Nella terra dei maya

Dal 17 gennaio al 14 febbraio 2003

di Carlo Camarotto

La foresta
Una capanna
Tempio N°2 di Tikal
Acropoli nord
Tempio N°4 di Tikal
Yaxhà

Tappa numero 4, Dal 27 al 30 gennaio 2003

La splendida Tikal

Lunedì 27 gennaio - Il vero Guatemala

Lento raggiungo la veglia mentre una frase del Negro Blanco mi rimbomba in testa: ”Me ne sono andato da Antigua perché cominciavo ad essere troppo materialista”. Il pensiero offuscato dal sonno fugge verso il suo sguardo, lievemente perso, ed il suo sorriso, contagioso. Chissà cosa lo ha spinto quaggiù, cosa ha avuto la forza di sradicarlo da una terra che evidentemente ama, cosa vuole dimenticare, o cosa vuole essere: “… qui il passato non esiste. Qualsiasi cosa tu abbia fatto, dimenticala, cancellala. Vivi il presente, e per il futuro… sono affari solo tuoi.” Piccy sostiene che Livingston è ormai un negozio arredato per il turista; molte cose non sono più le stesse, guidate solo dai fili sottili della domanda economica e non più dalle tradizioni dei garífuna. Forse il seme infestante del sistema capitalistico ha già attecchito qui a Livingston, forse la stessa presenza del Negro Blanco ne è testimone, forse questo posto diventerà in breve tempo troppo soffocante per gente come Piccy e lo stesso Negro Blanco… forse… forse.

Quando mi alzo il tempo fuori è brutto: è piovuto per buona parte della notte. Prima di partire salutiamo il bergamasco, che ricambia con affetto. Alle nove partiamo con una lancia verso Rio Dulce. Siamo in quattordici, di cui altri quattro italiani. Il viaggio è tranquillo e i temibili spruzzi dei giorni scorsi sono solo un lontano ricordo. Il capitano è un uomo taciturno di colore, dalla guida sicura e dai modi sbrigativi, ma cordiali. Durante il tragitto trova il tempo di aiutare una donna rimasta in panne con la barca e di dare un passaggio a due tipi appiedati in una finca. Il primo tratto del percorso lo passiamo tra due alte coste lussureggianti: pescatori raccolgono reti in equilibrio su basse barche di legno; varie specie d’uccelli volano a pelo d’acqua o rimangono appollaiati guardinghi sugli alberi a lato del fiume; basse nuvole cingono d’assedio le alte creste delle rive, rabbuiando il paesaggio.

Dopo un’ora abbandoniamo il fiume principale (si chiama Rio Dulce, come la città a cui siamo diretti) per risalire uno dei numerosi affluenti. È piacevolissimo navigare a stretto contatto con le fronde degli alberi che si protendono fin sopra le nostre teste; il percorso via via più adombrato e l’acqua verde che assume toni più scuri, sono chiari segnali che ci stiamo addentrando nel cuore della foresta pluviale, sempre più avvolti nel suo caldo abbraccio. Giungiamo così ad una finca (fattoria) immersa nella vegetazione, dove hanno allestito anche una rivendita di prodotti di artigianato locale. Alcuni sentieri si addentrano nella densa foresta che circonda la finca, altri corrono di lato al fiume che assume già i contorni di un piccolo ruscello. Io e Joe cerchiamo di sfruttare al meglio la mezz’ora concessaci dal capitano, vagando fin dove possiamo.

Tornati sul fiume principale, vediamo le sue sponde allontanarsi e dare vita ad un ampio bacino chiamato El Golfete. Qui il capitano da fondo a tutta la potenza del motore e giungiamo a Rio Dulce intorno a mezzogiorno e mezzo. Il paese è piuttosto squallido, sporco, rumoroso ed inquinato. Veramente non saprei come spiegare il senso di repulsione che il posto mi trasmette. Ripartiamo (io con estremo sollievo) alle due e mezza in direzione nord con una corriera di classe turistica che costa il doppio di una normale. A bordo c’è perfino un’hostess che ci serve un bicchiere di pepsi e dei biscotti. Si chiama Alejandra ed è molto carina, oltre ad essere simpatica e disponibile. Joe se ne innamora e comincia a progettare una serata con lei. Intanto il viaggio vola letteralmente in mezzo ad una pioggia sempre più intensa: l’autista, pensando di essere un pilota di formula 1, non alza mai il piede dall’acceleratore.

