Il Paese delle sedie a dondolo

Dal 25 ottobre al 23 novembre 2007

di Carlo Camarotto

Baracoa
Parque Central
La finta Playa Maguana
Bahia de Taco
All'interno del Parco Humboldt

Tappa numero 4, Dal 6 al 9 novembre 2007

Baracoa
Cuba_3

Martedì 06 novembre – La Ferola

Sveglia presto e colazione in giardino sotto un cielo che pare completamente sereno. Salutiamo Mariachi sulla porta di casa e Marco alla stazione delle corriere. Con loro saluto anche una città che mi aspettavo si diversa, sicuramente più vitale, ma che mi è piaciuta, trasmettendomi un calore sconosciuto alle altre città.

La corriera accoglie pochi stranieri, un po’ di tutte le età. Guantanamo mi sfila sotto il naso senza che me renda conto, avvolta nel consueto torpore da mezzo pubblico. Per fortuna riapro gli occhi quando ci apprestiamo ad affrontare i primi roccaforti della Sierra del Puril. Inizialmente la strada si affianca al mare, costeggiandolo fino al paese di Cajobabo. Corriamo tra rocce in cui dimora una splendida vegetazione arida, fatta di cactus, agavi ed aloe. Da Cajobabo la strada piega verso l’entroterra e inizia la famosa Ferola, una lingua d’asfalto lunga cinquantacinque chilometri che s’inerpica sui versanti delle montagne della Sierra, serpeggiando tra un verde che si fa sempre più intenso e ricco. Purtroppo le nuvole basse ed alcuni scrosci di pioggia rovinano la vista d’insieme di queste montagne, che rimane comunque affascinante.

Quando giungiamo a Baracoa piove a dirotto. Per la scelta della casa particular ormai ci lasciammo trasportare dal “filone Rafael”, che qui ci porta dritti nelle mani di Nilson, un giovane di colore dai modi pacati e fin troppo gentili. La sua abitazione è molto carina, ma forse eccessivamente moderna. Costa sensibilmente di più delle ultime esperienze (30 CUC, come all’Avana), ma alla fine accettiamo più per cortesia verso Rafael che per altro. Giovanni è invece ospitato in una casa coloniale lì vicino e paga 20 CUC. La casa di Nilson appare nella guida Lonely Placet, forse per questo costa parecchio di più.

La prima impressione di Baracoa, avuta dal retro di una bici-taxi, non è delle migliori, ma questo è perlopiù dovuto alla tanta acqua che cade dal cielo e dal fatto che tutti gli edifici mi appaiono fradici.

Ho modo di cambiare opinione già durante il primo giro per le sue strade. Niente di trascendentale, ma c’è una calma che non può essermi indifferente. Dalla piazza centrale (Parque Central) è piacevole camminare lungo Calle Antonio Maceo, sulla quale si affacciano svariati edifici completamente restaurati, alcuni dei quali ospitano degli atelier d’arte. Su uno di questi edifici campeggia la scritta “Casa del cioccolato” e decidiamo che è giunto subito il momento di provare la famosa cioccolata di Baracoa. Il locale è, purtroppo, un frigorifero, mantenuto a valori di temperatura siderale da uno squinternato gruppo di donne. Una cioccolata calda è il minimo che possiamo ordinare per tentare di controbilanciare una tale follia suicida. Ad analoghe temperature polari è mantenuto anche l’ufficio dell’Etecsa, dove è possibile accedere ad internet. Anche lì il controllo della temperatura è assegnato a delle pazze scatenate.

Mentre vaghiamo nuovamente per il centro del paese, riprende a piovere. Per sfuggire alla pioggia, ci sediamo ad un tavolo nella veranda di un bar sulla via principale. Con il ticchettio delle gocce ad accompagnarci, prendiamo prima un mojito, poi un altro e poi un altro ancora. Risultiamo tutti un po’ brilli quando riprendiamo la via di casa. Qui una bottiglia di vino bianco ad accompagnare il pesce e l’operazione sbronza è completa. Mentre ceniamo fuori riprende a piovere, una pioggia che precipita a terra decisa e violenta. Non ci rimane che rimanere chiusi in casa a ballare al suono della musica dei Surcaribe (CD comprato il giorno prima a Santiago) e ridere di tutto, come dei perfetti ubriachi. Fuori piove a dirotto, la strada assume le sembianze di un fiume e scompare anche la luce elettrica. Mi addormento sfinito sul letto senza quasi rendermene conto.

