Nella terra dei maya

Dal 17 gennaio al 14 febbraio 2003

di Carlo Camarotto

Il molo di Corozal
Antonio Novelo
Lamanai
Max e Signora
Mountain Pine Ridge

Tappa numero 2, Dal 20 al 22 gennaio 2003

I Maya in Belize

Lunedì 20 gennaio - Belize

Il viaggio verso sud si dimostra penoso: sedile angusto e fastidiose voci alle spalle non permettono di dormire. Zec, invece, sembra immune a tutto.

Alle quattro del mattino giungiamo a Chetumal e prendiamo un taxi per passare dal terminale delle corriere provenienti da nord a quello dei bus diretti in Belize. Quest’ultimo non è altro che un piccolo parcheggio antistante al nuovo mercato del paese. Qui aspettiamo il mezzo per il confine, dormicchiando sotto un portico, con la schiena appoggiata agli zaini ed il sedere ben incollato alle fredde piastrelle del pavimento. Alle sei montiamo su uno scassato pulmino con i sedili mezzi squarciati e la porta incapace di chiudersi.

La giornata è brutta: un cielo nuvoloso si scopre lento al chiarore dell’alba. Il passaggio del confine si dimostra solo una formalità, ed in men che non si dica siamo già a Corozal. Vaghiamo un po’ insonnoliti per il paese, percorrendo le strade ancora deserte di questo paese di pescatori ed agricoltori. Nessun raggio di sole brilla sulla superficie immota della piccola baia, rendendo l’acqua cupa e distante. Ci adagiamo sulle panchine di pietra vicino al piccolo molo, cercando un po’ di riposo, ed osserviamo il lento risveglio del paese. Sempre più persone incrociano i nostri sguardi e ci fissano incuriosite. Qualcuno ci saluta, altri tirano dritto sorpresi nel vedere questi due gringos spaparanzati sotto il cielo grigio; numerosi bambini camminano in gruppo verso scuola e le loro risa alleggeriscono il senso di pesantezza che provo alla testa; un vecchietto si ferma a parlarci, passando subito allo spagnolo appena notate le nostre difficoltà con l’inglese: sta spazzando la strada con uno scopettone mal ridotto e la nostra presenza è un buon pretesto per rilassarsi. Dopo qualche attimo di riposo prendiamo la decisione di continuare il viaggio verso sud: non sono ancora le otto ed Orange Walk ci sembra una meta più affascinante, soprattutto per la vicinanza a Lamanai, il sito maya più importante della zona.

Ci spariamo una valangata di tacos piccanti per colazione, presi in piazza per una manciata di denari, e poi aspettiamo tranquillamente la prima corriera per il sud. Il viaggio è qualcosa di surreale. La corriera è mezza vuota alla partenza, ma in breve si riempie di persone di svariate razze: neri, bianchi, mestizos, maya, tutti beliziani tranne noi. Sono molto stanco e non so respingere con sufficiente determinazione la sonnolenza che mi vela lo sguardo; attimi di sonno profondo si intervallano a sfuggenti secondi di veglia sferzati dal vento che, prepotente, entra da tutti i finestrini aperti. Ai lati della strada scorrono, sotto i miei occhi assonnati, campi di canna da zucchero, qualche timida avvisaglia della foresta primigenia e sparuti agglomerati urbani composti da pochissime abitazione. Mi sembra tutto un sogno, leggero ed etereo, ma dal sapore quanto mai fantastico… che viaggio!

Orange Walk si mostra ai nostri occhi come una simpatica cittadina agricola. Camion carichi di canna da zucchero percorrono, incessanti, la via principale, mentre persone di vario colore riempiono le strade assolate e polverose. Troviamo da dormire in centro, in un hotel su più piani che mi suggerisce molto di caraibico. La nostra stanza, al primo piano, si affaccia su un lungo corridoio buio che si apre alle estremità in due ariose terrazze; l’interno è dominato da una ventola gigante che pende dal soffitto (monito sufficiente per farci comprendere che temperature si possono raggiungere in questi luoghi) e dalle finestre riesce ad entrare ben poca luce; l’arredamento è più lussuoso di quanto ci potessimo aspettare e c’è perfino una televisione a colori.