La meta finale sarebbe dovuto essere Sant’Elena, ma poco prima di entrare in paese la corriera accosta ponendosi di lato ad un furgoncino rosso. Sale a bordo uno sparuto gruppo di giovani di un’agenzia turistica che inizia a convincere tutti i turisti a salire sul furgoncino offrendo loro un passaggio gratuito fino a Flores, la città che nasce in mezza al lago, dirimpetto a Sant’Elena (un’isola collegata alla terraferma da un ponte di un centinaio di metri). Joe però non vuole abbandonare Alejandra ed è solo su suo consiglio che si convince della convenienza del passaggio. Sul furgoncino ci sono altre due coppie di italiani ed uno dei ragazzi è già stato da queste parti: ci facciamo guidare dalla sua esperienza e troviamo posto alla Posada Tayazal per 70 quetzal la doppia con bagno privato (non lasciatevi convincere dai tipi dell’agenzia che vi vogliono appioppare gli hotel a cui sono affiliati, ma fatevi un bel giretto per Flores alla ricerca di quello che realmente fa per voi).

Posati i bagagli, ci lanciamo alla ricerca di un tour che ci porti nel cuore della giungla per più giorni. Prima di partire ne avevamo parlato parecchio ed è un sogno per entrambi. Ci sono alcuni siti maya ancora sepolti nella foresta che possono essere raggiunti solo affidandosi ad una guida, camminando per ore al suo fianco e dormendo sotto gli alberi accanto al fuoco. Purtroppo i prezzi che ci sparano i vari operatori turistici (Flores ne è piena) sono davvero troppo alti, alcuni addirittura stratosferici. È per questo che decidiamo di accantonare il sogno per scegliere con più realismo una visita in giornata a Tikal.


Nota per il turista.

Lasciato Livingston (città guatemalteca che può tranquillamente essere definita atipica) ci siamo subito resi conto di aver cambiato mondo. Nel vero Guatemala, se gliene dai modo, ti fregano. I prezzi sono un’opinione (per trasporti e tour almeno) ed è possibilissimo pagare cifre differenti per un analogo servizio. Contrattare, anche con insistenza, è un’abitudine che qui torna molto utile.

Il viaggio espresso da Rio Dulce a Sant’Elena ce l’avevano offerto inizialmente a 130 quetzal, evidenziando il fatto che ci avremmo messo due ore e mezza per arrivare, contro le cinque o sei della corriera di linea (50 qtz). Un’italiana che aveva viaggiato con noi da Livingston si è però impuntata sul prezzo, sostenendo che non poteva costare più della tratta Città del Guatemala-Rio Dulce che aveva fatto giorni prima (effettivamente molti più chilometri). Dopo poco gli agenti della compagnia trasportatrice, inventando scuse più o meno verosimili, ci hanno gentilmente comunicato che il prezzo era sceso a 100 qtz perché sulla corriera c’erano molti posti vuoti, prezzo che abbiamo accettato, infine, di pagare.

Di esempi simili ce ne sarebbero stati molti nei giorni a venire, anche se, da buoni italiani, c’abbiamo messo poco a capire la sinfonia e ad adeguarci. Le informazioni chiedetele sempre a più persone e confrontate quanto vi dicono, è il miglior modo per non essere presi per i fondelli.

Ah, dimenticavo… la corriera di linea impiega tre ore e mezza per arrivare a Sant’Elena.

Martedì 28 gennaio - La splendida Tikal

Le prime navette per Tikal partono alle cinque, poi una ad ogni scadere dell’ora. All’ora della partenza nell’albergo prende vita una decina di minuti di cagnara particolarmente fastidiosa: il nostro sonno è spezzato impietosamente per tre volte.

Il pulmino è al completo, occupato da persone di tutte le nazionalità. Lungo il percorso passiamo attraverso grandi distese d’erba spezzate da pochi alberi isolati lasciati a testimoniare la vecchia presenza della foresta pluviale. Vacche magre pascolano sonnolente sotto un cielo coperto per metà, le costole che risaltano scarne sulla pelle tirata. Entrati nella riserva naturale di Tikal il paesaggio però cambia all’improvviso. Finalmente la giungla, la vera foresta così come l’uomo l’ha incontrata ai suoi albori. Le chiome degli alberi si richiudono sopra la strada dando vita ad una galleria verde nella quale è entusiasmante correre. Cartelli stradali invitano a rallentare per salvaguardare la fauna selvatica e guardie forestali s’intravedono lungo la pista d’asfalto.

