Il Paese delle sedie a dondolo

Dal 25 ottobre al 23 novembre 2007

di Carlo Camarotto

Area di protezione del consumatore
Manifesto di Santiago
1952
Parque Cespedes
La Cattedrale di Santiago
La caserma Moncada
Una strada di Santiago

Tappa numero 3, Dal 2 al 5 novembre 2007

Da Camaguey a Santiago de Cuba
Cuba_3

Venerdì 02 novembre – Primo approccio a Camagüey

Quando mi sveglio mi sembra di aver dormito solo pochi minuti. Ci incamminiamo stanchi verso la stazione delle corriere e c’è parecchia tristezza nel salutare Trinidad. Ho passato in suo compagnia dei giorni stupendi.

Sulla corriera della Viazul i posti liberi sono molti e, come al solito, ci sediamo nel retro. Questa volta accetto di prendere la “corriera del turista” con più tranquillità, in parte perché sento l’esigenza d’incontrare qualche altro viaggiatore (o viaggiatrice) per aver modo d’approfondire un rapporto umano, di vederlo maturare scevro di condizionamenti d’ordine economico. Nessun dialogo con i cubani e le cubane incontrate per strada mi pare vero ed i rapporto con i padroni di casa, pur essendo cordiali, sono sempre superficiali.

Appena seduti sul sedile, però, cado dritto in un sonno profondo, con annessa testa ciondolante. Mi godo poco del paesaggio che percorriamo, svegliandomi solo in prossimità di un ristorante sulla strada, dove ci fermiamo per quaranta minuti per pranzare. È un bel gazebo di legno immerso in un palmeto, dove solo un contingente agguerrito di zanzare cerca di rovinarne la tranquillità.

A Camagüey il tempo è soleggiato, con solo alcune nuvole grigie che cavalcano rapide il cielo. È una vera città, con i marciapiedi affollati di gente e le strade ricche di mezzi di trasporto, dal camion che emette nuvole di fumo nerastro al carro trainato da un cavallo. Ci rechiamo in centro in taxi, che dista qualche chilometro dalla stazione (la corsa costa 4 CUC). Il centro città è un dedalo di strade non parallele, definito labirintico dalla guida solo perché evidentemente l’autore non è abituato a questo tipo di città. In realtà vedremo che muoversi è piuttosto facile per noi italiani, abituati a città ben più labirintiche.

Veniamo accolti dalla padrona di casa, un’affabile signora di mezza età amica di Celestino, in un appartamento di recente costruzione, arredato con gusto moderno. Ci fa accomodare su delle comode poltrone prima di dirci che non sarà lei ad ospitarci, ma un suo amico che abita lì vicino. Chiacchieriamo con lei finché l’amico non viene a prenderci in macchina. Conosciamo così Rafael, un paffuto architetto con la barba incolta ed un berretto da baseball calcato sul capo. È un tipo loquace e cerca subito di mettere in mostra le sue conoscenze d’italiano. Purtroppo, invece di sostituire semplicemente le parole spagnole con quelle simili in italiano, si avventura in frasi arzigogolate che lo fanno sembrare più russo che cubano... azzeccasse un tempo verbale.

Ci accompagna in una bella casa coloniale perfettamente restaurata. Era il vecchio seminario di una Chiesa che sorge lì vicino, ora è una delle più accoglienti casas particulares di Camagüey (Las Vitrales, consigliata anche dalla Lonely Placet). Molto grande, ospita sia la famiglia di Rafael, sia quella della sorella. Le donne che vagano nell’ampio salone in entrata, alto fino a cinque metri, e nel giardino invaso dalla vegetazione, sono molte, dall’immancabile nonna dal dolce sorriso alla figlia adolescente fin troppo sensuale.

È appena iniziato il pomeriggio quando sistemiamo gli zaini nelle due camere da letto. Decidiamo letteralmente di vagare per il centro fino al tramonto. Bastano veramente pochi passi in strada per sentire sulla pelle i soliti sguardi di sempre. Non dobbiamo aspettare molto perché due ragazze vadano oltre gli sguardi e cerchino di conoscerci. Una delle due parla perfettamente italiano e sostiene di vivere in Italia, a Bergamo. I modi sono però quelli schietti cubani, volgari e simpatici allo stesso tempo.

