Un'esperienza in India

Dal 07 dicembre 2009 al 5 gennaio 2010

di Carlo Camarotto

In strada ad Indiranagar
Tuk-tuk
Indianità

Tappa numero 4, Dal 23 al 25 dicembre 2009

Natale in India
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Da mercoledì 23 a giovedì 24 dicembre – Verso Bangalore

Il buio ci sorprende rapido, avvolgendo Panaji con uno spesso manto scuro in meno di mezz’ora. Rimangono le luci delle macchine che intasano le strade d’accesso alla città, disposte tutte intorno alla piccola area sterrata da cui partono le corriere notturne per gli altri stati indiani. Un’isola scura priva d’illuminazione in mezzo ai flutti schiumosi del sempre frenetico traffico indiano.

Una trentina di persone è assiepata nei pressi di un tavolino che fa da biglietteria, centro informazioni e rivendita di bevande tutto insieme, mentre un altro centinaio staziona in attesa poco più in là, chi seduto sulle valige, chi per terra, chi su sedie da campeggio estratte magicamente dai bagagli, chi in piedi alternando il peso prima su una gamba e poi sull’altra. Per la maggior parte sono indiani, intere famiglie e qualche viandante solitario. Tra loro una dozzina di occidentali dallo sguardo sperduto, tutti diretti ad Hampi. Sono l’unico con meta Bangalore e non ho nessuno con cui condividere il peso di un ritardo che si fa di mezz’ora in mezz’ora più abissale. Chiedo più volte lumi a chi di dovere, cioè il gruppo di giovani che si barcamena al di là del piccolo tavolino all’ingresso dell’area sterrata, ma le risposte sono sempre evasive e confusionarie, non lasciandomi in dono nessuna certezza. Non posso far altro che aspettare, vedendo partire corriere per Bombay, per Hampi e per Mangalore, nessuna che indichi chiaramente il luogo di destinazione. Devo attendere oltre tre ore per scorgere i fari di una corriera che molti additano come quella per Bangalore. Con la visione del loro luccicante ammiccamento scivola via anche il dubbio che nelle ultime ore mi aveva accompagnato, quello di aver sbagliato il luogo della partenza o di essermela sbadatamente persa. Non sempre sono in grado di ignorare gli inutili dubbi che la smania tipicamente occidentale di avere tutto sotto controllo porta con sé.

La corriera per Bangalore è uno sleeper, un mezzo in cui i posti a sedere sono stati in parte sostituiti da cuccette dove poter dormire sdraiati. Ogni cuccetta ospita due persone, che godono di uno spazio in larghezza di non più di cinquanta centimetri ciascuno. Un viaggio intimo che dovrò condividere con un giovane indiano che non parla una parola d’inglese.

Le strade del Goa sono una curva continua e sembra che il conducente abbia deciso di recuperare le tre ore di ritardo trasformandosi in un pilota di rally. Si è continuamente sballottati a destra e a sinistra, senza un appiglio a cui sostenersi. O sono io a rotolare contro l’indiano, che è costretto ad artigliare il bordo della cuccetta per non finire di sotto, o è lui a schiacciarmi contro il finestrino. Prendere sonno in queste condizioni risulta difficile. Ma avendo solo la posizione supina a disposizione, non è che si possa cercare di fare molto altro. C’è solo da sperare in qualche strada bella dritta.

Verso mezzanotte ci fermiamo per mangiare a Karwar, la prima città del Karnataka appena dopo il confine. La tavola calda è in stile indiano, cioè spoglia e ricca di confusione, con le pareti azzurre ricoperte di sudiciume. Mentre gli autisti e molti dei passeggeri si siedono ai tavoli per gustare qualcosa di caldo, rimango in compagnia di una decina di persona nell’area dissestata antistante l’entrata. Tutti assorti, lo sguardo lasciato scivolare sulla strada deserta oltre la corriera. Siamo disposti ordinati a formare una riga sul ciglio del marciapiede, perfezione rettilinea rovinata solo saltuariamente dal muso di una vacca che ogni tanto fa capolino tra due indiani indifferenti. Mastica lenta qualche immondizia raccolta in un vicolo buio e maleodorante alle nostre spalle e pare anche lei interessata a guardare al di là della strada. L’aria è piacevolmente calda, leggera e solo parzialmente sporcata dalla polvere che aleggia continuamente sull’India. Odora intensamente di viaggio.

Quando ripartiamo cado in un sonno profondo, nel quale i mille clacson, le sbandate improvvise, le code interminabili e tutti gli altri possibili disagi delle strade indiane svaniscono, nascosti al di sotto di uno spesso strato d’incoscienza. Ma quando mi sveglio scopro che Bangalore è ancora lontana, ad oltre duecento chilometri di distanza, e il sole comincia a scaldare impietoso giusto sul mio lato della corriera. Lo sleeper è fatto per dormire la notte, non per viaggiare di giorno. Mantenere la posizione distesa è già abbastanza noioso di suo, ma se poi si ha un sole costante in fronte il viaggio rischia di diventare insopportabile.

