Un'esperienza in India

Dal 07 dicembre 2009 al 5 gennaio 2010

di Carlo Camarotto

Panaji
Nostra Signora dell'Immacolata Concezione
Basilica do Bom Jesus
Mondovi River
Tramonto
Pescatori

Tappa numero 3, Dal 16 al 23 dicembre 2009

Goa
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Mercoledì 16 dicembre – Panaji

Ho una certa titubanza ad affrontare l’India. La confusione d’anime, lo stridente clangore, il perenne vociare, i penetranti olezzi, la varietà di colori, gli innumerevoli ossimori. È un continuo assalto ai sensi che alla lunga porta stanchezza e uno struggente desiderio di un rifugio tranquillo e conosciuto.

Svegliato da un’alba lattiginosa, mi ritrovo a fissare la vita scorrere oltre il finestrino della corriera più stanco di quando mi sono coricato. Ho viaggiato su una cuccetta piuttosto stretta, condividendola con un giovane basco dal volto allegro e una sana voglia di vivere negli occhi. Per troppe volte durante la notte sono rimasto a guardare gli infiniti ingorghi strombazzanti di veicoli immobili, lì bloccati in mezzo al nulla da lavori notturni sulla sede stradale. Il viaggio mi è apparso infinito.

Non appena la corriera si ferma in prossimità della stazione di Panaji, la capitale del piccolo stato del Goa, quattro o cinque persone fanno quasi a botte per entrare, superando in un balzo il piccolo inserviente di bordo e correndo su e giù per il corridoio proponendosi come autista di taxi. Urlano, si spingono, s’affacciano ansiosi su tutte le cuccette. Generano una tale confusione all’interno dell’angusto mezzo che per un attimo mi passa la voglia di scendere. Cosa c’è là fuori? Che tipo d’assalto dovrò affrontare appena metterò piede a terra? Sono troppo stanco per difendermi da un’agguerrita marea di procacciatori d’affari.

È un sollievo scoprire che mi sbaglio, che Panaji ha altro da offrire. Quello che mi attende è una sommaria calma, una pace inaspettata, nella quale posso muovermi indisturbato. Solo qualche sguardo alla pelle chiara ed al naso enorme, ma nulla di più insistente. Posso concedermi il lusso di camminare guidato solo dall’ispirazione e dal senso d’orientamento, verso quella che penso sia la parte giusta della città (provo un infinito piacere nel muovermi in un posto sconosciuto basandomi solo sulle mie conoscenze e sui miei sensi, senza concedermi l’aiuto di una cartina stradale o di qualsiasi altro supporto, cartaceo e non). Ho così modo di scoprire lentamente la città.

Panaji (chiamata anche Panjim) sorge presso la foce dell’ampio fiume Mondavi, alla base e lungo le pendici di una bruna collina di laterite. I vecchi quartieri si estendono dalle piane nei pressi del fiume su lungo il versante della collina, con strade che s’inerpicano faticosamente in salita, talvolta sostituite da scalinate pedonali per superare le pendenze maggiori. Case coloniali portoghesi in muratura e legno, spesso con ampie verande ariose ad abbellire l’ingresso, punteggiano un tessuto urbano di vie non lineari e stretti vicoli, un dedalo di viuzze che profuma di vecchia Europa. Alcune sono state restaurate negli ultimi anni, fatto che le rende superbe nelle forme e nei colori, ma la maggior parte porta su di sé i segni del tempo e sembra possa cadere a pezzi da un momento all’altro. Quelle costruite sulla collina sono circondate da un verde selvatico che le ghermisce con una forza ed una tenacia tipicamente tropicale, dando l’impressione di poterle sopraffare da lì a poco, riguadagnando lo spazio perduto negli ultimi cinque secoli.