Appena arrivati al parcheggio ci informiamo sulla possibilità di passare lì la notte: ci sparano ancora prezzi troppo elevati per i nostri standard (100 qtz per un loculo di legno a cui aggiungere i 50 qtz dell’ingresso per il giorno successivo). Ci guardiamo negli occhi e decidiamo di rinunciare anche alla sospirata notte alle rovine.

Tikal è stupenda. Immense piramidi si ergono al di sopra della volta della foresta per bagnarsi ai raggi del sole. Alcune sono ripulite e perfettamente restaurate, altre sono parzialmente o totalmente sommerse dalla vegetazione che reclama con forza il suo territorio. Molte piramidi possono essere scalate: il Tempio II nella Grand Plaza, la Piramide, i tempietti dell’Acropoli nord ed il Tempio IV, dove si raggiungono le massime altezze. Quest’ultimo è coperto dalla vegetazione fin quasi alla sommità, che si raggiunge con delle scale di legno; lì in alto ci sono degli scalini su cui è piacevole sedersi ed osservare la vastità del sito (il tempio supera i 60 metri d’altezza). È possibile ammirare tutti gli altri templi e la foresta perdersi lontana all’orizzonte. Alle quattro del pomeriggio siamo solo in tre ad osservare, silenziosi, questo spettacolo, equilibrata unione tra uomo e natura. Il momento potrebbe durare in eterno, e ne sarei felice.

Altri templi è possibili solo scrutarli dal basso, come il Tempio V (in fase di restauro), il Tempio III (artigliato dalla vegetazione) o il Tempio I (il Grande Giaguaro, completamente restaurato, ma pericoloso). Intorno alle rovine la foresta è viva e spettacolare. Passando da una piramide all’altra ci si immerge nel verde e si possono vedere varie specie d’uccelli, coatli, volpi, fagiani ocellati e scimmie. Una sensazione primordiale di contatto con la natura. Alle cinque, orario di chiusura, usciamo rigenerati nello spirito e piacevolmente stanchi nel fisico. Da sola Tikal vale un viaggio in Guatemala.

Di ritorno a Flores, paesino molto carino e pulito (un po’ condizionato dalla presenza dei turisti, ma grazie a questo più vivibile), ci poniamo l’obiettivo di trovare qualcosa da fare per il giorno successivo. Mentre trattiamo con la solita agenzia, facciamo la conoscenza di una coppia di Firenze che è in procinto di partire per Livingston. Facendo due rapidi calcoli li avvertiamo che, partendo a quell’ora, arriveranno a Rio Dulce giusto in tempo per passare una bella notte al molo in attesa delle prime lance del mattino: hanno capito male l’orario d’arrivo. Con un po’ di lavoro riusciamo a cambiare la prenotazione per l’indomani, trovare un posto per dormire ed uscire a cena insieme.

Roberto e Lucia sono proprio una bella coppia, simpatici e pieni di vitalità. La serata scorre piacevolissima e si protrae fin oltre la mezzanotte, orario che da queste parti significa già notte fonda. Mentre beviamo un pessimo mojito nell’unico locale aperto a quell’ora (con l’immancabile guardia armata parata dinanzi l’ingresso), conosciamo anche un ragazzo di Cremona. Il tipo è particolarmente “fatto” e decide di sfogare con noi la sua enorme delusione del Guatemala: a suo parere non c’è mai nulla da fare in questo posto dimenticato da Dio. È sicuro di non riuscire ad arrivare al 14 febbraio, data del suo rientro in Italia (ed anche del nostro).

Mercoledì 29 gennaio - Yaxhá

Ci piacerebbe dormire un po’ di più, ma la confusione in albergo è proprio insopportabile. Partiamo così presto per Yaxhá, un altro sito maya verso il confine con il Belize. È attualmente sotto restauro (solo due piramidi sono state finora ripulite dalla vegetazione) e si trova sulle rive di un lago. Gli studiosi dicono che era il luogo di villeggiatura delle famiglie nobili di Tikal.