Vista dall’alto, l’India continua ad essere una terra dove la confusione domina incontrastata. Ad un tratto veniamo chiusi in un ingorgo ai piedi di una rampa autostradale, del tutto impossibilitati a continuare sulla nostra strada. Camion, corriere e macchine rimangono intrecciate in un nodo inestricabile, maglie che si stringono a tal modo che nemmeno i tuk-tuk riescono a sfilarsi. Non c’è altra via d’uscita che non quella di prendere la rampa dell’autostrada in contromano, facendo oltre cinquecento metri strombazzando a più non posso per avvertire tutti gli automobilisti del nostro folle progetto d’evasione. E nessuno batte ciglio, tutto appare normale.

Il tempo si protrae inesorabile, come lo stendersi del sole in alto nel cielo, e Bangalore è ancora lontana quando scocca mezzogiorno. Nello sterrato di fronte all’ennesima tavola calda in cui ci fermiamo per rifocillarci, vengo avvicinato da un uomo senza gambe, che si trascina a terra su un pezzo di cartone. Il suo incedere stentato mi inonda di un senso di pietà che mai ho provato in vita. Come una luce accecante è in grado di ferire gli occhi, così questa pietà è troppo intensa per poter essere accolta da un cuore aperto. Solo richiudendolo all’interno di un guscio d’indifferenza si può tornare in seguito a sorridere, a riassaporare una certa leggerezza d’animo. A volte solo l’indifferenza può salvarti dall’India.

Sono le due quando giungiamo a Bangalore. Sono stremato, eppure la città che mi aveva così intimorito neanche due settimane prima non mi appare così male. Scopro con una certa sorpresa che mi era mancata. Ritrovo piacevole lasciarsi condurre nel traffico infernale da un autista di tuk-tuk della capitale, con l’aria che ti sferza incessante e le manovre che a te appaiono pericolosissime a farti scorrere l’adrenalina nel sangue. Il frastuono dei clacson ormai non lo si percepisce nemmeno più, è quasi un gentile accompagnamento alla danza della vita quotidiana.

La casa di Christian è affollata. Da un paio di giorni sono arrivati sua madre, suo zio e suo fratello. Una bella rimpatriata d’italiani. I loro volti appaiono un po’ provati, come probabilmente lo era il mio due settimane prima. Per sentirsi in sintonia con l’India ci vuole tempo, il tempo di sincronizzarsi con ritmi e cadenze completamente differenti dalle proprie. Sorrido a questa semplice verità.

Il tempo vola tra svariate chiacchiere e poco dopo il crepuscolo ordiniamo cibo indiano a domicilio. Lo condiamo con vino comprato in una rivendita lì vicino (pagato a peso d’oro: è considerato un bene di superlusso) e con del rum (il classico Old Monk e un più pregiato Bacardi). La cena è molto movimentata, dato che Chris e i suoi parenti hanno l’abitudine di discutere animatamente praticamente su qualsiasi argomento. Solo la madre cerca di tanto in tanto di gettare acqua sul fuoco, ma inutilmente. Bello farsi nuovamente riavvolgere dalla tipica vitalità italiana.

Venerdì 25 dicembre – Natale in India

Caterina, mia moglie, è in arrivo. Non da sola, ma in compagnia di una coppia di zii con cui ci troviamo particolarmente a nostro agio, in India per festeggiare il trentesimo anno di matrimonio: Ugo e Marta. Il viaggio prima iniziato con Chris e poi proseguito in solitaria, è in procinto di trasformarsi in un viaggio a quattro, o meglio a doppia coppia. È la prima volta che mi capita e non so se sarà un successo oppure no. Sono principalmente un viaggiatore solitario, restio ad accettare i compromessi che inevitabilmente accompagnano i viaggi di gruppo. Ma a questa mia rigida natura fa da contraltare una rinnovata voglia di condividere le emozioni vissute in viaggio. Pesi che vanno a posarsi in modo equo su entrambi i piatti dell’immaginaria bilancia della vita che indirizza i giudizi e le scelte. Ho deciso da tempo che l’avrei ignorata, lasciandomi guidare solo dall’effimera esigenza momentanea. Ora, ad esempio, ho solo una grandissima voglia di rivedere Caterina.

Mi sveglio presto, poco appesantito dal tanto alcol bevuto la sera precedente, e mi ritrovo nell’ampio salone con Chris, a differenza mia insonnolito e risvegliato solo dalle continue chiamate di un preoccupato Manjunat che sta aspettando l’aereo in lieve ritardo. Tutti gli altri sono ancora avvolti nel sonno. La casa e così piacevolmente silenziosa, anche perché i rumori provenienti dalla strada sono stranamente distanti e soffusi. Si vede che il Natale conta qualcosa anche in India. Ci fermiamo a chiacchierare nella piccola terrazza, ritrovando il piacere di stare insieme. Tra noi continua a scorrere una grande armonia, quella che si crea solo tra grandi amici. È un piacere starsene anche solo lì a non far niente, assaporando la frescura ereditata dalla notte bevendosi una tazza di tè. Non c’è bisogno di molto altro per sentirsi in pace con se stessi e con il mondo.

