Il Paese delle sedie a dondolo

Dal 25 ottobre al 23 novembre 2007

di Carlo Camarotto

ViƱales
Piazza di ViƱales
Valle di ViƱales 1
Valle di ViƱales 2
Valle di ViƱales 3
Valle di ViƱales 4
Volveran

Tappa numero 7, Dal 17 al 23 novembre 2007

La Valle de ViƱales
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Sabato 17 novembre – Verso ovest

Camminare oggi per le strade affollate di l’Avana è un po’ meno piacevole di quanto lo sia stato ieri: ho una paura fottuta di essere nuovamente derubato. Stringo ossessivamente il borsellino e ne controllo il contenuto quasi ad ogni secondo. La paranoia s’è impadronita dei miei pensieri. Vivere nella paura è il miglior modo per vivere male la propria vita.

Al momento di salutare l’Avana, sulla porta della casa particular Graciela ci saluta con affetto, baciandoci ed abbracciandoci. Bellissimo l’augurio a Giovanni: “Mantieni sempre quel sorriso”, ovviamente accompagnato dall’immancabile “State attenti alle vostre cose, che qui a Cuba se possono ve le rubano”. Saggio avvertimento che ho già disatteso.

Davanti al Capitolio stanno preparando una manifestazione per commemorare la fondazione della città, fatto che ci costringe a camminare ben oltre il Parque Central per trovare qualcuno che ci avvicini per offrirci un passaggio in macchina. Con un taxi non regolare arriviamo fino alla stazione delle corriere della Viazul in Nuevo Vedado, un viaggio di nemmeno venti minuti (5 CUC), passati a chiacchierare con un tipo simpatico dal volto paffuto, proprietario di una macchina talmente scassata che ci è mancato poco che non dovessimo scendere a spingerla nelle poche salite da affrontare.

Partiamo per Viñales a bordo di una corriera vuota e con un’aria condizionata mantenuta a livelli umani. Mi addormento quasi subito, per poi risvegliarmi quando corriamo tra campi di canna da zucchero e banani, con una schiera di montagne a chiudere la visuale verso nord. Le pareti di roccia sono ammantate completamente di un verde più scuro di quello delle coltivazioni a fondo valle, racchiuse totalmente nell’abbraccio di una vegetazione ancora selvaggia. Queste montagne, così diverse da quelle a cui sono abituato, in cui il limite della vegetazione è sempre perfettamente visibile, mi affascinano.

Si giunge a Pinar del Rio senza aver praticamente mai imboccato una salita, una corsa tranquilla sull’autopista che conduce verso ovest. Da qui, per raggiungere Viñales, bisogna invece affrontare le montagne. La strada è un serpente pieno di curve che sale in mezzo alla vegetazione compatta. Giunti in cima al passo s’iniziano ad intravedere i Mogotes che tanto hanno reso famoso questo angolo di Cuba, montagne carsiche che si levano dalla valle verde e rossa come tanti grandi panettoni: lo spettacolo è notevole. Viñales dista solo poco più di venti chilometri da Pinar del Rio, quindi non ci vuole molto a raggiungere il piccolo centro cresciuto in questa bella valle agricola, ora dedita in modo massiccio al turismo.

Fondamentalmente Viñales è una via, o poco più. Un piccolissimo centro costituito da una piazza ed una chiesa e tutt’intorno molte casas particulares pronte ad ospitare i tanti turisti che giungono da queste parti. Quanto è diverso questo tranquillo villaggio di provincia dalla turbolenta l’Avana. Con il solito passaggio tra casas particulares amiche, giungiamo a Villa Yolanda, una tipica costruzione di Viñales, con le pareti colorate di un intenso colore azzurro ed una veranda tinta di bianco. Qui ciondolano le consuete sedie a dondolo, riposo per le immancabili vecchiette che chiacchierano allegramente tra loro aspettando la sera.

Essendo gli unici clienti, tutte le attenzioni della famiglia (piuttosto allargata) sono solo per noi. Yolanda, un donnone della mia età, ha una piccola figlioletta di due anni che corre avanti e indietro per tutta la casa, una vera peste con due occhioni enormi. Per salutarci, la piccola viene a darci anche un bacio sulla guancia.

Non ci mettiamo molto a lanciare lo zaino sul letto per riuscire subito in strada alla scoperta di questa piccola cittadina. Così a prima vista il posto ci piace, anche se s’incrociano molti più turisti di quelli a cui siamo abituati. Si vede che si va verso l’alta stagione turistica.