Abbandonate le due ragazze, ripartiamo alla scoperta della città con sempre qualche ragazze pronta a farci la posta. Comincio ad abituarmi agli sforzi delle jineteras e non nego di provare un sottile piacere nel giocare a sfuggire. Non sono l’unico in questo, perché le risate tra noi sono continue. Camminando giungiamo in Plaza San Juan de Dios, un arioso spazio aperto su cui si affacciano, oltre a molti edifici coloniali perfettamente restaurati, due taverne caratteristiche consigliate da Rafael. Una di queste ha sedie fatte con pelli di vacca, vero animale simbolo della città e della provincia.

Interrompiamo il giro della città solo il tempo di cenare alla casa particular, poi via di nuovo per le strade di Camagüey la labirintica. Sarà perché la notte gioca a loro favore, ma gli sguardi delle jineteras si tramutano in vere e proprie avances con il calare delle tenebre, soprattutto quando ci fermiamo davanti l’ingresso della Galeria Colonial, uno dei ritrovi più rinomati della città. Davanti alla porta laccata di verde c’è una coda di persone in attesa d’entrare, perlopiù ragazze cubane vestite in modo succinto. La nostra presenza non passa inosservata ed in breve siamo avvicinati da alcune di queste ragazze, una delle quali prende sottobraccio Sebastiano ed inizia a sussurrargli dolci parole all’orecchio. Il luogo viene subito etichettato come la Vasca degli Squali (o il Supermarket). Il mio rapporto con le jineteras comincia ad essere d’amore ed odio. Sinceramente mi piace essere abbordato, lo trovo divertente ed è un’ottima possibilità per chiacchierare. D’altro canto l’estrema superficialità del contatto e la sua venalità mi lasciano l’amaro in bocca.

Sfuggiti dalla pericolosa Vasca, gli attacchi si susseguono l’uno dietro l’altro per le vie della città, alcuni più che espliciti. Ma noi tiriamo dritto, ignorando chiunque, fino a raggiungere una piazza nei pressi della casa di Rafael. Ai piedi di una bella chiesa barocca, troviamo molte panchine debolmente illuminate, vestite di quella tranquillità che forse tutti e tre stiamo cercando. È un piacere sedersi lì ad osservare la facciata della chiesa, il viso rivolto verso l’alto ad ammirare i rami dei molti alberi della piazza e, oltre a questi, le stelle. Mentre siamo lì seduti, ci si avvicinano due giovani ragazze di colore. Forse perché siamo veramente molto rilassati, le difese abbassate, ci concediamo una chiacchierata. Sono due sorelle, una di diciotto ed una di quindici anni (la seconda, a detta sua, già madre di una bambina di un anno e mezzo), piuttosto simpatiche. Passiamo con loro più di un’ora di chiacchiere e battute, un dialogo sempre frizzante e piacevole. Ci lasciamo dare il numero di telefono, con la promessa che le chiameremo al nostro ritorno in città. Bell’incontro, anche se vado a dormire con un pensiero in testa… potrebbero essere entrambe mie figlie.


P.S. Il fenomeno delle jineteras continua a sorprendermi. Sono molte, tante, più di quanto avrei mai immaginato. Sono ragazze normali. Alcune di loro sono insegnanti, altre infermiere, altre commesse, altre semplici ragazze di casa. Molte sono volgari e non perdono un secondo per farti capire cosa vogliono. Altre invece sono più discrete, addirittura dolci e simpatiche. Ma per tutte loro il corpo può essere barattato senza nessuna pena, come bere un bicchiere d’acqua.

Ma la cosa che continuerà sempre a meravigliarmi e che quasi tutto il mondo cubano finora conosciuto è accondiscendente nei loro riguardi, come se l’amoralità della prostituzione non esistesse. Il fenomeno delle jineteras è più che accettato, è visto come un lato inscindibile del loro mondo. La normalità è un carattere della massa, non di un singolo individuo… così stante le cose, sono io a sentirmi anormale.