L’attesa comunque non è così lunga e il momento dell’arrivo di Caterina coincide con il risveglio degli altri ospiti della casa. Quando s’immaginano momenti d’incontro come questo, si pensa sempre ad un’incontrollabile esplosione d’emozioni. Poi il momento arriva e scorre via naturale, come acqua sotto ponte. Ci abbracciamo forte, ridiamo insieme del nostro essere di nuovo uniti, ma dopo poco e come fossimo insieme da più giorni, come non ci fossimo mai lasciati. Che è poi la banale verità.

I tre nuovi viandanti sono reduci da un lungo viaggio notturno, ma la voglia di approfondire lo sguardo sull’India è più forte della loro stanchezza. Così in un batter di ciglia partiamo alla scoperta di Indira Nagar. Li accompagno prima in luoghi già visitati, da solo o con Christian, poi in zone sconosciute. Superiamo così il fiume/fogna di Indira Nagar, un maleodorante rio nero pieno d’immondizia, insinuandoci in vicoli stretti dove i bambini giocano a criquet e splendide donne avvolte in sari colorati, dallo sguardo profondo e sorridente, appaiono guardinghe sulla soglia delle case o nei riquadri scuri delle finestre. Vagabondiamo tra zone ricche e zone povere, tra case colorate e case diroccate, tra aree linde e montagne d’immondizia. In pochi passi tutti i contrasti di questa India poliedrica che ho già avuto modo di raccontare in precedenza. Gli odori atterriscono inizialmente Caterina, che si ritrae in sé stessa come un riccio, bloccandosi emotivamente. È un modo d’agire che ho imparato a conoscere, dopo le comuni esperienze in Sudamerica e Africa. Sorprendendomi non dura però molto e dopo poco la vedo già rilassarsi, pronta di nuovo ad assaporare il presente. Ugo sembra subito il più entusiasta, con il viso illuminato dalla varietà dell’esperienza che gli viene offerta. Zampetta a destra e a sinistra come tarantolato, scattando foto di continuo agli edifici e alle persone, anche ad un coloratissimo corteo funebre indù (accorgendosi solo a corteo passato che di funerale si trattava). Marta è più compassata, facendo trasparire meno le emozioni, ma riconosco in lei un più autentico spirito da viaggiatore, quello che ti fa calare in modo meno traumatico in un contesto ambientale così differente da quello a cui si è abituati.

Non stiamo via molto, poco più di due ore, ma quando torniamo sui nostri passi è già forte la sensazione di aver guadagnato la giornata. Tante le cose viste, molte di più di quelle che si è in grado di assaporare pienamente in così poco tempo. Servirebbe già una pausa per poter metabolizzare il tutto, per tornarci su a mente più calma e serena. Ma di nuovo a casa veniamo subito convinti dagli altri a riuscire per andare a vedere il City Market, un immenso dedalo di bancarelle che ricopre una buona porzione del centro di Bangalore, dove viene venduto pressoché di tutto. Rimandata l’ora del riposo, partiamo rapidi con tre tuk-tuk alla volta del centro, il primo viaggio su questi eccentrici mezzi per i nuovi arrivati. Purtroppo uno dei rischi di partire con tre distinti tuk-tuk e che ci si perda nella confusione di Bangalore, soprattutto se nessuno dei tre conducenti sa esattamente dove deve andare. Credo sia normale dare per scontato che un tassista (o chi per esso) conosca a menadito la città in cui opera, ma così non è a Bangalore (e suppongo nemmeno in tante altre città indiane). Così, mentre gli altri sono fatti scendere nell’ampia zona del mercato dove è venduta la frutta, io, Cate e Marta ci perdiamo e vaghiamo a casaccio per qualche minuto, per essere scaricati alla fine dal conducente esasperato in un punto ben lontano dai nostri compagni. La sorte ci fa capitare nell’area adibita alla vendita di tessuti, che impressiona più per la mole che per la varietà dei prodotti offerti. Ce li gustiamo per un po’, vagando tra le coloratissime bancarelle che tappezzano gli antri scuri di mercati coperti, ospitati nel ventre d’edifici le cui facciate sono ormai scomparse sotto il peso di mille insegne pubblicitarie, oppure direttamente sulla strada, osservando le vetrine dei più ricchi negozi che si affacciano su di essa.

Dobbiamo tornare a Indira Nagar, un paio d’ore dopo, per poter di nuovo riunirci agli altri. Per cena puntiamo ad un ristorante lungo Hundred Feet Road, un locale posizionato sulla terrazza di un palazzo di cinque piani dalla chiara vocazione occidentale.

Di ritorno a casa, tagliamo il pandoro portato da Caterina e beviamo lo spumante comprato il giorno prima e pagato a peso d’oro nella rivendita sotto casa. Un altro momento tutto italiano per festeggiare questo strano Natale in India. Al momento di andare a dormire, saluto Chris con affetto sapendo che l’indomani saremo partiti troppo presto per riuscire a vederci. Ci abbracciamo forte e quando ci stacchiamo siamo entrambi visivamente commossi. Trova un amico e troverai un tesoro.