Bivacchiamo sui due comodi letti ad una piazza e mezza per tutto il resto della mattinata e poi decidiamo di gironzolare per il paese in cerca di qualcosa d’interessante. Lo zocalo è abbastanza ampio ed è dominato da un gazebo bianco in muratura; parecchie panchine di cemento delimitano il perimetro della piazza e quelle in ombra sono quasi tutte occupate. Molte persone ci salutano (è fin troppo evidente che siamo dei turisti… e forse gli unici) ed alcuni si fermano a parlarci: di questi, molti sono curiosi o vogliono aiutarci dandoci utili suggerimenti, alcuni invece sono in cerca solo di qualche soldo.

Il paese è piccolo e tutto quello che ci serve è a portata di mano. Un’insegna verde scolorita, appesa in bilico sopra una porta di legno, ci indica la presenza di un tour operator proprio affacciato sulla piazza principale. La stanza oltre la porta è minuscola e buia, invasa da cartine geografiche vecchie di decenni, manifesti dell’ente beliziano per il turismo e splendidi disegni a matita di rovine maya: è deserta. Un’altra porta di legno comunica con il bar adiacente, da cui proviene un assordante miscuglio di musica e risa. Non dobbiamo aspettare molto, perché da lì a poco una ragazza di carnagione scura si affaccia oltre la piccola porticina e ci avverte che il proprietario della bottega è in giro per commissioni. Ci intercetterà lui a bordo della sua macchina, mentre gironzoliamo tranquilli per le strade nei dintorni del centro. Ci dedica molto del suo tempo, spiegandoci esaurientemente il tour verso Lamanai e facendoci vedere alcune fotografie ed alcuni disegni raffiguranti il sito. Sebbene il costo del tour sia piuttosto alto (45 € a persona) non abbiamo esitazioni a prenotarne uno per il giorno successivo.

Il tempo vola senza che neanche ce ne accorgiamo ed in breve vediamo il sole nascondersi dietro le più alte chiome degli alberi ad ovest. Il tramonto a queste latitudini è velocissimo, un rapido flash che ti lascia immediatamente al buio a contemplare le stelle. Le luci biancastre dei lampioni ci fanno compagnia che siamo ancora per strada, diretti verso un piccolo ristorante riportato sulla guida: “da Juanita”. Il ristorante ha più le sembianza di una caffetteria che di un vero ristorante ed è praticamente vuoto. Ci fanno compagnia solo una buona serie di immagini religiose. Il pasto non è granché e la birra beliziana (Belikin) è pessima, ma spendiamo poco ed assaggiamo un po’ di cucina locale.

Appena usciti dal locale veniamo attratti dallo strimpellare incessante di una chitarra che accompagna un coro di voci; superato l’angolo ci troviamo nei pressi di una chiesa, ed è proprio da lì che giunge la musica. Joe vuole dare un’occhiata a tutti i costi, solo un’innocua sbirciatina appena al di là della porta. Un tipo ci nota e viene ad accertarsi se abbiamo bisogno d’aiuto (oppure ad accertarsi che non combiniamo guai) ed abbiamo la possibilità di scambiare con lui quattro chiacchiere. Non è poi tanto tardi che decido di ritirarmi, mentre Zec si ferma sulla grande terrazza dell’hotel a guardare la gente passeggiare in strada. Mi raggiunge poco dopo e crolliamo entrambi in un sonno profondo che non è nemmeno passata la mezzanotte.

Martedì 21 gennaio - In barca fino a Lamanai

Al mattino mi sveglio pimpante e butto letteralmente giù dal letto il mio compagno assonnato. La colazione, da Juanita, è a base di uova e bacon, e mi pare migliore della scorsa cena. Nei pressi dello zocalo, ci tocca aspettare più di mezz’ora l’arrivo di un gruppo di americani da Chetumal. Alla fine partiamo per il tour in undici: due coppie di canadesi, i cinque americani e noi. La guida è Antonio Novelo, un corpulento (panciuto) omone dalla parlata strascicata, ma dall’evidente competenza. Purtroppo per noi, durante il tour parlerà quasi sempre in inglese.