Mercoledì 07 novembre – Playa Maguana

Sebastiano ha passato una brutta notte. Al risveglio mi confida d’avere forti fitte allo stomaco, accompagnate da alcuni attacchi di diarrea.

Come se questo non fosse sufficiente, Nilson si mostra intenzionato fin da subito a farci fare quello che vuole lui. Senza dirci nulla fa giungere sotto casa un taxi per persuaderci a partire verso la Boca de Yumuri, inducendoci, sostenendo che se non partiamo subito non troveremo lì una guida che ci possa accompagnare per un tour della zona, una fretta che non sopporto. Non credo lo faccia con cattiveria, anzi, ma il suo modo di fare non mi piace.

Con Seba fuori gioco, io e Joe decidiamo che la Boca de Yumuri non c’interessa, e che non c’interessa niente di quello che Nilson vuole farci fare. Anche se ci spiace abbandonare l’amico infermo, dopo un veloce sguardo d’intesa decidiamo che un giro in bicicletta fa al caso nostro. Ad una ventina di chilometri verso nord, lungo la strada per Moa, c’è una spiaggia che sembra essere l’ideale come nostra meta: Playa Maguana. Il noleggio di una bicicletta per l’intera giornata costa 3 CUC, anche se poi il mezzo che ti ritrovi tra le gambe non è proprio il massimo dell’efficienza. La mia ha una monomarcia leggera, ottima per la salita ma faticosa per la pianura, mentre quella di Giovanni ha una marcia molto dura.

La strada si sviluppa verso nord tra case di legno umido e gente che cammina allegra ai suoi bordi. Molti di loro sono evidentemente sorpresi nel vedere due turisti in bicicletta, mescolati al loro mondo come mai siamo riusciti a fare in questo viaggio. Appena fuori Baracoa la strada s’immerge in un mondo verde fatto di palme, banani, alberi del pane, uno strano agrume che pare un cedro ed alcuni alberi di cacao.

Passiamo a lato della fabbrica di cioccolato di Baracoa, immersi in un profumo inconfondibile di burro di cacao. È stato uno dei primi stabilimenti industriali costruiti dalla rivoluzione, inaugurato dall’allora Ministro dell’Industria, Ernesto Che Guevara.

Pur allontanandoci da Baracoa, e diminuendo le abitazioni che scorgiamo immerse nella foresta, la strada rimane ricca di gente che aspetta il passaggio di qualche carro, oppure di persone che camminano di qua e di là, senza una meta apparente. Svariati mezzi percorrono l’asfalto, dal carro trainato da un cavallo o da un bue, all’autocarro che emette puzzolenti nuvole di smog. Ci sono anche altri ciclisti, con i quali scambiamo spesso un garbato saluto.

La strada è raramente piana. Normalmente si susseguono salite e discese, le prime che mettono in crisi sia me sia Giovanni (lui solo perché ha la marcia della bicicletta non adatta alla salita). Ma il piacere di correre in un tale scenario tropicale, mescolato alla vera umanità cubana, è più che sufficiente a mettere carburante nelle nostre gambe ed a farci volare sull’asfalto. Decidiamo anche di fare una deviazione per vedere la Finca Duaba, dove troviamo un paradiso di capanne di legno immerse nella foresta. Sulla strada che porta alla Finca passiamo in mezzo ad un nugolo di studenti della scuola primaria, tutti vestiti con le loro linde divise bianco e rosse. Ci sono scuole ovunque in quest’isola, anche nei posti più sperduti ed impensabili.

Mentre riprendiamo la strada principale il tempo continua a mantenersi soleggiato, anche se di fronte a noi si ammassano lentamente delle nuvole grigie. Infatti, dopo una quindicina di chilometri, piombiamo dentro ad un vero acquazzone tropicale. Troviamo riparo sotto il portico di una tienda, in compagnia di molti altri cubani sorpresi come noi dalla pioggia. Seduti con la schiena al muro, attendiamo che il tempo si metta al bello. Appena smette di piovere le strade si riempiono di giovani scolari, ridenti e giocosi nel loro ritorno a casa.

