Nella terra dei maya

Dal 17 gennaio al 14 febbraio 2003

di Carlo Camarotto

Tulum
El Castillo
Turisti a Tulum
Le rovine di Tulum

Tappa numero 1, Dal 17 al 19 gennaio 2003

Passaggio in Messico

Venerdì 17 gennaio - Destinazione Cancun

Normalmente un diario di bordo dovrebbe iniziare con il viaggio d’andata… non è questo il caso. Credo sia giusto anticipare il tutto di qualche ora, al momento in cui Giovanni, alias Joe, alias Zec, alias Lo Splendido, è arrivato a casa mia la sera prima della partenza. Erano appena passate le undici e, dietro sua esplicita richiesta, siamo andati a bere una birra: l’ho portato allo Spaccone, un bell’ambiente per studenti dal rendimento altalenante. Sarà stata la vista delle prosperose cameriere (la scelta è quanto mai accurata), o la voglia di trasgressione repressa per troppo tempo dagli impegni lavorativi, oppure l’assoluta consapevolezza d’essere giovani e forti, chissà come, una birra se n’è portata appresso un’altra, un brindisi ha trascinato con se un altro brindisi, le risate hanno iniziato a rincorrersi sempre più veloci, e così via. Alle tre e mezza siamo riusciti a dare un taglio alla serata (nottata) e ci siamo diretti barcollando verso casa, ormai irrimediabilmente ubriachi e con davanti solo un’ora e mezza di sonno.


Alla partenza sono in uno stato penoso. Testa intorpidita, sguardo annebbiato, senso di nausea appena accennato oltre una cortina di fiacchezza. Joe non è messo meglio di me: “Perché abbiamo bevuto così tanto?”

Al check-in primo contrattempo: allo sportello 17 (gli indicatori di sfiga si moltiplicano) un addetto qualunque, ma con una buona dose d’inesperienza, non si ritrova con i biglietti. Gli zaini partono con due etichette differenti ed ho una sola carta d’imbarco: a Madrid dovrò ripetere il check-in per continuare il volo.

Al momento del decollo la nausea, fino allora soffusa, decide di ergersi in tutto il suo malsano potere. Non riesco nemmeno a leggere e sogno di ficcarmi un dito in bocca per smettere di soffrire. Per fortuna il tutto passa in una quarantina di minuti e, dopo una profonda dormita, mi sento già meglio. Chissà quando imparerò a non sbronzarmi più.

L’aereo per il volo intercontinentale è pieno zeppo e sono posizionato su un sedile veramente indecente. Alla mia destra siede un ispanico dalla parlata troppo rapida per il mio spagnolo arrugginito: russa sonoramente appena chiude occhio. Zec è perso qualche posizione dietro di me e si legge tranquillo il libro comprato a Madrid: El Señor de los AnillosLa comunidad dell’anillo.

Al primo approccio con Cancan, scopro che mi hanno perso il bagaglio. Joe è già stato da queste parti e consiglia di fermarci a Tulum. Aspetteremo lì lo zaino, sempre che arrivi, godendoci le rovine maya, la bianca spiaggia ed il mare color turchese.

Usciti dall’aeroporto montiamo su un bus diretto in centro (il terminale si trova proprio davanti l’aeroporto, ad una cinquantina di metri dall’ingresso). È gremito di messicani dal viso largo e la pelle scura, ed è invaso da della musica sparata a mille. Fa caldo, ma non troppo, ed un lieve venticello rinfresca gli animi che si sono fatti bui solo per un attimo.

Poi la stanchezza prende il sopravvento sulle nostre menti ed il viaggio verso Tulum, e la ricerca di un posto per dormire, vengono ottenebrati da un intenso velo grigiastro: il tempo li oblierà.

Sabato 18 gennaio - Primi respiri del passato

Il tempo non sembra passare mai. Ci svegliamo più volte, ed è sempre prestissimo… 6,30… 7,10… 7,30… 8,00. Ogni volta sembra di aver dormito delle ore, invece… Una musica centroamericana ha continuato a suonare per tutta la notte e già da molto prima dell’alba i suoni di febbrili lavori hanno iniziato a giungere dalla strada: tutto ciò ha rafforzato in noi l’idea che il tempo abbia deciso di rallentare il suo corso.

Sveglia, rinfrescata generale e poi via. La tipa dell’hotel non capisce molto bene le nostre richieste, così decidiamo di chiedere un possibile recapito all’ostello vicino. Alla reception c’è una ragazza messicana molto in gamba che parla anche un po’ di italiano (è vissuta in Italia per un po’ di tempo). Ha chiamato il numero verde dell’Iberia ed ha fornito loro tutto il necessario per farmi recapitare lo zaino. Visto il posto, sicuramente più giovanile e barato, decidiamo di cambiare alloggio.

Colazione al volo a base di tacos al formaggio superpiccanti e succo d’arancia, e poi giro del paese con meta finale le rovine maya in riva al mare. Tulum è un piccolo pueblo costruito intorno ad una grande strada a due carreggiate, l’unica asfaltata. Per il resto le strade sono sconnesse e piene di pozzanghere, e le automobili che vi circolano sono per lo più carcasse da rottamare. Alcune di queste presentano i vetri oscurati e ci paiono macchine di mafiosi pronte all’agguato. Le case non sono messe meglio delle strade. Nella camminata di mezz’ora per raggiungere le rovine incrociamo quattro operai che tagliano gli arbusti ai lati della strada con un machete… che lavoro faticoso.