Tutto ciò odora solo parzialmente d’India, almeno di quell’India che ho conosciuto finora. Inequivocabile è l’impronta mediterranea, nell’architettura e nelle numerose chiese cattoliche, sfumata però da un accenno d’esuberanza e appariscenza che riconosco più tipicamente indiana. Qui mi sento già più vicino a casa, pur consapevole, anche per la presenza continua di un ininterrotto suono di clacson, d’essere ancora nel subcontinente. Quella che posso definire un’autentica via di mezzo, la noto anche nella fisionomia degli abitanti. I lineamenti si fanno più vicini a quelli europei, con nasi più marcati e zigomi più spigolosi, e la carnagione si va schiarendo. Le donne appaino quindi più carine e desiderabili, più affini ai miei gusti. Cambia anche il loro modo di vestire, che cede alle lusinghe della moda occidentale. Panaji, da tutti i punti di vista in cui la guardo, rappresenta un perfetto ponte tra il ricordo di una vecchia Europa mediterranea e la sostanza di un’India attuale (non per nulla il Goa è stato un possedimento portoghese fino al 1961).

Mi lascio avvolgere da questa nuova atmosfera, che porta alla mente quella che tante volte ho vissuto in America Latina, dopo aver trovato da dormire nel vecchio quartiere di Sao Tomé, in una casa bianca dalle fattezze coloniali non troppo trasandate, ed essermi concesso un pasto in un ristorantino nell’adiacente quartiere di Fontainhas, quello dove sembrano essersi concentrati maggiormente gli sforzi di restauro del bel patrimonio architettonico. Entrambi i quartieri meritano un’attenta visita, depositari di un fascino fuori dal tempo, sospeso nella storia.

Bella, nella sua semplicità, è anche la Chiesa di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione, la chiesa più importante della città, candidamente dipinta di bianca e sorta sulle prime pendici della collina, in posizione rialzata rispetto alla piazza sottostante. Di notte i suoi contorni sono interamente illuminati da una fila continua di piccole lampadine, come anche quelli della doppia scalinata che dalla piazza conduce alle porte della Chiesa. Ai suoi piedi, lungo la via principale del centro ricca di negozi, ferve una vita piuttosto animata. Si respira un’aria piacevole e leggera, festosa. È in arrivo il Natale, una festività che nel Goa è sentita più di qualsiasi altra parte in India. È strano e disorientante farsi circondare da pupazzetti di Babbo Natale, da lunghi cappelli rossi, da festoni e da finta neve con una temperatura esterna prossima ai trenta gradi.

Giovedì 17 dicembre – Old Goa

Una cappa d’umidità tropicale aleggia su Panaji, rendendo la pelle attaccaticcia e il respiro pesante. Le fresche serate dell’altopiano del Deccan sono ormai solo un bel ricordo, spazzate via da un nugolo di zanzare agguerrite e dal vorticare incessante di un ventilatore appeso al soffitto. Appena sveglio, davanti allo specchio, leggo sul mio volto tutti i segni lasciati da due notti consecutive prive di un buon riposo.

La stazione delle corriere è il mondo caotico che mi aspetto, dove nulla sembra organizzato e razionale. L’assenza totale d’indicazione è però il meno spaesante dei miei problemi. Ci sono le urla, i clacson, il via vai continuo di persone, i venditori ambulanti fermi ad ogni angolo, la polvere che aleggia nell’aria, i rifiuti che tappezzano i marciapiedi, le vacche che ruminano calme tra la folla. Ed io sono l’unico bianco in mezzo a tutto questo. Chiedo una decina di volte informazioni per capire da dove partono le corriere per Old Goa, simulando ogni volta di aver compreso quanto mi viene detto. In realtà comprendo poco o nulla e continuo a procedere alla cieca. Devo riuscire a sedermi su una corriera diretta verso chi sa che meta per rendermi conto che tutto ciò è bellissimo. Un semplice click in testa e quello che prima mi intimoriva diventa tutto d’un tratto il vero motivo per cui sono qui. Un velo che per troppo tempo ho avuto davanti agli occhi scivola via e mi rendo conto che mi sento bene in mezzo a tutta questa confusione, a questa continua caciara. Questa è l’India più autentica e per la prima volta mi ci trovo a mio agio.

