Il Paese delle sedie a dondolo

Dal 25 ottobre al 23 novembre 2007

di Carlo Camarotto

Il Capitolio
La Cattedrale di l'Avana
Plaza Vieja
Vista sul Vedado
El Morro
Graciela, Raul e Gloria
Colpevoli

Tappa numero 6, Dal 14 al 17 novembre 2007

L'Avana
Cuba_3

Mercoledì 14 novembre – Havana

Nubi plumbee gravitano ancora sulla capitale, ma hanno già scaricato a terra molta dell’acqua che trattenevano. Per 5 CUC ci facciamo portare all’Havana Vieja da un tassista piuttosto ciarliero che cerca di fare il simpatico ad ogni occasione, qualche volta scadendo nelle tipiche volgarità cubane che sento ormai familiari. Troviamo da dormire in O’Reilly, proprio nei pressi del Floridita. È una casa piuttosto vecchia, che odora della Cuba più autentica. La padrona si chiama Graciela ed è una signora con i capelli bianchi, un bel sorriso ed i modi gentili.

Purtroppo la stanza non sarà disponibile che per mezzogiorno e mezzo, così l’idea di gettarsi a pesce sul letto deve essere rimandata. Per fortuna il cielo che va liberandosi e la magica atmosfera habanera che si respira ad ogni passo in strada mi caricano di un’energia che non pensavo di avere. La casa si trova vicino al Parque Central, quindi giusto nello spartiacque tra l’Havana Vieja e il Centro Havana. Proprio in questa seconda parte decidiamo d’incamminarci. Sono appena le otto e i nostri iniziali sforzi di trovare un posto dove bere un caffè sono inutili. Camminando così siamo invece facile bersaglio di alcuni jineteros. L’esperienza acquisita durante il viaggio ci permette di liquidarli con una certa facilità.

Continuando a vagare per le vie decadenti del Centro Havana, giungiamo nei pressi del Malecon. La vista sul Morro alla nostra destra e sulla skyline del Vedado alla nostra sinistra è affascinante, così baciata da un sole che s’impone in un cielo ormai completamente sgombro di nubi. Lungo il Malecon gli edifici sono perlopiù fatiscenti, ma nell’insieme il tutto appare avvolto da un’atmosfera seducente. Troviamo una piccola veranda dove fare colazione e poi, dopo aver dovuto rettificare il conto propostoci (tra conti gonfiati o resti sbagliati all’Avana c’è da stare sempre attenti), continuiamo il nostro giro fino a raggiungere l’imboccatura della baia di l’Avana.

Risalendo Calle Agromonte sfiliamo in parte al Memoriale del Granma, l’imbarcazione che portò Fidel ed i suoi Barbadus fino a Cuba, e ci addentriamo nuovamente nell’Havana Vieja. Inizialmente le strade che percorriamo sono circondate da edifici ancora non restaurati, affollati di persone e con gli indumenti stesi tra le finestre ad asciugare. Per alcuni versi mi ricordano Napoli. Poi sbuchiamo in Plaza Cattedral e l’Havana Vieja comincia ad esibire tutte le sue meraviglie. La piazza è circondata da edifici coloniali splendidamente restaurati e dalla facciata barocca della Cattedrale de San Cristobal de la Habana, un vero spettacolo per gli occhi. Ce ne rimaniamo lì seduti a goderci la piazza assolata per molto tempo, in continua compagnia dei molti turisti che vagano con il volto perennemente rivolto all’insù.

L’Havana Vieja è tappezzata di bellissime piazze racchiuse da edifici in stile coloniale. Plaza de Armas, più ampia della precedente e riccamente alberata, è dotata di uno zocalo centrale ornato di panchine di pietra. Tra questa e il Parque Central s’allungano alcune vie piene di vita. La pedonale Obipso brulica di persone in cammino e di polizia in attesa ad ogni incrocio. Per questo l’Havana Vieja concede una sufficiente tranquillità ai turisti, che possono camminare senza essere troppo assillati dagli jineteros.

