Il Paese delle sedie a dondolo

Dal 25 ottobre al 23 novembre 2007

di Carlo Camarotto

Scorcio di Camaguey
Una chiesa di Camaguey
Vasca degli squali
In attesa
Locanda Bucanero
Los Cocos 1
Los Cocos 2

Tappa numero 5, Dal 10 al 13 novembre 2007

Da Camaguey a Playa Santa Lucia
Cuba_3

Sabato 10 novembre – La Vasca degli Squali

Il cielo continua a mantenersi limpido, l’ideale per le giornate di spiaggia che ci attenderanno nei prossimi giorni. Il sole imperversa sulla strada che mi riporta da Rafael, irradiando una luminosità sconosciuta.

Ritrovo Giovanni con il volto tirato e pallido, il corpo invaso da una stanchezza innaturale. Usciti di casa, resiste solo pochi minuti per le strade assolate di Camagüey ed è costretto a rientrare per recuperare le forze. Come se ciò non bastasse, al momento di cambiare i soldi mi accorgo che ne mancano un po’: una settantina d’euro sono spariti dalle mie riserve, rubati sicuramente a casa di Nilson, l’unico posto dove li ho lasciati incustoditi. La cosa mi fa, ovviamente, imbestialire.

Indispettito, inizio a vagare senza meta per le due vie commerciali di Camagüey, mescolandomi alle molte persone che ne animano le strade. Non mi ci vuole molto per sbollire la rabbia e ritrovare quella serenità che il viaggiare riesce sempre a donarmi. Ma c’è ugualmente qualcosa che non va. Anche se mi sento ad ogni passo più sereno, scorgo ancora in me una piccola tensione che non riesce a svanire del tutto, una punta quasi impercettibile d’apprensione che non ha nulla a che vedere con i soldi rubati, ma con l’insieme dell’intera esperienza cubana. Ho la costante sensazione di essere un corpo estraneo in quest’isola, per nulla integrato in ciò che sto vivendo. Persisto ad essere, per quanto non lo voglia, uno spettatore esterno, obbligato a guardare Cuba da lontano, come dietro una lastra di vetro. Purtroppo l’unica realtà con cui riesco a rapportarmi è quella della strada, il famoso callejero di cui avevo sentito parlare, non la vera Cuba, che vive e palpita dove non posso arrivare. C’è un profondo dispiacere in questa constatazione, un dispiacere che, andandosi a sommare alla normale serenità del viaggio, crea quella piccola tensione che non mi permette di godere fino in fondo questa magnifica esperienza. Forse anche questo è Cuba.

Intanto per Joe la giornata è irrimediabilmente compromessa: completamente privo di forze, non riesce nemmeno ad alzarsi dal letto. Io e Seba cogliamo l’occasione per visitare il Casino Campestre, il parco cittadino di Camagüey, uno dei più grande di Cuba. Essendo domenica, lo ritroviamo molto frequentato, pieno di gente che cammina tra i vari viali ombreggiati, le mille panchine, le bancarelle e la tanta musica, sia dal vivo che registrata. È una buona occasione per riposare e scrivere, guardando i cubani passeggiare e chiacchierare.

Dopo il parco decidiamo di berci qualcosa nella stessa piazzetta che ci aveva accolto con i suoi favori alla prima visita alla città (Plaza San Juan de Dios). Da lì ammiriamo il tramonto, sorseggiando una birra e parlando degli aspetti politici e sociali che differenziano la realtà cubana dalla nostra. È una chiacchierata sincera, ricca di spunti, che mi dimostra quanto Sebastiano ed io abbiamo in comune.

Per la serata camaguayana, di cui avevamo tanto parlato nei giorni scorsi, siamo pronti solo io e Seba, difatti Joe ha la febbre alta ed il corpo scosso da brividi continui. È meglio che riposi. La Vasca degli Squali (come abbiamo soprannominato la discoteca Galeria Colonial) ci attende. Gli “squali” sono ovviamente le jineteras, mai così attive come a Camagüey. L’idea è quella di “dare da mangiare” agli squali senza farsi mordere, un’idea un po’ incosciente, lo ammetto. Ma quale uomo non sogna di essere il centro dell’attenzione di un agguerrito universo femminile? L’importante è resistere poi alle tentazioni.

