Nella terra dei maya

Dal 17 gennaio al 14 febbraio 2003

di Carlo Camarotto

La nostra capanna
Placencia
Livingston
El Negro Blanco

Tappa numero 3, Dal 23 al 26 gennaio 2003

La terra dei Garifuna

Giovedì 23 gennaio - Caraibi con la pioggia 1

Durante la notte è piovuto, ed anche parecchio. La casa di Max ha le pareti talmente inesistenti che mi è sembrato di dormire all’aperto. Al risveglio il cielo è ancora coperto e basse nuvole grigie non promettono nulla di buono.

Salutiamo Max e Signora e ci incamminiamo stanchi (sono appena le sette) verso la stazione delle corriere. Meta finale della giornata, Placencia. Viaggiamo prima in una ghiacciaia fino a Belmopan (aria condizionata a valori siderali), poi in una galleria del vento fino a Dandriga e di seguito, dopo due ore d’attesa, su un tagadà fino a Placencia (la strada è per lo più sterrata e piena di buche). Nel viaggio tra Belmopan e Dandriga mi devo sorbire la musica “post-raggae incazzato andante” di un tipo davanti a me che tiene la radio a volume altissimo e prendo tanta di quell’aria da farmi venire la tosse (passata nel giro di una settimana tra fastidiosi tormenti).

Arriviamo a Placencia poco dopo le due ed in breve siamo avvicinati da un ragazzo alto di colore, magro e dagli occhi chiarissimi, che ci propone una cabaña di legno in riva al mare per la modica cifra di 50 dollari beliziani (25 euro). Di primo acchito ci sembra tanto, ma dopo aver visto il posto, non riesco a dirgli di no. Proprio davanti la casetta si allineano una serie di palme che spezzano la visuale su un orizzonte marino: stupendo. Purtroppo la giornata non è delle migliori ed un denso contingente di nubi nasconde il cielo ed il sole. Cogliamo ugualmente l’occasione sperando in un domani migliore.

Il pomeriggio lo passiamo a rilassarci, come da programma. Zec decide anche di farsi il bagno, sfidando il temibile vento dei Caraibi. Leggiamo, scriviamo, ascoltiamo il costante fruscio delle foglie mosse dal vento o quello della risacca, bivacchiamo stanchi sui comodi letti e camminiamo a piedi nudi sulla spiaggia bianchissima. Verso le nove andiamo a mangiare un burrito da Omar, un ristorantino della zona, e poi camminiamo placidi per la via pedonale centrale di Placencia, un nastro di cemento largo un metro che rappresenta la più grande via di comunicazione del paese. In poco tempo ci chiedono già due volte se vogliamo qualcosa da fumare (potrebbe essere il paradiso di qualche mio amico). Tra una cosa e l’altra non c’è moltissima vita in paese e così decidiamo di accomiatarci dal mondo che è appena passata la mezzanotte.

Venerdì 24 gennaio - Caraibi con la pioggia 2

Dormiamo fino a tardi (le nove) perché fuori il tempo è pessimo. I nostri umori non sono a mille: siamo in riva al Mar dei Caraibi, spiaggia bianchissima, palme stagliate contro il mare, capanna di legno con tutti i comfort e… non c’è il sole… non va bene così. Il vento è ancora molto forte, il mare è parecchio mosso e le fronde delle palme sbattono ripetutamente sul tetto della capanna emettendo un suono preoccupante.

Verso le dieci il sole decide finalmente di uscire. Due ore per crogiolarsi ai suoi raggi, il massimo che le nuvole ci concedono. Da mezzogiorno infatti le nuvole riprendono il dominio incontrastato del cielo e verso le due inizia anche a piovigginare. Andiamo a mangiare di nuovo all’Omar’s Restaurant dove ti offrono dei burritos veramente grandi ad un prezzo irrisorio (6 dollari beliziani = 3 euro). Il vento e la pioggia rendono impossibile rimanere all’aperto: dalle quattro in poi rimaniamo nella cabaña a chiacchierare, leggere e scrivere… non c’è molto altro da fare.