Partiamo con una barca verso sud lungo il New River e già dopo pochi metri avvistiamo i primi coccodrilli. Non sono tanto grandi, ma incutono ugualmente un certo timore. Qualche uccello vola via impaurito al nostro passaggio e riusciamo a riconoscere alcuni ardeidi tra gli svariati uccelli colorati. Herminio, fratello di Antonio, guida la barca con prudenza e rallenta appena si avvista un animale. Lungo le sponde verdeggianti riusciamo a scorgere anche delle iguane e delle tartarughe, tutte intente a crogiolarsi sotto un sole infuocato.

Continuando la navigazione incontriamo qualche pescatore in equilibrio su minuscole barche di legno ed un paese di mennoniti, bianchi di origine tedesca che vestono tutti allo stesso modo: salopette di stoffa marrone o pantaloni con bretelle, linde camicie a quadri a colori chiari e cappello bianco a tesa larga (anche le donne vestono tutte allo stesso modo, ma ne abbiamo incrociate poche… portano la cuffia). Vivono d’agricoltura e allevamento e formano una comunità molto chiusa. Al mattino, mentre camminavamo verso al piazza, abbiamo incrociato una bella famigliola mennonita: due figli maschi, uno di quattro ed uno di dieci anni, camminavano al fianco del padre e riportavano in scala lo stesso tipo di vestito, la madre teneva per mano la figlioletta di sette anni, vestita come lei. Un’immagine d’altri tempi, un balzo immediato a più di un secolo fa.

Sulla barca il vento ci sferza il viso ed allieta la pelle arsa dal sole; l’acqua scorre rapida sotto i nostri occhi e riflette la luce in una miriade di riverberi accecanti. “Siamo in Centro America… è da non crederci!”

Arriviamo a Lamanai poco prima di mezzogiorno, giusto in tempo per mangiare. Sotto una tettoia di paglia, ai lati del molo, i fratelli Novelo ci offrono del riso con fagioli e cocco, del pollo e delle verdure. Lamanai si affaccia sulla New River Lagoon, una grande distesa d’acqua solo lievemente increspata dal vento; all’orizzonte, la foresta sembra una sconfinante barriera verde addolcita dalla silhouette degli alberi più grandi. Il sito è ancora perlopiù sommerso dalla vegetazione, ma ciò contribuisce a rendere il luogo squisito, fornendogli quella dose di mistero e inviolabilità che un sito maya non può non avere. Alcune piramidi sono perfettamente restaurate, altre sono sotto i ferri degli archeologi; solo una di queste è possibile scalare (The mask temple, chiamata così per la presenza di un enorme mascherone alla base della costruzione). Antonio ci parla sia della storia di Lamanai, aiutandosi con una cartella piena di disegni (forse fatti da lui), sia della natura in cui il sito è racchiuso. Riusciamo a vedere una coppia di scimmie nere urlatrici ed alcune piante di orchidea nera, il fiore nazionale del Belize. Nei pressi del Jaguar Temple, il tempio più imponente del sito (in fase avanzata di restauro), abbiamo il permesso da Antonio di appenderci alle liane degli alberi: qualche audace lancio ad un paio di metri da terra.

Il ritorno in barca è una rapida corsa verso nord, per riuscire ad arrivare ad Orange Walk per l’orario stabilito. Senza mai una sosta, se non per raccogliere un berretto strappato dal vento ad uno degli americani, giungiamo a destinazione che sono appena passate le quattro.

Aspettando la corriera per il sud, Zec si distende sul prato antistante il piazzale delle corriere e, con la schiena comodamente appoggiata ad uno steccato di legno, continua a leggere il libro in spagnolo. A qualche metro da lui, rimango ad osservare lo sciame di ragazzi di rientro da scuola. Sono tutti vestiti con la divisa scolastica, diversa da scuola e scuola: linda camicia bianca e pantaloni, o gonne, per lo più colorati in verde o marrone. Chiassosi e sorridenti, allietano l’attesa rendendo dolce il solo osservarli.