La Valle di Viñales offre molte attività per i turisti, tutte, come d’abitudine a Cuba, perfettamente allestite per il turista medio. Ma come ci dice una guida del museo della Valle, se uno vuole fare per conto suo, nessuno glielo impedisce. Chiacchierando con lui veniamo a scoprire che non esistono mappe cartografiche a Cuba (a parte quelle stradali) perché il governo ha paura di rendere di facile reperimento informazioni utili per un’eventuale invasione. Una delle conseguenze della fobia più o meno (o per niente) biasimabile che ha colto Cuba dopo oltre quarant’anni di blocco economico e ingerenze varie da parte degli Stati Uniti.

Per cena optiamo per una vero piatto cubano al ristorante Las Brisas, più una tavola calda dove all’unico piatto disponibile (bistecche di maiale con fagioli, riso e yucca) si accompagna una clientela esclusivamente locale. Le alternative al mangiare nella casa particular non sono comunque molte, ma la scelta diciamo “rustica” piace molto ad entrambi, anche per il prezzo (9 CUC in due). Dopo cena, la vita viñalena si sposta al Centro Culturale Polo Montañez, con ingresso a lato della Chiesa, nella piazza principale. Musica dal vivo con un gruppo di son ed uno di reggaeton, balli vari in pista e molti cocktail che scorrono lungo i tavolini. La stranezza del posto, oltre al fatto che spesso in pista ci sono più turisti che cubani, è che non ci sono jineteras pronte ad abbordarti. Un’intera serata seduti ad un tavolo e nessuna ragazza che viene a parlarci (o un ragazzo pronto ad offrirci qualche sua amica): non ci siamo proprio abituati.

Domenica 18 novembre – Valle di Viñales

Ci svegliamo con una sola idea in mente: vagare per la Valle di Viñales in sella ad una bicicletta. Vestiti di quella giusta calma che rispetta i ritmi del paesino, ci concediamo un’abbondante colazione a base di frutta fresca e poi noleggiamo due biciclette (0,75 CUC all’ora) proprio sulla strada principale. La tosse è nuovamente peggiorata, quindi, prima di partire verso nord in sella ai bolidi cinesi appena noleggiati, faccio un salto in farmacia. La trovo un po’ scarna di medicine, ma la tipa al di là del grande bancone di legno mi serve con un bel sorriso e con una sana raccomandazione: non bere alcolici mentre prendo le pastiglie di fosfato di codeina che mi ritrovo tra le mani, antitossivo e analgesico (le uniche parole riportate sulla scatola, di altre indicazioni neanche l’ombra).

Qualcuna tra le varie signore che animano Villa Yolanda ci ha consigliato di andare in un posto chiamato Rebalosa, una serie di piccole cascate, ed annesse pozze d’acqua, dove è possibile fare il bagno. Il posto dista una quindicina di chilometri dal centro della cittadina, oltre il brutto agglomerato urbano di Republica de Chile. Ma altro non sappiamo, solo un’indicazione generica sul numero di ponti da attraversare prima di trovare il fiume giusto. È bello partire così a caso, all’avventura, solo con il gusto d’assaporare la libertà che la bicicletta ci concede, o d’assaporare anche solo lo scorrere del vento che ci scompiglia i capelli (i miei non tanto, visto che ne ho assai pochi).

Così sollevati partiamo verso ovest, alla scoperta della valle cinta da montagne, pronti a goderci ogni minima pedalata di questo rilassato peregrinare, estasiati da ogni cambio di visuale, sempre sospeso nel contrasto di colori tra la terra rossa e la vegetazione con svariate tonalità di verde. Prima d’inseguire il miraggio di Rebalosa, proseguiamo lungo la strada principale che, in direzione nord, passa a lato della Cueva dell’Indio. Il paesaggio bucolico che attraversiamo è talmente intenso che pare di respirarlo ad ogni boccata, un’atmosfera tangibile in sintonia con la natura, fatta di carretti trainati da cavalli o buoi, o di campesinos intenti ad irrigare i campi a mano con una canna di gomma. In breve i Mogotes, prima solo lontani a fare da sfondo al paesaggio, si alzano sopra le nostre teste con le loro pareti verticali, avvolgendoci nell’ombra. Sono i veri signori di questa landa meravigliosa, fantasiose formazioni rocciose che continuano a scorrere lungo tutto l’orizzonte, cambiando il paesaggio ad ogni sguardo.