Al calar del sole puntiamo il primo bar sulla destra della capanna e lo troviamo molto carino (molto caraibico): il lato verso il mare, normalmente aperto, è protetto dalla sabbia mossa dal vento con dei pannelli di compensato; sedie altissime fanno da cornice ad un bancone enorme che occupa tutto un lato del locale, mentre una buona serie di tavoloni in legno massiccio invadono con discrezione il resto dello spazio sotto il tetto di paglia. Qualche indigeno locale sorseggia birra seduto comodamente appresso al bancone e due gruppi di americani occupano un paio di tavoli: tutti guardano le partite dell’NBA trasmesse alla televisione. Mangiamo un altro burrito e scoliamo qualche birra mentre Michael Jordan e Kobe Bryant fanno i numeri sul piccolo schermo. Alle undici il locale chiude e non ci rimane altro da fare che andare a dormire.

Sabato 25 gennaio - Piccola odissea ai Caraibi

Al mattino il cielo è ancora coperto ed un forte vento sbatte furioso le fronde delle palme. Il mare mosso, scuro all’orizzonte, incute ancora timore: chissà com’è un uragano tropicale fuori stagione?

Con calma prepariamo gli zaini, salutiamo la splendida cabaña e ci dirigiamo al molo da dove riprenderà il nostro viaggio verso sud. Questa continua discesa verso il Guatemala sta assumendo i contorni di qualcosa di mitico, una piccola odissea, un viaggio spogliato di tutti gli orpelli che riflette solo la sua pura essenza. Il Guatemala rappresenta la nostra meta, il nostro miraggio: ci entreremo dalla porta di servizio, nel modo più inconsueto per un turista, assaporando il sottile piacere d’affrontare qualcosa di sconosciuto, forse arduo, o quantomeno non ricreato per gli agi di un visitatore occidentale.

Appena ci muoviamo all’aperto, il sole decide che è ora di far capolino tra le nubi e ci rammenta cosa sarebbe potuto essere Placencia con il bel tempo. Ci imbarchiamo su una barca con destinazione Indipendence, un piccolo agglomerato di case da cui passano le corriere per Punta Gorda, la città più a sud del Belize (Placencia nasce nella parte distale di una lunga lingua di sabbia che si insinua nel Mar dei Caraibi: è il capolinea delle linee che arrivano da nord e per proseguire verso sud, senza dover tornare a Dandriga, bisogna per forza andare in barca fino a Indipendence). Il viaggio in barca non dura più di venti minuti, passati tra foreste di mangrovie che sembrano galleggiare sopra le acque e spruzzi d’acqua che ti imperlano il viso e si asciugano rapidi al sole.

Ad Indipendence aspettiamo circa mezz’ora prima di essere raccolti dal solito bus anni ’60 made USA. Sulla corriera faccio la conoscenza di una donna che si sta recando a Puerto Barrios, in Guatemala. Mi fornisce delle utili indicazioni per il prosieguo del viaggio e poi parliamo un po’ del più e del meno. Porta con se un piccolo gattino, che accudisce con amore; mi confessa che in Belize non amano molto gli animali, ed è per questo che lo sta portando in Guatemala, dove molti suoi amici sono già pronti a prendersi cura di lui.

Il viaggio in corriera è deliziato dalla musica (classici rock anni ’50-’60) e si svolge tra foreste, savane e piccoli villaggi di case sparse. La strada è perlopiù sterrata ma in vari punti si stanno dando da fare per asfaltarla e per costruire nuovi ponti su piccoli corsi d’acqua. In meno di tre ore giungiamo a Punta Gorda.

Qui aspettiamo fino alle quattro il passaggio per Puerto Barrios. Rimango in attesa seduto sotto una veranda, ben protetto dai raggi del sole, con una atmosfera sonnecchiante che ti avvolge la pelle (la tipica aria dei Caraibi); Joe preferisce guardarsi un film all’ufficio immigrazione.

All’ora giusta ci fanno montare su una lancia con due potentissimi motori arroccati a poppa; ci forniscono un salvagente e un telo di plastica (sguardi preoccupati). Alla partenza un mare di spruzzi tenta d’annegarci, ma per fortuna abbiamo alzato previdenti il telo per proteggerci. Le secchiate d’acqua si ripetono con continuità e la lotta con loro ed il vento è spesso improponibile: in breve comincia a dolermi il braccio con il quale sostengo il telo. Gli sguardi tra noi e con i compagni di viaggio (tutti beliziani o guatemaltechi… siamo gli unici turisti) si fanno sempre più distesi man mano che una buona dose di fatalismo si insinua nei nostri animi ed in breve ci ritroviamo a ridere a crepapelle ad ogni onda che ci spazzola i capelli.

