Nella terra dei maya

Dal 17 gennaio al 14 febbraio 2003

di Carlo Camarotto

Vulcano San Pedro
Pedro
La Mercede
Palacio de los Capitanes
Antigua
Feliciana
Pasto del giorno

Tappa numero 7, Dal 10 al 14 febbraio 2003

Antigua

Lunedì 10 febbraio - Stanchezza indicibile

Al risveglio percepiamo entrambi qualche energia in più. Vista dal letto, la giornata sembra serena ed ariosa. Un cielo senza nuvole splende oltre la finestra e la nausea del giorno prima pare solo un pallido ricordo. Appena in piedi, però, ci accorgiamo che il malessere ha ceduto il passo ad una stanchezza innaturale. Entrambi arranchiamo ad ogni passo, costretti a camminare il più lentamente possibile. Lo stomaco non ne vuole sapere di aprirsi e continua ad affermare di essere scombussolato: già dopo poco cibo ricomincia, irritato, a dare segnali di sofferenza. Guardandoci negli occhi comprendiamo che non possiamo scalare il vulcano San Pedro in quelle condizioni: dobbiamo assolutamente recuperare le forze con una giornata di riposo.

La mattinata si trascina a ritmo lentissimo tra le bancarelle di artigianato e poi giù sulla spiaggia, dove Joe si fa una bella dormita e io scrivo pacifico l’ultima decina di cartoline. Verso le tre torniamo all’hospedaje perché siamo stanchi morti (mamma mia, che male che siamo ridotti) e ci spariamo una dormita di un paio d’ore. Al risveglio decido d’assaporare l’aria della sera seduto su una delle tante sedie del porticato; Joe rimane a leggere a letto. Poco dopo viene a farmi compagnia Pietro e chiacchieriamo (a dire il vero parla solo lui) per quasi tre ore. Mi racconta molto della sua vita e delle sue avventure, da autentico viandante del mondo… che personaggio.

Quando stiamo per andare a cena, rientrano Cinzia e Marcella e le convinciamo a seguirci. Più tardi al ristorante si unisce al gruppo anche Pietro. Nasce così una serata tranquilla, passata a conversare. Rientrati in stanza, appena toccato il letto, siamo già addormentati… che stanchezza!

Martedì 11 febbraio - La prima sconfitta di Joe

Che vigore antelucano. Ci guardiamo negli occhi e l’accordo per scalare il vulcano San Pedro è cosa fatta. Mi sento proprio bene e la stanchezza del giorno prima sembra svanita nel nulla. Rapidamente prepariamo gli zaini, che poi lasciamo in custodia alla padrona dell’hospedaje, salutiamo Pietro e le due bresciane e partiamo con una lancia per l’altra lato del lago.

Il passaggio è veloce e tranquillo, anche se al centro del lago le onde alzate dal vento si fanno comunque rispettare. Appena scesi dalla barca veniamo avvicinati da un giovane sui venticinque anni, subito a proporci una guida per la cima del vulcano: inizialmente ci propone 75 qtz a persona, ma riusciamo a strappare 80 qtz per tutti e due (ormai sappiamo contrattare). La nostra guida non sarà il ventenne, ma suo fratello minore Pedro, un ragazzino di nemmeno 12 anni dal viso sorridente e lo sguardo scaltro.

Gli diciamo che abbiamo fretta e che al massimo alle due dobbiamo prendere la lancia per tornare a Panajachel; lui scatta rapido su per le dure salite di San Pedro la Laguna e ci stacca già dopo i primi metri. Giovanni capisce che sarà una giornata molto dura: non sente proprio le gambe e dubita di farcela. Pedro ci abbandona poco dopo per fare una capatina a casa, dove raccoglie uno zainetto ed un piccolo machete. Si pone subito alla testa del gruppo e ci impone un ritmo da scalatori professionisti, veloce come una lepre su per le salite che ci imperlano la fronte di sudore e ci induriscono i muscoli delle gambe. Non passano che pochi minuti ed abbiamo già entrambi il fiatone.

