Nella terra dei maya

Dal 17 gennaio al 14 febbraio 2003

di Carlo Camarotto

El Estor
Lanquin
Lanquin
Verso Semuc Champey
Semuc Champey
Semuc Champey
Villaggio montano

Tappa numero 5, Dal 31 gennaio al 5 febbraio 2003

Semuc Champey

Venerdì 31 gennaio - Gaëlle

Dormiamo fino a tardi, anche perché il cielo non offre ancora nulla di buono. Cambiamo albergo (bagno migliore e prezzo più basso) e ci dirigiamo a piedi verso le montagne. El Estor ci pare deprimente come il giorno precedente e non capisco come la mia guida in inglese la possa classificare come il miglior sito del Guatemala. La camminata su per il sentiero ci rinvigorisce gli animi ed è un sollievo abbandonare le malsane strade del centro.

Poco sopra il paese hanno costruito una grossa croce di cemento armato. Da lì è possibile godere di una buona vista su tutto il villaggio, che sembra scomparire tra la vegetazione, del lago e della foce del Rio Polachic. Il paesaggio è bello, anche se la continua mancanza di un qualsivoglia raggio di sole attenua di molto la meraviglia. Ci inerpichiamo ancora un po’ su per la montagna ed incontriamo, nel nostro peregrinare, un boscaiolo che trascina faticosamente a valle dei tronchi d’albero e i soliti bambini con il machete. Ritorniamo in paese che il pomeriggio è appena iniziato.

Mentre passeggiamo nei dintorni del molo, incontriamo una ragazza francese dagli occhi chiarissimi: Gaëlle è in giro da sola per il Centro America da oltre un mese, ed ha la ferrea intenzione di rimanerci fino a maggio. Conosce lo spagnolo solo poco meglio di noi, ma parla correttamente francese, tedesco (nata in Germania e vissuta lì per oltre 13 anni), inglese (padre inglese… doppia cittadinanza) e russo (voluto imparare fin da piccola perché “L’Unione Sovietica era un paese così grande!!”); “spiaccica” anche qualche parola in italiano e non possiamo che intenderci a meraviglia. Chiacchieriamo amabilmente per un’ora, seduti sulle panchine antistanti il piccolo molo, e poi ci accordiamo di cenare insieme.

Tornati all’hotel, facciamo la conoscenza di una coppia di backpackers che soggiorna poche stanza a lato della nostra. Lei è argentina e lui tedesco, entrambi residenti a Berlino. Lui ha appena finito di girare un filmato in Messico, premio di un qualche concorso cinematografico tedesco, ed ora vuole godersi il Centro America almeno fino ad aprile. Rimaniamo a chiacchierare con la ragazza sulla terrazza dell’hotel, con decine di lenzuola appese ad asciugare che ci fanno da particolare coreografia. Eleonora è una ragazza mora, decisamente formosa, con tre-quattro piercing sul viso ed un sorriso naturale e sincero. Viaggiatrice nata, parla correttamente l’italiano, lo spagnolo (ovvio… sua lingua madre), il tedesco, il portoghese e l’inglese. Persona sempre alla ricerca di nuove emozioni ed avventure, possiede una sana curiosità ed una forte voglia di conoscere tutti gli aspetti delle varie culture del mondo.

Intorno alle sette Gaëlle torna a trovarci e si inserisce amabilmente nella conversazione: da un lato io e Joe, dall’altro queste due poliglotte che hanno visto il mondo il quadruplo di noi. Pur essendo molto diverse nell’aspetto, hanno veramente molti punti in comune: tra questi, il fatto che entrambe non hanno un posto che possano chiamare “casa”.

Alle otto andiamo a cenare con Gaëlle in un ristorante pulito e con due padroni sempre sorridenti: ci propinano musica americana, evidentemente in nostro onore. Fuori la città è buia e non offre nulla di attraente. Parlando dei nostri viaggi e delle future mete, convinciamo Gaëlle a venire con noi fino a Coban e di proseguire poi fino a Lanquin. Ci salutiamo intorno alle dieci con appuntamento l’indomani all’alba: la corriera partirà alle cinque.

