Nella terra dei maya

Dal 17 gennaio al 14 febbraio 2003

di Carlo Camarotto

In corriera
La corriera
Sauna maya
Los Cuchumatan
Nathalie e Sergio
Pietro
Chichicastenango

Tappa numero 6, Dal 6 al 9 febbraio 2003

Le alte montagne

Giovedì 6 febbraio - La sauna maya

La sveglia è meno traumatica del previsto, almeno per me. Giovanni si siede sul marciapiede aspettando la corriera, il cappuccio calato sugli occhi ed il capo chinato in avanti. Partiamo alle tre del mattino per un nuovo viaggio all’insegna degli scossoni e della scomodità. Le corriere sono i soliti vecchi scuolabus americani fatti su misura per bambini di dieci anni.

Appena scesi a Sacapulas dobbiamo correre veloci dall’altra parte del ponte per prendere la coincidenza per Huehue (Huehuetenango). È quasi vuota e nelle retrovia c’è una coppia di ragazzi tedeschi che aspettano tranquilli la partenza. Io e Joe occupiamo interamente gli ultimi due sedile e ci distendiamo per cercare di dormire un po’ più comodamente. La tregua non dura molto perché in poche fermate la corriera è ormai di nuovo piena e siamo tutti costretti a stiparci come sardine. Le strade non migliorano e si fanno sempre più polverose. La polvere penetra dai finestrini ed aleggia sopra ogni cosa: i capelli e le sopracciglia assumono una nota grigiastra.

Arriviamo a Huehue che non sono ancora le dieci, ma siamo in viaggio ormai da quasi sette ore. Il terminal delle corriere è un inferno di smog, suoni ed odori. Al suo fianco c’è un mercato che gli si differenzia solo per essere coperto. Dobbiamo aspettare un’ora e mezza e decido di passarla vagando tra le bancarelle di frutta e verdura, abbigliamento vario e medicinali.

La corsa per Todos los Santos è colma fino all’inverosimile. Io e Zec ce ne stiamo seduti vicini, avvinghiati con le unghie ai pochi centimetri quadrati di sedile che ci sono stati concessi. La corriera procede lentamente per le impervie salite, portandosi a quote che sfiorano i 3000 metri. Tutti sudiamo copiosamente per il caldo di questa giornata soleggiata e mi sento allo stremo delle forze: la lunghezza e il disagio del viaggio stanno piegando la mia forza di volontà. Prima di iniziare la discesa verso il paese, ci fermiamo per mangiare qualcosa a lato di una tienda sulla strada principale. Dentro la corriera la gente mangia, si lorda e lancia gli scarti del cibo dai finestrini, sotto i quali alcuni cani continuano il ciclo dello “sfasamento”… terzo attimo di intolleranza.

La discesa è ancora più lenta della salita perché la strada è in pessime condizioni ed i burroni che si aprono alla nostra sinistra sono davvero temibili. Arriviamo a Todos los Santos Cuchumatan dopo tre ore di pena: sono le tre del pomeriggio e siamo in viaggio da undici ore.

Nella corriera ci sono una decina di turisti e tra questi siamo i primi a raggiungere l’hospedaje Casa Familiar, certamente il più gettonato del luogo. All’hospedaje hanno una sauna maya e non possiamo lasciarcela sfuggire. Ci vogliono oltre tre ore per prepararla e fissiamo l’evento per le sei e mezza, convincendo anche alcuni altri ragazzi a provare questo ritrovato della tradizione guatemalteca: ovviamente siamo completamente ignari di cosa sia una sauna maya.

Decidiamo di spendere il pomeriggio rilassandoci nella piazza del paese, osservando la vita quotidiana che si svolge intorno a noi. Non si può non notare che sono tutti vestiti allo stesso modo: gli uomini con pantaloni a righe verticali rosse e bianche, con una camicia a righe di colore chiaro ma con inserti coloratissimi a sfondo rosso; le donne con gonne nere e camicette sgargianti a base blu. Solo in pochi non indossano il vestito tradizionale maya del paese. Molti ci guardano incuriositi e la sensazione di aver sempre gli occhi puntati addosso ce l’avrò per tutta la permanenza in paese.