Sabato 03 novembre – Arrivo a Santiago

Il patio della casa di Rafael, seppur strozzato dalla troppa vegetazione in vaso, è un luogo piacevolissimo dove bighellonare. Ci sono solo due sedie a dondolo, ma sono praticamente sequestrate da me e Joe. La colazione è ricchissima ed è allietata dalla visione fugace della figlia di Rafael che si muove silenziosa tra le stanze della casa.

Le due ore a disposizione prima della nuova partenza verso est le dedichiamo al famoso mercato della frutta e della verdura di Camagüey, uno dei più grandi di Cuba. Lo troviamo vicino al fiume che delimita il centro della città, un dedalo di bancarelle di legno protette da grate e tetti di lamiera. Sulle bancarelle sono disposte, in una confusione tipicamente mercantesca, frutta, verdura, carne ed oggetti di vario uso comune. Una congerie di colori e profumi, alcuni davvero intensi, in cui molte persone vagano allo scopo di portare a termine le compere quotidiane. A volte lo stomaco è messo a dura prova, soprattutto per l’odore della frutta andata a male e per la vista del reparto della carne, pieno di mosche che banchettano con piacere sui pezzi sanguinolenti di carne lasciati incustoditi sotto i raggi del sole. Per accedere all’area del mercato ci sono due entrate. A lato di ognuna di queste c’è una bancarella che ha la sola funzione di venire in aiuto al consumatore. Predisposta con una bilancia perfettamente tarata, può aiutare chi crede di essere stato truffato sul peso della merce. Se un venditore è pescato imbrogliare, alla terza volta viene espulso dal mercato.

Abbandonato il mercato, riaffrontiamo le vie del centro, quanto mai piene di vita. Alla luce del sole gli attacchi delle jineteras sono minimi, solo piccole perturbazioni nel nostro vagare. Quasi quasi tutte queste attenzioni mi mancano. Prima di tornare alla casa proviamo a vedere com’è l’interno della Vasca degli Squali. Appare come un luogo tranquillo e piacevole.

Salutato Rafael, con l’accordo di ripassare da lui dopo l’avventura nell’Oriente, partiamo da Camagüey alle prime ore del pomeriggio, destinazione Santiago. Il viaggio è piuttosto lungo, pieno di sballottamenti e curve, soprattutto nel tratto finale. Quando giungiamo nell’Oriente estremo, incontriamo anche la pioggia, che permane ormai da molti giorni sulla regione. I campi a lato della strada sono pieni d’acqua ed i fiumi sono inquietamente gonfi. Sono al limite della loro capacità di trattenuta idrica. Quando giungiamo a Santiago, però, non piove più.

Ad aspettarci c’è un amico di Rafael, un uomo di colore sui quarant’anni, i capelli ricci lievemente brizzolati ed i modi tranquilli. Si chiama Marco. Inizialmente non parla molto, scaldandosi un attimo solo quando parliamo di sport e, in particolar modo, di calcio. La sua macchina è una vecchia Plymouth del 1952, un autentico pezzo da museo. La casa particular è uno splendido esempio di casa coloniale restaurata, con una stanza d’ingresso molto ampia arredata con mobili antichi ed un giardino sul retro invaso dalle piante. Le camere sono ampie ed anch’esse arredate con un mobilio antico (l’indirizzo è Hartmann 357). L’accoglienza dei padroni di casa mi pare, però, un po’ fredda, ed anche la richiesta di pagare subito la stanza è stonata rispetto alle altre esperienze nelle casas particulares.

Finito di cenare inizia nuovamente a piovere. Non ci facciamo scoraggiare e usciamo decisi per strada con l’intenzione di scoprire la famosa notte santiaghina. Parque Cespedes, uno dei centri del casco historico, si trova pochi isolati a sud della nostra casa ed è la nostra naturale meta. Camminando lunga Calle Hartmann, noto che il numero di case restaurate non è elevatissimo, sicuramente un numero minore rispetto a Trinidad, Camagüey o Cienfuegos. Le poche restaurate, che si presentano con nuovi colori sgargianti, sono comunque molto belle.