Tornati all’hotel ritroviamo Eleonora un po’ indispettita perché il suo ragazzo si è addormentato alle sette e non c’è modo di riportarlo alla realtà: ha una gran voglia di parlare con qualcuno. Continuiamo a chiacchierare sottovoce, ascoltando con piacere la sua strana parlata italiana ed ammirando la sua originale visione del mondo. Quando andiamo a dormire, la mezzanotte è già passata da un po’ ed abbiamo davanti veramente poche ore di sonno.

Sabato 1 febbraio - 160 km in otto ore

Fuori pioviggina ed una bruma novembrina ti gela le ossa. Mi sveglio rincoglionito e continuo ad esserlo mentre aspettiamo il bus per Coban. C’è più gente in giro a quest’ora che alle dieci di sera; molti vanno a lavorare, alcuni hanno dormito per strada.

Il bus è abbastanza pieno, ma troviamo tranquillamente posto nelle retrovie, attaccati ai nostri zaini (che si lorderanno come non mai perché c’è sporco ovunque). La strada per Coban è pessima, un inferno di buche, pozzanghere e sassi. Immaginatevi sette ore e mezza di tagadà con più una puzza perenne di gasolio (probabilmente il tubo di scappamento sputava il suo maleodorante fumo direttamente dentro l’abitacolo) e i multicolori odori degli uomini (che non si lavano… mi ci metto dentro pure io). Riesco a sonnecchiare per il primo tratto, ma il viaggio è veramente massacrante. Il mio stomaco arriva a Coban in subbuglio ed una piccola punta di nausea fa capolino oltre il naso.

Coban è una città un po’ più occidentalizzata delle ultime visitate e l’odore di smog è disgustoso. Ogni macchina emette uno scarico denso che staziona immoto nell’aria priva di vento ed altrettanto densa per l’umidità elevatissima. Le strade sono sporche e percorse da una miriade di persone che si agitano irrequiete tra uno stormo di venditori ambulanti. Troviamo da dormire in un hotel sulla strada principale e prendiamo una stanza tripla.

Gaëlle è una tipa molto attiva, piena di energie e voglia di fare. Ci convince a partire subito per il “Vivero Verapaz” (meta scelta da noi forestali), un vivaio famoso nel mondo per la sua splendida collezione di orchidee. Ci arriviamo con un taxi e ci mettiamo poco più di un’ora per visitarlo tutto. Alcuni fiori sono veramente favolosi, tra cui la “Monja blanca” (fiore nazionale del Guatemala) e l’Orchidea nera (fiore nazionale del Belize).

Tornati in centro riprendiamo a respirare smog. Non ne posso proprio più, così convinco i due compari a ripararci al Café El Tirol, un piccolo locale dall’atmosfera rilassata e tipicamente europea. Ordiniamo la cioccolata, che è molto zuccherata e dal forte sapore di cannella (una via di mezzo tra la cioccolata europea e quella tradizionale maya), e rimaniamo lì fino alle sette ascoltando musica classica, scelta da Gaëlle, e scrivendo cartoline.

Per cena optiamo per un pollo alla plancha condito con l’immancabile birra. Quando ormai la serata sembra volgere al termine e la stanchezza comincia a farsi sentire, Gaëlle non si da per vinta e ci trascina in un locale dove fanno musica dal vivo e si può ballare. A parte il tipo di musica, il locale potrebbe essere tranquillamente a Padova, pieno zeppo di bei giovanotti con il cellulare attaccato alla cinta dei pantaloni e le ragazze provocanti vestite all’ultima moda… degli indios, nemmeno l’ombra. Gaëlle balla per un po’ con un guatemalteco paffuto, io e Joe sorseggiamo con parsimonia l’unica birra che possiamo permetterci e rimaniamo a guardare le ragazze ballare. Poco dopo l’una alziamo definitivamente bandiera bianca e andiamo a dormire.

