Il Cile in solitaria

Dal 16 gennaio al 9 febbraio 2001

di Carlo Camarotto

Paula
Valparaiso
Ascensor Artilleria
La baia di Valparaiso

Tappa numero 7, Dal 7 al 9 febbraio 2001

Paula

Mercoledì 7 febbraio - Di nuovo Paula

Las Condes, il comune dove vive Paula, è una zona ricca d’alti edifici residenziali, con strade ampie ed un tentativo di creare del verde a sufficienza per un’onesta vita moderna. Il condominio di Paula è alto quasi trenta piani, e rientra nella norma della zona; da un lato si estende l’Escuela Militar e dall’altro un parco pubblico (Parque Aranco), due spaziosi polmoni per una città assediata dallo smog.

Paula vive al sedicesimo piano: comincia a girarmi la testa appena me lo comunica (soffro di vertigini). L’appartamento non sembra molto grande, perché è pieno di mobilio, ma è arredato con gusto ed è molto luminoso. Dal salotto, circondato su due lati da ampie vetrate, si può godere un’ottima visuale delle Ande e della parte orientale di Santiago. La madre di Paula è una donna brillante, energica e carismatica. Mi accoglie con estremo calore ed entriamo subito in confidenza.

Nel pomeriggio mi dedico, in compagnia di Paula, agli ultimi acquisti del viaggio: un libro di cucina cilena per mia madre, due bottiglie di pisco per mio padre. Verso sera sono invece io ad accompagnare Paula al Cerro Santa Lucia, visto che non c’è mai stata: lo scopre bello e rilassante, almeno di giorno.

Rincasati, ci uniamo alla madre di Paula nella preparazione di un “cena” speciale: pisco-sour (1/4 di limone, 3/4 di pisco, 4 cucchiai di zucchero a velo, 4-5 cubetti di ghiaccio… un po’ di zucchero a velo va messo anche sul bordo del bicchiere) e due tipi di mariscos (frutti di mare) conditi con limone, prezzemolo e cipolla. Li gustiamo, insieme al pane tostato, seduti sulla moquette del salotto, illuminati dai raggi argentei della luna piena che fa capolino dal basso bordo della finestra. Ci rifocilliamo bellamente e chiacchieriamo con naturalezza per tutta la serata. La madre di Paula mi parla a lungo del Cile, sia di quello attuale sia di quello passato: notizie e sensazioni che non smetterei mai di ascoltare.

Sul tardi ci ritroviamo con un’altra coppia di ragazzi al Liguria, un locale nel centro di Santiago. A parte il piacere di ritrovare pezzi del mio bel paese così lontano di casa, il locale è di mio gradimento, ricco di manifesti e foto del secolo scorso e di persone d’ogni età. Sabine e Pablo si dimostrano davvero squisiti: lei è bruna, con due occhi in perenne movimento che fissano sempre lontano ed una parlantina rapida ed incalzante; lui è il suo complementare, calmo e posato, con un sorriso affabile ed uno sguardo generoso. La serata trascorre piacevolmente e mi rendo conto di poter, se a mio agio, mantenere una conversazione in spagnolo (-italiano) anche per ore.

Al locale bevo anche due birre che mi fanno superare con un balzo il limite del completo autocontrollo. Parlo con Paula tranquillo e spensierato fino a casa ed oltre, davanti al frigorifero della cucina, seduti su due sgabelli di legno. È molto tardi quando ci buttiamo a dormire, io con la gola impastata ed un principio di mal di testa.

Giovedì 8 febbraio - Valparaiso

Al risveglio ho una sete tremenda ed un pulsare sordo, ma continuo, in testa. Sono le nove e Santiago è già illuminata da un sole libero da nuvole. La madre di Paula si dimostra mattiniera e quando la incrocio in corridoio è già pimpante (a differenza mia). Facciamo colazione nell’angolo del salotto adibito a sala da pranzo, a quell’ora del mattino invaso dalla luce e radioso più che mai. Mi ricorda la colazione fatta a casa di Cristian ad Antofagasta.

Partiamo in macchina per Valparaiso intorno alle dieci e mezza. Non ci mettiamo molto, circa un’ora e mezza, per passare dal caldo torrido della capitale a quello ventilato della costa. Lungo la strada si intervallano quasi solo vigneti, tutti sormontati da cerros secchi ed aridi.

Valpo (la chiamano spesso così) è più grande di quello che immaginavo. Tutte le alture costiere della baia sono ammantate di case di ogni colore e forma; qua e là, soprattutto nella piccola piana prospiciente l’oceano, sorgono edifici alti decine di piani, purtroppo dall’aspetto spoglio e grigio. La baia è di un azzurro intenso ed ospita varie navi, sia mercantili sia militari. In lontananza, resi eterei da quella che non so se è foschia oppure smog, s’intravedono i palazzoni residenziali di Viña del Mar.

Giriamo un poco con la macchina, prima nella piana e poi su per qualche altura, prima di decidere di parcheggiarla in una via per nulla trafficata del Cerro Allegre, vicino a due paseo mirador (punti panoramici) molto famosi. Di fianco al Paseo Atkinson spicca, nella sua euro-tipicità, una bella casa gialla con rifiniture bianche e tetti spioventi color terra. È un alberghetto dall’aria volutamente decadente nel quale si respira l’atmosfera melodrammatica della fine ‘800. Guardandolo ti aspetti che da un momento all’altro escano dalla porta d’ingresso dame dal viso incipriato e uomini in frac. Il posto, che è anche un bar-ristorante, è dotato di un bel terrazzo soleggiato sul quale sono sistemati una mezza dozzina di tavoli bianchi protetti da altrettanti ombrelloni. Paula è innamorata del piccolo albergo e mi confida che le piacerebbe moltissimo passarci un week-end con il suo ragazzo.