Old Goa è la vecchia capitale della colonia portoghese, una città che già pochi anni dopo la fondazione rivaleggiava con Lisbona per splendore e ricchezza ed aveva un numero di abitanti prossimo a quello di Londra. Ma peste e colera misero fine alla sua sfavillante ascesa, decretandone la scomparsa nel giro di pochi decenni. Ora Old Goa non appare più come un abitato, nel senso che le case sparse tra la fitta vegetazione sono poche e discontinue. Quello che rimane è un insieme piuttosto vasto di magnifiche cattedrali cattoliche che si contendono l’attenzione dei tanti pellegrini e turisti, immerse in una densa giungla tropicale che pare pronta a ghermirle ad ogni istante. A visitarla ci sono forse più pellegrini che turisti. Il Goa è a maggioranza cattolica, indiani che praticano il cattolicesimo con lo stesso fervore religioso che prima dedicavano agli dei indù. Ovunque si scorgono chiese e croci, altari e capitelli, tutti inneggianti al Signor Gesù e alla Madonna. Ed Old Goa è in tutto ciò il fulcro, il nucleo primigenio, il perno attorno al quale ruota la loro sfera religiosa. Quando si festeggia San Saverio, il missionario spagnolo a cui fu dato compito di evangelizzare le Indie orientali, Old Goa viene letteralmente invasa da milioni di persone, provenienti da ogni angolo dello Stato. Tutti in processione per rendere onore alle sue spoglie, custodite in quella che è forse la più bella tra le innumerevoli cattedrali di questa strana città fantasma. Visitare Old Goa è un autentico viaggio nello spazio e nel tempo. Qui c’è l’Europa, o almeno traccia del suo grande sogno, come difficilmente può esserci in un altro luogo nel subcontinente. Sempre quell’Europa vecchia e un po’ logora che ho intravisto anche a Panaji, una visione indubbiamente ricca d’atmosfera e di fascino.

Al luogo dedico l’intera la giornata, vagando avanti e indietro per ammirare tutte le chiese. La loro architettura coloniale portoghese mi entusiasma più per ciò che riesce a portare alla mente, rovistando tra i ricordi più cari, che per la bellezza in sé dell’opera. La dolce atmosfera latina mi allieta e mi culla, dandomi sempre l’impressione di essere da tutta altra parte del mondo, in quel Centro e Sudamerica che tanto amo. Ed è proprio tra le rovine di un vecchio monastero che rivivo la stessa atmosfera delle missioni gesuitiche argentine di Misiones, un parallelismo che è una comune storia a creare. Poco più a ovest di quello che può essere considerato il centro di Old Goa, sopra una bassa collina, appena al di sopra della compatta linea verde degli alberi, si staglia la sagoma di un’alta torre, che anche da lontano pare avere un equilibrio instabile. È ciò che resta del campanile incluso nella facciata anteriore di un complesso monasteriale costruito dai frati agostiniani verso la fine del 1500. Il resto del vasto e imponente monastero è completamente in rovina, invaso e ricoperto da un denso strato di vegetazione, anche se un’equipe d’archeologi e restauratori sta assiduamente lavorando per restituire all’umanità vari pezzi della sua storia. L’abbandono, e la seguente caduta in rovina, fu determinato dalla decisione della Corona portoghese di espellere vari ordini religiosi dal Goa nel 1835, tra cui quello degli agostiniani. La stessa sorte, solo in un periodo lievemente antecedente (nel 1768), colpì i gesuiti in Sudamerica, che, espulsi dalla regione, furono costretti ad abbandonare le loro reducciones. Un analogo destino accomuna così i due luoghi, distanti svariate migliaia di chilometri, ed ancora oggi simili sono le sottili vibrazioni d’emozioni che s’intrecciano tra le rovine, la vegetazione ed il casuale viaggiatore che si ritrovi a camminarci nel mezzo.