Il Parque Cespedes è circondato da edifici rimessi a nuovo. Sul lato sud c’è la Cattedrale (Catedral de Nuestra Señora de la Asunción), su quello nord il municipio (Ayuntamiento), negli altri due lati la casa più antica di Cuba (Casa de Diego Velázquez) ed un Gran Hotel dalle ricche fattezze barocche. La pioggia battente ci costringe, insieme a molte altre persone, a proteggerci sotto i grandi portici del municipio. In parte a noi un gruppo di ragazzi, chitarra in mano, canta a squarciagola alcune canzoni latine. La statua di un angelo domina la piazza dall’alto della Cattedrale, la cui facciata, debolmente illuminata da alcuni fari, è incantevole. Nessuno viene ad importunarci ed il massimo che dobbiamo controllare sono gli sguardi incuriositi di qualche ragazza nel gruppo di cantori.

Quando la pioggia sembra terminare, riprendiamo il cammino in cerca di un posto dove bere qualcosa, ascoltando nel contempo della buona musica. La Casa de la Trova sembra fatta al caso nostro, ma non appena entriamo lo spettacolo di musica dal vivo termina ed inizia a rimbombare dalle casse la musica registrata. Gli avventori sono comunque pochi ed i ballerini ancora meno. Una ragazza invita con dei gesti eloquenti Sebastiano a ballare, mentre un tipo in cui ci eravamo imbattuti all’ingresso si siede con fare naturale al nostro tavolo. Sono i primi approcci da jineteros che Santiago ci propone, poco in confronto a quello che ci aspettavamo. Il tipo parla un po’ d’italiano e cerca di fare l’amicone. In breve fa sedere a fianco di Joe una ragazza decisamente in carne, presentandocela come sua sorella. Da un lato lui che parla e parla, la ragazza muta e noi che cerchiamo d’ignorare il tutto. Siccome la situazione mi sembra assurda, mi rivolgo al tipo in modo un po’ brusco chiedendogli apertamente cosa vuole. Poi, con altrettanta chiarezza, lo metto di fronte all’evidenza che nessuno dei tre vuole avere a che fare con lui.

Un po’ rabbuiato, lo vedo scomparire da lì a poco. A questo punto si rifà viva la ragazza del ballo a Sebastiano, che chiede con insistenza se qualcuno vuole ballare con lei. I due compagni me la scaricano con una certa scortesia, per poi iniziare a sghignazzare quando io e la ragazza iniziamo a chiacchierare. Dianis ha veramente un bel viso e, a dispetto dell’iniziale insistenza, risulta essere simpatica e molto dolce. Ha diciannove anni e studia per ottenere un diploma, titolo che le servirà in futuro per avere un lavoro stabile. Da quello che mi dice, quindi, fino a ventuno anni non si può avere un vero lavoro regolarmente retribuito. È di Guantanamo, ma vive a Santiago da circa un anno in casa dei nonni. Per mantenersi lavora come donna delle pulizie, lavoro del tutto occasionale. Trovo piacevole parlare con lei, per nulla indifferente al suo dolce sorriso. I miei due compagni sono intanto passati dal burlarsi di me al chiacchierare con due ragazze cadute dal cielo sulle sedie in parte a loro. Alla chiusura della Casa de la Trova, tutte provano a convincerci ad andare a ballare alla vicina Casa de la Musica, ma decliniamo e torniamo a casa.

Domenica 04 novembre – Santiago de Cuba

Ho sognato di essere abbordato da un nutrito gruppo di russe, tutte ricche d’iniziativa. L’insistente azione delle jineteras comincia ad avere i suoi effetti.

Fuori della stanza splende il sole, un sole potente i cui raggi sono già temibili alle nove di mattina. L’unica esigenza odierna è quella di vagare per le strade di Santiago, lasciandosi trasportare dalla voglia d’ammirare sempre nuovi scorci di questo magico mondo caraibico. Santiago questa mattina si veste di tutto il suo colore, di tutta la sua ricca umanità, della sua musica, della sua decadenza, del suo fascino. Il Parque Cespedes è il naturale punto di partenza del nostro peregrinare.