Domenica 2 febbraio - Il Signore dei pipistrelli

Gaëlle si sveglia per prima e rimane a letto a leggere un libro; Joe continua a dormire fino a tardi. Fuori ci sono i primi sprazzi di sole. Abbiamo quasi tutta la mattina per goderci ancora qualcosa di Coban e optiamo per la salita al “Calvario”, una chiesa posta al termine di una lunga scalinata da cui è possibile godere di una vasta visione della città. La salita è abbastanza stancante ed il nome della chiesa risulta azzeccato. Scesi da lì, ci ributtiamo in centro per mangiare qualche tacos per colazione. Una venditrice ambulante, scoperta il giorno precedente, li fa veramente ottimi e la prendiamo praticamente d’assalto: provate quelli al guacamole (almeno credo fosse guacamole quella salsa verde).

Alle undici partiamo per Lanquin. Sulla corriera, come sempre affollatissima di gente, ci sono numerosi turisti, tutti di giovane età e con lo zaino in spalla. Il viaggio scorre rilassante, tra una vegetazione che pare più viva sotto i raggi del sole ed un’aria più pulita e fresca. Giungiamo a destinazione dopo due ore e mezza. Scesi dalla corriera dobbiamo sopportare il solito attacco dei procacciatori d’affari che vogliono convincerci a scegliere il El Retiro, un ostello posto appena fuori il paese in direzione di Cahabon. Tutti gli altri turisti si lasciano convincere, noi no. Sospinti da Gaëlle, optiamo per un alberghetto in centro: più che accettabile e dal prezzo lievemente più basso (solo 20 qtz a persona).

Senza aspettare un momento di troppo ci impossessiamo delle stanze e ci incamminiamo in direzione delle vicine grotte di Lanquin. Queste sono delle caverne che s’insinuano come una rete inesplorata d’arterie nel cuore più profondo della montagna; solo i primi cinquecento metri sono attrezzati e provvisti di luci, il resto è un mistero per tutti. Per entrare si pagano 20 qtz, cioè quanto il posto per dormire: non mi pare molto coerente. Siamo nei pressi dell’orario di chiusura e dobbiamo convincere l’omino all’entrata a prolungare di un po’ la sua permanenza allo sportello. L’interno è buio e scivoloso e le splendide concrezioni calcaree sono unte e imbrattate anche da qualche scritta… forse non vale la pena di spendere tutti i soldi che ti chiedono. La bellezza dell’ambiente all’esterno delle grotte vale invece totalmente la breve camminata. Un rio irruento sgorga dalla montagna ed è un fresco piacere nuotare nelle sue acque azzurre incorniciate dal verde leggero dei faggi.

Ma il vero spettacolo lo si gode al tramonto quando migliaia di pipistrelli escono dalle grotte come un nero fiume brulicante di vita, per perdersi nel velato cielo dell’imbrunire. L’accesso alle grotte è a quell’ora vietato ed un muretto di calcestruzzo e una robusta porta in ferro ci sbarrano la strada; un cartello porta scritto a grandi lettere che la multa per chi viola il divieto d’accesso è di qualche centinaio di qtz. Gaëlle è la prima a scavalcare il muretto, seguita subito da Joe che non può accettare che una ragazza faccia qualcosa d’ardito e lui no; io li seguo più tardi, convinto da Gaëlle. Le grotte sono buie come la pece ed è meglio non avanzare troppo oltre l’ingresso. Al buio non si ode nulla, solo il nostro respiro, ma appena si apre la luce della torcia ci si accorge di essere immersi in un fiume vivente: migliaia di pipistrelli ci volano addosso per evitarci solo all’ultimo istante con repentini cambi di direzione. La sensazione che si prova è di quelle uniche, indelebili.

Quando ormai la notte ha preso pieno possesso del cielo, decidiamo di tornare in paese sfruttando un passaggio in pick-up. Dopo cena, sempre sospinti da Gaëlle che non sembra mai finire l’energia, facciamo un giro per il paese, soffermandoci ad ascoltare un predicatore che parla invasato dell’amore che il nostro Signore ha per noi miseri uomini. Centinaia di persone lo ascoltano assorte e partecipano attive allo spettacolo, mentre una piccola band accompagna i canti sul palco. Poco prima di mezzanotte siamo tutti e tre a dormire.