Ci siamo praticamente solo noi, arrivati lì con un taxi prenotato per tutta la giornata (400 qtz = 50 dollari; se si vuole risparmiare conviene prendere la corriera diretta verso il confine con il Belize e poi farsi a piedi la decina di chilometri che separano il sito dalla strada principale… di sicuro avremmo scelto questa seconda soluzione se ne avessimo almeno intuito l’esistenza prima di prenotare il taxi, ma in Guatemala devi scoprire sempre tutto da solo), ed i restauratori che lavorano incessanti sul lato nord del sito. Dopo pochi passi ci troviamo già di fronte una bella piramide restaurata, dalla cui cima si può godere una veduta del lago e della foresta circostante. Joe decide di rilassarsi in cima alla piramide, io invece torno a terra e, seduto su una panchina di legno, scrivo le cartoline comprate poco prima di partire.

Il luogo è paradisiaco, soprattutto perché non si ode altro che lo spirare soffuso del vento, qualche irrequieto movimento di scimmie in alto sugli alberi ed il melodico canto dei numerosi uccelli. Più volte rivolgo lo sguardo alla piramide e ne rimango affascinato, completamente catturato dalla sua maestosità. Joe mi raggiunge a terra dopo mezz’ora e da lì a poco appaiono alcuni visitatori. Un gruppo di polacchi è guidato da una giovane donna che viene a sedersi in parte a noi mentre i suoi clienti si godono la salita alla piramide: è di Bergamo, ormai da ventidue anni in Guatemala. Possiede un hotel-ristorante nel paesino che sorge vicino alle rovine e spesso arrotonda i guadagni facendo la guida turistica. Conosce molto bene le piante della giungla e non ci lasciamo perdere l’occasione di apprendere nuove informazioni su questo bellissimo ecosistema.

Appena dopo mezzogiorno riprendiamo il nostro peregrinare alla scoperta del sito; senza una meta ben precisa, vaghiamo nella foresta facendoci guidare dall’istinto. Tra i vari sentieri percorsi, troviamo un lungo corridoio in discesa che conduce fino al lago. Giovanni non può esimersi da fare il bagno e mi tocca aspettare un bel pezzo prima di vederlo riemergere dalle acque.

Alle 16.00 torniamo da Oscar, il nostro caro tassista, un guatemalteco dall’aria gioviale e dai modi educati (forse un po’ troppo per due tipi come noi… vuole perfino aprirci la portiera della macchina). Porto via un buonissimo ricordo da Yaxhá, un ricordo di due girovaghi a spasso tra rovine immerse nella foresta.

Appena tornati a Flores conosciamo due ragazze di Vicenza (Martina e Alessandra) in viaggio da sole tra Messico e Guatemala (entrambe carine e simpatiche… Zec le ha notate ad un miglio di distanza e si è buttato a pesce per conoscerle). Andiamo a mangiare insieme e ci godiamo la serata tra racconti di viaggio e brevi flash della nostra vita. Hanno appena diciassette giorni di vacanza e stanno correndo come “pazze” per l’America Centrale, con l’intento di spremere fino all’ultimo ogni minimo istante del viaggio. Sono simpaticamente schizzinose (es. si lavavano i denti con l’acqua in bottiglia), ma amano apertamente l’avventura, componente indispensabile in un simile viaggio. Ci lasciamo sul tardi con la promessa di rivederci per una cena a Padova: vista la vicinanza, è difficile che sia una promessa vana (con Martina si è creata nel tempo una magica amicizia… questo diario di viaggio è dedicato un po’ anche a lei).

Giovedì 30 gennaio - Il tempo peggiora

Il cielo è completamente coperto e la minaccia di pioggia incombe. La corriera parte alle dieci, quindi prendiamo i preparativi con una certa calma. Dopo un breve salto all’internet café (6 qtz per 30 minuti), ci dirigiamo tranquilli a Sant’Elena, la città gemella di Flores e sua perfetta antitesi: una è pulita, ordinata e carina, l’altra è sporca, inquinata, confusionaria e tutt’altro che piacevole; Flores può non piacere perché è piena di turisti e tutto è fatto per loro, ma il suo fascino è innegabile.