Nel costante girovagare, incontro un altro luogo che merita di essere citato, la Chiesa di Nostra Signora del Rosario, una piccola costruzione posta su una collina a ridosso del fiume, lievemente scostata dalle più rinomate cattedrali di Old Goa. Da lassù si può godere di un’ampia veduta del fiume, dell’isola verde dall’altra parte del suo lento scorrere, dei monti interni del piccolo Stato e di alcuni palazzi che si scorgono in lontananza ad ovest, che credo appartengano a Panaji. Sul fiume scendono a valle parecchie basse chiatte arrugginite, con i fianchi protetti da file di pneumatici neri, che trasportano cumuli rossastri di polvere di ferro. Alcune pareti di lamiera di color bianco sporco, che s’intravedono tra i rami degli alberi, tradiscono la presenza sulla riva di piccoli porticcioli dove attraccano i logori traghetti che fanno la spola tra le due sponde del fiume. Il resto è solo un silenzioso verde intenso, che riappacifica l’animo. Anche se il luogo dista poche centinaia di metri dal nucleo principale di Old Goa, fin lassù sono in pochi a spingersi. La Chiesa di Nostra Signora del Rosario è un piccolo e calmo angolo di mondo tutto per sé.

Venerdì 18 dicembre – Mapusa e Anjuna

Il viaggio in autobus fino ad Old Goa, che da Panaji dista appena dieci chilometri, è costato circa dodici centesimi di euro. Con il piacere di viaggiare sui mezzi pubblici locali, in compagnia di soli indiani, ho ritrovato così anche quella economicità che ha reso l’India tanto popolare tra i viaggiatori zaino in spallo. Non che sia ovunque ancora così, purtroppo. L’India, o almeno una cospicua sua parte, sta diventando giorno dopo giorno più ricca e l’inflazione è ovunque galoppante. Sono ormai altri i paesi che fanno il sogno del viaggiatore errante squattrinato, perché in India, soprattutto in città come Bangalore, un po’ tutto comincia a costare. Solo alcuni servizi, quelli ad uso della grande massa di indiani a basso reddito (o di questo privi), hanno mantenuto per noi prezzi risibili. Tra questi un passaggio sui loro sgangherati autobus.

Non più intimorito dal caos dei trasporti pubblici indiani, decido di partire con la corriera per una giornata alla scoperta del Goa settentrionale. Pochi chilometri a nord di Panaji s’incontra la cittadina di Mapusa (che si pronuncia Mapsa, come in realtà Panaji si pronuncia Panji), che il venerdì ospita un grande mercato per la gente del posto. Si trovano prodotti di tutti tipi, in cui spiccano le bancarelle coloratissime di spezie e di alcune non ben definite salsicce di carne e gli odori del pesce essiccato. In mezzo a tutto ciò, però, ci sono anche venditori di prodotti artigianali tessili e lignei, quelli che fanno la gioia di qualsiasi turista.

Il mercato è vasto, labirintico e molto frequentato. Ugualmente non risulta eccessivamente caotico ed è piacevole immergervisi, facendosi catturare dai mille colori che danzano tra le bancarelle. Purtroppo il pallido colore della pelle attira qualche venditore ambulante di troppo, che è pronto a tempestarti di proposte non appena ti fermi a guardare qualcosa. A qualcuno basta un cenno per vederlo desistere, oppure la frase lanciata lì che si sta solo dando un’occhiata, ma con altri bisogna inserire la modalità automatica di segno di diniego con il capo e allo stesso tempo bisogna cercare di seminarlo tra la folla degli acquirenti.