Mentre ci rilassiamo sulle panchine della piccola piazzetta centrale facciamo la conoscenza di Teresa, una ragazza del Montana che coordina l’attività di una scuola di spagnolo lì a Todos los Santos. Ci invita a cenare alla scuola in cambio di un contributo di 15 qtz. Accettiamo solo dopo un po’ di indecisione.

Mentre c’apprestiamo a rientrare all’hospedaje, incrociamo una coppia di ragazzi che dormono poco stanze a lato della nostra. Il ragazzo si avvicina e ci chiede se siamo italiani: facciamo così la conoscenza di Sergio e Nathalie, due ragazzi di Zurigo (lui di chiara origine italiana e con un accento marchigiano abbastanza accentuato). Parliamo loro della cena e li convinciamo a venire con noi; loro invece ci convincono ad unirci l’indomani ad un’uscita organizzata da un’altra scuola di spagnolo, questa coordinata da una ragazza di Berna.

Salutati tutti, dritti di corsa verso la sauna. In un primo momento la struttura ci sembra un forno a legna per cuocere il pane… paura! La porta d’ingresso è piccola e bisogna chinarsi per entrare in un locale minuscolo e buio che odora di fumo. Sui lati sono disposte numerose bacinelle d’acqua e la pietra ardente sotto la quale luccicano le braci; sull’altro lato c’è una “comodissima” panca in legno sulla quale sedersi. Il fumo è arricchito con qualche essenza balsamica e penetra profondamente nei polmoni; è difficile tenere gli occhi aperti. Rimaniamo dentro per una ventina di minuti, con Joe che continua a gettare acqua sulla pietra incandescente per aumentare il calore e l’umidità della sauna. Al termine siamo grondanti di sudore e la pelle odora piacevolmente di affumicato. Subito una doccia ghiacciata e poi solo tanta voglia di stendersi sul letto e non pensare a nulla.

Alla otto andiamo alla scuola di Teresa, in compagnia di Sergio e Nathalie. Più tardi si unisce a noi anche Ainhoe, la ragazza basca che avevamo conosciuto a Flores e che aveva viaggiato con noi fino a Rio Dulce: nel pomeriggio era arrivata a Todos los Santos e ci aveva salutato sorpresa dal finestrino della corriera. Per cena siamo una decina di persone, tra cui vari americani, un inglese ed una cinese, tutti lì come studenti della scuola. La serata vola via piacevole tra chiacchiere e risate, immersa in un’atmosfera rilassata e conviviale.

Dopo cena ci trasferiamo nell’altra scuola dove un gruppo di ragazzi è riunito intorno al fuoco sotto un cielo carico di stelle. Un signore di mezza età suona il violino e canta alcune canzoni in inglese, gli altri mangiano a turno quelle spumiglie bianche che si cuociono come spiedini sulla fiamma, un autentico attentato terroristico ai denti. La serata è fresca (per non dire fredda) ma è piacevole starsene lì seduti ad osservare le fiamme danzare ed ammirare il frenetico luccichio delle stelle. Le persone parlano tra loro calme, quasi sottovoce, ed i pensieri corrono liberi e leggeri. Più tardi la stanchezza però si fa sentire (siamo in piedi dalle due) e lasciamo il gruppo per crollare sfiniti a letto.

Venerdì 7 febbraio - La Torre

Sveglia presto (non sono nemmeno le sei... sta cominciando a diventare una pessima abitudine) ed ancora assonnati ci dirigiamo, insieme a Sergio e Nathalie, alla scuola di Nicole, la ragazza di Berna che ci farà anche da guida. Il sole non è ancora sorto e l’aria mattutina è fredda. Io e Joe decidiamo di vestirci più leggeri di quanto l’immediata condensa del nostro fiato ci consigli, in previsione di una giornata soleggiata: dobbiamo solo sopportare il freddo fino al levar del sole.