Ripresa la corsa, affrontiamo le ultime salite con rinnovato vigore. Giungiamo così a Playa Maguana, che non sappiamo nemmeno cosa sia, in realtà. Infatti, invece di imboccare la più larga strada che porta alla vera e propria spiaggia, prendiamo un sentiero più piccolo che ci porta in una piccola insenatura dove un breve arco di sabbia divide il mare da un palmeto con quattro o cinque capanne di legno. Scopriremo l’errore solo l’indomani, arrivando con una guida alla spiaggia giusta. In realtà giusta solo perché è la vera Playa Maguana, perché la piccola spiaggia nell’insenatura ha tutti i requisiti per piacermi: isolata, deserta, rude ed esotica. La sabbia bianca e sporcata da vari residui vegetali e nella parte in cui crescono le prime piante razzolano allegri dei maiali, delle galline e dei cani. A guardia di quel tratto di spiaggia ci sono due donne che a turno ci fermano per sapere se desideriamo qualcosa. Una ci porta del cocco fresco, l’altra un succo di frutta appena spremuta.

Oltre a noi nella spiaggia ci sono un argentino ed un uruguaiano che da due giorni dormono in due tende piantate sotto le palme. L’argentino passa tutto il tempo della nostra visita a dormire, l’uruguaiano scambia con noi quattro parole, poi prosegue a camminare verso chissà quale meta. Il mare è un po’ mosso, e per questo piuttosto sporco, ma il suono della sua risacca, unito ai raggi del sole che ad intermittenza penetrano le chiome delle palme, mi allieta i sensi. Mi addormento lì sulla spiaggia, il volto rivolto al mare.

Sono quasi le quattro quanto decidiamo di tornare sui nostri passi. La strada da affrontare è lunga e le gambe non sono sicuramente più quelle della mattina. Alcune salite devo affrontarle camminando, come fanno d’abitudine i cubani. A quell’ora, poco prima del tramonto, le strade sono quasi affollate, piene di gente in attesa o in cammino.

Giungiamo a Baracoa che inizia ad imbrunire. Troviamo Sebastiano provato, ancora in parte preda dei problemi allo stomaco. Ma ad essere provati siamo anche io e Giovanni: quaranta chilometri su queste strade e con quelle biciclette non sono pochi. Tra una doccia e le opportune pause per scrivere, giunge la cena di aragosta e gamberi di mare. Non è un granché, a dire il vero. La cucina di Nilson è la peggiore finora incontrata. Se devo essere sincero poi non lo consiglierei nemmeno come abitazione, veramente troppo cara per quello che offre. Nilson non mi sta neanche tanto simpatico con il suo modo di fare affettato, un’antipatia che forse avrà percepito, visto che non ci scambio mai più di due parole e lo mando sempre da Giovanni.

Dopo cena ci godiamo una splendida partita di baseball tra Cuba e Australia (3 - 2 in extrainning) e poi usciamo per andare a vedere uno spettacolo sulla terrazza della tienda Artex. Svariate persone siedono ai numerosi tavoli aspettando l’inizio dello spettacolo, tra questi anche Nilson in compagnia di alcuni amici. Purtroppo ci ha tenuto dei posti al tavolo. Sfruttando un nuovo scroscio di pioggia, però, riusciamo a svincolarci e spostarci nelle retrovie. Lo spettacolo è comunque di per sé orrendo: un gruppo di transessuali, variamente addobbati, che cantano canzoni in playback. Nilson sembra divertirsi come un matto.

Finito lo spettacolo, dopo vari assalti di giovani che vogliono conoscerci, scappiamo verso casa pronti per una meritata dormita.

Giovedì 08 novembre – Parque Humboldt

Sveglia un po’ prima del solito, su consiglio di Nilson, per giungere all’ufficio della Cubatur prima che partano i tour quotidianamente organizzati per i turisti. Tutto inutile. Arriviamo all’ufficio giusto in tempo per vedere l’ultimo van pieno di turisti partire per il Parque Humboldt. Il cielo è ancora coperto da nubi plumbee e questo grigiore ci trasmette una gran voglia di ripartire verso Santiago. Ma sono in molti a garantirci che verso nord il tempo sarà sicuramente migliore. Così decidiamo d’affidarci ad un tassista irregolare per raggiungere quel Parque Humboldt di cui abbiamo sentito tanto parlare. Dopo un po’ di contrattazioni riusciamo a spuntare un prezzo di 30 CUC con un giovane dalla parlata sciolta e convincente. Dopo averlo seguito in una stradina secondaria, montiamo su una jeep gialla con alla guida un ragazzotto dallo sguardo simpatico e due braccia da far paura per quanto sono grosse (una caratteristica di molti cubani).