È proprio per sfuggire ad un tipo insistente che accetto di seguire una giovane ragazza in sari che, intercettandomi ad un incrocio tra i viali di bancarelle, mi chiede se voglio dare un’occhiata al suo negozio. In parte stregato dalla sua bellezza, la segue per qualche svolta e mi ritrovo in un angolo del mercato che non avevo ancora visitato, lievemente discosto dai passaggi più frequentati. Il “negozio” di Nishia, così si chiama la ragazza, è in realtà un semplice telo posato a terra, con sopra della mercanzia piuttosto varia, perlopiù di prodotti tessili. Con un inebriante sorriso, mi porge un piccolo sgabello per sedermi, mentre lei si fa scivolare con grazia a terra, poggiandosi sul telo stesso. Mi chiede di dare un’occhiata e non so se è perché è lei a chiedermelo, ma tra quella montagnola di prodotti scorgo subito qualcosa che varrebbe la pena di comprare. Mostro interesse per un soffice scialle arancione ed iniziamo così a contrattare. Una contrattazione leggera, fatta di sorrisi, battute spiritose e ilari risate. Resisto finché posso, rispondendo di volta in volta ai suoi “ma così mi prendi per il collo” e “sono già partita con un prezzo basso perché hai un bel sorriso e mi stai simpatico” con piccoli rilanci ed un scrollare continuo di spalle. Ma tra i due è Nishia ad avere il sorriso più bello, troppo accattivante per poterle resistere a lungo. In breve mi ritrovo a darle 800 rupie (poco più di 13 euro) per quattro scialli colorati ed una pura boccata di frizzante vitalità indiana. Alla fine ci guadagniamo tutti e due.

Fatto l’acquisto, mi rendo conto che gli odori e la folla mi affaticano più di quanto mi piaccia ammettere. Decido così di partire con un nuovo mezzo verso la vicina spiaggia di Anjuna, tra le più rinomate della parte settentrionale dello Stato. Anche ad Anjuna è ospitato un famoso mercato, ma cade di mercoledì. Ugualmente alcune bancarelle di prodotti etnici sono disposte ai lati della stradina polverosa che dalla fermata del corriere conduce alla spiaggia. Tiro comunque dritto. Sono giunto fin qui per concedermi un pomeriggio di sole e relax, senza troppi pensieri a navigarmi per la mente.

La spiaggia è molto lunga e, visto che quando ci arrivo la bassa marea è quasi al culmine, appare anche piuttosto larga. La sabbia grossolana tende all’arancione e non è così sporca come me l’aspettavo. Non si notano tracce di immondizie, come è invece naturale vedere in qualsiasi altra parte dell’India. Purtroppo il fondo sabbioso dona all’acqua un colore bruno poco invitante. Varie verande di legno si appoggiano sulla prima serie di dune, circondate da palme da cocco e da una bassa vegetazione alofila sulla quale si schiudono bei fiori rosa simili a quelli della malva.

Per la spiaggia, oltre a qualche turista, vagano ragazze in sari che cercano di vendere prodotti dell’artigianato locale e gruppi di ragazzi che camminano avanti e indietro lungo il bagnasciuga per catturare qualche scorcio di pelle delle turiste occidentali in costume da bagno, eccitandosi a queste visioni come scolaretti imberbi. Con il procedere del pomeriggio, quando i raggi del sole si fanno meno forti, cominciano ad apparire le prime famigliole, che alla lunga riescono a riempire la spiaggia poco prima del tramonto. Sono tutti vestiti da capo a piedi, sandali compresi, e così abbigliati si gettano in acqua per un bagno ristoratore. Uomini e bambini giocano festosi, mentre le loro mogli li osservano sedute sulla spiaggia, calme e pacate come sempre.