Lunedì 3 febbraio - L’ottava meraviglia del mondo

Alle sette Gaëlle è già fuori dalla nostra camera e ci invita ad alzarci. Il cielo è privo di nubi: è un piacere continuare a sonnecchiare con la porta aperta, osservando lo stagliarsi delle montagne verdi contro il cielo azzurro. Prima di partire per Semuc Champey vaghiamo un po’ per il paese in cerca di qualcosa da mangiare: troviamo una panetteria dove ci procuriamo pane e biscotti per tutta la giornata. Il sole batte parecchio forte e c’è da scommetterci che a breve farà molto caldo.

Semuc Champey dista poco più di dieci chilometri e non ci mettiamo molto a decidere di farli a piedi. La strada parte già subito in salita e ci mette immediatamente alla prova. Lungo la via incontriamo molti indios, soprattutto donne e bambini, che scendono dalle montagne verso il paese per partecipare al mercato. Transitano veramente pochissime macchine, tipo una ogni mezz’ora, e non è difficile sentirsi completamente avvolti dalla magia di queste montagne. Salutiamo con energia tutte le persone che incontriamo e loro, un po’ sorpresi, ricambiano con ampi sorrisi.

Proprio nel mezzo della prima faticosa salita, veniamo superati da un pick-up con a bordo molti dei giovani turisti visti il giorno precedente. Il mezzo, messo a disposizione dall’ostello El Retiro, corre veloce verso la nostra stessa meta. Noi, però, siamo contenti della scelta di camminare perché, a parte il piccolo risparmio di soldi, assaporiamo al meglio l’ambiente ed osserviamo da una posizione privilegiata la vita degli abitanti del luogo. Al termine della prima salita si arriva ad una forcella protetta da due piccole chiese. Da lì si ridiscende rapidamente per circa mezz’ora. L’ultima ora di cammino (in tutto due ore e un quarto) è un continuo sali e scendi. Arrivo a Semuc Champey abbastanza provato, anche perché poco abituato a camminare… soprattutto sotto un sole cosi forte.

È un luogo veramente stupendo: incastonato in una valle molto scoscesa, quasi un canyon, un ponte naturale di roccia raccoglie l’acqua che scende dai rii laterali e forma una serie di cascate e piscine in cui si può nuotare; l’acqua varia dal verde smeraldo all’azzurro cristallino ed i riverberi del sole nell’acqua contribuiscono a rendere magico l’ambiente. Sotto il ponte, nascosto nelle viscere della terra, corre impetuoso il Rio Cahabon: è possibile vedere l’ingresso del tunnel dove il fiume si getta nelle profondità con tutto il suo ardore (il frastuono è impressionante).

Per sfuggire la massiccia presenza di turisti, posizionati quasi tutti nelle prime pozze, risaliamo il ponte fino al suo inizio. Lì passiamo la giornata a nuotare e prendere il sole: sono ore all’insegna del più completo rilassamento. Intorno alle due tutta Semuc Champey si svuota e rimaniamo solo noi tre a goderci questo stupendo spettacolo naturale. Il posto si riappropria della sua completa meraviglia e si dedica interamente ai nostri bisogni di pace ed armonia con la natura. Poco prima delle quattro decidiamo di intraprendere il viaggio di ritorno. Le iniziali salite si dimostrano da subito faticosissime e ci convinciamo ad accettare un passaggio nel qual caso qualcuno ce lo offrisse. Camminiamo per oltre mezz’ora quando un motore si ode alle nostre spalle. Gaëlle, che è rimasta un po’ indietro rispetto a noi, monta rapida sul pick-up, che invece tira dritto quando ci passa a lato. È così che, alla fine, io e Joe ce la facciamo tutta a piedi, comunque soddisfatti alla faccia della stanchezza. Durante il cammino tutti i bambini ci salutano divertiti e noi ricambiamo entusiasti in questo clima di sorpresa e novità. Arriviamo a Lanquin poco dopo le sei, quando ormai il sole ha ceduto il passo alle prime avvisaglie della notte.