Ad un tratto svoltiamo a sinistra, prendendo la via che porta ad Ancon. Le montagne si stringono intorno a noi e la strada comincia a salire. Troppo per le biciclette che ci troviamo sotto il sedere, e forse troppo anche per le mie gambe poco allenate. Ritorniamo quindi verso Viñales e puntiamo poi decisi verso la nostra iniziale meta. Qui la strada scorre nella parte centrale della grande valle, con solo pochi Mogotes ad osservare da vicino il nostro pedalare. Ugualmente la strada è un continuo sali e scendi. Come sempre, abbiamo scelto una via per nulla battuta dai turisti e questo ci trasmette la sensazione di essere maggiormente integrati nel mondo che percorriamo. Salutiamo e veniamo cortesemente ricambiati da tutte le persone che incrociamo, molti a cavallo, in sella ad una sgangherata bicicletta o su un carro trainato da buoi. Tutti ci guardano un po’ sorpresi, ma il sorriso che appare presto sul viso bruciato dal sole appare veramente sincero. I più gioiosi nel salutarci sono i bambini, che giocano sulla porta di casa, nell’antistante giardino, o direttamente sulla strada. Le case sono isolate le une dalle altre, separate da campi e campi di canna da zucchero, yucca, fagioli, tabacco.

Continuando a pedalare, giungiamo nei pressi del ponte che ci avevano indicato, sotto il quale, ad una decina di metri, scorre il fiume che da vita, con una piccola serie di cascate, a qualche bella pozza d’acqua. Un sentiero ci porta alla base del ponte, un sicuro ritrovo per cubani, viste le tracce di un focolare e la presenza di qualche bottiglia di birra. Giovanni si lancia, come d’abitudine, in acqua, mentre io rimango sulla riva a pensare. Quanto io sono meditativo, Giovanni è sportivo. I nostri due caratteri si delineano sempre perfettamente quando stiamo insieme.

La via del ritorno mi appare subito più faticosa dell’andata ed a breve inizio a scendere dalla bicicletta quando devo affrontare le salite più difficili, alla moda cubana (mica vanno in bicicletta per fare sport, quando fanno troppa fatica scendono... per loro le biciclette sono un mezzo di trasporto, alle volte l’unico). Forse passiamo nelle vicinanze di un combattimento di galli e neanche me ne accorgo. L’unico mio interesse è un “refresco a la naranja”, un vero miraggio per la mia gola arsa dal caldo e dalla fatica. Lo bevo invaso da una goduria indicibile seduto sul marciapiede dell’Estanco II, un chilometro prima di rientrare a Viñales.

Depositata la bicicletta, le energie resuscitate grazie alla bibita sono sufficienti per indurci a vagare ancora un po’ per la piccola cittadina. In piazza un gruppo di ragazze sta provando un ballo per una festa che avrà luogo a metà dicembre. Ad accompagnare la loro audace coreografia c’è anche un gruppo di percussioni. Il tutto è molto complesso, e di sbagli ce ne sono ancora molti, però i movimenti di queste ragazze cubane sono quasi ipnotici, un concentrato di sensualità che ammalia.

Per cena torniamo alla casa particular, dove la mezza dozzina di donne che la animano abitualmente ci ha preparato un filetto di pesce molto gustoso. Come sempre il pasto è ricco ed abbondante, con il ritorno sulla tavola dei fagioli neri che ad oriente servono di rado.

Di sera a Viñales non c’è molto da scegliere. La vasca degli squali per donne (così avevamo chiamata la sera prima il Centro Culturale Polo Montañez) sembra l’unica possibilità. Altro gruppo musicale, i soliti balli tra cubani e straniere e l’assoluta mancanza di abbordaggi. Se questo non fosse sufficiente, ad un certo punto la pista si riempie di stranieri, che superano abbondantemente in numero i cubani. La salsa ballata da una occidentale è uno sfregio alla bellezza, un insulto alla sensualità, uno schiaffo alla sinuosa eleganza delle cubane. Una cosa talmente brutta da vedere da far girare storta un’intera serata.

Lunedì 19 novembre – Cayo Jutias

Alle nove passa a prenderci un taxi che ci condurrà a Cayo Jutias, un isolotto ad una cinquantina di chilometri da Viñales. Ad attenderci una finissima sabbia bianca, tra le più incontaminate di Cuba. Andarci in taxi è un modo per risparmiare. Da Viñales la Cubanacan organizza un’escursione con orari prefissati a 20 CUC (compreso l’entrata al cayo, di 5 CUC, e un box lunch). Con il taxi, riuscendo ad essere in quattro, si pagano 15 CUC, entrata inclusa. Il risparmio è nella libertà di non avere orari, o meglio di poterli concordare con solo altre due persone.