Osservo tutto questo in compagnia di una ragazza italiana in viaggio con due dei suoi tre figli. Mentre il più piccolo di solo un anno e mezzo è in Italia con il padre, i due più grandi (di otto e sei anni) l’hanno seguita per tre settimane alla scoperta della bellezza dell’India. Faccio la sua conoscenza sotto una delle verande, mentre beviamo qualcosa di fresco per dissetarci. Continuiamo a chiacchierare di noi e del nostro viaggio mentre i piccoli si lanciano sulla spiaggia e poi in acqua a giocare, scoprendoci molto simili. Quando la saluto, poco dopo il tramonto, so di portarmi via qualcosa di lei, come so di lasciarle qualcosa di mio. Fa tutto parte del viaggio, e forse è la sua parte più bella.

Da sabato 19 a mercoledì 23 dicembre – Colva

È ora di salutare Panaji. Al mio arrivo nel Goa non avevo ancora ben chiaro come organizzare l’intera settimana di permanenza nello Stato, preferendo decidere tutto al momento, in base alla sensazioni e ai desideri istantanei. E i desideri ora portano lontano dalla capitale, verso qualche località di mare dove starmene ad oziare con un mojito in mano e qualche vago pensiero nella mente: mare, sole e un buon libro.

All’ultimo istante scelgo di puntare a sud, verso il Goa meridionale che ancora non ho visto e di cui ho letto un gran bene. Prendo la prima corriera per Margao e, con estrema disinvoltura, mi immergo nuovamente nel variegato mondo indo-portoghese di questo piccolo angolo di subcontinente. Prima Margao e poi Colva, accompagnato dall’ormai piacevole richiamo del bigliettaio di bordo, che urla milioni di volte il nome della località di destinazione, quasi cantandola: “Margao, Margao, Margaooooo”; “Colvaaa, Colvaaa, Colvaaa!!!”. Sull’ultima corriera mi ritrovo a viaggiare in piedi a lato dell’ingresso, agganciato al corrimano imbullonato al tettuccio. Intorno a me solo signore fasciate in sari colorati e qualche anziana inghirlandata con un vestito dalla foggia più tipicamente europea, sempre di quella Europa vecchia di mezzo secolo, però. Scambio sorrisi con tutte loro, viaggiando nell’aria calda e polverosa che entra prepotente da tutti i finestrini con un’eterea leggerezza che mi solletica il corpo. Sono ormai tre giorni che dove mi muovo lo faccio con indiani. Nessun altro pelle bianca a sporcarmi l’idea di essere un privilegiato. Tre giorni di stretto contatto con un’India più vera, non ricreata per il mio uso e consumo. In viaggio non ho bisogno di grandi cose per essere felice, mi basta assaporare la soporifera quotidianità di un breve viaggio su un mezzo pubblico locale.

Colva è un insieme di case piuttosto piccolo, cresciuto turisticamente solo negli ultimi anni. Prima era solo villaggio di pescatori, ed in parte lo è ancora. Le guest houses sono letteralmente fiorite da quando il turismo occidentale ha scoperto la docile calma del Mar Arabico e sono andate a tappezzare l’ombra al di sotto delle palme lungo le principali vie del vecchio villaggio. Alcune sono piuttosto belle, altre sono invece nate all’interno di vecchi e decadenti edifici: la scelta è piuttosto vasta ed eterogenea. Ai lati della strada principale che conduce alla spiaggia si trovano sia veri e propri negozi, sia venditori ambulanti, tutti pronti a proporsi ai turisti che camminano avanti e indietro all’apparenza senza meta. Per la maggior parte vendono prodotti dell’artigianato kashmiro, che sembra essere il più diffuso nei luoghi di villeggiatura. Gli approcci non sono comunque insistenti, come non lo è l’atteggiamento dei pochi venditori che vagano sulla spiaggia. Colva può essere considerato un posto tranquillo.

La lingua di sabbia è davvero lunga, perdendosi lontana all’orizzonte da ambo i lati. Più a sud ci sono spiagge dove hanno trovato dimora resort cinque stelle tra i più esclusivi al mondo. A Colva, invece, il target è un incrocio tra il turista occidentale medio e la famigliola della nuova borghesia indiana in vacanza.