Oltre a noi quattro, c’è una coppia di giovani americani (che purtroppo parla solo inglese), un’americana di Chicago di nome Paige (ha vissuto per otto mesi a Torino ed è innamorata dell’Italia), Manuel (un basco di Victoria, viaggiatore solitario incallito) ed un belga di mezz’età con la barbetta brizzolata e la macchina fotografica sempre a tracolla. Alle sei e mezza prendiamo una corriera di linea che ci porterà in alto sulle montagne, in direzione di Huehue. Il viaggio di mezz’ora mi riporta alla memoria i patemi dei giorni passati... non ne posso veramente più di tutto questo disagio.

Ad un grido di Nicole scendiamo rapidi per ritrovarci in prossimità di una tienda di legno posta solitaria a protezione di un valico polveroso. Il vento sferza il viso appena intiepidito dai primi raggi del sole e davanti agli occhi si parano montagne aride abbellite da pochi alberi bruni. Qualche muretto a secco delimita le proprietà e svariate pecore pascolano tra l’erba secca. Iniziamo a camminare su per una strada ciottolosa, di fianco a poche casette di legno e lamiera dai cui camini escono lente spirali di fumo. Incrociamo pecore, pini, agavi in fiore, steccati, pietre, cipressi ed un bambino che gioca con un aquilone. Il gruppo procede a rilento, tra chiacchiere e meritati riposi. Joe è sempre il primo e scalpita rapido su per le salite, meritandosi l’appellativo di cabron de montaña (coniato da Nicole). Io rimango spesso in compagnia di Paige, parlando delle mille sfaccettature dell’Italia che la entusiasmano.

La meta odierna è la cima di un colle chiamato “La Torre”, posto ad una quota di 3800 metri, da cui è possibile, in una giornata limpida, vedere sia il Messico sia i vulcani sopra il lago Atitlan. Ci arriviamo senza un apparente sforzo, anche se un’innaturale stordimento alle testa ci avverte dell’elevata altitudine. Il panorama si apre immenso ai nostri occhi ed una serie di vulcani increspa la linea dell’orizzonte, lievemente celato da un’eterea foschia. Mentre gli altri riposano sulla cima, io e Joe decidiamo di continuare a camminare lungo un pianoro che scende docile per poi risalire in una serie di colline più piccole. Alberi di pino s’intervallano ad arse radure erbose ed ovunque galleggiano sul terreno massi bianchi di roccia calcarea che riflettono i raggi del sole. Ci allontaniamo per una decina di minuti e poi ci adagiamo su uno spiazzo per riposare.

Dopo un paio d’ore siamo di ritorno ed in breve intraprendiamo la discesa, risultata alla fine veloce e per nulla faticosa. Joe parla a lungo con Manuel, scoprendo che è in viaggio da sei mesi in Centro America e che ha già fatto in passato un viaggio di un anno intero in Sud America. Manuel è un ragazzo poco più che trentenne, con i capelli ricci e mori, una barba appena accennata ed un piccolo piercing al naso; cammina volentieri e lo sguardo, mai stanco, vaga curioso tra il paesaggio e la gente che lo accompagna: un autentico viaggiatore-sognatore. Io rimango per lo più con Sergio e Nathalie, rafforzando la nostra intesa e la simpatia reciproca.

Arrivati sulla strada principale aspettiamo il primo carro per Todos los Santos e lo prendiamo letteralmente al volo. Ci piazziamo tra sacchi di alimenti, donne, uomini ed animali, tutti ben stipati nel retro aperto del carro. Giunti in paese, io e Joe decidiamo all’unanimità di buttarci a dormire. Al nostro risveglio il sole ha già smesso d’infondere calore ed un fastidioso venticello freddo soffia deciso giù dalle montagne. Mi piazzo a scrivere sulla veranda dell’hospedaje e faccio quattro chiacchiere con una ragazza bruna di Portland. Alle sette andiamo a mangiare con Sergio e Nathalie… il solito pasto di fagioli, riso e mais, questa volta con la novità (mica tanto) dell’uovo. Todos los Santos non sembra offrire più nulla e le scuole di Teresa e Nicole sono chiuse. Un buon motivo per andare a letto presto.