Da lì puntiamo, senza nessuna scelta razionale, verso la baia, consapevoli che le attrattive architettoniche della città sono tutte da un’altra parte. Ci troviamo, infatti, a camminare in vie sempre più sporche e fatiscenti, fino a giungere all’Alameda, una grande terrazza pedonale cinta da alberi che costeggia le acque della baia. La vista che il molo offre sulle montagne della Sierra Maestra è splendida, una serie di verdi guglie che si parano come un muro in ogni direzione. Non si può dire lo stesso dei nauseabondi odori che salgono dall’acqua. Una nuotata in quel sudiciume significa morte certa.

Terminata l’Alameda, riprendiamo una delle tante strade che ripartono in salita verso est. I cubani che incrociamo ci guardano straniti, forse convinti che ci siamo persi, ma noi continuiamo a salire imperturbabili. Molti ragazzi giocano a baseball per strada, un semplice manico di scopa per mazza ed un tappo di bottiglia per palla. Diciamo che il rugby sta alla Nuova Zelanda come il baseball sta a Cuba. Quando decidiamo di svoltare verso nord, ci troviamo nei pressi di Plaza de Dolores, un piccolo spazio verde pieno di panchine. Nel tempo che rimaniamo lì seduti veniamo avvicinati da un anziano signore, un povero pensionato che scambia volentieri due chiacchiere con noi.

Siamo costretti a scappare quando inizia nuovamente a piovere. Durante la mattinata il cielo era andato annuvolandosi, fino a diventare completamente grigio. Comincia a piovere molto forte, così siamo costretti a ripararci all’interno di un locale. Appoggiati al bancone del bar, un cuba libre in mano, aspettiamo che smetta chiacchierando di Santiago. Mi aspettavo molti più jineteros, invece per ora la città mi pare molto più tranquilla delle altre affrontate. Sarà forse dovuto alla pioggia, ma si riesce a camminare senza subire altro che sguardi indagatori.

Appena smette, continuiamo il giro tra le belle vie nei dintorni della Parque Cespedes. L’obiettivo di Giovanni e Sebastiano è quello di andar a correre. Torniamo così alla casa per chiedere informazioni e prepararci. La loro necessità di correre e la mia d’assaporare nuovi angoli della città trovano comunione nella visita all’area della caserma Moncada, la vecchia caserma che Fidel tentò di assaltare nel 1953, fallendo miseramente nel tentativo. Del processo che seguì si ricorda la famosa arringa difensiva “La Storia mi assolverà”. Ora la caserma, una serie di gialli edifici che coprono quasi un intero isolato, è una scuola per giovani, intitolata al giorno dell’attacco, il 26 luglio. Lì vicino c’è una pista d’atletica in terra battuta, dove poi andranno a correre i miei due compagni. Circumnavigando l’isolato della caserma, giungiamo in un’area dove si susseguono piccole case di legno che ricordano nel mio immaginario quelle di New Orleans, intervallate con enormi edifici in stile sovietico che sembrano alveari piuttosto che case. Sulle strade aleggia una perenne coltre di smog, dovuta al continuo passaggio di mezzi della preistoria della motorizzazione. Camminando giungiamo fino a Plaza de Marte, un altro spazio aperto ricco di panchine. Insieme a Plaza de Dolores ed al Parque Cespedes rappresenta il cuore del casco historico di Santiago.

Prima di dividerci, ci gustiamo insieme un caffè in un locale all’aperto in Plaza de Dolores, poi gli altri partono in direzione della pista d’atletica, io rimango a scrivere finché il sole non mi abbandona ed il cielo si tinge di nero. A quel punto è nuovamente il Parque Cespedes ad accogliermi, un luogo che comincio ad apprezzare profondamente, sia per le belle case e edifici che lo cingono, sia per le molte persone che lo attraversano o vi stazionano. Molti bambini giocano al sicuro dalle macchine, altri corrono spensierati in bicicletta, altri si muovono come impazziti avanti e indietro urlando a più non posso. Le porte della cattedrale sono aperte e mi permettono d’ammirare uno splendido soffitto a cassettoni dorato. Mi godo totalmente questo momento di pace.

