Il Cile in solitaria

Dal 16 gennaio al 9 febbraio 2001

di Carlo Camarotto

Le palafitte di Castro
Veduta di Castro 1
Veduta di Castro 2
La cattedrale di Castro
Compagni di viaggio

Tappa numero 6, Dal 4 al 6 febbraio 2001

Chiloé

Domenica 4 febbraio - Castro

Rischio di non fare colazione. La signora Elsa è ancora a dormire quando mi appresto a partire. Nel mentre le sto scrivendo un bigliettino per salutarla e ringraziarla, la vedo uscire assonnata dalla camera. Mi prepara velocemente una semplice colazione cilena, sgridandomi bonariamente per non averla avvertita sull’ora della partenza.

L’autobus è in perfetto orario e discretamente vuoto. Purtroppo si siedono vicino a me due chiassosi bambini che urlano per tutte le quattro ore del viaggio fino a Castro. Per giungere sull’isola di Chiloè bisogna affrontare la traversata del canale di Chacao, mezz’ora a bordo di un traghetto molto spartano. L’aria è fresca ed una bassa nebbia copre entrambe le rive; due otarie nuotano vicino al traghetto, ma se ne allontanano poco dopo.

L’isola di Chiloé mi appare solo lievemente più brulla e meno antropizzata del continente, e i pascoli magri continuano ad intervallarsi a fitti boschi di sempreverdi. In un campo intravedo due buoi trainare faticosamente un aratro: un’immagine d’altri tempi. Il primo impatto con Castro è la vista delle famose case su palafitta. Se ne stanno tranquille sopra una miriade di pali bianchi infissi nel bagnasciuga, in quel momento scoperto dalle acque, di vari colori, soprattutto giallo e blu: l’alta marea riporterà l’acqua a sfiorare il pavimento delle case, restituendo significato alla costruzione.

Quando scendo dall’autobus il cielo si è aperto ed un sole accecante sta investendo la città. Trovo facilmente da dormire in un mezzo ostello affacciato sul mare. Pur essendo domenica, molte agenzie sono aperte e non ho difficoltà a prenotare un tour per il giorno successivo al Parco nazionale di Cucao.

Castro è una città carina e tranquilla, con le case di legno e lamiera tenute con più cura rispetto a quelle sul continente. Dalle rive del porto si ammirano visioni di colline verdeggianti, tappezzate qua e là da pascoli chiari e qualche casa bianca. La chiesa principale, che si affaccia sulla piazza, è bella e colorata (gialla e viola).

La piazza si anima molto durante la serata, soprattutto grazie ad un gruppo musicale chilote ed una torre per arrampicare. Sono presenti svariati giovani vagabondi cileni in vacanza al sud, numerose famigliole con il nugolo urlante di bambini ed i soliti cani randagi che caracollano tra la gente. Faccio un salto in un pub per bere una birra e chiacchiero un poco con il giovane barista: ci sono solo io e ci facciamo compagnia a vicenda. Entro poi nella chiesa della piazza (Iglesia San Francesco) e ne rimango piacevolmente colpito. È rivestita tutta in legno di alerce e l’effetto è incredibilmente accogliente; le due navate laterali sono costellate di statue, tra le quali spicca quella di Sant’Antonio di Padova. L’esterno è rivestito di pannelli di lamiera, colorati in giallo e lavorati per fornire una parvenza rocciosa.

Tornato all’hospedaje lo trovo abbastanza tranquillo e solo pochi “inquilini” fanno capolino dalle proprie stanze. Sono le undici quando decido di coricarmi.

Lunedì 5 febbraio - Cucao

Un gruppo di ragazzi ha parlato sotto la finestra fino alle quattro. Voci grosse, risa e schiamazzi hanno frammentato il mio sonno, rendendomi particolarmente nervoso.

Alle nove mi alzo per scoprire che il tempo è pessimo e si presenta una giornata fredda e umida. Per il tour a Cucao siamo in sei, di cui sono l’unico straniero: due ragazze di Santiago, un giovane di Concepcion ed una bella coppia dell’Isola di Pasqua (lui realmente nativo dell’isola, lei trapiantata lì per lavoro). La guida è un signore molto gentile, dagli occhi chiari e baffi e capelli brizzolati.

Facciamo numerose soste per vedere le palafitte alla periferia di Castro, la chiesa di Narcon, alcuni allevamenti di salmoni (maggiore attività dell’isola), due laghi d’acqua dolce nelle vicinanze dell’oceano e poi, poco prima di mezzogiorno, arriviamo al parco. La foresta naturale è un’intricata biocenosi con un sottobosco fittissimo ed impenetrabile ed il terreno imbibito d’acqua. Anche da queste parti bisogna vedersela con i tafani.