Camminando lungo questi normali percorsi turistici, giunge l’ora di prendere possesso della camera. Siamo tutti e tre molto stanchi e crolliamo letteralmente sui letti non appena ci viene data la possibilità di farlo. Dopo un’ora sono l’unico a trovare la forza di alzarmi, mentre gli altri due rimangono in stato comatoso fino quasi al tramonto. Colgo l’occasione per scrivere, seduto sulla sedia a dondolo del salotto, lo sguardo erratico sugli edifici che s’affacciano sul piccolo parco tra Obipso e O’Reilly, in compagnia del brusio che sale dalla strada. Al risveglio di Sebastiano e Giovanni, sfruttiamo l’ultima ora di luce per farci un nuovo giro dell’Havana Vieja, l’ora esatta per godersi la trasformazione notturna delle strade e degli edifici. Come sua abitudine, Sebastiano vuole offrire l’ultima cena prima di partire. Un po’ indecisi su dove andare, alla fine decidiamo di dare ascolto alla Lonely Planet e scegliamo il ristorante La Mina, vicino a Plaza de Armas. Il locale è molto carino, con un giardino ricco di verde dove dimorano perfino due pavoni splendidamente colorati. Il cibo però non è all’altezza del prezzo pagato e la totale mancanza di cubani rende il luogo asettico. Un po’ delusi, abbandoniamo l’Havana Vieja per il Centro Avana, dove alcuni jineteros cercano subito di abbordarci. Non è un attacco deciso ed ormai sappiamo come reagire. Solo nella via pedonale appena al di là del Parque Central, San Rafael, sono piazzate in attesa alcune jineteras, per il resto la vita è piuttosto calma, anche nei pressi del Capitolio, dove ci fermiamo a chiacchierare. Nessuno dei tre vuole lanciarsi in una notte folle a schivare ragazze. Seduti su una panchina, coperti dall’ombra dei numerosi alberi, ci troviamo tutti e tre a nostro agio. Sono le ultime chiacchiere in compagnia, una compagnia piacevole ed equilibrata. Ogni tanto mi guardo in giro sperando di vedere un nano saltar fuori da un tombino, ma non sono così fortunato (non sono pazzo, il nano che assale la mia fantasia è il protagonista di un racconto del libro “Vedi Cuba e poi muori”).

Giovedì 15 novembre – Saluti a Seba

Come consuetudine, mi sveglio prima degli altri e passo il tempo solitario che così mi è concesso dondolandomi docilmente sulla sedia a dondolo, immerso nella passione scrittoria. Adoro questi attimi di profonda interazione con il viaggio che sto vivendo. La scrittura mi permette d’approfondire la conoscenza con il “me stesso cubano”, di gestire e rendere più reale quel mare di sensazioni che il mio corpo e la mia mente hanno appena vissuto. È rendere sublime ciò che prima era solo meraviglioso.

L’obiettivo del giorno è determinato dalla voglia di Seba di comprare qualcosa da portare con sé in Italia. Vaghiamo così in cerca di regali, prima in un piccolo mercatino in Obipso, poi al Palacio de los Artesianos e nel vicino mercato, poi in tutti i negozietti di prodotti artigianali che si aprono lungo le vie principali dell’Havana Vieja. Abbiamo anche il tempo di percorrere le strade del Centro Havana alle spalle del Capitolio. Qui però c’è poco da comprare. Si possono solo ammirare i palazzi non restaurati e farsi ammaliare dall’atmosfera decadente che tanto si associa a questa bizzarra capitale caraibica. Qui le strade sono affollate di vera umanità cubana, quella che pranza a base di pizza e panini e beve succhi di frutta sulla strada. Camminando senza una vera meta, scopriamo la Chinatown Habanera, dove campeggiano le insegne rosse scritte in doppia lingua e le molte persone che s’incrociano hanno tratti orientali.

L’ora della partenza di Sebastiano giunge troppo velocemente ed è condita da quella immancabile tristezza che accompagna sempre una separazione. C’abbracciamo sulla porta della camera e poco dopo lo vediamo salire sul taxi che lo porterà all’aeroporto. Appena un attimo e sul quel balcone ad ammirare la vita cubana fervere per le strade rimaniamo solo in due.

Ma l’Havana Vieja ci attende immutata con le sue bellezze e non ci vuole molto per sentire nuovamente la voglia di gettarsi per le sue vie alla ricerca di nuovi scorci degni di essere assaporati. La zona tra Plaza Vieja e Plaza San Francisco d’Assis è un’area dove i lavori di restauro degli edifici proseguono da tempo a ritmo incalzante, trasformando le vie acciottolate in un mondo incantato ricco di colori. Alcune piccole piazzate si fanno largo ogni tanto tra le case, piccoli spazi aperti con alcune panchine e qualche albero. In uno di questi troviamo la possibilità d’immergerci nella scrittura e nella lettura, riprendendo confidenza con il nostro personale modo di viaggiare in coppia.

Per cena vogliamo provare uno dei ristoranti del Cuchilo, una via di Chinatown piena di ristoranti tappezzati da iconografie cinesi, una sorta di set cinematografico di Hong Kong mal riuscito. Il mangiare non è in realtà male, anche se forse un po’ pesante, ma è il prezzo piuttosto basso a proporsi come un invito irresistibile.