Usciamo per strada abbastanza presto, difatti la Vasca è chiusa. Alcune persone cominciano già a muoversi nei pressi dell’entrata e nelle due vie commerciali adiacenti. Ovviamente siamo fatti carico di svariate attenzioni, ma per ora sono solo sguardi, a cui ci vediamo bene dal rispondere. Nei pressi della Galeria Colonial, però, c’è una piazzetta dove la concentrazione di “squali” in attesa è piuttosto alta. Sulle molte panchine sono sedute ragazze vestite in un modo che non lascia dubbi sulle loro intenzioni. Pochi dubbi lasciano anche i loro sguardi, il cui peso percepisco materialmente sulla pelle, come fossero tangibili. Ad un tratto, poi, mi sento chiamare per nome e mi vedo venir incontro la ragazza diciottenne che avevamo conosciuto alla prima esperienza camaguayana. Per la serata è tirata a lucido, quasi irriconoscibile, apparendo meno giovane della sua reale età. È indubbiamente una bella ragazza ed ora lo dimostra ampiamente. Però, a dispetto di tutto, è la sua simpatia a piacermi più di ogni altra cosa. Scambiamo quattro chiacchiere veloci e scopriamo che anche lei è in attesa per entrare nella Vasca. La salutiamo, rimanendo in parola di vederci nel prosieguo della serata, e continuiamo a camminare per le strade che si vanno sempre più animando.

Aspettando l’apertura del locale, scegliamo di farci un mojito nella sua anticamera, un bar all’aperto nell’adiacente piazzetta. Nel solo tempo necessario ad ordinare da bere veniamo abbordati da due “squali botte” ed uno “squalo cozza” (per dire che le tre erano parecchio brutte). Solitamente le jineteras meno carine sono anche le più audaci, quelle che si propongono con più facilità e decisione. In un qualche modo riusciamo a svincolarci, anche se Sebastiano si lascia sfuggire le nostre future intenzioni.

Purtroppo i due “squali botte” sono lì, fuori del locale, ad aspettarci, pronte a riproporre l’attacco. Al momento d’approssimarci alla fila esterna al locale, le notiamo immediatamente e decidiamo senza alcun dubbio di fare di tutto per evitarle. Con un abile cambio di direzione, ci lanciamo dritti nelle braccia della diciottenne e di sue due amiche. Un po’ come cadere dalla padella alla brace, anche se le tre ragazze sono, ad onor del vero, tutte carine. Purtroppo per entrare nel locale la fila è molto lunga, ingiustamente mantenuta statica alla moda nordamericana, che detesto profondamente. L’inizio di uno spettacolo all’interno del locale fa sì che l’ingresso venga bloccato fino a mezzanotte. Con il tempo che così ci rimane, andiamo tutti insieme a bere qualcosa in un locale all’aperto poco distante, in compagnia anche della sorella quindicenne che ci ha raggiunto momentaneamente in bicicletta. Tra chiacchiere più o meno serie, e dopo aver salutato la giovane sorella che tornava a casa, finalmente a mezzanotte riusciamo ad entrare nella Vasca. Si entra rigorosamente a coppie, che poi all’interno possono essere mantenute o no. La prima visione del gran patio che si apre sul retro del locale è di quelle infernali. Rimango basito di fronte alla rappresentazione cubana di un girone infernale dantesco (quello dei lussuriosi, ovviamente), un’immagine che s’imprime con forza nella memoria. Saranno le luci stroboscopiche, o la musica assordante, ma quell’oceano di tavolini dove coppie di stranieri più o meno vecchi e cubane più o meno giovani consumano un rito orgiastico di languidi baci e provocanti toccatine è un’istantanea che si stampa con forza sulla retina, lasciandomi sconcertato. Nessun giudizio negativo, solo lo sguardo sorpreso di chi si crede uno spettatore.

Purtroppo non lo sono,  e sono anch’io parte integrante di questa scena. Cercare d’imporre a quest’universo differente la mia voglia esclusiva di bere, chiacchierare e ballare, non è semplice, perché mille sono le tentazioni, dallo sguardo sempre più abbattuto della mia compagna, alle proposte provocanti sussurrate all’orecchio da altre ragazze, di cui alcune veramente belle. Alla fine, quando saluto Yanilka (la cugina della diciottenne che mi è rimasta vicina tutta la serata) e mi dirigo verso casa, mi sento sollevato.