Appena fuori dal paese, s’iniziano a percorrere pendii aridi dove vengono coltivati il mais ed il caffé. Il sentiero è ben disegnato e s’inerpica dritto verso l’alto insinuandosi tra la terra polverosa ed i forti raggi del sole (questi guatemaltechi evidentemente non conoscono l’idea di tornante). Ad un tratto Joe alza bandiera bianca: non ce la fa più ed è sul punto di svenire dalla sforzo. Il viso è paonazzo e gli occhi vacui… sta proprio male. Gli lascio un po’ d’acqua e gli prometto di ritornare entro tre ore (quella cima non ci sconfiggerà entrambi). Pedro appare preoccupato per la nostra scarsa forma fisica, ma ciò non gli impedisce di continuare a macinare chilometri con il suo passo rapido e leggero. Stento a stargli dietro e più volte gli chiedo di fermarsi per lasciarmi scattare qualche bella fotografia, ma in realtà cerco solo secondi preziosi per riposarmi (l’orgoglio alle volte è proprio una brutta bestia).

Il paesaggio è comunque molto bello: lì dall’alto è possibile ammirare buona parte del lago, che risplende di un azzurro intenso, ed i paesi che sono sorti al suo cospetto. Da metà strada in poi, alle coltivazioni succede un bosco fitto di alberi maestosi e rampicanti. Il sottobosco è ricco ed intricato, e rende praticamente impossibile uscire dal sentiero. La vegetazione ci protegge dai raggi del sole, ma la salita si fa sempre più ripida e dura. Le gambe cominciano a farmi male ed il cuore mi batte all’impazzata. Mi costringo a pensare ad altro ed arranco assente dietro i piedi di Pedro. Più volte dubito di farcela e mi chiedo perché mi imbarco sempre in queste sfacchinate masochiste. Ma per orgoglio non mollo: nessuna montagna mi ha mai sconfitto.

Quando arrivo sulla cima sono esausto (in tutto tre ore di scalata), ma la mia gioia è estrema. Dall’alto (3150 metri, il lago è a 1500) si può ammirare tutto il lago e i due vulcani (Atitlan e Toliman) che sorgono dirimpetto al San Pedro. Sotto, molto in basso, sorge Santiago Atitlan, il paese più grande della porzione sud del lago. Non rimaniamo molto sulla cima perché il tempo stringe e dobbiamo raccogliere Joe lungo il sentiero. Pedro mi chiede se deve correre e gli do via libera. Prendiamo tutta la prima parte della discesa correndo: le gambe sono stanche, ma reggo il passo. Dopo mezz’ora, però, comincio a perdere lucidità e inizio a scivolare sempre più spesso. Le gambe non rispondono più ai comandi ed i piedi mi fanno un male bestia. Dopo un’ora ho le prime avvisaglie di crampi e due enormi vesciche sotto i piedi mi dichiarano guerra. Quando incrociamo Joe sono allo stremo delle forze e non sogno altro che una doccia calda ed un buon letto. Il mio amico lo ritrovo invece tranquillo e riposato. Arriviamo al molo giusto in tempo per prendere la lancia dell’una e mezza e salutiamo San Pedro dopo cinque ore di fatiche indicibili.

Di nuovo a Panajachel, Giovanni decide di farsi un bel bagno rigenerante nel lago; io invece sono ricoperto di polvere dalla testa ai piedi e non chiedo di meglio di una doccia calda. Alle tre siamo pronti a partire per Antigua con l’ultima corriera disponibile (una di classe lievemente superiore a quelle a cui siamo abituati, ma, visto come sono ridotto, non so se potrei sopportare la normale scomodità di una corriera di linea). Joe vorrebbe dormire, ma sono talmente stanco che non riesco a non parlare (paradossale, ma è così) e lo tengo sveglio per tutto il viaggio.

Arriviamo ad Antigua che sono da poco passate le sei. Il terminale è, come sempre, un agglomerato confusionario e puzzolente di veicoli a motore multicolori, per niente rappresentativo della bella cittadina a cui appartiene. Troviamo da dormire in un posto piuttosto caro (la doppia a 70 qtz), ma nessuno dei due ha la voglia, o la forza, di camminare alla ricerca di un posto più economico. Sono veramente a pezzi, le forze ridotte al minimo; i muscoli delle gambe mi fanno male e faccio fatica a camminare a causa delle enormi vesciche che ho sotto i piedi… maledetto vulcano. Alle sette ci rechiamo all’appuntamento con Sergio e Nathalie, davanti alla Cattedrale nel Parque Central. Loro sono svizzeri: sono già lì ad attenderci, seduti su una panchina dello zocalo. Che immenso piacere rivederli. Ci raccontiamo brevemente gli ultimi due giorni e poi andiamo a mangiare un panino in compagnia. Nathalie si rifiuta di scegliere il locale, visto come era andata a Panajachel. Vengo incaricato della scelta e, per fortuna, questa volta non incappiamo in nessuna intossicazione notturna. Appena finito il pasto, però, inizio a boccheggiare per la stanchezza. Al rientro in camera non ho nemmeno la forza di svestirmi e raggiungo l’oblio senza nemmeno accorgermene.