I nostri compagni di viaggio sono due ragazzi di Lovanio (Belgio), una coppia di giovani dottori dal tipico aspetto fiammingo ma dal cuore conquistato dalla “mediterraneità”. Lei ha vissuto per un breve periodo in Spagna e, oltre a conoscerne la lingua (l’unico modo perché ci si possa intendere), n’è pazzamente innamorata. Entrambi adorano l’Italia, meta di un passato viaggio per festeggiare la maturità (una sorta di tradizione del loro paese, a quanto dicono). Inizialmente chiacchieriamo molto, ma poi ci lasciamo avvolgere dal paesaggio che scorre a lato della macchina e rimaniamo in silenzio. La corsa del taxi si sviluppa su un vero serpente d’asfalto che sale e scende lungo una serie di colli arrotondati. Ai lati prima s’incontrano i campi di varie colture, gli stessi osservati il giorno precedente, poi cominciano ad apparire i primi pini caraibici, quelli che dovrebbero aver dato il nome alla provincia più occidentale di Cuba (Pinar del Rio).

Per raggiungere Cayo Jutias ci vuole circa un’ora di viaggio. Per accedere all’isola hanno costruito un terrapieno sul quale continua a correre la strada. Da lì, circondati su entrambi i lati dall’acqua bassa del mare, lo sguardo giunge fino alle montagne della sierra che appaiono solo come ombre scure stagliate su un cielo purtroppo nuvoloso. Non ci sono spazi di cielo azzurro e questo demoralizza parecchio Giovanni.

Cayo Jutias è una vasta isola sabbiosa coperta da mangrovie nella parte interna, un’intricata biocenosi fatta di radici aeree ed acqua stagnante. Nella parte esterna, verso nord, l’isola è invece ricoperta di una bassissima vegetazione erbacea, spesso strisciante. Da questo lato la costa offre al mare le spiagge bianchissime che l’hanno resa meta ambita per i turisti. La sabbia finissima è l’universo di numerosi granchi, che scavano operosi di continuo, apparendoti a lato quando meno te lo aspetti. Sono degli animaletti molto buffi ed attraggono spesso la mia attenzione. Il mare è cristallino, con due tonalità d’azzurro a seconda del fondo, sabbioso o roccioso. A parte per qualche costruzione ricettiva di legno ed una serie di sdraio di plastica, il luogo è di per sé poco antropizzato, con una vegetazione costiera tra le meno intaccate dall’uomo. Agli occhi di un occidentale potrebbe quindi apparire scarna, ma a me trasmette una pace interiore molto profonda.

La giornata passa quasi totalmente disteso a non fare nulla, ma più che un lasciarsi crogiolare dai raggi del sole (che dopo un po’ appare, rimanendo intenso fino al primo pomeriggio) è un lasciarsi avvolgere dai propri pensieri. Dopo quasi un mese di viaggio non sono più lì a rincorrermi spossati, come normalmente accade quando sono a casa, ma mi hanno raggiunto e mi camminano incoraggianti a fianco. Sono la più bella compagnia che si possa desiderare.

Verso le tre il sole scompare nuovamente dietro le nuvole che invadano a breve l’intero cielo e il vento che continua a spirare da ovest si fa di colpo più fresco. In accordo con i belgi ripartiamo dall’isola con un po’ di anticipo. Siamo tutti e quattro parecchi stanchi, quindi il viaggio di ritorno scorre del tutto in silenzio.

Doccia in grande relax e poi cena a base di pollo, riso e yucca al ristorante Las Brisas, come sempre per noi fonte di vera “cubanità”. Mangio tutto di gusto e m’impongo a non pensare a come li prepararono questi piatti. Ignoro anche quelle due o tre blatte che camminano sul pavimento, il piatto mi piace e basta.

La serata di Viñales è come sempre incentrata sul Centro Culturale Polo Montañez, che però questa volta propone una musica dalla forte influenza africana che proprio non mi piace. Giovanni decide di entrarci subito, io preferisco prendermi un attimo di contemplazione seduto sulle panchine della piazza. Per la prima volta vedo una jinetera uscire dal locale in compagnia di un turista. Dopo qualche bacio focoso, li vedo scomparire veloci dietro l’angolo di una casa. Forse con l’inizio della settimana qualcosa è cambiato. E probabilmente è proprio così. In pista ci sono un paio di belle ragazze cubane, una scura come l’ebano, dal fisico possente, l’altra dalla carnagione chiara e dal corpo asciutto. Sono a caccia di stranieri e li trovano subito in due italiani che siedono proprio davanti a noi (o meglio, ci siamo seduti dietro di loro per osservare meglio la situazione). All’apparenza i due tipi sono un po’ inesperti e il loro aspetto fisico non è propriamente dei più piacenti. Li vediamo da subito in balia delle due veneri. In due secondi sono già al banco ad offrire da bere e comprare pacchetti di sigarette.