Quando inizia nuovamente a piovere, torno alla casa per riprendere a scrivere nella bella veranda dotata di comode poltrone di vimini laccate di bianco. Per cena c’è la migliore aragosta mai mangiata, una vera delizia. Dopo cena usciamo senza nessun tentennamento. Rimanendo nelle vicinanze del Paque Cespedes ci facciamo attrarre prima dal Patio Artex e poi dalla Casa de la Trova. Musica a volontà, bella e coinvolgente, ottimo rum e squisiti mojitos. Per contro, troppi turisti, di cui molti italiani, e veramente poche jineteras.

Incontro nuovamente Dianis, ma riesco a scambiare con lei solo poche parole. È impegnata a ballare e chiacchierare con uno straniero più o meno della mia età. Noto che il tipo è parecchio trasportato e lei non si esime dal dargli corda. Non ci sono dubbi che sia una jinetera, ma non ce la faccio proprio a giudicarla negativamente. Provo per lei solo un po’ di tristezza, più dovuta al molto rum ingerito che ad altro.

Lunedì 05 novembre – Ancora Santiago de Cuba

È piovuto tutta la notte. Sono il primo svegliarmi e a sedermi sulle comode poltroncine in vimini della veranda. Un bellissimo pappagallo verde è il re incontrastato del giardino e lo sento chiacchierare ogni tanto, assorbito in dialoghi con il vento e la pioggia. Alla fine mi raggiungono nell’ordine Sebastiano e Giovanni.

Io e Joe, come sempre in perfetta sintonia, siamo orientati ad una giornata di puro relax, un po’ di pausa in questo continuo bombardamento di sensazioni. Non mi dispiacerebbe passare ore intere su una panchina del Parque Cespedes o sulle stesse poltrone della veranda, intento a parlare al diario di viaggio. Sebastiano invece vorrebbe fare qualcosa, come un’escursione in montagna, una visita alla fortezza chiamata El Morro, o quant’altro. Fino ad ora è stata la sua voglia di muoversi a trascinarci un po’ più velocemente di quanto probabilmente io e Joe avremmo fatto se fossimo stati da soli. Niente di male in tutto ciò, anche perché il suo modo di proporre è stato sempre molto equilibrato. Siamo tutti consci che la decisione di cosa uno vuole fare è sempre del tutto personale.

Usciti di casa, dopo pochi passi veniamo catturati letteralmente dalla corrente di persone che camminano lungo Calle José A. Saco, la via commerciale del casco historico. C’è un andirivieni continuo, chi è lì per le compere, chi per farsi due passi al primo sole del giorno, chi solo di passaggio. Il tutto mi ricorda alcune strade di Salta, piene d’insigne a campeggiare sopra i negozi e di persone che ci camminano al di sotto. Ad essere differenti sono le vetrine dei negozi, qui desolatamente spoglie e sempre poco invitanti. L’universo di persone in movimento è bello e coinvolgente, anche se mi accorgo che il mio sguardo si direziona più del dovuto sulle belle ragazze che incrociamo, che non ci mettono molto a restituire il favore dell’attenzione. Non che ci sia qualcosa di male nel guardare delle belle ragazze, ma se per cercarle si smette di guardare qualsiasi altra cosa, allora sì che qualcosa di sbagliato c’è.

Sfuggiti alla ressa della strada, raggiungiamo nuovamente Parque Cespedes. All’internet point incontro Dianis, che mi saluta con il suo solito splendido sorriso, anche se gli occhi tradiscono un po’ di stanchezza. Un bacio come saluto, due veloci chiacchiere e poi io ritorno al mio computer (con il tempo della scheda che scorre) e lei al mondo che le appartiene.