Mercoledì 12 febbraio - Antigua

La sveglia avviene più tardi del solito: entrambi portiamo addosso le fatiche del giorno precedente. Decidiamo di cercare un nuovo ostello e lo troviamo alla Posada Ruiz 2, un posto molto semplice ma ricco di fascino: è pieno di backpackers e la sera si può chiacchierare tutti insieme nell’ampio cortile al centro della posada… purtroppo la lingua ufficiale non è più lo spagnolo, ma l’inglese.

L’ora di visitare Antigua arriva, tra una cosa e l’altra, più o meno alle undici. Il paese è decisamente il più bello visitato finora, con le strade acciottolate cinte da casette multicolori (per lo più ben tenute); la pianta del paese è tipicamente a scacchiera. Il vulcano Agua è visibile praticamente da ogni punto della città e la domina severamente con la sua mole. Più scostati, e non sempre visibili, altri due vulcani rammentano la tormentata storia geologica della regione. Il vulcano Fuego continua ad eruttare nel cielo densi fumi scuri di cenere e di notte è ben visibile il bagliore rossastro della sua lava.

Camminando di qua e di là, abbastanza a caso, capitiamo di fronte alla Mercede, una bella chiesa colorata in giallo con una stupenda facciata barocca. La giornata è però partita stancamente e le forze in realtà continuano a latitare. Se vuoi riposare in Centro America, devi dirigerti verso lo zocalo in centro al paese, sempre ricco di verde e panchine… così facciamo. Ed è lì che troviamo il buon Pietro. Si lamenta del freddo pungente di quella mattina e medita di partire a breve per luoghi più caldi, tipo Livingston. Dopo poco, fa la sua apparizione Ainhoe, con la sua camminata un po’ ingobbita e ciondolante (la ritroviamo praticamente ovunque). Ci abbracciamo con affetto e parliamo di come abbiamo trascorso gli ultimi giorni: ci racconta qualcosa della costa sul Pacifico e di Monterrico.

Nel pomeriggio, mentre mi faccio una piccola dormita alla posada, Giovanni da inizio ai suoi acquisti: due pacchi enormi di peperoncini presi al mercato della frutta, vicino alla stazione delle corriere. Qui incontra Cinzia e Marcella che gironzolano alla ricerca di nuove inquadrature fotografiche da immortalare ad imperituro ricordo. Anche con loro appuntamento alle sette davanti alla Cattedrale. Alle cinque, però, ci aspetta al Parque Central (lo zocalo) Feliciana, una ragazza india conosciuta la mattina. Si era presentata a noi come tutte le altre venditrici ambulanti, vestita con abiti tradizionali maya ed una montagna di tessuti portati in equilibrio sopra il capo, ma il suo sorriso non era comune. Non potevamo non comprarle qualcosa. La prima asta è stata divertentissima, con Giovanni che alla fine è andato al rialzo solo per poter dire di aver vinto. Da quel momento siamo diventati per lei Iovani y Carlos, i suoi amici italiani, e lei è diventata la nostra fornitrice di fiducia alla quale commissionare tutti i futuri acquisti (ovviamente a prezzo fissato in base alla nostra amicizia… basta contrattazioni).

Appena lasciata Feliciana, è arrivato il buon Pietro, ormai di casa tra i vialetti dello zocalo. Ancora nuove avventure raccontate con il suo imperdibile accento siciliano e sempre nuovi propositi partoriti dalla sua mente bizzarra: questa volta voleva comprare un po’ d’ambra da rivendere in Italia.

Alle sette ci siamo diretti alla Cattedrale, dove Sergio e Nathalie erano già fermi ad aspettarci. Arrivate anche le due bresciane, ci siamo incamminati alla ricerca di un posto dove mangiare. Ormai l’affinità tra noi e i due svizzeri è totale, come quella tra amici di vecchia data; Cinzia e Marcella si adeguano con discrezione alla nostra intesa, partecipando allegramente all’amabile serata. Il saluto prima di andare a dormire è in realtà un arrivederci a tempi e situazioni diverse: Sergio e Nathalie partiranno l’indomani per Livingston. Un po’ di commozione c’è, da parte di tutti e quattro. È stato veramente piacevole condividere un pezzo della nostra esperienza con loro: quanto ci mancheranno le sonore risate di Sergio e l’accattivante spirito di Nathalie… buon viaggio amici.