La corriera è scomoda, rumorosa e ventilata: ormai dobbiamo farcene una ragione (sono dei vecchi scuolabus americani degli anni ’60). A Belize City cambiamo rapidamente mezzo di trasporto, senza quasi mettere piede a terra, e San Ignacio ci accoglie che non sono nemmeno le nove. Appena raccolti gli zaini, ci si fa incontro Max, un beliziano nostro coetaneo che ci offre un posto dove dormire a basso prezzo. I suoi modi sono sbrigativi, ma ugualmente cordiali e simpatici, e così decidiamo di seguirlo. Ci confessa dopo pochi metri che siamo i primi clienti della giornata e questo, secondo lui, è dovuto al fatto che gli americani (praticamente gli unici turisti in Belize) si fidano più del libro (Guida Lonely Planet) che delle persone.

Le stanze che ci offre sono ricavate alla bene e meglio nel piano superiore della sua casa e sono alquanto spartane. Un minuscolo bagno in comune s’insinua tra una serie di pareti improvvisate, tutte rigorosamente di “carta velina”. Chissà perché, il luogo ci piace molto, ed ancora di più ci piace il “personaggio Max”… accettiamo senza indugio (io forse qualcuno ce lo avevo, ma Joe era talmente entusiasta da contagiarmi). Dopo una doccia gelata, crolliamo entrambi a letto sfiniti.

Mercoledì 22 gennaio - Cimitero di pini

Tocca a Giovanni svegliarsi allegro e pimpante, mentre io arranco già dai primi passi. Per colazione burrito e crepes (praticamente un pranzo) e poi dritti con Max alla oficina con la quale collabora. La sera prima avevamo fissato un tour sul Montain Pine Ridge che ci avrebbe impegnato per tutta la giornata. Purtroppo il cielo è ancora nuvoloso.

A farci da guida c’è Carlos, un mestizo di piccola statura, alquanto silenzioso. Ci siamo solo noi sul vecchio fuoristrada rosso che si dirige verso sud, una rapida corsa tra strade sterrate e colli punteggiati di case dal tetto di lamiera. Le strade di terra rossa sono piene di buche e di canali creati dalle acque; Carlos guida con una buona maestria ed evidente conoscenza dei luoghi. Parla poco, qualche nota introduttiva e nulla più.

La prima parte del tour ci porta nel cuore della foresta dove, su rocce di natura calcarea, svariate piante crescono in perfetta competizione, creando un’intricata biocenosi che lascia filtrare poca luce nel sottobosco. Il sentiero che seguiamo è attrezzato con un’essenziale cartellonistica che indica il nome, sia quello scientifico che quello comune in inglese, delle piante più importanti: ceiba, coiba, svariati mogani, albero del pane, ecc.. Carlos possiede ottime conoscenze della flora locale e ce ne parla esaurientemente, introducendoci con vivo successo nella loro storia e nei loro usi (Carlos parla in spagnolo, lingua che nel Belize occidentale è parlata quanto l’inglese… e sennò come saremmo riusciti a capirlo?). La zona è anche ricca di grotte, una delle quali la passiamo da parte a parte, entrando nel cuore tenebroso della montagna, camminando nel suo buio soffuso e guadando più volte il fiume sotterraneo che ne anima l’anima: mi riapproprio con estrema meraviglia della verde luce che filtra dalle alte chiome della foresta.

Risalendo la montagna, abbandoniamo i canaloni calcarei ricchi di vegetazione ed iniziamo a percorrere vaste aree granitiche ricche di acque superficiali: torrenti, cascate e piscine naturali. Qui però si presenta un brutto spettacolo, almeno per noi forestali: un cimitero di pini al posto di un bosco vitale, migliaia di dita scheletriche puntate verso il cielo al posto di alberi vigorosi alla ricerca del sole. Oltre l’ottanta per cento dei pini presenti (tutti pini caraibici) sono morti dopo un attacco di un non ben determinato afide nordamericano: che sofferenza dover osservare un simile disastro forestal-ecologico. Vaghiamo in lungo ed in largo per questo “deserto”, scoprendo comunque ancora dei luoghi intatti che ci forniscono almeno un’idea di ciò che sarebbe dovuto essere. Dopo un bagno rinfrescante in una pozza d’acqua ghiacciata ed una coca-cola ordinata in un lodge molto carino arroccato su un ripido versante alberato (una capanna con tutti i comfort costa 60 dollari a notte… il posto è romanticissimo ed è l’ideale per un viaggio di nozze: si chiama Five Sisters Lodge), torniamo a San Ignacio.