Le corriere partono tutte da Sant’Elena ed anche i soldi è possibile ritirarli solo lì, quindi un salto al di là del ponte bisogna pur farlo. Partiamo per Rio Dulce su una corriera in discrete condizioni (secondo i parametri guatemaltechi… alcuni finestrini sono squarciati) e in compagnia di una ragazza basca che abbiamo conosciuto appena arrivati a Flores e che ha deciso di recarsi a Livingston seguendo un nostro suggerimento. Ainhoe è una tipa simpaticamente fuori di testa, con una parlata molto rapida praticamente incomprensibile; è in viaggio da sola e rimarrà in Guatemala per circa un mese.

Il viaggio verso sud si trascina noioso mentre il cielo si fa sempre più cupo. Il Petén antropizzato è un continuo susseguirsi di colli privi d’alberi, capanne dai tetti di lamiera, cimiteri coloratissimi e vacche magre che pascolano stanche… quanto mi sembra lontana la foresta pluviale. Arriviamo a Rio Dulce in perfetto orario ed è appena piovuto. Le strade, di per sé già sporchissime, puzzano di marcio e gasolio. La seconda visita al paese è ancora peggiore della prima. Voglio andarmene subito. Guardo negli occhi le persone che, tranquille, vivono in questo “merdaio” e non riesco a capire come facciano. Non posso spiegare tutto con la povertà o con la guerra civile appena conclusa, non posso comprendere come si possa vivere tra lattine schiacciate di coca-cola, rimasugli di banane, arance e quant’altro di commestibile, sacchetti di patatine ed altra varia immondizia occidentale, con una melma grigiastra che ti rende ogni passo più incerto, un continuo fetore di cose andate a male e lo scarico delle automobili che ti rende affannoso il respiro e ti appanna la vista.

Ad un tratto provo rancore verso tutte quelle persone e non riesco a scacciarlo se non chiudendo la mente ed aspettando la corriera per El Estor come un automa (non è facile spiegare la sensazione di quel momento. Non so se la mia reazione è giustificabile o meno… sono un “ricco” europeo viziato dal benessere che ha tutta la giornata per cercare di dare un senso alla parola “dignità”, e spesso non ci riesce; forse dovrei provare a vivere veramente il loro mondo prima di giudicarlo, invece di farlo dopo averlo appena sfiorato con lo sguardo superficiale di un turista con il paraocchi. Ci sono un mucchio di “forse”, di “ma” e di “perché” in tutto questo bel discorso, che in se non conclude un bel nulla… quello che rimane è quella sensazione di rancore, conseguenza di un’offesa che mi sono sentito di subire: se posso anche fregarmene del malsano modo in cui hanno deciso di vivere, cosa che comunque non riesco a fare, non posso assolutamente accettare la trasformazione di una natura bellissima in una discarica a cielo aperto per l’assoluta mancanza di sensibilità ambientale; non posso accettare che i “nostri” errori non siano serviti a nulla, che i danni perpetrati all’Europa dalla rivoluzione industriale in poi vengano ripercorsi di pari passo in altre parti del mondo, e con un potenziale distruttivo enormemente più grande. Non ce la faccio).

Mentre aspettiamo ricomincia a piovere, una pioggerella leggera ma insistente. Da lì a poco facciamo la conoscenza di due novelli sposi di Messina. Lei è esasperata dal Guatemala e dal suo clima: non vede il sole da parecchio e, per una siciliana che non ha mai abbandonato l’Isola, questo è un vero dramma. Lui la sta prendendo un po’ più con filosofia, ma nemmeno lui è soddisfatto di come stanno andando le cose.

Il viaggio verso El Estor è un continuo sobbalzo ed è infastidito dai perpetui lamenti della siciliana. Quando i due scendono alla Finca Paraiso, io e Zec ci scambiamo uno sguardo d’intesa ed esultiamo dalla gioia. Ai lati della strada si alternano estesi bananeti e prati alberati che mi ricordano, vista anche la bruma che li rende eterei, la campagna inglese (se non fosse per qualche palma persa qua e là). El Estor non pare offrire nulla di speciale: quattro strade sconnesse e luride, con la solita miriade di persone intente a vendere qualcosa (tutti sono venditori qui in Guatemala… ma ci sarà qualcuno che compra?). Il lago è grigio e sporco come le strade, mentre le montagne sono asserragliate da vaste nubi plumbee. Prendiamo una stanza orribile, mangiamo male ed andiamo a dormire che il sole è tramontato da poco. Piccolo attimo di depressione.