La strada verso il parco passa a lato di Playa Maguana, quindi è la stessa, almeno nei primi venti chilometri, che abbiamo fatto ieri. Anche percorrerla in macchina ha le sue difficoltà, visto lo stato del manto stradale. In buoni tratti dissestati bisogna procedere a bassissima velocità, zigzagando dove necessario, pena vederci volare fuori dalla jeep. Usciti dall’abitato, i nostri due accompagnatori s’azzardano a togliere la cerata sul retro della macchina, fino ad ora mantenuta per non mettere troppo in evidenza i tre passeggeri stranieri. Io sono seduto proprio sull’ultimo sedile e mi ritrovo così all’aperto, con una visuale che spazia sul bel bosco tropicale a lato della strada e su un cielo che mentre proseguiamo si fa sempre più sgombro di nubi.

Proseguiamo così dritti verso nord al ritmo del reggaeton che esce potente dalle casse della jeep, una musica che pare sempre tutto uguale (ed è così) ma che contestualizzata mi piace parecchio. Mi trasmette il ritmo che batte nei cuori dei giovani cubani.

Il centro visitatori del parco è arroccato a qualche centinaio di metri dalla Baia de Taco, uno degli ecosistemi marini meglio conservati a Cuba. La baia è visitata saltuariamente dai lamantini. Purtroppo questo non è il periodo per vederli. Qui prendiamo contatto con la guida che ci porterà a passeggio per i monti, un signore di mezza età dall’aria distinta, anche se vestito come un campesino. Scopriremo più tardi essere il responsabile della gestione dell’intera area che visiteremo, parte del settore di Baracoa all’interno del più esteso Parque Humboldt. La guida si dimostra da subito molto competente nell’illustrarci l’importanza del parco nel suo compito di salvaguardia dell’ambiente, nel parlarci delle piante che incontriamo lungo il cammino e nel descriverci l’ambiente percorso.

Solo una piccolissima parte del parco è attrezzata con sentieri per i turisti. Noi percorriamo il sentiero detto El Recreo, uno dei più semplici, ma anche l’unico percorribile a causa delle forti piogge cadute nei giorni scorsi. La parte del parco più vicina al mare ha subito in passato un forte intervento antropico, soprattutto di sfruttamento della risorsa legnosa. Alcune specie presenti nella zona hanno difatti un legno d’ottima qualità, praticamente immarcescibile. Al momento della scoperta dell’isola, Cuba era coperta per il 95% da boschi. Al momento della rivoluzione, quattro secoli e mezzo più tardi, la percentuale era scesa al 14%. Ora, dopo intensi piani di riforestazione, la percentuale di copertura forestale è del 27%. Molte aree, come quella su cui inizialmente camminiamo, sono ancora utilizzate per produrre legname d’opera, ma lo sfruttamento è di quelli sostenibili, con un’oculata gestione della risorsa. Si porta via solo quello che il bosco produce. Una regola imposta dalla rivoluzione è la seguente: per ogni albero tagliato se ne devono piantare cinque.

Questa prima area, perlopiù a Pinus cubensis (un pino originario dell’oriente cubano, ma non naturale per quest’area), è soggetta a forti fenomeni erosivi. In un qualche modo cercano di limitare l’azione erosiva dell’acqua con la messa in opera di piccole briglie di legno. Il tentativo è assai rudimentale e di scarsa efficacia. Speriamo migliori con il tempo.

La seconda parte del sentiero penetra in un’area boschiva meno antropizzata, che ha subito in passato, e subisce nel presente, un intervento assai limitato. Al pino si sostituisce una vegetazione più complessa e stratificata, una vera e propria selva. Su queste montagne cade la massima quantità di pioggia di tutta Cuba, oltre 3500 millimetri l’anno (Cuba in realtà ha un clima mediamente secco). Le grandi piogge, unite al calore sempre elevato, fanno crescere una rigogliosa foresta tropicale.

La camminata ci porta a guadare un fiume per ben cinque volte, bagnandoci completamente fino ad oltre le ginocchia. L’acqua non è fredda e in un’ampia pozza verso la fine del sentiero c’è anche la possibilità di farsi una rigenerante nuotata. La camminata non dura molto, neanche due ore, ma la competenza della guida ed il percorso ricco di spunti botanici la rendono una mezza giornata veramente interessante.