Le rovine di Tulum sono splendide, però l’orda di turisti inquina ed attenua l’impatto emotivo che queste pietre arse dal sole e spazzate dal vento possono evocare. Purtroppo molti hanno trasformato il luogo in un posto di villeggiatura, soffocando con le loro grasse risa il flebile sussurro del passato, le voci ormai lontane degli antichi padroni di questa terra. Guarda caso i più confusionari sono gli italiani (deve ammettere che l’italiano medio è proprio un viaggiatore indecente).

Per fortuna, già dalle due il posto inizia a svuotarsi ed in breve si riappropria di tutto il suo fascino. Tulum è un villaggio racchiuso su tre lati da spesse mura di pietra e difeso dalla barriera corallina dalla parte del mare. Il tutto è sormontato da un tempio, detto El Castillo, che fungeva, oltreché da tempio principale, anche da faro. È piacevolissimo lasciarsi trasportare raminghi per i prati deserti di queste vecchie rovine, si riesce quasi a percepire la grandezza passata di questo luogo.

Fatta sera, dopo una lauta cena messicana, crolliamo. Facciamo appena in tempo ad assistere ad uno stralcio di calcio femminile e poi la stanchezza ci aggredisce senza darci possibilità di scampo. Joe piomba a letto appena dopo le dieci, dispiaciuto di non poter condividere, anche solo per un momento, la gioviale atmosfera dell’ostello. Numerosi backpackers bivaccano sorridenti nel piccolo giardino antistante le camerate e la serata si protrae serena tra risa schioccanti e musica ad alto volume. Mentre mi accingo a seguirlo, faccio la conoscenza di Cristine, una ragazza del North Carolina in viaggio con il fidanzato per il Centro America. Dormono sotto di noi e l’avevo già notata durante la giornata: è proprio una bella ragazza. È stata per un periodo in Italia e si ricorda ancora la nostra lingua. Un bellissimo sorriso, modi gentili, simpatica ed intelligente. Sono in viaggio ormai da otto mesi e sono al termine della bella avventura. Non rimarranno comunque per molto negli States: stanno già progettando un viaggio in Sud America.

Domenica 19 gennaio - Viaggio insulso

È stata una notte fresca, una cosa insolita per il luogo. Mi sveglio alle sette e mezza e chiamo subito l’Iberia. Mi confermano che lo zaino è a Cancun, ma, essendo domenica, mi consigliano di andarlo a prendere. Così, nell’attesa del risveglio di Joe, prendo la decisione di sobbarcarmi il viaggio verso nord. Giovanni decide, saggiamente, di aspettarmi a Tulum e lo vedo partire poco dopo per la spiaggia rubando un passaggio ad uno scassatissimo furgoncino rosso fuoco.

Io invece parto con addosso un sacco pieno di nevrosi non smaltite. Il viaggio si dimostra subito un piccolo tormento, con l’insofferenza che sale con il passare del tempo e l’assoluta incapacità di rilassarmi. Arrivato all’aeroporto mi comunicano gentilmente che lo zaino è già a Tulum, giunto lì la sera prima. Non mi rimane che tornare mesto all’ostello: senso di frustrazione indicibile e piena consapevolezza di aver buttato al vento tempo e denaro.

Zec mi aspetta alla fermata del bus con un sorriso sardonico incollato al viso: sa ormai tutto. All’ostello è organizzata una serata con musica dal vivo. Il giardinetto interno è gremito di persone, perlopiù backpackers, ma anche qualcuno del luogo. Odori di carne alla griglia vengono trasportati ovunque dal vento, insieme ad un vociare quasi assordante. Optiamo per una cena in paese perché la trafila per cenare all’ostello sembra interminabile. Stiamo comunque via solo un’oretta perché vogliamo goderci il più possibile la festa, prima della partenza per il Belize.

Su un lato del giardinetto è allestito un palco di legno sul quale si alternano vari gruppi di musicanti. Al nostro ritorno c’è un gruppo di bonghisti che suona musica tribale africana. Dalle casse sgorga, potente, una scarica di pura adrenalina, un ritmo frenetico e coinvolgente che possiede il potere di scaldare gli animi degli astanti. Molti ballano, perlopiù ragazze, ed incitano i musici a battere con più forza sui loro strumenti. La folla ride, beve e balla a tempo di musica, pienamente coinvolta nel ritmo sferzante della serata. Dopo poco entra in scena il “Signore del fuoco”, un uomo poco più che trentenne, biondo, dallo sguardo spiritato e vestito di una logora salopette in jeans. Insieme ad uno sparuto gruppetto di ragazze sale sul terrazzo sopra il palco ed inizia una serie di giochi con palle e bastoni infuocati: il tutto si sposa perfettamente con la musica sottostante e ne traccia una indelebile coreografia.

È quasi mezzanotte quando dobbiamo abbandonare, con notevole rammarico, la festa. Raccolti gli zaini, ci accoccoliamo alla fermata dei bus aspettando la corriera per Chetumal.