“Le donne stanno con un uomo ma guardano te”, diceva Romano a Rancho Luna per spiegare l’indole di facili costumi delle donne cubane. La venere nera più volte si volta verso di noi, lanciandoci sguardi abbastanza espliciti. Noi non ricambiamo e continuiamo a goderci l’abbordaggio ai danni degli italiani sorseggiando due buoni mojitos. Mi rivedo un po’ nel loro imbarazzo, almeno quello che ho provato nei primi confronti con queste sfrontate ragazze cubane, un imbarazzo che non credo sia scomparso del tutto. I due sono trascinati anche in pista e lo spettacolo a quel punto diventa raccapricciante, troppo per il mio cuore. Giunge così l’ora di andarsene.

Martedì 20 novembre – Ozio e sport

Il vero ultimo giorno di viaggio. Gli altri due sono solo un avvicinamento a casa.

Voglio vivere in tranquillità ogni secondo che scorre, sentendomi padrone del mio tempo. So che è questo che inizierò perdere quando sarò in Italia. Mi sveglio quando ne sento l’esigenza, faccio colazione e mi preparo alla giornata con tutta la calma che Cuba mi ha trasmesso in questo mese di viaggio.

All’Hotel Eremita, almeno da quanto ci hanno detto, c’è un campo di tennis. Lo troviamo in condizioni disastrose, ma all’hotel ci accolgono sorridenti e disponibili, una accoglienza cordiale che mi cogli di sorpresa. Il posto è davvero molto lussuoso e m’aspettavo un certo distacco per due “straccioni” come noi. Subisco una sonora lezione di tennis, ma il panorama offerto dalla veranda del bar dell’hotel mi restituisce il buonumore. Quando riscendiamo verso il centro di Viñales, lo troviamo molto affollato di cubani e stranieri. Non devono essere molti quelli che lavorano.

Ancora sospinti dalla voglia di godersi l’esclusivo momento, senza nessuna programmazione, ci incamminiamo verso nord con meta la Casa del Habano. Nel solito ambiente climatizzato incontriamo una giovane cubana baffuta che ci spiega esaurientemente le varie qualità di sigari in vendita, fornendoci nuove informazioni in merito. La Casa del Habano si trova a lato dell’Estanco II, circa un chilometro fuori del paese lungo la strada che porta alla Cueva dell’Indio. Tornando indietro si passa nelle vicinanze di una vecchia casa di legno immersa nel verde. È il giardino botanico di Viñales, di proprietà di due vecchie signore che si prendono cura delle piante ormai da decenni. Ad aiutarle ci sono ora anche alcune giovani ed una di queste ci accompagna nella visita. Pur essendo carina, i suoi modi sono un po’ freddi e frettolosi. Alla fine la sua guida è solo un elencare in modo automatico i nomi delle varie piante che incontriamo lungo il cammino. Il giardino è abbastanza esteso ed letteralmente invaso da piante di tutto il mondo, che crescono le une appresso alle altre gettando un’ombra totale sui sentieri che si snodano tra i mille fusti. Tra le varie piante di cacao, dell’albero qui chiamato mamey, di caffè e di banano, ci sono anche piante esotiche come l’ocra africana (da cui si ricava il gombò) e la pianta del durian (il frutto maleodorante così apprezzato nel sudest asiatico). Terminato il giro è possibile assaggiare molti frutti prodotti dal giardino, o anche solo osservarli in esposizione su un tavolino. Non c’è un vero biglietto d’ingresso, ma ognuno può lasciare un’offerta libera perché il giardino possa continuare ad esistere.

Quando usciamo di nuovo in strada si sta ormai approssimando il tramonto. In piazza ci sono le solite ragazze che provano il ballo per la festa di dicembre. Tra queste ce ne sono un paio proprio carine, ma è il solo guardarle ballare che è piacevolissimo. Questi balli mi mancheranno molto. Cena sontuosa al ristorante San Tomas, il migliore di Viñales (non che la concorrenza sia numerosa), per festeggiare l’ultimo vero giorno di viaggio. Il locale è strapieno di persone e ci tocca anche aspettare per sederci. Cogliamo l’occasione per gustare un buon bicchiere di trapiche (l’aperitivo della casa, fatto con ron blanco, jugo de piña, miele ed uno stelo di canna da zucchero), appoggiati al banco a chiacchierare con la barista che sta impazzendo nel fare i numerosi cocktail che un nutrito gruppo di anglofoni le ha ordinato. L’ambiente è caratteristico e piacevole, con della buona musica suonata dal vivo da un gruppo locale. Anche il mangiare non è male, ma sicuramente costa troppo in proporzione alla qualità.