Nei pressi del centro visitatori salutiamo la guida e ritroviamo i due giovani cubani che ci hanno accompagnato fin lì. C’è ancora tempo prima dell’imbrunire e Playa Maguana è proprio sulla strada di ritorno. Scopriamo così l’errore commesso il giorno precedente. La vera Playa Maguana è un lembo di sabbia bianca più esposto e di dimensioni assai maggiori. È indubbiamente più attrezzata per i turisti rispetto alla piccola baia che aveva ospitato me e Joe, ma è ugualmente sporca di residui vegetali portati dal mare. A Seba questo non piace, mentre a me trasmette una sensazione di naturalità attraente.

Alcune nubi coprono il sole, ma è rigenerante lasciarsi scivolare addosso la leggera brezza che spira dal mare, osservando l’attività di pesca di una famiglia di cubani e chiacchierando con qualche venditore ambulante che percorre instancabile la spiaggia semivuota. Quando siamo in procinto di ripartire, giungono nei pressi del gazebo di legno che funge da bar l’argentino e l’uruguaiano conosciuti il giorno precedente. Li carichiamo sulla jeep e partiamo un po’ stretti verso Baracoa.

Il Parque Central, dove mi lascio cadere appena scendiamo dalla macchina, mi piace, per davvero. È un luogo permeato da un’atmosfera densa di tranquillità ed è un luogo ideale, anche se frequentato da qualche jineteros, da cui osservare l’andirivieni di persone che scorre lungo Calle Antonio Maceo. Mi lascio avvolgere dal tramonto adagiato sulle panchine di fronte la chiesa e poi intraprendo una piccola camminata con Giovanni lungo il Malecon, praticamente deserto a quell’ora. Ugualmente veniamo avvicinati da un giovane in bicicletta che ci chiede se vogliamo vedere alcune delle sue sculture lignee. Il tipo mi sta simpatico e dopo un po’ di contrattazione (con Giovanni che rema contro di me invece di farmi da spalla) porto a casa un pestello per fare il mojito ed un set di stoviglie.

L’ultima serata a Baracoa non offre oltre a questo nulla d’interessante, se non l’insistenza di alcuni jineteros che cercano in tutti i modi di portarci a ballare al Ranchon, una discoteca che sorge su un colle nei pressi del centro. Alla fine ci andiamo, ma per conto nostro, ma non vi troviamo nulla da menzionare, se non che ad un tratto crolla a terra una parte del tetto della veranda. Fatto di per sé pericoloso, ma che non ha per fortuna nessuna conseguenza spiacevole.

Venerdì 09 novembre – Ritorno verso Occidente

Il cielo è limpido ed un sole molto forte e già alto quando ci mettiamo sotto le scarpe ancora bagnate dal torrente del Parque Humboldt. Sono sordo a tutti gli inviti di Nilson di fare qualcosa anche in questa mattinata prima della partenza. Ricerco solo un sano relax, da godersi in tutti i gesti di preparazione alla giornata, dal tagliarsi la barba al preparare con cura lo zaino. Poi riassaporo la tranquillità soleggiata del Malecon e quella ombreggiata della piazza centrale. Non voglio nulla di più da Baracoa.

Alle due del pomeriggio partiamo per un viaggio che in dodici ore ci porterà nuovamente a Camagüey. Il viaggio scorre tranquillo fino a Santiago, dove cambiamo mezzo, e prosegue svelto verso occidente. Sulla seconda corriera siamo veramente in pochi, in tutto sette persone (noi compresi), di cui cinque italiani. In tale deserto si muore dal freddo, tanto è forte l’aria condizionata. Chiedo con insistenza che venga abbassata e qualche effetto riesco anche a raggiungerlo, insufficiente però a salvare Giovanni che l’indomani avrà la febbre.

Nei pressi di Holguin la corriera si ferma per un guasto. I due autisti si tolgono l’immacolata camicia d’ordinanza ed iniziano a lavorare sul motore in canottiera. Una ventina di minuti di lavoro e  ripartiamo come niente fosse successo.

A Camagüey troviamo ad aspettarci il cugino di Rafael. Lo stesso Rafael è ancora sveglio e non perde tempo per proporci le sue perle d’italiano made in Russia, sempre divertenti da ascoltare. Ha solo una stanza libera e questa volta è il mio turno d’emigrare in una casa particular lì vicino. Seguendo un cubano dal cranio lucido mi addentro nei recessi di una casa coloniale fatta di stretti corridoi, fino a raggiungere una spaziosa camera doppia. È ora di dormire.