Dopo cena scopriamo che le strade dell’Havana Vieja sono perlopiù vuote e che le poche persone che incrociamo sono tutte dirette a Plaza de Armas. Nella piazza troviamo una lunghissima fila di persone in attesa di giungere ai piedi di un grande albero posto all’interno di un giardino. Qui tutti compiono tre giri intorno al fusto, esprimendo ad ogni giro un desiderio. La fila si muove con estrema tranquillità, un brulicare sommesso e soave, chiuso all’interno di un percorso recintato, controllato da un buon contingente di sonnacchiosi poliziotti. Le panchine della piazza sono un buon posto dove osservare il compiersi di questo rito sacro ed attendere che giunga l’ora per tornare a casa senza sentirsi dei vecchietti. In realtà Giovanni sembra tornato quello di una volta e spinge per rimanere all’aperto per assaporare della nuova vita cubana, ma sono troppo stanco per dargli retta.

Venerdì 16 novembre – Giornata nera

Mi alzo al letto che sono abbastanza energico, dico abbastanza perché la tosse è sempre più forte e preoccupante. Al risveglio di Giovanni decidiamo di goderci la colazione in Plaza Vieja, quanto mai assolata in questa stranamente fresca mattina di novembre.

La giornata è già avanzata quando ci alziamo dal tavolo, per questo decidiamo di puntare subito verso la stazione centrale dei treni, da dove partono gli omnibus per Playa de l’Este (il numero 400). Appena giunti sul posto ci offrono un passaggio in macchina fino alla spiaggia per 10 CUC, ma noi puntiamo alla corriera, dove paghiamo solo 2 CUC.

Già dalla partenza siamo stipatissimi, ma ad ogni fermata lo diventiamo sempre di più, fino a livelli da sardine in scatola. Il viaggio però mi piace, perché ha il sapore della vera Cuba e perché finalmente mi sento integrato in qualcosa. Purtroppo questo bel momento d’integrazione non è destinato ad avere un lieto fine. In un momento in cui la carica di persone mi fa perdere momentaneamente l’equilibrio, costringendomi ad utilizzare entrambe le mani per non cadere, il borsello mi viene allontanato ad arte ed in pochi secondi mi viene rubata la macchina fotografica. Me ne accorgo immediatamente, ma ormai è troppo tardi. La fotocamera viene sicuramente passata di mano in mano tra il gruppo di ladri e tutti i miei sforzi per recuperarla sono vani. Prometto soldi a destra e a manca, controllo zaini, rompo i coglioni praticamente a tutti, ma la macchina non salta fuori. Non ho la prontezza necessaria ad individuare il colpevole e seguirlo quando scende dalla corriera. Solo qualche minuto dopo, pensando a come si sono svolti i fatti, comprendo appieno la sua identità. In pochi secondi ho perso una macchina fotografica da 350 euro e 350 fotografie che ritraevano per intero il viaggio. Ma ciò che più mi rode è chi mi sono fatto fregare, una botta al mio orgoglio chi mi pesa da subito come un macigno. Il mio umore crolla a livelli talmente bassi che tutto mi pare ostile, nero come la pece.

Giungiamo nei pressi di Playa Santa Maria, la spiaggia migliore della zona, battuta da un vento costante e da un sole molto forte. La strada dove procede la corriera si ferma su un colle alto sopra la spiaggia. Da lassù si gode un paesaggio che potrebbe essere bello se non sentissi il mondo così pesante. Non riesco a godere di niente, ho solo una grande voglia di sparire. In queste occasioni vorrei solo dormire, in modo da far passare il tempo senza rendermene conto. Questo provo a fare sulla spiaggia sferzata dal vento, adagiato sulla finissima sabbia gialla, però la mente fugge continuamente al momento del furto, rivivendo attimo per attimo quei momenti che a mente meno lucida mi sono perso. Vivo possibili realtà alternative: cosa avrei fatto se fossi stato più accorto o più pronto? È un continuo stimolare il senso di colpa e di vergogna, sobillando un’irrequietezza che piano piano s’impadronisce di tutto il corpo. Inizio così a camminare lungo la spiaggia, frequentata da coppie bicolore (donne bianche e uomini neri) e famiglie di turisti distese sulle sdraio, scalciando nervosamente la sabbia. Mare e spiaggia si confondono all’orizzonte in una nebbia indistinta, trasmettendo al paesaggio una forza inconsueta, una naturalità che in condizioni normali apprezzerei vivamente. Invece tutto mi pare incolore, se non sgradevole. Vorrei tornare subito all’Avana, anche se so che questo mio desiderio è solo un palliativo. In nessun luogo troverei pace. Sento come unica esigenza vera la voglia di scrivere alla mia ragazza, l’unica persona al mondo con cui vorrei condividere questo momento. Vorrei un suo abbraccio, una sua parola di conforto, ma sono ancorato ad un luogo che sento freddo e distante, a migliaia di chilometri dall’unica persona che potrebbe farmi sentire veramente meglio. Non mi rimane che aspettare che il tempo passi, in attesa di vivere meglio il secondo successivo al presente. Intanto però sono triste da far schifo e se potessi farei saltare l’Avana con una bella bomba atomica. La rabbia affiora a tratti e mi capita di prendere a pugni la sabbia o scagliare lontano le piccole pietre che trovo sul cammino.