Sabato 8 febbraio - Allenamenti per le contrattazioni

Al risveglio fuori è ancora buio ed un freddo pungente ci accoglie all’uscita delle coperte (ho dormito con i calzetti… e non posso dire di aver dormito al caldo). L’ultima corriera per Huehue è segnalata alle sei e mezza e ad attenderla ci siamo noi, Sergio e Nathalie, Ainhoe, Nicole ed un americano di mezza età dalla barba molto folta. Dopo venti minuti d’attesa, Nicole preferisce incamminarsi lungo la strada con l’intenzione di prendere il primo passaggio verso le montagne. Noi siamo troppo carichi per seguirla e così non ci rimane che salutarla.

In breve Nicole viene sostituita nell’attesa da Teresa, anche lei decisa ad andare a Huehue per il fine settimana. Dopo un po’ di domande in giro, però, ci conferma quello che ormai temiamo: la corriera non passerà mai (imprevisti guatemaltechi).

Teresa e Ainhoe si prodigano per cercare un passaggio alternativo e lo trovano in un carro carico di caffé che ci porterà fino a Tres Caminos, il crocevia in alto sulle montagne dove inizia la strada asfaltata che porta poi dritto in discesa a Huehue. Sul mezzo ci sono una decina di guatemaltechi che bivaccano sonnolenti tra i sacchi e tra loro ci accomodiamo. Riesco ad accaparrarmi una posizione comoda, riparato anche dal vento freddo del mattino.

Ovviamente non può andare tutto liscio: il conduttore del carro si dimostra una persona grezza perché a metà strada si ferma e ci chiede il doppio dei soldi di un normale passaggio (che dovrebbe essere di 5 qtz), pena la discesa immediata dal carro. Teresa si dimostra indignata, ma le sue parole non sortiscono nessun effetto… non ci rimane che contrattare per giungere ad un prezzo di 8 qtz a testa. Giunti a Tres Caminos, vi troviamo fermo un piccolo minibus che porta giù a Huehue. Lasciamo impalato il conduttore antipatico che pretende ancora soldi e montiamo rapidi sul minibus.

Il terminale delle corriere di Huehuetenango è un insieme di scuolabus e comedor puzzolenti che coesistono in perfetta armonia: come si può conciliare il cibo allo smog dei tubi di scarico lo sanno solo loro. Sergio e Nathalie vengono con noi fino a Panajachel e sulla corriera troviamo anche Manuel, che però è diretto a Chichicastenango. Per la prima volta dopo molti giorni, il viaggio è tutto su strada asfaltata, poco movimentato, sebbene il conducente ce la metta tutta per battere il record mondiale di velocità sulle strade degli altopiani. Da Huehue a Panajachel dobbiamo cambiare la corriera due volte, a Los Encuentros, il crocevia dove si dividono le strade per Chichicastenango e Antigua, e a Solola. Giunti a destinazione è ormai pomeriggio avanzato ed un po’ di stanchezza l’abbiamo accumulata anche oggi.

Il lago di Atitlan splende come un diamante illuminato dal sole, incastonato tra tre vulcani poderosi e pendii scoscesi di roccia bruna ed erba secca. Panajachel sorge in corrispondenza di un canalone che dalle rive del lago s’inerpica audace verso nord. È un cittadina turistica, percorsa da numerosi “bianchi” che camminano avanti ed indietro lungo Calle Santander in cerca di buoni acquisti, birra ed internet. La strada è un acciottolato assolato cinto da negozi, ambulanti, bar e ristoranti, una buona arena per il turista pieno di soldi che cerca di combattere la noia.