Il Centro Culturale Polo Montañez ci appare ancora più deserto dei giorni scorsi. In realtà in pochi minuti si anima ed appaiono tutte le jineteras del giorno prima, più qualche nuova entrata. Forse perché ci sediamo proprio nei pressi della pista, ma questa volta siamo noi l’oggetto delle loro attenzioni, le prime da quando siamo qui. Una delle ragazze che il giorno prima aveva abbordato gli italiani si siede accanto a Giovanni ed inizia a chiacchierarci. La sento ad un tratto esternare: “Gli italiani di ieri erano proprio taccagni. Non hanno voluto spendere 40 CUC per venire a letto con noi”. Alla faccia di una Viñales economica, neanche a l’Avana le jineteras hanno questi prezzi.

Mentre Joe parla io sono trascinato in pista da una ragazza bionda molto carina. In quel momento si va di musica house e posso permettermi di non fare brutta figura. Finito di ballare torno a sedermi ed ignoro bellamente la ragazza bionda, che più tardi scappa con un tedesco che le offre 50 CUC per qualche attimo di piacere. Jinetera extra lusso.

Né io né Giovanni cediamo agli attacchi, probabilmente confermando agli occhi della tipa che gli italiani sono veramente spilorci. La suddetta però, prima di andarsene con un altro straniero, ripassa al nostro tavolo e sussurra a Joe: “Te quiero mucho, un beso. Buen viaje” e se ne va con un ampio e all’apparenza sincero sorriso. Alla chiusura del locale è ora anche per noi di terminare la serata. Tornando verso la casa subiamo ancora qualche tentativo d’abbordaggio, ma sono proprio gli ultimi colpi di coda di un’esperienza notturna viñaleña di per sé abbastanza monotona.

Mercoledì 21 novembre – Ritorno all’Avana

Le molte signore anziane che animano Villa Yolanda sembrano quest’oggi percepire la nostra imminente partenza. Al risveglio ci salutano con ancora maggior calore. Viñales invece ci accoglie con un sole molto forte ed un cielo di un azzurro intenso. La strada è, come sempre, molto affollata ed è ormai un piacere lasciarsi coinvolgere da questa moltitudine che si muove avanti ed indietro senza una meta all’apparenza precisa, o semplicemente staziona sotto le numerose verande che si affacciano sulla strada.

Poco prima di mezzogiorno, contando sul fatto che a l’Avana ci andremo in taxi (in quattro si pagano 15 CUC a testa, ma arrivando direttamente dove si vuole non si deve prendere un taxi nella capitale: alla fine si paga lo stesso prezzo di un viaggio con una corriera Viazul), partiamo a piedi verso ovest. La strada si estende piana e pressoché rettilinea puntando dritto alla fine della Valle. Ai lati si estendono i soliti campi coltivati, che alla nostra destra terminano sotto le vicine pareti dei Mogotes. A sinistra, invece, le montagne che dividono Viñales da Pinar del Rio sono lontane e lasciano scorrere lo sguardo lungo i campi ondulati, dove a tratti si offrono alla vista gruppi di palme reali cubane, stupende colonne che si stagliano eleganti contro il cielo.

La meta del giorno è il Mural de la Preisthoria, un enorme dipinto disegnato sulla facciata di un Mogote. È una delle attrattive più reclamizzate di Viñales, e per questo più a misura di un ipotetico turista medio. Ma non è il grande murale in se stesso ad interessarci, è arrivarci camminando, assaporando gli odori, i suoni, le sensazioni sulla pelle di questi ultimi momenti cubani. La strada per il murale diparte dalla principale qualche chilometro fuori Viñales e si getta dritta tra due imponenti Mogotes. Il paesaggio è di quelli da mozzare il fiato. Non è un caso che Viñales venga considerata uno dei posti più belli di tutta Cuba, almeno da un punto di vista naturalistico. Cominciamo a camminare in tratti ombreggiati dai possenti Mogotes, ma perlopiù veniamo baciati durante il cammino dai raggi del sole. Non ci vuole molto, nemmeno un chilometro, per iniziare ad intravedere il murale, un insieme di colori che ritraggono alcuni passaggi dell’evoluzione, dalla nascita della vita all’uomo. C’è da pagare il solito peso per avvicinarsi al murale, così optiamo per guardarlo solo da lontano, da un punto dove lo si può ammirare in tutta la sua interezza. Non che l’opera mi riempia di soddisfazione, ma tutto sommato non sfigura all’interno del quadro naturale in cui è stata inserita. Cogliamo l’occasione per goderci un “refresco nacional” nel campeggio che sorge di fronte al murale. Nei paraggi ci sono anche i due ragazzi italiani. Questa volta Giovanni decide di fare la loro conoscenza. Sono di Genova, arrivati da poco a Cuba e decisi a rimanerci per quattro settimane. Sembrano un po’ spaesati, ma non sembrano malaccio come viaggiatori; forse un po’ inesperti. Uno dei due in realtà cela in malo modo un interesse particolare per le donne cubane... ne abbiamo da raccontare al riguardo.