Da annotare, prima di andare a dormire, che la diciottenne è entrata nella Vasca con un signore italiano sui sessant’anni. Dopo un’ora erano già scomparsi. Gli italiani hanno fama d’essere quelli che si godono maggiormente questa situazione di promiscuità sessuale, i principali clienti delle giovani ragazze cubane. Non sono pochi i sessantenni che vengono a spassarsela a Cuba con ragazze che non hanno nemmeno vent’anni.

Domenica 11 novembre – Playa Santa Lucia

Quando ci apprestiamo a fare colazione abbiamo gli occhi pesanti ed assenti… vedono ancora procaci corpi offerti in cambio di pochi pesos. Giovanni è messo un po’ meglio di ieri, ma il viso è ancora molto pallido. A dispetto di tutto, oggi si parte per Playa Santa Lucia, viaggio di 110 chilometri da compiersi in macchina in compagnia del cugino di Rafael (40 CUC per singola tratta).

Rafael ci ha presi in simpatia e scherza volentieri con noi, scherzi e risate che continuano fin sulla porta di casa al momento della partenza. Sedute oltre l’uscio, ci sono tutte le donne di casa, dalla figlia di sedici anni alla nonna più che settantenne. Tutte ci salutano con un affetto che sembra autentico.

La giornata non è delle migliori, con molte nuvole isolate che corrono veloci in cielo. Sulla macchina, una scassata “cosa” bianca ben più vecchia di me, c’è, oltre al cugino di Rafael, anche un altro cubano. La sua guida è pessima e ce ne accorgiamo ampiamente quando andiamo ad arenarci contro un cumulo di terra a lato di una strada sterrata che avevamo preso per sfuggire ai controlli delle polizia. Nella manovra per sottrarci all’abbraccio del cumulo di terra, rompiamo anche qualcosa a livello di semiasse. I due cubani si trasformano in solerti meccanici e cominciano a lavorare sulla macchina, che così messa di traverso blocca anche la strada. Siamo dispersi in mezzo a dei campi infinitamente pianeggianti di canna da zucchero, ben lontani da Camagüey. La sosta non voluta mi piace, suona molto di Cuba. Nel tempo necessario a sistemare la macchina e rimetterla in strada, due autocarri giungono dalla parte opposta. Per superare il blocco compiono manovre azzardate a bordo strada, molto rischiose per i loro mezzi. Ma qui a Cuba è così. Nessuno dice niente ai nostri due autisti, nessun motto di fastidio, nessuna insolenza. Tutti si tirano su le maniche e cercano di risolvere a modo loro la situazione, arrangiandosi.

Ripartiti, corriamo veloci verso nord, una corsa allietata dalla musica degli 883, che proviene da una cassetta del cugino di Rafael, e dal vento che penetra dai finestrini aperti. Ce n’è abbastanza perché il sonno prenda il sopravvento. Quando giungiamo a Playa Santa Lucia il tempo è ancora più nuvoloso del mattino e spira un vento forte dal mare. Playa Santa Lucia è una lunghissima lingua di sabbia bianca su cui sono stati costruiti svariati residence occidentali, per lo più in stile all-inclusive. Oltre a questi c’è anche un piccolo villaggio cubano, fatto per lo più da case popolari in stile russo, ed alcune altre strutture e servizi utilizzati sia dai cubani che dagli stranieri. Più per i cubani, però, visto che gli stranieri preferiscono starsene rinchiusi all’interno dei residence. Siamo in ogni caso nel periodo di bassa stagione, quindi di persone in giro non ce ne sono. Alloggiamo in una Escuela de Turismo, una sorta di scuola alberghiera che mette a disposizione dei clienti delle stanze da motel americano per un prezzo di per sé accettabile (45 CUC per una stanza con tre letti).