Scendiamo dalla corriera e ci affidiamo alla guida di Sergio che raccomanda vivamente un hospedaje poco distante dalla calle principale. Il posto è effettivamente carino, lontano dal vociare fastidioso dell’area più frequentata del paese; ci si accede attraverso un corridoio di una ventina di metri, tra muri di calcestruzzo ed aie invase da galline, e ci si ritrova in un cortile su cui vigila la proprietaria (o qualcuno della sua famiglia) che ti accoglie sempre con un aperto e cordiale sorriso. La casa è su due piani, ma i lavori continuano febbrili sul tetto; le camere sono belle, luminose e pulite, ed è piacevole sostare nel porticato seduto su una delle numerose sedie che lo adornano (Hospedaje Sanchez… lo raccomando).

Ci sistemiamo e decidiamo all’unisono di andare a vedere il lago. Il sole sta tramontando oltre il vulcano San Pedro e i riverberi sull’acqua accecano lo sguardo. Gli altri vulcani (Atitlan e Toliman) si stagliano nitidi all’orizzonte ed incutono timore con la loro mole. L’acqua è calma ed alcune persone fanno il bagno nell’area antistante la piccola spiaggia, delimitata da una serie di boe gialle. Mentre siamo seduti sul muretto che delimita la spiaggia, ci si avvicina un’anziana indigena con lo scopo di venderci qualche mercanzia. Nel gruppetto sceglie me come possibile acquirente, valutando che starei benissimo con una sciarpa multicolore che casualmente lei tiene tra le mani. Da lì inizia un siparietto di una decina di minuti che assume a tratti contorni comici: io che le restituisco la sciarpa dicendole che non mi interessa e lei che continua con insistenza a rigettarmela addosso; sono costretto, dopo poco, a scappare per non vedermi restituita una sciarpa che non voglio, e la vecchietta sempre dietro che non demorde; i miei tre amici che se la spassano tra grasse risate e non muovono un dito per aiutarmi. Alla fine la sciarpa cade in terra, lanciata da un maldestro Giovanni, e la vecchietta si risente con me perché si è un po’ sporcata di terra e foglie secche: vuole almeno 5 qtz per il grosso disturbo che le abbiamo dato… non avendo ancora imparato come si manda a quel paese in spagnolo, lo faccio in italiano.

Tornati sulla strada principale, che in prossimità delle rive del lago è riccamente cinta di banchi di prodotti artigianali, tentiamo le prime contrattazioni, tanto per assaggiarne l’atmosfera. Il primo prezzo che ti propongono è sempre spropositato, due o più volte maggiore di quello che in realtà è il loro obiettivo; se paghi, come fanno la maggior parte degli americani, gongolano felici per aver nuovamente fregato un gringo, se sbuffi insofferente ti chiedono di dire quanto sei disposto a pagare. Questo è un punto molto importante, perché non bisogna avere remore nel sparare una cifra molto più bassa di quello che sei disposto in realtà a pagare. Dai due prezzi prende vita la contrattazione, normalmente dura ma, visti anche i soldi realmente in ballo (se riferiti agli standard europei), anche assai divertente. Indicativamente a Panajachel si possono ottenere oggetti per la metà del valore da loro inizialmente richiesto.

Mentre la luce naturale del sole va velocemente a morire, sostituita dalla tremolante luce dei lampioni e delle insegne luminose, facciamo decidere a Nathalie il ristorante in cui mangiare. Opta per il Ranchon Tipico, un locale carino e dall’atmosfera rilassata in Calle Santander; la qualità del cibo non è però delle migliori. La compagnia dei due svizzeri è sempre più piacevole, tra le risate schioccanti di Sergio, di esuberanza tipicamente italiana, e le battute intelligenti e spiritose di Nathalie. Che bello averli incontrati.

Domenica 9 febbraio - Malessere diffuso

Zec si alza nel cuore della notte per andare in bagno e mi sveglia; poco più tardi inizia a rovistare nello zaino e mi sveglia per la seconda volta. Lo avverto che l’indomani mi lamenterò con la direzione per l’eccessiva rumorosità della pensione. Purtroppo Joe sta davvero male… intossicazione alimentare. Dopo qualche lieve scarica di diarrea, lo coglie una nausea via via crescente. Al sorgere del sole è appena avvolto da un malessere generale, ma nel giro di un paio d’ore si ritrova ridotto come un cencio da buttare. Nemmeno io e Sergio siamo in forma ed entrambi sentiamo lo stomaco un po’ sotto sopra, una piccola nausea diffusa; Nathalie invece sta bene.