Giovedì 13 febbraio - Veri turisti

Mi sveglio arzillo e con parecchia voglia di fare, vedere, godere, ecc.. Joe è, come sempre, latitante dal mondo per le prime ore della giornata. Alle nove Marcella e Cinzia ci raccolgono alla posada e andiamo a vedere la Mercede. La sua facciata mi affascina; starei ore a guardarla. A lato della chiesa, che non è bella dentro quanto lo è fuori, sorge un convento semidistrutto da uno dei tanti terremoti che hanno sconvolto Antigua. Al centro del chiostro c’è una fontana da diametro di quasi trenta metri (la più grande del Centro America). Dal piano superiore si può godere di una buona vista su una parte della città e su i suoi tre vulcani (il Vulcan de Fuego sta sputando in aria un po’ delle sue ceneri).

Dalla Mercede non possiamo non essere calamitati dal Parque Central, dove ritroviamo il buon vecchio Pietro. Tutti insieme andiamo a mangiare un boccone in una delle tante bancarelle che fioriscono sui marciapiedi a lato delle strade acciottolate: si paga poco ed il cibo non è male… bisogna solo eliminare dalla mente il concetto di igiene. Dopo il lauto pranzetto ci dividiamo, dandoci comunque appuntamento per la sera. Il pomeriggio lo trascorriamo al mercato dell’artigianato, tra le bancarelle semivuote per turisti: i prezzi sono più alti rispetto a Panajachel e Chichi ed i venditori, forse più abituati agli occidentali, sono ormai smaliziati… è stata un’ottima idea fare la maggior parte degli acquisti a Chichicastenango.

Prima di tornare alle strade di Antigua, piccolo riposo alla posada (la strana stanchezza non ci ha mai del tutto abbandonato ed è sempre pronta ad afferrarci), poi cena alla solita bancarella. Verso le nove ci dirigiamo allo zocalo, dove ci aspettano le bresciane. Ci invitano al loro ostello per offrirci una tazza di the alla cannella e per farci vedere una montagna di foto del loro viaggio, per lo più del Messico. Amano fotografare le persone, rubando con scaltrezza momenti della loro quotidianità (io non ci riesco… il termine ‘rubare’ non l’ho usato a caso). Il Vulcan de Fuego continua ad eruttare e dall’ariosa terrazza dell’ostello è possibile vedere il bagliore rossastro della sua cima. Verso mezzanotte ci salutiamo con un abbraccio. Ci rivedremo sicuramente in Italia.

Venerdì 14 febbraio - È ora di tornare

È l’ultimo giorno. Mi sveglio ai primi suoni oltre la porta ed esco dalla stanza che fuori fa ancora freddo. Joe si sveglia poco dopo e disfiamo entrambi gli zaini riversandone il contenuto sui letti. Mentre Zec si getta veloce al mercato per comprare della frutta, io preparo con dovizia il bagaglio, quasi un rito prima della partenza, e poi mi siedo comodo a godermi i primi raggi del sole.

Dopo aver portato i bagagli all’agenzia da cui partiremo con il minibus diretto all’aeroporto, puntiamo, come d’abitudine, al Parque Central, dove aspettiamo Feliciana per gli ultimi acquisti. Riversiamo nelle sue tasche gli ultimi quetzal rimasti e rimaniamo completamente senza il becco di un quattrino (a parte qualche euro). Le ultime ore ad Antigua le passiamo tra lo zocalo, una passeggiate nella zona est del paese ed una sonnecchiante attesa davanti alla Mercede. Entrambi vorremmo rimanere, ancora non sazi di questo lungo viaggio. Le esperienze sono state tante, molte le cose da raccontare, ma abbiamo ancora fame ed il tempo ci appare tiranno.

Partiamo con il minibus alle tre del pomeriggio. Con noi ci sono altre due coppie di viaggiatori, una delle quali l’avevamo già incontrati a Tikal. Arriviamo in aeroporto un’ora dopo, perfettamente in orario. Al check-in dobbiamo affrontare un problema non previsto: ci chiedono di versare 30 dollari come tassa per uscire dal paese. Dobbiamo nuovamente prelevare e riusciamo a racimolare quanto serve solo per un pelo (l’euro non sanno nemmeno che esiste). Il viaggio di ritorno è un lungo vuoto inframmezzato da pensieri scostanti. In compenso i voli passano tutti senza pesare troppo.