La valle della Loira in bicicletta

Dal 3 al 14 agosto 1998

di Carlo Camarotto

Lenticchia d'acqua
Il Castello di Chenonceau 1
Il Castello di Chenonceau 2
I giardini di Chenonceau

Tappa numero 7, Dal 12 al 14 agosto 1998

Castello di Chenonceau
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Mercoledì 12 agosto – Nantes e Tours

Alcuni di noi cominciano ad essere un po’ stanchi di tutto questo muoversi, altri invece sembrano “tarantolati” e smaniano dalla voglia d’inforcare la bicicletta per sfrecciare veloci sull’asfalto in direzione di Nantes. Tra chi spinge per accelerare i tempi e chi li rallenta, giungiamo nel capoluogo della regione de Les Pays de la Loire nel primo pomeriggio.

La città ci accoglie con il suo traffico, i suoi rumori ed i suoi odori innaturali. I due giorni bucolici appena trascorsi sono sufficienti per farci sentire degli estranei tra tutte queste macchine e tutto questo vociare. Paui ha coniato un termine ben preciso per la sensazione di forte smarrimento che si prova nel percorrere le vie trafficate e congestionate di una grande città: “crisi metropolitana”. Ne siamo, chi più chi meno, tutti vittima. Così concediamo a Nantes solo il tempo d’attendere il primo treno verso Tours, tempo che passiamo per lo più all’interno di una bella chiesa nei pressi della stazione.

Ma anche alla bella Tours non possiamo concedere molto tempo, perché siamo costretti a vagare fino quasi a sera alla ricerca di un campeggio libero, che troviamo nel piccolo paesino di La Ville-aux-Dames, ad oltre cinque chilometri dal centro città. Qui i ritmi si fanno, se possibile, ancora più lenti e passiamo il tempo che ci divide dal tramonto a montare le tende e gironzolare senza scopo per il piccolo campeggio.

Quando ormai la luce comincia a scarseggiare, decidiamo di cenare a Tours. A nostre spese scopriamo che la Francia non è l’Italia: giungendo verso le nove e mezza in città, ci scontriamo con l’imprevisto che la maggior parte dei ristoranti ha già chiuso la cucina. Tra le poche soluzioni che ci sono offerte, la maggior parte sono pizzerie che propongono uno strano piatto che ricorda solo alla lontana la nostra amata prelibatezza. La fame ha ugualmente la meglio e tutti ci adattiamo a mangiare “uno spesso e compatto strato di formaggio, macchiato con qualche goccia di pomodoro e posto sopra un’invisibile lamina di pane”.

La corsa al buio per tornare al campeggio lungo una strada trafficata non risulta poi essere così piacevole, ma tutto sommato è il giusto modo per concludere una giornata per lo più non esaltante. 

Giovedì 13 agosto – Chenonceau

Un sole brillante ci accoglie al risveglio, riscaldando le ossa che si erano in parte infreddolite durante la notte. Più ci spingiamo nell’interno, più le notti si fanno fresche. Il ricordo della prima terribile notte a Châtillon sur Cher aleggia su Paui e David, che cominciano a pensare già di primo mattino come e quanto intabarrarsi per la prossima notte.

Ricaricate le biciclette come da consuetudine, spesso con svariata biancheria intima svolazzante sul retro per facilitarne l’asciugatura, ci dirigiamo verso est seguendo il corso del fiume Cher. La piccola cittadina di Chenonceaux dista poco più di una ventina di chilometri e vi giungiamo, anche tenendo dei ritmi davvero blandi, in poco più di un’ora. Non siamo giunti fin qui per vedere il paese, ma il famoso castello (quasi) omonimo costruito direttamente sull’alveo del fiume appena a sud del centro.