Viste le nuvole grigie che coprono uniformemente il cielo, l’umore non è al massimo. Forse anche per questo ci mettiamo un sacco di tempo a sistemarci nella stanza prima di concederci una visita al mare. Anche la spiaggia di fronte alla scuola è una delusione, completamente invasa dalle alghe portate da un mare molto mosso. Il sole qualche volta appare tra le nuvole, così qualche raggio lo prendiamo pure, ma la realtà è ben distante da ciò che avevamo immaginato.

Al calar del sole comincia a fare anche fresco. Io e Joe decidiamo di partire alla scoperta del luogo. Camminando lungo la strada che corre dietro la fila di residence affacciati sul mare, scopriamo la Cafeteria El Rapido, subito dietro la Escuela, punto di ritrovo per molti cubani prima di cena, ed altri due locali dove passare la serata. Quando ritorniamo fuori con Sebastiano per mangiare troviamo però un po’ di difficoltà, vuoi perché “il cuoco se n’è già andato” o perché il locale è proprio chiuso. Ci accorre in aiuto la Cafeteria El Rapido, aperta 24 ore su 24, che offre tra le sue specialità delle pizze congelate a basso prezzo. La pizza o il panino da El Rapido diventano così un’istituzione di Playa Santa Lucia.

Al momento d’ordinare le pizze, ci scontriamo nei pressi del bancone con Wendy, la procace mulatta che ci aveva abbordato a Camagüey il giorno prima di partire per l’Oriente (quella che parla perfettamente italiano e vive a Bergamo). È in compagnia d’alcune amiche ed è, come la ricordavo, molto aggressiva nel modo di proporsi. Tra le sue amiche, una è quella che le faceva compagnia il giorno del primo incontro a Camagüey, un po’ grassottella, bianca, timida e riservata, l’altra è una ragazza dai capelli ricci, carnagione lievemente imbrunita e modi di fare schietti e simpatici. Chiacchieriamo con loro finché mangiamo le pizze, scoprendo le opportunità notturne di Playa Santa Lucia. M’immaginavo un posto sufficientemente smorto ed invece mi ritrovo, dando ascolto a Wendy, un angolo di mondo vitale, anche se forse un po’ costretto alla monotonia.

Una tenue pioggerellina c’invita a rientrare in camera ed a gettarci con piacere nella visione del Sunday Night di football americano. Finito questo viene l’ora di uscire, ma la comodità del letto ha mietuto le sue vittime. I miei due compagni sembrano avere tutte le intenzioni di rimanere a dormire. Sono l’unico a voler vedere con i propri occhi cosa può offrire Playa Santa Lucia. Sono sufficienti, per fortuna, un paio di provocazioni per convincere Giovanni a rivestirsi e seguirmi (Joe è stranamente privo di forze, non è da lui). Oltre l’ingresso della discoteca Mar Verde si apre un patio spazioso e molto affollato, dove la musica s’accompagna perfettamente ai mojitos che si possono ordinare al bancone del bar. Il posto viene subito rinominato la Tana dei Lupi per la presenza d’abili jineteras sia fuori dal locale, pronte ad agganciare qualcuno che paghi loro l’entrata (1 CUC), sia dentro, appostate appena oltre la linea dei tavolini con lo sguardo attento. Siamo entrambi molto stanchi, quindi abbiamo solo voglia di bere qualcosa ed osservare. Le prime due che ci assalgono vengono quindi scacciate con una tranquilla indifferenza. Poi arriva Wendy con tutte le sue amiche, un contatto comunque rapido perché sono già tutte sedute a dei tavoli con altre persone, e poi inizia uno spettacolo di intrattenimento su un grande palco posto alla fine del patio. Ad un corpo di ballo composto da tre ragazze e tre ragazzi, si alterna un frontman che interpreta canzoni d’amore sufficientemente melense.

Mentre guardo con attenzione lo spettacolo, numerose altre ragazze guardano me ed iniziano a gironzolarmi intorno. Respingo tutti gli assalti fino a che a chiedermi se voglio compagnia non si presenta Giudenia, una ragazza mulatta dal sorriso dolcissimo. Subito penso che nel chiacchierare non c’è nulla di male e ricambio il sorriso. Scambiamo però solo qualche parola, salvato da Joe che mi annuncia che è stanco morto e che andrà a casa. Mi risveglio così dall’incantesimo e trovò la forza per salutare Giudenia e seguire l’amico fino all’Escuela.