La sabbia è chiara e fine, più attraente rispetto a quella vista a nord, e le verande che servono vivande adagiate sulle prime dune sono più curate e con personale all’apparenza più professionale. Durante il giorno mettono a disposizione dei clienti lettini con ombrellone, per poi trasformarsi al crepuscolo in romantici ristoranti, con un’invidiabile vista sull’orizzonte a ponente. Al Papillon, il mio preferito tra questi locali, passo intere giornate, sorseggiando di giorno più di qualche bicchiere di Sweet Lime Juice, una bevanda analcolica con acqua, succo di lime e zucchero, e di sera concedendomi una o due birre. Il tutto accompagnato a cena da pesce appena pescato, cucinato alla piastra nel retro del locale. Lo scorrere del tempo è dedicato ad un buon libro (Slumdog Millionaire di Vikas Swarup) e all’osservazione della vita sulla spiaggia. Durante il giorno il sole picchia forte e le uniche persone che ne amano l’abbraccio sono gli occidentali, che alternano ora dopo ora i bagni di sole ai bagni in acqua. Degli indiani non c’è traccia. Poi, quando il sole comincia a scendere verso ovest, perdendo buona parte della sua intensità, loro cominciano ad arrivare. Prima i gruppi di giovani, poi le famigliole. Nel giro di un’ora la spiaggia si riempie, trasformandosi in una chiassosa piazza dove intessere i più svariati rapporti sociali. Seduti sulla sabbia o immersi in acqua, rimangono vestiti di tutto punto, come al loro arrivo, fedeli a quel puritanesimo di cui l’India odierna si è fatta portatrice. I bambini sguazzano allegri in acqua, con i genitori intenti ad osservarli, mentre i tiepidi raggi del sole morente li baciano in fronte. Qualcuno passeggia, la maggior parte stazione, chiacchierando e ridendo.

Quando giunge il buio, la spiaggia ritorna di nuovo magicamente deserta. Al Papillon una fila di bassi tavolini viene sistemata oltre il cerchio di luci elettriche della veranda principale, a pochi passi dall’oceano. Solo la tenue luce di una candela illumina il tavolino ed un cerchio di sabbia intorno. L’argentea luce della luna adagiata sull’acqua, il suono eterno della risacca, la sabbia fresca sotto i piedi, la brezza profumata che inizia a spirare verso il mare. Tutto è incantato.

 

Spingendosi un poco più a nord rispetto al Papillon, abbandonando i tratti di spiaggia più turistici,  si giunge dove ancora il mare è territorio di pesca. Un po’ su tutta la spiaggia si notano lunghe barche di legno scuro dotate di un bilanciere che le tiene ben in equilibrio anche sulla terraferma, mentre più indietro, poco a ridosso della prima linea di palme, sono stese a terra le reti da pesca. Per tirare in secca le barche alla sera, e per riportarle in mare al mattino, si usa una serie di tronchi di legno su cui farle scivolare, togliendo quelli appena superati per riportarli all’inizio della fila. Quattro o cinque persone sono impiegate nello sforzo, con grida continue per coordinare le spinte e per darsi la carica. La giornata è cadenzata comunque da un lavoro continuo anche a terra, con le reti che devono essere accuratamente districate e il pesce essiccato. Drappelli di pescatori se ne stanno seduti all’ombra delle palme a chiacchierare, con le mani che si muovono sicure lungo i sottili fili delle reti, mentre le donne si prendono cura di rigirare i pesci stesi a seccare sotto ampie reti che li proteggono dai corvi che svolazzano numerosi nel cielo. A meno di un centinaio di metri da una nuova India fatta di ombrelloni, cocktail e cibo raffinato da mangiare con le posate, a Colva è possibile vedere un’India meno contaminata, più genuina, dove ancora si mangia con la mano destra, quella pura, su piatti di metallo luccicante. Questo non può che essere un punto a suo favore.