Dopo una doccia caldissima andiamo a mangiare i soliti “huevos, frijoles y arroz” in un ristorantino appena oltre l’angolo dell’albergo. Gaëlle vuole dare inizio ad una serie di giochi d’intrattenimento tipo “capire l’andamento di una storia facendo domande a cui è possibile rispondere solo si o no” che ci conducono sui gradini della chiesa in centro al paese, sotto un cielo stellato tra i più belli che abbia mai visto. Verso le undici le stanche membra ci consigliano di andare a dormire e non abbiamo il coraggio di contraddirle.

Martedì 4 febbraio - Passeggiata tra i monti

Mi sveglio intorno alle otto e mi siedo nella veranda ad ammirare il cielo terso oltre le montagne. Gaëlle è sveglia da un pezzo e sta lavando un’enorme quantità di panni sporchi; Zec continua a dormire beato.

Verso le nove ci ritroviamo tutti in piedi davanti l’ingresso dell’hospedaje con la ferrea intenzioni di goderci una nuova giornata ricca di sole. Gaëlle coglie l’occasione per comprarsi un po’ da mangiare ed in poco tempo si sbaffa una decina di pomodorini ripieni di formaggio (ma quanto mangia questa ragazza?). Chiediamo in giro qualche consiglio per sfruttare al meglio il poco tempo a disposizione ed un giovane ci indica delle cascate a due ore di cammino in direzione di Cahabon. Il tipo è un fotografo colombiano che lavora ormai da anni in Guatemala e si dilunga a parlare con noi con evidente piacere: fornisce a Gaëlle tutta una serie di consigli su alcuni bei siti poco conosciuti dalle parti di Coban.

La giornata è davvero splendida ed un sole brillante vivacizza i colori che variano dal verde scuro del bosco al rosso della terra nuda, dall’azzurro intenso del fiume che scorre a fondo valle al verde chiaro dei prati. Seguiamo la strada ben segnata senza l’ombra di un mezzo a motore. Incrociamo solo molti braccianti che camminano instancabili con in mano l’inseparabile machete. Tutti si aprono in ampi sorrisi e sono ben lieti di fornirci indicazioni per raggiungere la meta prefissata.

Saliamo molto di quota e la stanchezza ereditata dal giorno precedente comincia a farsi sentire. Arranco più volte sotto il sole cocente e abbisogno di riposarmi troppo spesso per i miei gusti di ex-escursionista. Dopo oltre due ore di cammino arriviamo nei pressi di un piccolo villaggio di capanne (saranno cinque o sei in tutto). Una di queste è una tienda (una sorta di spaccio) e decidiamo di fermarci a bere qualcosa. Dalle capanne un gruppetto di bambini ci guarda incuriosito e qualcuno ci spia da dietro le pareti di canna di bambù. Anche i numerosi cani ci gironzolano intorno assaporando la novità di questi strani “pellebianca”.

Appena scesi dal villaggio, che è posizionato su un colle, ci imbattiamo in un torrente che poco a monte da vita a numerose cascatine. Giovanni decide di perlustrare la zona e trova un angolo dove è possibile nuotare e idromassaggiarsi sotto le rapide. La forza dell’acqua è impressionante e ci divertiamo un mondo a sfidarla. Dopo quasi due ore di sollazzo, con la pelle arrossata dall’impeto dell’acqua e qualche escoriazione di troppo procurataci contro le rocce, riprendiamo la via del ritorno, stanchi morti ma con una emozione in più negli occhi.

La camminata verso Lanquin è tranquilla ed il sole decide di darci tregua nascondendosi dietro una grande nuvola ad ovest. In paese attendiamo la sera chiacchierando con tre bambini davanti alla solita iglesia, poi doccia, cena e rapida preparazione degli zaini: l’indomani sveglia ben prima dell’alba.