Lunedì 12 novembre – Playa Los Cocos

Spira un vento forte che spazza con intensità le palme e la spiaggia. Il cielo è un muro compatto di nuvole grigie che corre veloce, lasciando veramente poco spazio alla nostra voglia di sole. Ugualmente, dopo colazione, decidiamo d’andare a Playa Los Cocos, l’ultimo lembo di Playa Santa Lucia, proprio di fronte allo stretto di mare che conduce alla baia di Nuevitas. Per raggiungerlo bisogna percorrere sei chilometri su una strada sterrata che corre parallela al mare ed alla spiaggia, quest’ultima ridotta in alcuni punti ad uno stretto passaggio roccioso. Per arrivare a Playa Los Cocos si può prendere un taxi (5 CUC a tratta) oppure un carro trainato da un cavallo, però non di quelli rudimentali che utilizzano spesso i cubani per spostarsi, ma di quelli ricercati fatti ad uso e consumo del turista (3 CUC a persona per tratta, con eventuale sconto per una corsa d’andata e ritorno). Scegliamo la prima soluzione ed arriviamo veloci alla spiaggia. Ci troviamo di fronte una vera spiaggia caraibica, con il mare azzurro, la sabbia bianca e le palme verdi che svettano in fila a pochi metri dall’acqua. Manca solo il sole, ma in cielo le nubi sembrano piano piano diradarsi e siamo fiduciosi. Un paio di locali di legno, con annessa ampia veranda, completa il quadro caraibico che questo posto idilliaco offre.

Quando il sole decide che è ora di uscire allo scoperto, anche se ancora abbastanza guardingo, il massimo del piacere è raggiunto. Come d’abitudine, mentre siamo lì distesi a prendere il sole, veniamo fatti carico di svariate attenzioni da parte sia di venditori di vari oggetti artigianali, sia di persone che ci propongono aragoste o pesce per pranzo. Noi decliniamo più o meno tutti gli inviti e continuiamo a cuocerci sotto il sole.

Ad un tratto, uno sguardo di troppo di Seba attira un gruppetto di ragazze che si siedono vicino a noi per chiacchierare. Il siparietto dura comunque poco, perché all’apparire di una macchina della polizia le vediamo correre via a gambe levate. Rimango a crogiolarmi finché il sole non perde un po’ del suo vigore, poi mi dirigo da solo verso la veranda del bar Bucanero per assaggiare un mojito e cominciare a scrivere. Il sole rosseggia oltre la cresta delle palme mentre sorseggio la bevanda, un’immagine che mi ero portato dietro dall’Italia e che vedo ora realizzata. Quando vengo raggiunto anche da Giovanni e Sebastiano, i mojitos diventano tre ed una certa “luccicanza” comincia a rendermi l’animo leggero.

Tornati a Santa Lucia, al El Rapido incontriamo nuovamente Wendy (soprannominata simpaticamente Salsiccia) e la sua amica timida (Balenottera). Scambiamo alcune chiacchiere, come sempre perlopiù provocatorie da parte dell’incontenibile Wendy, e poi torniamo in stanza dove c’aspetta il Monday Night. L’idea sarebbe quella di proseguire la serata alla “Tana dei Lupi”, ma, come d’abitudine, Giovanni e Sebastiano cercano di tirarsi indietro al momento di uscire. Anche questa volta bastano due paroline provocatorie e li vedo alzarsi dal letto e cambiarsi per uscire. La Tana è parzialmente vuota, soprattutto di stranieri. Ci entriamo in compagnia di Wendy e delle sue amiche (anche la ragazza riccia del giorno precedente), più una ragazza minuta molto carina che avevamo prima adocchiato al El Rapido. Se ne stava fuori dal locale ad aspettare proprio l’occasione per entrarci, trovata nella magnanimità gioviale di Giovanni.