Ci sediamo ad uno dei tavolini e ordiniamo da bere. Anche se Valparaiso assomiglia di più come conformazione a Trieste, i raggi del sole molto forti e la calda brezza mi fanno ricordare molto di più Napoli. È piacevolmente rilassante guardare dall’alto l’affaccendarsi della vita di Valpo, rinfrancato dal vento leggero e dalla divertente e bella compagnia di Paula. Comprendo perché le piaccia tanto questo posto. Rimaniamo seduti per oltre un’ora e poi ci gettiamo nella calca di persone nella piana, che da lì vediamo tanto piccole.

Provo l’ebbrezza di spostarmi con i vecchi ascensori di Valparaiso, funicolari molto inclinate che s’inerpicano per gli erti versanti delle alture costiere (permettono di risparmiare faticose salite a piedi): furono costruite quasi tutte all’inizio del XX secolo. Il porto è pieno di gente indaffarata che si muove di qua e di là come morsa da un serpente, e da un buon contingente di turisti dalla pelle bianca come il latte e dai capelli chiari (probabilmente tutti americani).

Alle due andiamo a mangiare nel ristorante che ci ha tanto raccomandato la madre di Paula. Se ne sta nascosto in un piccolo e buio vicolo cieco che mi riporta alla memoria gli stretti calli di Genova. Sembra che ti facciano compagnia i fantasmi di vecchi e sfregiati marinai del secolo scorso, appoggiati, indolenti, agli sporchi muri del vicolo mentre sbiascicano poche parole e si fumano odorose pipe di legno scuro. Nessun altro posto in Cile profuma di storia come Valparaiso, una storia sì recente, del IX secolo, ma sempre affascinante e rapitrice. Il ristorante rispecchia a pieno tutte le aspettative che il vicolo suggerisce. Il locale è ampio ed alto, ma è così pieno di oggetti da sembrarti stretto ed angusto; c’è poca luce e le ombre s’estendono omogenee sui vari oggetti appesi alle pareti e sulle molte persone intente a mangiare e chiacchierare. Dal soffitto pendono arrugginiti siluri di sommergibili, eliche di navi, un grosso giogo di legno, e tanti altri strani addobbi; foto in bianco e nero d’inizio secolo, medaglie, vecchie monete e migliaia di scritte coprono le pareti ed i tavoli. Ordiniamo la chorillana, un piatto con patate, cipolle e carne a pezzetti. Mangio con gusto ed apprezzo molto la vecchia atmosfera del locale. Voglio lasciare anch’io un piccolo segno del mio passaggio: sul tavolo scrivo “8/2/2001 c’ero, Carlo”.

Quando riprendiamo il giro della città il sole si è abbassato solo di poco e continua a battere imperterrito sui nostri capi. Paula vuole portarmi sul cerro Artilleria, da cui si può dominare con lo sguardo l’intero porto e buona parte della città; purtroppo l’ascensore che serve quella zona è guasto e la strada in salita che imbocchiamo ci conduce da tutt’altra parte. Sono le sette quando torniamo alla macchina, entrambi piacevolmente stanchi; prima di partire ci beviamo una bibita seduti sui gradini di una chiesa, l’attenzione attratta dai giochi di tre bambini a pochi metri da noi.

Alle nove siamo di nuovo a Santiago. Dalle finestre del sedicesimo piano si può ancora una volta godere lo splendido tramonto sulla capitale ed il rapido risveglio delle sue luci notturne. Dopo una doccia decidiamo di cenare come la sera precedente, con la differenza di un buon vino rosso al posto del pisco-sour. Devo aspettare fino alle dieci prima di conoscere Diego, il ragazzo di Paula, ed un suo amico. Rimangono in casa comunque poco, il tempo di una birra e di due chiacchiere: sono tutti troppo provati dalla giornata appena trascorsa per poter respingere con sufficiente energia la voglia di una buona dormita. Domani Paula ha un colloquio di lavoro, Diego è immerso in un progetto per la tesi ed a me aspetta un viaggio di diciannove ore verso l’Europa.

Venerdì 9 febbraio - Verso casa

Ho lasciato le persiane lievemente alzate ed un’assolata immagine di Santiago allieta gli ultimi attimi del mio sonno cileno. Non ci metto molto a prepararmi ed il resto della mattinata, mentre Paula è al colloquio, la passo a guardare RAI international ed a sfogliare un atlante cileno vecchio di vent’anni.

Non so se essere triste o contento di tornare casa e, come spesso mi accade in queste occasioni, preferisco estraniare da me entrambe le emozioni, vivendo quasi come un automa, superficialmente, le ultime ore del viaggio.

Mi rimangono impresse poche immagini del trasporto in macchina verso l’aeroporto, della trafila al check-in, delle ultime parole con Paula e sua madre. Il tempo che rimane è talmente poco che non percepisco nemmeno il suo trascorrere, insensibile alle sue carezze e lusinghe, un guscio vuoto programmato a camminare verso casa. C’è solo un attimo che buca la corazza difensiva, quando Paula mi saluta, al di là del vetro, per l’ultima volta. Una strana malinconia mi avvolge, tenera e delicata, non completamente spiacevole, e mi tiene compagnia finché non salgo sull’aereo.

Lo trovo pieno, occupato in ogni suo posto. Il mio sedile se ne sta nelle retrovie, lontano dai finestrini. Il viaggio è penoso. Non chiudo occhio per tutto il volo e mi devo sorbire una buona serie di film in spagnolo. In compenso riesco a vedere Venezia dall’alto, fatto che mi sembra straordinario (dopo tanti anni, finalmente una nuova visuale). Sceso dall’aereo, trovo ad aspettarmi i miei genitori.