Il tempo continua ad essere ballerino, con il sole che a tratti appare potente tra le nuvole e prova a cuocermi la testa. L’effetto è un’umidità dell’aria da vera giornata tropicale. Decido di camminare verso ovest per vedere il Balcon de Velázquez e la scalinata di Padre Pico. Giovanni preferisce starsene nella piazza, Sebastiano invece mi segue. La camminata ci porta dritti in zone dove la presenza di turisti è minima, se non inesistente. Mancano così anche i molestatori. Solo un ragazzo grosso e bruno ci si avvicina ed inizia a parlarmi. Non è invadente, quindi non trovo nulla di male nel scambiarci qualche parola. È chiaramente un jinetero, ma la sua presenza non è per nulla fastidiosa, anche se alla lunga un po’ insistente. Dopo esserci lasciati al Balcon, lo rivedo cavalcare affannato una salita vicino al Museo de la Lucha Clandestina per portarmi una bottiglia di Matuzalem 15 anni. M’invita a berne un sorso per assaggiarlo, come dice lui, “Prima bere e poi decidere”. Costa solo dieci pesos, di cui uno di commissione per lui. Noto subito che l’etichetta è vecchia e, visto anche il prezzo eccessivamente basso, mi spreco in cenni di diniego ad ogni sua richiesta. Alla fine, anche per lasciarmelo alle spalle, gli concedo un incontro nel tardo pomeriggio. Prima di sapere se ci andrò o no, devo scoprire cosa c’è veramente dentro quella bottiglia.

Tornati al Parque Cespedes, troviamo Joe in compagnia di un ragazzo vestito con un grembiule bianco. Si presenta come “Leon, Doctor Cardiologo”. È un tipo molto loquace e all’apparenza di grande cultura. È un piacere chiacchierarci, giusto il tempo della sua pausa dal lavoro. Poi ad attenderci c’è la taverna del rum, un bar sotto il museo del rum. È un posto molto carino, piccolo ma accogliente. I tavoli, come anche le sedie, sono in realtà delle botti e dietro il bancone è appesa una scultura piuttosto grande che raffigura l’isola di Cuba. Il mojito è il migliore finora bevuto. Parlando con il barista vengo a conoscenza che il rum Matuzalem non si produce più da anni. Dentro la bottiglia che volevano vendermi c’è sicuramente del rum illegale.

Le ultime ore di luce prima del tramonto le sfruttiamo tornando tutti e tre alla pista d’atletica vicino alla Moncada. Ci piacerebbe giocare a calcio con i tanti giovani assiepati nello spazio erboso all’interno della pista, ma sono veramente in troppi ad aspettare il turno di gioco, così decidiamo di correre finché l’oscurità non ci avvolge.

La cena è come sempre ottima (Mariachi, la moglie di Marco, cucina veramente bene… sa anche cucinare la pasta al dente) e ce la gustiamo nel giardinetto reso agibile dalla mancanza di pioggia. In casa ci sono anche la figlia dei padroni di casa e suo marito, più i genitori di questo. Il padre, un tipo dall’aspetto mafioso, ha portato con sé una serie di documentari di stampo anticastrista. Riesco a sbirciarne uno incentrato sulla “strana” morte di Camilo Cienfuegos. Marco rimane tutta la serata a guardare i video, con la più volte dichiarata intenzione di farli vedere agli amici.

Per le strade questa sera c’è molta polizia. Vediamo fermare più di qualche persona, alcuni dei quali sono poi caricati in macchina e portati via. Sia il Parque Cespedes che Plaza de Dolores sono rastrellati con minuzia. La serata ci riporta prima alla taverna del rum, poi nel locale all’aperto in Plaza de Dolores. Stasera niente musica dal vivo, solo alcuni bicchieri di buon rum.

Tornando verso casa incrociamo Marco in compagnia di un amico. Ci saluta e ci guarda con un’espressione chiara sul volto: “Già di ritorno?”. Prima di andare a correre avevamo scambiato con lui quattro chiacchiere. Più sciolto del solito, ci aveva parlato della sua personale considerazione degli italiani, basata su una vasta esperienza diretta. A suo parere abbiamo nel sangue la perdizione di Roma Antica e siamo i veri cubani d’Europa. Noi tre siamo però degli italiani atipici, troppo tranquilli.