Usciti dal parco andiamo a mangiare. Il ristorante proposto dal tour operator non è granché per quanto riguarda il cibo (soprattutto perché le porzioni sono misere), ma lo scenario in cui pranziamo merita tutti i soldi che chiedono (non tanto, dopotutto). Ci preparano un tavolo proprio in riva al lago, su un prato lievemente ondulato e qua e là abbellito da qualche alberello. L’acqua, di un azzurro intenso, è mossa dalla brezza; al di là si estende una verde piana pascolata da cavalli, oltre ad essa le erte pendici verde scuro della cordigliera costiera. Il cielo a quell’ora è perlopiù limpido e solo delle sporadiche nuvole bianche abbelliscono il meriggio.

Verso le quattro facciamo visita all’oceano, turbolento ed iroso. Continue onde spumeggianti si appoggiano irrequiete sulla lunga spiaggia grigia e il loro rumoreggiare si ode a miglia di distanza. La spiaggia è larga qualche centinaio di metri ed è delimitata ad oriente dal Rio Cucao, che più a nord si getta nell’oceano. Camminando troviamo i resti, ormai quasi irriconoscibili, di due pinguini.

Appena tornati a Castro il tempo peggiora nuovamente. Dopo cena torno a bere qualcosa al solito pub. Il barista si ricorda di me e continuiamo a dialogare amichevolmente come la sera precedente. Poco dopo si uniscono alla conversazione il fratello e la ragazza del barman. Rimaniamo a chiacchierare per oltre due ore, con il locale sempre vuoto alle mie spalle, e trascorro una serata veramente piacevole. Sono tutti di Santiago e si sono trasferiti a Chiloé da circa otto mesi, inseguendo un’occasione. La ragazza è scontenta dell’isola: ritiene gli isolani ottusi e fiacchi e non vede l’ora di ritornare nella capitale.

Breve riflessione: comincio a sentire il desiderio di rivedere le mie montagne, la mia famiglia, i miei amici.

Martedì 6 febbraio - Addio Chiloè

Mi si presentano di fronte due giornate di transizione prima di visitare Valparaiso e tornarmene a casa. L’intenzione è quella di passarle il più tranquillo possibile, lasciandomi trasportare docilmente dal fluire delle ore.

Il tempo è ancora brutto e la temperatura si è abbassata notevolmente. Alle dieci percorro i corridoi della fiera artigiana e li trovo quasi tutti chiusi. Mi ritornano in mente le parole della ragazza del barman che definiva gli abitanti di Chiloé come flocos. Devo comprare ancora molti regali: vago per ore finché riesco a trovare tutto quello che cerco. Dopo pranzo mi giunge, inaspettata, la notizia che Paula non è partita per il Messico e mi aspetta a Santiago. D’improvviso gli ultimi due giorni s’illuminano della sua radiosa presenza.

Alla stazione delle corriere rincontro il ragazzo di Concepcion e parliamo un poco prima di ripartire per le rispettive destinazioni: lui va a Puerto Montt, per rimanerci qualche giorno. Si dimostra simpatico e disponibile, come tutti i cileni che ho incrociato durante la vacanza, con un sorriso aperto e cordiale.

Nel pomeriggio la giornata va migliorando ed un sole inaspettatamente incisivo si fa spazio tra alcune nuvole fuggiasche, che da lì a poco sopravvivono solo in piccoli cumuli isolati. Dalla corriera lo spettacolo dell’isola di Chiloé è lo stesso di sempre: erti colli in cui s’intervallano il verde pallido dei pascoli e quello più cupo delle formazioni boschive ripariali; vacche e pecore pascolano beate nell’ambiente più bucolico che si possa immaginare. Sul traghetto per il continente conosco un’amorevole coppia di Santiago, in breve vacanza al sud. Il ragazzo sprizza vitalità ed allegria da ogni singolo poro ed è pieno d’attenzioni per la bella fidanzata. Mi offre un po’ di “Liquor de Oro”, un liquore molto dolce tipico dell’isola, per scaldarmi un poco durante la traversata dello stretto. La mezz’ora in acqua vola via con spensieratezza, trascinata dalla splendida verve del santiaghino; quando ci sediamo sulle rispettive corriere, una dirimpetto all’altra, continuiamo a scherzare anche attraverso i vetri. È un dispiacere non poterli più rivedere.

Il viaggio verso nord scorre comodo ed impeccabile in ogni particolare: voto la Cruz del Sur la migliore compagnia sulla quale finora ho viaggiato.