Un'esperienza in India

Dal 07 dicembre 2009 al 5 gennaio 2010

di Carlo Camarotto

Devaraja Market
Banane
New Statue Circle
Volti
Maharaja's Palace I
Maharaja's Palace II
Maharaja's Palace III

Tappa numero 5, Dal 26 al 27 dicembre 2009

Mysore
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Sabato 26 dicembre – I tessuti di Mysore

Durante la notte sento Ugo muoversi su e giù per la casa, irrequieto. Un tarlo lo agita, impedendogli di dormire. È preoccupato per i cinque figli lasciati a casa, la prima volta da quando sono nati.

Capita alle volte di essere sopraffatti da cose che non siamo in grado né di prevedere né di controllare. Giorni e giorni passati a fantasticare di un primo grande viaggio in una terra ricca d’emozioni e alla prima notte l’unica cosa a cui si riesce a pensare è ai figli lasciati a casa, con una forte convinzione emotiva di averli in qualche modo abbandonati. Contorsioni mentali illogiche che ci rendono umani.

 

“Grazie a te stiamo scoprendo l’India da una posizione privilegiata”. Queste parole Marta me le ripeterà più di qualche volta nel nostro comune peregrinare verso sud, che dalla caotica Bangalore ci porterà alle calde coste del Kerala. Concetto espresso in riferimento al metodo di spostamento a me così comune, ma che per lei ed Ugo rappresenta un’assoluta novità, e cioè quello di muoversi da una città all’altra solo grazie ai mezzi pubblici. In anni di viaggio fatti sempre secondo lo stesso principio, ormai mi ero dimenticato della particolarità di questa scelta, ritenendola quasi l’unica possibile. Ci voleva Marta per ricordarmi che questo modo di viaggiare non è il solo possibile, ma semplicemente il più bello.

 

Guardando una cartina di Mysore ci si accorge che la città orbita intorno ad un centro ben preciso, un grande spazio vuoto che la fa apparire come una sorta di grande ciambella. Quel vuoto sulla mappa racchiude il motivo che può indurre un turista a raggiungere Mysore, una città di poco più di mezzo milione di abitanti (una cittadina secondo i parametri indiani) nella regione più meridionale dello stato dravidico del Karnataka. Lì dentro, circondato da una vasto parco per lo più privo di alberi e delimitato da alte mura, si trova l’Amba Vilasa Palace (ai più conosciuto come Maharaja’s Palace o, ancora più semplicemente, come Mysore Palace), un enorme palazzo in cui la bellezza e la pomposità raggiungono a braccetto vette inenarrabili. Superare le superbe porte che si aprono al centro dei quattro lati dell’ininterrotta cinta di mura è come immergersi nei fantasiosi racconti di Salgari, nella loro sognante atmosfera coloniale. C’è da pensare che James Brooke, il Raja di Sarawak, possa essere lì a riceverti, offrendoti in dono un banchetto dalle mille e una notte. Almeno questa è la sensazione che si prova quando si riesce ad estraniarsi dalla folla che invade il palazzo nei fine settimana, cosa che non sempre riesce. Ma questa è storia del giorno successivo al nostro arrivo a Mysore, dedicato interamente allo splendido palazzo del Maharaja. Al primo giorno altro è concesso.

Al mattino partiamo da Bangalore piuttosto presto, ma ci mettiamo più di un’ora solo per uscire dalla metropoli, a tratti imbottigliati in un traffico impossibile. Poi di colpo le case scompaiono ed al loro posto appaiano campi di banano e canna da zucchero, con solo qualche gruppetto isolato di capanne di lamiera ad inframmezzare il verde della vegetazione e l’ocra del terreno. Fuori dalla cinta urbana riappare subito quel mondo rurale dove la tanto propagandata povertà indiana è più evidente. Ma in un qualche modo è anche più accettabile, più pura, più naturale. Ad unire i due mondi all’apparenza così dissimili, ci sono solo i colori sgargianti dei sari delle donne a lato della strada.