Visto che il pomeriggio è appena iniziato, Carlos decide di farci visitare una piccola area verde dove il Rio Macal ed il Rio Mopan s’abbracciano per dare vita al Rio Belize. Proprio sulla riva, accoccolata all’incrocio tra i tre fiumi, sorge una comunità naturalista attivamente impegnata nel recupero dei molti valori ambientali che anche qui in Centro America si stanno perdendo. Parliamo con uno dei responsabili dell’ambizioso progetto, come lui stesso lo definisce, e ci facciamo catturare dalla sua passione e dal suo sguardo, limpido e sincero come le sue chiare parole: ci parla delle numerose attività della comunità ed anche dei progetti futuri che stanno per essere intrapresi; agli inizi degli anni ’90 tutta l’area era stata colpita dal colera (a quel tempo si beveva l’acqua del Rio Mopan che scendeva dalle montagne guatemalteche) ed il suo racconto sulle immediate conseguenze è quanto mai vivido:

“Per cinque anni non si è visto un turista… nemmeno uno in cinque anni. Ora le cose stanno cambiando. L’acqua del fiume è importante, che bello sarebbe poterla bere nuovamente… ma ora c’è più consapevolezza dei danni che possiamo arrecare alla natura ed alle acque… nostro compito è estendere questa consapevolezza perché gli errori del passato non vengano ripetuti.

Un altro problema è l’erosione delle sponde. Abbiamo molti progetti di rinverdimento delle sponde di tutta l’area di nostra competenza, progetti che coinvolgono attivamente tutti gli abitanti della zona. Dovevate vedere fino a pochi anni fa come erano ridotte le sponde qui davanti a noi… pochissimi alberi, poco verde, tanta terra erosa.

Poi quante iguane avete visto? Le due su quell’albero? Beh, prima della creazione della comunità erano vicinissime all’estinzione (l’iguana è un’ottima fonte di cibo… la carne è molto buona… dicono), ora siamo riusciti a ricondurle ad un numero accettabile. Di alcune accudiamo le uova e poi distribuiamo i piccoli tra la gente lungo il fiume… per diffonderle su tutto il territorio.

Con il materiale che il fiume ci porta… pietre, pezzi di legno… facciamo delle piccole sculture che poi rivendiamo per ricavare soldi per la comunità. Ricicliamo anche altro materiale, come questi anelli di PVC (con un po’ di colore, trasformati in efficienti hula-hop).

Dai primi di febbraio partirà la Festa delle Acque, una lunga fiera (tre mesi) che la comunità organizza tutti gli anni. La gente viene qui da noi… c’è da bere e da mangiare, e può comprare tutti i prodotti che abbiamo creato. Così ricaviamo un po’ di soldi che vanno ad integrare quelli che ci vengono dati da varie organizzazioni internazionali e nazionali. Abbiamo bisogno anche della vostra testimonianza, così che chi ci finanzia si renda conto di essere sulla strada giusta.”

È così che compiliamo una scheda prestampata con il nostro nome ed un commento su quanto abbiamo visto. Joe vuole per forza scrivere in spagnolo ed il risultato è a dir poco orrendo.

Lasciata la comunità e salutato Carlos, decidiamo di rilassarci in un’ampia area verde, stile campus americano, proprio in centro al paese. Una moltitudine di ragazzini, con le loro belle divise scolastiche, bivaccano allegri sui prati mentre altri sfidano il caldo giocando a basket sotto un sole ancora brillante. Per sfuggirgli scelgo una panchina all’ombra dove scrivere ed ascoltare musica con tranquillità; Zec continua a leggere il suo libro fino al tramonto, cercando di continuo i suoi raggi per abbronzarsi.

Dopo cena veniamo catturati da Max che ci porta ad ascoltare un amico che suona musica raggae. Riusciamo ad ascoltare solo qualche brano prima di essere cacciati dal locale per l’imminente chiusura.