorriso. In piazza un complesso suona musica folk: abbastanza sterile per i miei gusti. Vado a dormire presto.

Sabato 3 febbraio - Puerto Montt

Una notte fantastica. Otto ore filate senza mai svegliarsi, un getto continuo. La colazione è arricchita da un pezzo di torta con pan di spagna e panna; la signora è frenetica e pimpante come sempre. Il tempo è brutto: basse nuvole scure, qualche goccia di pioggia ed un vento freddo da sud.

La meta del giorno è il porto di Angelmò. Parto per la vicina Puerto Montt intorno alle dieci e arrivo a destinazione dopo una ventina di minuti. Dal centro mi dirigo a piedi verso ovest, seguendo il tracciato della costa; il mare è calmo e grigio come il cielo ed in lontananza si scorgono montagne scure, parzialmente coperte da nubi: la Patagonia cilena (nota turistica: da Puerto Montt salpa una nave che, nel giro di tre giorni, arriva a Puerto Natales, passando attraverso i fiordi cileni, un’avventura che molti, oltre alla guida EDT, mi hanno consigliato).

Non devo camminare molto per raggiungere i primi negozietti del mercato artigianale. Se ne stanno tutti dallo stesso lato di una strada molto trafficata, in casette di legno uguali nella forma ma di colori diversi, una appressata all’altra. Tutte presentano gli stessi articoli anche se ci sono quelle specializzate in prodotti lanieri e quelle in prodotti lignei. Come nei mercati artigianali del nord, i venditori non ti pressano e ti lasciano vagare tranquillo tra la loro mercanzia.

Più avanti, dove le macchine non possono arrivare, si apre il porto, con l’annesso mercato del pesce fresco, della frutta e della verdura. In mezzo al mercato, e su una costruzione di legno poco distante, sono accovacciati una quantità impressionante di cocinerias tipiche. Sono minuscole, perlopiù ospitano tre o quattro tavoli lunghi e stretti, essenziali ma allo stesso tempo accoglienti; la cucina si trova spesso all’esterno, per lasciare più spazio ai clienti, e se è all’interno, è talmente piccola da non permettere la presenza contemporanea di più di due persone. Le bibite sono solo in bottiglia e sono tenute in un normalissimo frigorifero; il cibo sembra comparire dal nulla.

Mangio un curanto (piatto a base di frutti di mare e carne) gustoso e, soprattutto, per niente costoso (otto euro, compreso un litro di birra). Ricomincio a vagare per il mercato artigianale, dove compro qualche regalo, e poi decido di visitare il centro di Puerto Montt. Non mi sembra offrire nulla più di Puerto Varas, se non il traffico più caotico ed un maggior numero di edifici moderni ed antiestetici. La piazza centrale è bruttina ed il lungo mare non possiede nulla di speciale. Non ci vuole molto per stufarmi, e così torno in riva al lago prima del previsto: mi aspetta un meritato dolce nella pasticceria tedesca scoperta il giorno precedente. È quasi il tramonto quando, voltando lo sguardo verso est, appena uscito all’aperto, vedo la cima del vulcano Calbuco completamente scevra da nubi. Accelero il passo per raggiungere velocemente la riva del lago ed in breve posso ammirare anche l’Osorno, immenso e magnifico. Se ne sta alla sinistra del Calbuco, eretto e supponente, completamente cosciente della sua perfezione; qualche nube ancora lo corteggia, ma la cima è illuminata dal sole che, lontano, sta sparendo ad ovest. Lo fotografo cinque o sei volte, provando anche a risalire il versante di un colle per cercare nuove prospettive. Poi mi siedo sul molo e rimango con lui fino al completo morire del giorno.