La tipa si attacca comunque al braccio di Sebastiano, lasciando un po’ deluso l’altro compagno. Balenottera mi affianca, mentre Joe è conteso da Wendy e la ragazza dai capelli ricci. Dopo poco inizia lo spettacolo, sostanzialmente identico a quello del giorno precedente, e ci sediamo tutti ad un tavolo per godercelo. Quando mi rialzo per andare bere il secondo mojito della serata in compagnia di Giovanni (avevamo scommesso sul Monday Nights ed ho vinto), incontro Giudenia, bella come la ricordavo. Iniziamo a parlare, prima al bancone e poi ad un tavolo, una chiacchierata tranquilla, leggera, allietata dal suo bel sorriso. Purtroppo, dopo poco mi chiede se voglio continuare la bella serata in una casa particular ed ad un mio rifiuto mi saluta per andare a cercare un nuovo uomo. La stessa sorte capita a Sebastiano, che dopo essersi distaccato dalla tipa minuta decide di tornare a casa a dormire. Io invece rimango seduto al tavolo e mi godo i tentativi di Wendy di farsi Giovanni e le sue strategie per cercare di sfuggirle. Purtroppo per lui la ragazza dai capelli ricci dedica le sue attenzioni ad un tedesco con cui esce costantemente da una settimana. Con il prosieguo della nottata Wendy è sempre più incontenibile, Joe sempre più frustrato, la Balenottera non mi rivolge la parola perché l’ho abbandonata, Giudenia limona piacevolmente con un altro straniero ed io mi sento piacevolmente bene. Vai a vedere in che strane lande del pensiero conducono sette mojitos.

Martedì 13 novembre – Playa Los Cocos/2

La giornata questa volta è splendida, con solo poche nuvole sparse che raramente adombrano il sole. Corriamo veloci verso Playa Los Cocos, in modo da sfruttare al massimo tutto il tempo a nostra disposizione. La spiaggia ci concede tutto il suo fascino caraibico che ieri ci aveva solo preannunciato. Rimango a crogiolarmi per tutto il giorno, con solo qualche pausa dai raggi al riparo della chioma di una palma o seduto al tavolino di uno dei due locali che danno sulla spiaggia, intento a sorseggiare qualche bevanda rigorosamente analcolica.

Stranamente nessuno viene ad importunarci e la cosa quasi ci rattrista. Ritorniamo verso l’Escuela che sono le cinque, dopo esserci goduti un principio di tramonto dalla posizione privilegiata della veranda del bar Bucanero. A Santa Lucia è già arrivato il cugino di Rafael, pronto a portarci con il suo scassato automezzo fino a Camagüey. Il viaggio è tranquillo e costantemente allietato dalla voce di Max Pezzali. Fuori è buio pesto e perdiamo già da subito l’idea di dove siamo. Ci pare di vagare quasi in tondo, facendo un giro molto più lungo di quello fatto all’andata. Alla fine arriviamo senza intoppi a Camagüey, anche se per poco non siamo fermati da una pattuglia della polizia, che ha fermato la macchina davanti alla nostra. Prima di essere accompagnati alla stazione delle corriere ci facciamo scaricare nei pressi di una Cafeteria El Rapido, dove consumiamo l’usuale rito della pizza con bibita.

Alla stazione rischiamo di perdere i bagagli. La signora della biglietteria ci fa consegnare i bagagli e c’invita ad aspettare l’arrivo della corriera prima di fare i biglietti. La nostra corriera arriva, i bagagli vengono caricati, ma la signora ci dice ancora di aspettare. Per fortuna decido di seguire il suo consiglio nei pressi della corriera, proprio a lato dell’autista. Quando questi invita tutti a salire per l’imminente partenza, gli chiedo delucidazioni sui nostri bagagli, che sono già nella stiva, e sul perché la signora non vuole ancora farci i biglietti. Alla fine, dopo un rapido conciliabolo tra l’autista e la signora, salta fuori che la tipa non aveva capito che volevamo partire con quella corriera e che pensava volessimo prendere il Rapido, una corriera che parte da Santiago per l’Avana, e che ferma solo a Camagüey, in partenza dopo circa mezz’ora. L’autista c’invita a salire e ci fa il biglietto a bordo.

La corriera è completa in quasi ogni posto ed i nostri compagni di viaggio sono tutti cubani. Siamo gli unici stranieri. Capiamo così il comportamento della signora alla stazione. I cubani sono abituati a vedere compiere agli stranieri alcuni gesti standardizzati (in parte ti spingono loro stessi a compiere gesti standardizzati), così quando qualcuno vuole fare qualcosa di diverso, vanno in confusione.