Giovanni cerca di tirarmi sul morale ricordandomi che ci sono cose ben più importanti nella vita. Lo so anch’io, ma conta poco in questo momento. Quando giunge l’ora di ripartire verso la città l’umore è ancora nero, anche se comincio a sentire l’esigenza di scherzarci su. Qualche battuta sull’evento mi risolleva l’animo, ma sono scogli isolati su un mare profondamente nero. Nel giungere all’Avana Vieja in auto (10 CUC con un taxi particular guidato da un tipo simpatico e loquace), l’unica mia necessità è quella di correre in un internet point. Corro all’Hotel Florida, dove c’è un computer disponibile per navigare (tessera da comprare nell’hotel), e scrivo brevemente una mail. Questo gesto, unito alla scrittura del diario, un po’ mi tranquillizza, ma ce n’è di strada da fare.

La serata si presenta fresca, più di qualsiasi altra finora affrontata. Una nota ridicola della situazione in cui ci troviamo è che quanto io sono giù, Giovanni si sente carico d’energia, una vitalità fino ad oggi sconosciuta. Lui vuole fare, muoversi, vedere. Io non voglio altro che il letto per chiudere con l’oblio del sonno questa giornata di merda. Alla fine, tra una birra in Plaza Vieja (alla Taberna a la Muralla, produzione propria) e una al ristorante Hanoi (dall’ambiente niente male, anche se frequentato solo da turisti), l’alcol in corpo mi fa protendere per un ultimo giro lungo Calle San Rafael, la strada pedonale di Centro Havana dove sono appostate un po’ di jineteras. Giovanni spinge per entrare in uno dei locali che danno sulla via pedonale per bere due mojitos. Decido di seguirlo per non fargli pesare troppo il mio stato amorfo. Meglio avrei fatto a seguire la mia voglia d’allontanamento dal mondo perché il locale è una piccolo “Castello di Dracula” in cui solo noi facciamo la parte delle prede. In un ambiente angusto, seduti al bancone, veniamo circondati immediatamente da due ragazze (quelle che hanno vinto la gara interna al locale per accaparrarci) che dopo un sorriso ed un saluto sono già pronte ad offrire i loro corpi per una manciata di pesos (un bel po’ a dire il vero, all’Avana costa tutto di più). Giovanni si diverte un mondo a farsi stuzzicare per poi negarsi, io invece mi chiedo a più riprese cosa ci faccio in quel posto a parare tutti i tentativi della ragazza che ho di fronte di toccarmi le parti intime. Alla fine beviamo i due mojitos, paghiamo un’enormità (10 CUC) e scappiamo via dall’assedio.

Annoto tre cose prima di chiudere la giornata. La ragazza che ha abbordato Joe aveva al massimo sedici anni, anche se ne dichiarava diciotto, e nei venti minuti che è rimasta a parlare con lui ha messo in fila una sequela di offerte sessuali da far rizzare i cappelli ad un morto. Dovunque a Cuba le donne si offrono per soldi, ma a Trinidad e Camagüey, solo per fare un esempio, la loro disponibilità appare più naturale e cordiale, rendendola così più accettabile. All’Avana la loro offerta mi è sembrata volgare e squallida, più vicina all’idea che ho in Italia della prostituzione. In spiaggia oggi c’erano varie coppie miste. Provo una profonda tristezza ad osservare i loro giochi, le loro effusioni, le loro chiacchiere intime. Ad unirli vedo da un lato la ricerca di una posizione economica più agiata, dall’altro il riempimento di un vuoto sentimentale, un modo per scacciare una profonda solitudine interiore. Sto generalizzando, lo so. Esisteranno indubbiamente delle eccezioni, ma sono proprio solo quello, delle eccezioni.