Il capitano è attrezzato con una tuta impermeabile da marinaio navigato e guida con sicurezza sopra un mare alquanto mosso. Dopo oltre quaranta minuti di navigazione, ferma la barca e chiede al suo secondo di mantenerla contro le onde (a quell’ora più o meno di un metro). Non capisco cosa vuole fare finché non si sistema alle nostre spalle e, chiedendo perdone, non si mette ad urinare.

Il viaggio dura in tutto poco più di un’ora, sempre con la costa a vista, anche se in alcuni attimi appare lontana all’orizzonte. I continui sballottamenti, alcuni veramente temibili, mi fanno insorgere, nel parte terminale del viaggio, un soffuso senso di nausea che devo placare con un travelgum (per chi soffre di mal di mare tale viaggio può dimostrarsi disastroso).

Puerto Barrios, per quanto posso notare, è un posto decisamente squallido: acque di fognatura che si gettano direttamente in un mare color marrone con scritto “colera” in chiara evidenza, sporcizia diffusa ovunque ed odori maleodoranti che arricchiscono l’aria. È appena piovuto ed il cielo è ancora completamente coperto: ciò rende il tutto ancora più disarmante. Passiamo veloci l’immigrazione e ci imbarchiamo subito su un’altra lancia che porta a Livingston. Mentre aspettiamo di partire, osservo dei bambini che si rincorrono per strada lanciandosi giocosi dell’acqua; una bambina, svuotata la bottiglia di plastica, si dirige velocemente verso il porticciolo e ricarica “l’arma” con l’acqua delle fogne, riprendendo subito l’allegro gioco con in compagni. Io intanto spero di essere immune a tutte le malattie trasmissibili da una goccia di quell’acqua lurida.

Ripartiamo alle sei con una lancia più piccola della precedente, questa volta senza salvagente e senza telo impermeabile, comunque con gli stessi sballottamenti e con gli stessi spruzzi d’acqua. Quest’ultimo viaggio lo posso definire “epocale” perché, mentre il sole scompare rapido ad ovest ed il buio s’impadronisce del cielo, affrontiamo un mare piuttosto irrequieto: gli spruzzi continui ci lavano dalla testa ai piedi (soprattutto Joe che è in una posizione più sfortunata della mia) e gli sbalzi mi fanno temere più di qualche volta di finire in fondo al mare. Vedere le luci di Livingston, dopo un’ora di traversata, è un vero sollievo. Sono le sette di sera ed siamo in viaggio da oltre nove ore.

Scesi dal molo veniamo prelevati da Francisco (uno dei tanti che si è offerto d’aiutarci ed a cui abbiamo voluto dare fiducia), un ragazzotto di colore ben piantato, che ci conduce all’hospedaje El Viajero in cambio di una piccola mancia. Si comincia, finalmente, a spendere poco (42 quetzal per una doppia… circa 5 euro). Il posto è semplice e un po’ fatiscente, ma va bene così. In paese c’è un po’ di vita, con vari turisti che mangiano nei ristoranti all’aperto e numerosi locali che chiacchierano tra loro. Livingston, paese che si può raggiungere solo via mare o via fiume, è la patria guatemalteca dei garífuna (gli stessi sono presenti in tutto il sud Belize), la razza meticcia tra gli schiavi neri deportati dall’Africa e vari indios del centroamerica; i garífuna possiedono una loro cultura ed una loro lingua, e ciò li rende molto differenti dal resto dei popoli del Guatemala: “La cittadina di Livingston è un’interessante anomalia, con uno stile di vita rilassato, tipico del Belize, con i boschetti di palme da cocco, l’allegria delle costruzioni di legno dipinto e un’economia basata sulla pesca e sul turismo” (dalla guida EDT).

In men che non si dica già due persone ci chiedono se vogliamo da fumare. L’atmosfera è realmente riposante e lo stile di vita caraibico si respira a pieni polmoni. Ci rilassiamo piacevolmente in un ristorante nella calle principale ascoltando della buona musica ed osservando le persone passeggiare in strada. Vaghiamo poi un po’ per il paese (in realtà molto piccolo) e crolliamo a letto poco prima che fuori si scateni un acquazzone tropicale molto rumoroso.