L’intossicazione riduce Giovanni ad uno stadio larvale, inchiodandolo al letto ed impedendogli l’assunzione di qualsiasi alimento (riesce perfino a rigettare l’acqua). Dobbiamo partire per Chichicastenango senza di lui; io tornerò in serata, i due svizzeri si fermeranno lì per qualche giorno.

Il mercato di Chichi non mi sembra nulla di particolare, forse troppo nascosto tra teli neri e assi di legno, claustrofobico. Non è affollato ed è spesso facile camminare tra i corridoi scuri creati tra le bancarelle, ma è appunto la luce del sole a mancare, a ridare il colore alle cose. Le bancarelle poi sono quasi tutte uguali ed offrono gli stessi oggetti, una varietà millesimale. Il più piccolo mercato di Panajachel mi sembra offrire di più (rileggendo quanto scritto, aggiungo che lo strano malessere che provavo può aver contribuito a gettare un velo di grigiore sulla mia esperienza a Chichi… mi piacerebbe un giorno tornarci per osservare il tutto con occhi non provati).

Vaghiamo per tutto il pomeriggio, con Sergio e Nathalie che mi seguono passo dopo passo ed attendono pazienti che porti a termine tutte le contrattazioni. Una bella giornata d’acquisti terminata con la trattativa per portare a casa tre coperte di lana, splendidamente colorate e grandi abbastanza da ricoprire un letto matrimoniale (riesco ad arrivare a 130 qtz l’una, da una partenza di 350; alla mattina un tipo mi aveva sparato 600 qtz). Poco prima di chiudere vittorioso la trattazione, Nathalie mi saluta con un abbraccio. Deve tornare veloce all’ostello, anche lei preda di un forte malessere. Sergio mi rimane a fianco fino alla stazione delle corriere. Ci salutiamo dandoci appuntamento tra qualche giorno ad Antigua.

Il viaggio verso Panajachel è un vero inferno: la nausea, fin lì sopita, si impadronisce del mio corpo ed una forte stanchezza mi ottenebra la testa. Fino a Los Encuentros devo rimanere in piedi tra un centinaio di donne e bambini, cercando un equilibrio sempre più sfuggente; sulla seconda corriera mi approprio di un posto a sedere e riesco perfino a dormire: al risveglio il mondo mi pare decisamente migliore. Sull’ultima corriera conosco due sorelle di Brescia (Marcella e Cinzia) che viaggiano in compagnia di un siciliano dai capelli e la barba color bianco candido di nome Pietro, un personaggio tutto da raccontare. Cinquantatré anni portati malissimo (ne dimostra minimo settanta), barba lunga, viso abbronzatissimo, corpo magro e minuto, aspetto decisamente da guru indiano; uomo perennemente in viaggio, ha trascorso molti anni della sua vita in India, acquisendone alla fine perfino l’aspetto; decisamente logorroico, è in grado di stordirti con i racconti delle sue avventure. È in viaggio per il Centro America per circa sei mesi, poi tornerà in Italia per fare la stagione a Taormina come venditore ambulante.

Cinzia e Marcella lo hanno conosciuto sulla corriera dal Messico e gli si sono unite. Loro sono in viaggio per un mese e mezzo, un’autentica vacanza (un sollievo dopo aver conosciuto solo viaggiatori in giro per mesi).

Consiglio loro l’hospedaje Sanchez e così mi seguono fino da Joe. Lo ritrovo cotto, piegato ed indebolito sotto le coperte. Io non sono ridotto molto meglio e crollo sul letto senza nemmeno la forza di svestirmi. Più tardi riesco a farmi una doccia, ma già alle nove sono a dormire.