Dobbiamo giungere a Mysore per ritrovare nuovamente quella confusione umana che ormai associo all’India. Con le dovute proporzioni, infatti, Mysore mi appare una piccola Bangalore. Solo con case un po’ più fatiscenti e con facciate più ricche d’insegne. Bastano pochi passi in centro per accorgersi che ci sono negozi e bancarelle ovunque. È tutto una rivendita, dal negozio di tessuti con le vetrine accuratamente allestite al vecchietto macilento seduto a terra con un cesto di banane in grembo, dal bugigattolo scuro alloggiato nel piano interrato di un tetro edificio di cemento alle più ariose bancarelle di essenze profumate ospitate nel Devaraja Market, un bazar dai mille colori e profumi. È proprio lì che ci dirigiamo come prima meta della giornata, con l’intento di farci avvolgere dall’atmosfera mercantesca che con così tanto vigore caratterizza Mysore. Il bazar è attorniato da un numero impressionante di venditori ambulanti, alcuni dei quali se ne stanno seduti a terra e non sembrano possedere altro che le ceste posate di fronte a loro. Molti sono anziani, con il viso scavato da profonde rughe ed il corpo sottile, consunto dalla fatica. Altri posseggono un carretto sul quale poggiare la mercanzia. All’interno del bazar si trovano invece bancarelle di ogni genere di frutta e verdura, di ghirlande di fiori, di spezie, d’essenze profumate e di coloratissime pile coniche di kumkum, le polveri utilizzate in varie cerimonie religiose e per segnare la fronte delle donne sposate. Sono quest’ultime a catturare maggiormente il nostro interesse, e quelle delle macchinette fotografiche, perché il modo in cui sono allestite sui banconi è particolarmente accattivante. I turisti occidentali che vagano tra le bancarelle sono pochi, quindi molte delle attenzioni dei commercianti sono rivolte a noi quattro. Qualche ambulante ci si accoda, offrendo con insistenza merce che non ci sogneremmo mai di comprare, altri ci intercettano lungo il cammino per condurci alle loro bancarelle piazzate dietro l’angolo, altri ci chiamano da lontano, invitandoci con ampi gesti a raggiungerli. Ugualmente l’atmosfera rimane rilassata e piacevole, non troppo appesantita da queste parziali pressioni.

Ma il Devaraja Market è solo un piccolo antipasto di quanto Mysore può offrire. Le policrome vetrine dei negozi di tessuti che ci aspettano in Sayyaji Rao Road e Devaraj Urs Road fanno subito luccicare gli occhi di Caterina e Marta, che non ci mettono molto a decidere di passare l’intero pomeriggio alla ricerca di pashmine e scialli. Non attirato normalmente dallo shopping, trovo lo stesso piacevole accodarmi al loro entusiasmo, con l’intento d’osservare all’opera i venditori indiani di Mysore. Al primo negozio veniamo fatti accomodare su piccole sedie poste di fronte ad un palco di legno, su cui sono stesi dei materassi bianchi. Sopra il palco si siedono a piedi scalzi due giovani dagli ampi sorrisi, che iniziano a tirare giù dagli scaffali alle loro spalle, inverosimilmente stracolmi di tessuti, tutto quello che Caterina e Marta anche solo accennano di vedere. Con gentilezza ci offrono da bere, che rifiutiamo cortesemente, trattandoci con un profondo garbo, accompagnato sempre da un sereno sorriso tranquillizzante. Con il tempo davanti alle due donne si formano alti cumuli di pashmine di cachemire, di scialli di seta e di lunghi sari multicolori. Difficile rimanere indifferenti alla bellezza dei tessuti, come è difficile non lasciarsi attrarre dalla gentilezza messa in mostra dai due giovani commercianti, che si prodigano senza riserve ad esaudire i desideri delle nostre compagne. Il loro sorriso non viene meno nemmeno quando Caterina e Marta decidono che non è ancora ora di comprare. Con esso ci accompagnano alla porta, salutandoci con la speranza di in un nostro ritorno l’indomani. Tra tutti i luoghi visitati, Mysore è sicuramente quello ideale dove fare acquisti, soprattutto di prodotti di seta e cachemire. Da nessun altra parte si eguaglia la varietà e qualità dei suoi prodotti tessili, a dei prezzi di norma contenuti.

In serata riusciamo a incontrare nuovamente i parenti di Christian, giunti fino a Mysore con una macchina presa a noleggio (con annesso autista). Ceniamo nuovamente in un ampio terrazzo, quello dell’Hotel Palace Plaza (Dynasty Restaurant). Qui scopro la più gustosa cucina indiana della nostra permanenza nel subcontinente: un piatto di paneer makhani al Dynasty vale quasi da solo un passaggio per Mysore.