Domenica 26 gennaio - El Negro blanco

Alla mattina il tempo è ancora brutto (ma non era la stagione secca?), ma ormai siamo abituati a non vedere il sole prima delle dieci. Ci rechiamo in centro per vedere se qualche tour ci può portare ai “Sette Altari”, una serie di cascate e di laghetti d’acqua dolce situati 5 km a nord-ovest di Livingston. Una tipa molto simpatica al ristorante Bahia Azul (ed annesso tour-operator) ci comunica che l’unico tour del giorno è quello che porta a Rio Dulce, gli altri non hanno abbastanza iscritti. La signora, probabilmente la padrona, è competente e disponibile (ispira profonda fiducia) e ci avverte che due giorni prima avevano commesso delle rapine lungo la via che porta ai “Sette Altari”: se vogliamo farla da soli a piedi è meglio non portare con se nulla di valore.

Siamo indecisi se partire subito per Rio Dulce, disdicendo così una notte all’hotel, oppure trascorrere la giornata a Livingston in altro modo e partire l’indomani. Le basse nuvole grigie che dipingono il cielo sembrano suggerirci di partire subito, ma alla fine optiamo per la seconda soluzione. Andiamo al porticciolo e chiediamo ad alcuni barcaioli (sono in parecchi ad aspettare l’occasione) quanto ci costerebbe un passaggio fino a Playa Blanca: ci sparano cifre assurde e, dopo un rapido sguardo ai portafogli, ci rendiamo conto di non avere abbastanza soldi per fare un piccolo tour e mangiare (essendo domenica non possiamo prelevare). Non va comunque così male… siamo ai Caraibi ed è giusto rilassarsi, lasciarsi trasportare dal lento scorrere delle ore, assaporare a pieni polmoni la religiosa tranquillità di questa terra.

Le ultime ore della mattinata vengono allietate dal sole che, furtivo, si mostra ogni tanto in cielo. Rimaniamo nelle vicinanze del porticciolo dove hanno costruito da poco un campo da basket, una serie di panchine in pietra ed una vasca piena di coccodrilli e tartarughe. Per ben due volte alcuni barcaioli vengono a chiederci se vogliamo un passaggio per la spiaggia, e l’ultima volta sparano un prezzo ridotto della metà rispetto all’iniziale richiesta: primi assaggi di Guatemala… si contratta su tutto (in Belize non è così). Purtroppo per loro, i soldi proprio non li abbiamo. Andiamo a mangiare al ristorante Bahia Azul e la padrona ci presta anche il telefono per chiamare in Italia (la chiamata a carico del destinatario è possibile solo da telefoni privati).

Passiamo il pomeriggio a guardare una ventina di ragazzi che giocano a calcetto, quasi tutti a piedi nudi (alcuni di loro, in particolar modo uno, veramente bravi). Alle cinque e mezza inizia il Super Bowl. Vaghiamo per il paese cercando un posto dove lo trasmettano. Lo troviamo all’hotel Rio Dulce, una costruzione caraibica gialla e bianca che domina la strada principale di Livingston. Qui scopriamo che il proprietario è un bergamasco che si è trasferito a vivere in Guatemala ormai da dodici anni (cinque ad Antigua e sette a Livingston). Il tipo, sulla sessantina, con una barbetta bianca incolta ed un cappellino di paglia a tesa larga, è simpatico e di una disponibilità unica. Ci tratta da subito come fossimo suoi vecchi amici, rivedendo forse in noi la sua amata terra: dagli occhi traspare l’amore per l’Italia e l’orgoglio, che condivido, di esserne un figlio. La serata scorre piacevolissima, condita anche dalla conoscenza con Piccy, un garífuna un po’ brillo che spiaccica qualche parola d’italiano. Per vivere lavora le noci di cocco, trasformandole in braccialetti, ferma capelli, posacenere ed altro; sono oggetti molto belli e domani ne compreremo un paio. Consiglio vivamente a tutti di fare un salto all’hotel Rio Dulce, può essere il miglior modo per scoprire cosa c’è dietro la prima facciata superficiale di Livingston, quella che normalmente un turista non riesce, o non vuole, superare.

Mentre ci gustiamo il Super Bowl scolando qualche birra, assistiamo ad una lite tra il tipo di Bergamo, autodefinitosi El Negro Blanco, ed un donnone di colore: la donna è alquanto infuocata e non vorrei mai essere il motivo del suo furore. Terminata la partita, salutiamo tutti (il locale è comunque ormai vuoto) e torniamo alla nostra stanza. Appena superate le dieci la stanchezza si avventa sempre contro di noi… non so resisterle, e forse non ha nemmeno senso farlo.