Mercoledì 5 febbraio - È l’ora di salutarci

È da annotare che l’orologio di Giovanni ha smesso di vivere a Semuc Champey in seguito ad un bagno fuori programma; l’unico nostro legame con il tempo è dato dalla mia sveglia… quasi quasi la butto.

Alle quattro e mezza siamo svegli ed in breve ci ritroviamo tutti e tre ad aspettare la corriera sotto un cielo particolarmente stellato. Non siamo gli unici ed alcune tiendas sono già aperte. La corriera arriva in orario ed è già stracolma. Mentre Gaëlle riesce ad accaparrarsi un posto a sedere, io e Joe ci inventiamo nuove posizioni da contorsionisti sulla piattaforma metallica dietro il conducente (bollente perché proprio sopra il motore). Ad ogni fermata continuano a salire persone e ci manca veramente poco per stabilire un qualche guiness dei primati. Mi offro di tenere sulle ginocchia un bambino per sgravare la giovane madre di un peso: rimane tranquillo tra le mie braccia per oltre mezz’ora, poi rialza silenzioso le braccia per riavere sua madre. Ad un incrocio a metà strada per Coban, molta gente scende per cambiare corriera, così posso sedermi a lato di Gaëlle; Zec continua a soffrire imperterrito sul calorifero.

Arrivati a Coban, la ritroviamo inquinata e confusionaria come pochi giorni prima, un macello d’anime in movimento. Ci gettiamo subito sulle nostre tortillas al guacamole e perdiamo oltre un’ora per cambiare i travellers cheque. In questo modo perdiamo pure la prima corsa verso gli altopiani. Con il tempo che così ci avanza, andiamo a bere una birra al Café Tirol.

Piano piano si avvicina il momento della separazione, che avviene rapidamente davanti alle porte della corriera per Unspantan. Gaëlle sarebbe partita a breve verso l’Honduras, noi dritti verso ovest. Un veloce abbraccio, due baci affettuosi ed un’inevitabile tristezza, per quanto possibile ignorata. In bocca al lupo Gaëlle.

Il viaggio verso Unspantan si dimostra da subito un tormento. La corriera è piena zeppa e i cattivi odori si mescolano tra loro, esaltati dalla forte azione del sole. In parte a me siede un giovane guatemalteco dalla carnagione scura e le labbra molto sviluppate. Scambiamo qualche parola, lui con uno spagnolo strascicato praticamente incomprensibile, io con risposte a monosillabi. Provo nei sui confronti, e nei confronti di tante altre persone in quella corriera, una sensazione d’insofferenza molto forte. Non sopporto quando gettano incuranti dal finestrino le lattine appena consumate, i pacchetti di plastica, i residui del loro pasto; non sopporto come si ingozzano ingordi, lordandosi le mani ed il viso, e lordando il sedile in cui stanno mangiando; non sopporto la loro estrema maleducazione che gli fa dimenticare parole quali “permesso” e “scusa”. Non sopporto. Secondo momento di crisi e intolleranza.

Alle cinque del pomeriggio siamo ad Unspantan, paesino polveroso incastonato tra basse montagne verdi. Chiediamo in giro a che ora parte la prima corsa per Sacapulas e scopriamo che le alternative sono tutte comprese nelle prime cinque ore del mattino seguente. Ci fermiamo a guardare un gruppo di ragazzini giocare a calcio, il sole morente alle nostre spalle, e decidiamo di prendere una stanza d’albergo da sfruttare fino alle due (hotel Montana, 25 qtz per persona). In paese ci siamo solo noi ad avere la pelle più bianca di un pezzo di cuoio, ed è inevitabile sentirsi tutti gli occhi puntati addosso. Lasciati gli zaini in stanza, percorriamo un po’ a casaccio le strade del centro fino a trovare un posto dove cenare: praticamente una casa che, a differenza delle altre, tiene la porta aperta. Solito pasto a base di fagioli, riso, carne e tortillas di mais, poi dritti a dormire.