Salutati i due, è ora di tornare sui nostri passi. Il tassista, un uomo con baffi neri e la pelle brunita, ci raccoglie in orario proprio di fronte casa. Gli altri due ragazzi li raccogliamo poco dopo, lungo la strada che porta a Pinar del Rio. Quando si dice “i casi della vita”. Lui è un ragazzo italiano di Padova che vive in Spagna ormai da sette anni. La sua ragazza è una andalusa di Cordoba, conosciuta proprio nei primi anni di lavoro all’estero. Ora entrambi vivono a Barcellona, dove lui lavora in una società di telecomunicazioni, lei invece insegna spagnolo agli stranieri. Che casualità, esclamiamo tutti in coro.

Il viaggio verso l’Avana risulta quindi molto piacevole, con chiacchiere varie sulle nostre rispettive esperienze di viaggio. Il loro è di solo due settimane, ma a l’Avana sono stati ospiti di un amico di famiglia della ragazza ed hanno avuto modo di entrare maggiormente in contatto con la gente del posto.

Arrivati nella grande capitale abbiamo modo di vedere dove alloggiano, cioè la casa dell’amico, un medico di fama internazionale che lavora nel grande ospedale della città. Il quartiere, a detta del tassista, è malfamato e perciò da sconsigliare vivamente a qualsiasi turista. Salutiamo i due ragazzi davanti ad una comune casa habanera e poi ripartiamo verso l’Havana Vieja.

Graciela è felicissima di rivederci e la sua accoglienza è veramente molto affettuosa, come fossimo già due di casa. La nostra stanza infatti è libera, tenuta in serbo per ospitarci nuovamente.

Per l’ultima notte all’Avana non abbiamo molte aspettative. Più volte si era parlato di fare un giro nel Vedado, ma ora entrambi abbiamo voglia di stare calmi con i nostri pensieri, un modo per rielaborarli ed assaporare il piacere durato un mese di questo lungo viaggio. Cena all’Hanoi e poi camminata per le strade dell’Habana Vieja, che risultano sempre estremamente tranquille. In Plaza Vieja, al ristorante Santo Angel, suona un complesso di quattro ragazze, un quartetto di fiati (flauto traverso, clarinetto, oboe e fagotto) la cui musica si diffonde per tutta la piazza e per le vie adiacenti. Suonano sia musica tradizionale, sia internazionale, il tutto in modo splendido. Ci facciamo catturare dalla loro musica e ci sediamo ad un tavolo. È un divino piacere ascoltarle sorseggiando un daiquiri.

Quando terminano è ora d’incamminarci verso casa. Il Parque Central rappresenta un buon punto di confine dove decidere come proseguire la serata. Lungo Calle Raphael c’è il Cabaret Nacional e l’adiacente Castello di Dracula, quindi la vita notturna cubana fatta di donne provocanti che cercano di stuzzicarti l’appetito con ogni movenza, dall’altro c’è la casa particular, con un letto comodo pronto ad accoglierci. Rimaniamo seduti su una panchina del parco, quelle utilizzate dagli appassionati di baseball durante il giorno per chiacchierare del loro sport preferito (esquina caliente), ad osservare le persone camminare verso il Centro Habana o verso Habana Vieja, poi, consapevoli che le notti cubane sono finite, scegliamo di andare a dormire.

Giovedì 22 novembre – Ultimo giorno

Ho i polmoni in fiamme da un po’ di giorni, ma questo non m’impedisce d’alzarmi dal letto discretamente pimpante che sono da poco passate le otto, voglioso di godere per intero l’ultima mattinata a l’Avana. Con appresso la fotocamera di Joe, inizio a vagare prima lungo Obipso, poi a toccare tutte le bellissime piazze del Casco Historico: Plaza Vieja, Plaza San Francisco de Asis, Plaza de Armas e Plaza Catedral. Devo riprendermi un po’ di quelle immagini che mi hanno rubato a Playa de l’Este. Le bancarelle del mercato dei prodotti artigianali in Parque Luz Caballero sono ancora tutte da preparare, con i venditori ambulanti che si danno da fare per mettere in mostra i propri oggetti.