Il castello di Chenonceau fu costruito nel 1513 sulle fondamenta di un vecchio mulino fortificato, del quale conservò soltanto la torre di vedetta. Dal 1535, anno in cui fu acquisito dalla Corona, il castello accolse regolarmente le feste di Francesco I e della sua corte. Alla morte del re, Enrico II offrì la proprietà a Diane de Poitiers, sua amante, che fece costruire un ponte sul fiume Cher. Alla morte di Enrico II, Caterina de Medici, sua moglie, si riprese il castello offrendo in cambio alla rivale in amore il castello di Chaumont. Caterina fece costruire una galleria a due piani sopra il ponte per accogliere i ricevimenti di corte, creando così una maestosa sala da ballo, lunga più di sessanta metri e larga una mezza dozzina. Alla sua morte, nel 1588, il castello passò a Louise de Lorraine, vedova di Enrico III, soprannominata la Regina Bianca perché vestiva sempre di bianco, il colore del lutto secondo l’etichetta reale del tempo. Proprio in considerazione dell’importante ruolo svolto dalle donne nel corso della sua storia, Chenonceau è chiamato anche Le Château des Femmes.

Quello che comunque affascina il visitatore odierno, anche quello a corto di nozioni di storia, è la perfetta simbiosi creatasi tra il castello ed il fiume, che scorre placido tra le grandi arcate di quello che un tempo fu un ponte, ma ora è uno splendido palazzo aggraziato che si specchia quasi con vanità nelle sue acque.

Il castello è racchiuso all’interno di un fresco boschetto, quindi per raggiungere le sponde del fiume è necessario percorrere circa mezzo chilometro all’ombra degli alberi lungo un ampio viale in ghiaino. Quando si riaffiora alla luce del sole, l’impatto scenico offerto della facciata del castello, che appare oltre una prima serie di giardini, è emozionante. Sui lati si aprono i due giardini che arricchiscono da secoli la fama di questo splendido castello, a sinistra l’ampio giardino di Diane de Poitiers, dalla forma perfettamente rettangolare e dal disegno delle aiuole e dei viali che sembra ritrarre l’Union Jack britannica, a destra il più piccolo giardino di Caterina de Medici, con l’ampia vasca centrale a forma circolare. Sembra di essere entrati in un mondo da fiaba.

È il nostro ultimo castello, quindi, a dispetto del prezzo d’ingresso comunque alto, decidiamo di visitarlo completamente. Gli interni sono davvero belli, con le stanze spesso arredate con mobilio originale. Conturbante la stanza dipinta di nero di Louise de Lorraine, cupa e dai molti riferimenti religiosi. Davvero belle sono anche le ampie cucine che occupano la base del castello, quasi a pelo d’acqua. Restaurate nel secolo scorso, mostrano tutti gli utensili in uso in una cucina del sedicesimo secolo. Un vero viaggio nel tempo che mi godo tutto d’un fiato.

Vale veramente la pena perdersi in questo castello, e vale ancora più la pena godersi l’audacia della sua architettura seduti su un prato in riva la fiume.

Rimaniamo lì distesi finché il tempo ce lo permette, poi ci aspettano circa quaranta chilometri di profumati campi fioriti fino a Châtillon sur Cher. Ritorniamo così alla origini, un momento in parte triste, ma indubbiamente dal forte significato. Stessa cittadina, stesso campeggio, anche stesse piazzole. Ceniamo in campeggio, come abbiamo fatto per la maggior parte del viaggio, cucinandoci una pastasciutta sul fornelletto da campo. Poi Paui e David iniziano a vestirsi con quanti più abiti possono, si stringono stretti l’un l’altro e ci salutano con lo stesso sguardo di un soldato che sta per essere spedito al fronte. Riusciranno a sconfiggere il freddo? 

Venerdì 14 agosto – Verso casa

Al mattino ritroviamo Paui e David vivi ed arzilli: non hanno patito il freddo.

Ci accordiamo con la ditta di trasporti per lasciare loro le biciclette e poi attendiamo la corriera del solito autista innamorato a Meusnes. Privarci così delle bici è quasi come amputarsi una gamba. Ormai eravamo un tutt’uno.

Questa sensazione di mancamento pare condivisa, perché durante tutto il viaggio di ritorno, attraverso Blois, Parigi e Milano, le chiacchiere non sono più così attive e brillanti. Forse è giunto il tempo per ognuno di noi di soffermarsi su quanto di bello è stato vissuto, un periodo di calma metabolizzazione assolutamente necessario. Anche questo fa parte del viaggio.