Quando ci ripasso un’ora dopo il luogo è invece ormai vivo e ricco di mercantesca confusione. Molti venditori cercano di farmi passare delle collane di hueso (osso) per corallo nero, ma le indicazioni che mi ero procurato durante i primi giorni all’Avana mi permettono di conoscere qualche trucco per non farmi fregare. Poi però, per mancanza di soldi, devo rinunciare a tutte le collane di corallo.

Alle undici devo anche mollare tutte le contrattazioni perché abbiamo un appuntamento che non possiamo disattendere. La sera precedente Graciela, notando il mio piacere nell’ascoltare la musica cubana, mi aveva chiesto se ero interessato ad ascoltare dal vivo qualche canzone suonata da un suo caro amico, a detta sua molto bravo. È bastata una telefonata per accordarsi per l’indomani.

È così che tornati a casa facciamo la conoscenza di Raul e sua moglie Gloria, due simpatici ottantenni dall’aria vispa e lo sguardo umile. La stessa umiltà Raul la trasmette nel modo di suonare la chitarra, che tiene stretta in un abbraccio delicato ed in cui lo scorrere delle dita sulle corde sembra un insieme d’effusioni e carezze. Nell’ora e mezza che gli concediamo (che ci concediamo) ci introduce con vivo successo nella magia e nel calore della Trova cubana. L’atmosfera nella casa è di quelle da sogno, con Raul intento ad intervallare la poesia e l’armonia delle ballate cubane con qualche aneddoto sull’origine della canzone di turno, Graciela che ogni tanto si siede in parte a lui e lo accompagna con un’incantevole voce da soprana, Gloria che intervalla il tutto chiacchierando spigliata con Giovanni per dare tempo al marito di riprendere fiato. Terminato il piccolo concerto personale, Raul, con quel suo fare timido e compassato che così tanto lo caratterizza, mi chiede se sono interessato a comprare un CD di molte delle musiche che mi ha proposto. Non ho dubbi nell’accettare, certezza che si consolida quando Graciela mi confessa che i suoi due amici non se la passano molto bene con il denaro. Quando metto nelle mani di Raul i 10 CUC che mi chiede, sul suo volto si dipinge un’espressione di vera commozione, che mi scioglie il cuore. C’abbracciamo in modo deciso e mi rendo conto che in quelle due ore che siamo stati insieme si è instaurato un profondo rapporto tra un ottantenne cubano dal grande talento artistico e molti problemi di soldi ed un ascoltatore italiano giovane e con un portafoglio più che pieno. Ciò che mi entusiasma è che entrambi ci sentiamo in dovere di ringraziare l’altro e lo facciamo ad ogni occasione.

Prima di andarsene, Raul, Graciela e Gloria, saputo che l’indomani avrei compiuto gli anni, mi cantano una canzone d’augurio. Poi Raul mi lascia con “Hasta siempre”, la canzone che più associo a Cuba.

Salutata la simpatica coppia e rimasti di nuovo soli, io e Joe decidiamo di separarci, ognuno con l’intenzione di godere a proprio modo le ultime due ore a Cuba. Giovanni si butta sul Malecon, io su una panchina nel Parque Central. Non sento ancora l’esigenza di partire. Lì seduto, guardo la gente camminare avanti e indietro, tra questi molti giovani vestiti con la divisa della scuola, quella ocra per i più grandi, quella rossa per i più piccoli. Ma ci sono da osservare anche le persone ferme sulle panchine, intente a chiacchierare oppure semplicemente a riposarsi all’ombra dei grandi alberi del parco. Non mi sono mai sentito veramente parte di questo popolo, ma ora la sensazione di essere un alieno spettatore è totale. Mentalmente forse ho già iniziato il viaggio verso casa, fatto che stride con la voglia fortissima di rimanere. Alla fine mi alzo e mi dirigo al luogo d’incontro con Joe. Quando vi giunge pure lui, rimaniamo seduti in silenzio fino al passaggio di una bella ragazza a giudizio insindacabile di entrambi. Dobbiamo aspettare oltre dieci minuti perché magicamente le belle ragazze sembrano scomparse dalla zona. Forse Cuba vuole trattenerci.

In aeroporto ci andiamo con un taxi ufficiale di un amico di Graciela. Non batte ciglio per l’accordo sui 15 CUC, il prezzo è quello per amici, dice, e non si contratta. Mentre vedo sfilare l’Avana fuori dal finestrino, apro il CD di Raul. I titoli sono scritti a mano con una matita blu, una scrittura in corsivo delicata come la sua persona. Il disegno di una bella bandiera di Cuba campeggia sopra i titoli, una scritta invece completa il foglio nella sua parte inferiore: “Con Respeto y Amor, Raul Perez Valdes”. Forse la vera Cuba s’incominciava ad intravedere.