Domenica 27 dicembre – Maharaja’s Palace

Alti soffitti sorretti da imponenti colonne di marmo pregiato, pavimenti a mosaico dalle mille fantasie, vetrate policrome che inondano di colori le grandi sale, porte di legno massiccio ricoperte da placche finemente lavorate d’argento o d’avorio, dipinti che ritraggono scene d’epoca coloniale ad abbellire le pareti, rifiniture d’oro luccicanti ad ogni angolo. Questo, e quant’altro, è il  Maharaja’s Palace di Mysore. Al suo interno gli occhi sono catturati dagli infiniti dettagli artistici e la mente è stordita dalla sua esageratamente sofisticata ricerca del bello e del lussuoso. Il palazzo è stato caricato fino all’inverosimile di opere d’arte, alcune di una bellezza da togliere il fiato, delicate o imponenti nei termini più appropriati, ma altre sono autentiche cadute di stile, di un kitsch difficilmente descrivibile. Tale risultato discordante però ha il potere di affascinare, forse ancor di più della stessa bellezza di alcune delle sue opere. È la completa rappresentazione dello sfarzoso passato coloniale della regione, quella che ha incantato milioni d’europei da ormai più di qualche secolo. Nulla è più adeguato di questo palazzo per essere associato alla parola “Maharaja”, che porta alla mente immagini di un lusso esotico fatto d’arazzi e cuscini di seta purissima, posate d’oro, enormi e lucenti pietre preziose incastonate in argentei monili e frotte di servi in turbante ad esaudire anche il più piccolo desiderio. Anche se solo una piccola parte del palazzo è accessibile al pubblico, ciò che è permesso scorgere non può che lasciare esterrefatti, nel bene e nel male, nel bello e nel brutto (di certo l’indifferenza è un sentimento non ammesso all’interno del palazzo).

Siamo giunti a Mysore proprio attratti dalla sua splendida icona, una delle perle turistiche dell’India del sud, purtroppo senza renderci conto che il giorno da dedicare alla sua visita cade giusto di domenica. A detta di Christian il dieci per cento degli indiani ha ormai abbandonato lo stato di povertà, raggiungendo quel limite oltre il quale si comincia ad avere la disponibilità economica per andare in vacanza. Se il dieci per cento ad una prima occhiata sembra poco, quando ci si riferisce ai numeri assoluti ci si convince subito che non è così. Il dieci per cento di indiani significa oltre centoventi milioni di persone, cioè circa due volte gli italiani. Ormai il vero turismo in India non è più quello degli occidentali, ma quello delle famigliole benestanti locali, che decidono di muoversi nei fine settimana per visitare i luoghi di più grande richiamo turistico. E Mysore è una di queste. Se non avessi prenotato le stanze d’albergo qualche giorno prima da Bangalore, non avremmo mai trovato posto in centro ad un prezzo contenuto. I parenti di Christian, che non hanno avuto la stessa accortezza, sono riusciti solo a trovare un alloggio ad un prezzo quattro volte superiore.

È così che fuori dell’ingresso sud del palazzo incontriamo una tale calca di persone da far passare gran parte della voglia di proseguire. La coda serpeggia dal botteghino d’ingresso fino al parcheggio ad un centinaio di metri sulla destra, invadendo a tratti la strada che scorre a lato delle mura. Veniamo più volte avvicinati da loschi individui che ci propongono di saltare la fila pagando una piccola somma di rupie, ma non ci facciamo coinvolgere nel loro sporco gioco e continuiamo a spostarci lentamente in avanti, sempre più alleggeriti dalla frizzante allegria trasmessa dai tanti bambini indiani che attendono pazienti, insieme alle loro famiglie, di accedere alla grande area del palazzo. Mescolati a loro ci sentiamo ad ogni passo un po’ più indiani, anche se la nostra isolata presenza non può che dare vita ad una scompigliata curiosità lungo l’interminabile coda.

Il parco racchiuso dentro le mura è immenso. In realtà la parte antistante la facciata principale del palazzo, l’area più vasta, non è propriamente un parco, ma un immenso spazio aperto praticamente privo di alberi, pavimentato per una sua buona porzione (il resto è un insieme accuratamente bilanciato di aiuole fiorite, fontane e viali di ghiaino ben tracciato). Gli alberi sono presenti solo sugli altri tre lati, che presentano però dimensioni minori. Superate le porte dell’ingresso sud, è questo enorme spazio vuoto a catturare per prima cosa l’attenzione, calamitando lo sguardo verso l’immenso portale in pietra grigia che si staglia a est, quello che originariamente era l’ingresso principale, e verso una serie di gopuram che sorgono dirimpetto al palazzo e che evidenziano l’entrata di alcuni templi indù (ce ne sono dodici in tutto). Bisogna camminare ancora un po’ in avanti, cambiando la prospettiva sul palazzo, per farsi affascinare dalla sua facciata principale che, come tutti i portali d’ingresso, è in stile indo-saraceno (che vale a dire un misto di architettura islamica, indù e gotica). Un ampio portico occupa tutto il suo corpo centrale, sostenuto da flessuose colonne e da sette ampi archi ellittici. All’interno dell’alto portico s’intravede un palco, da cui i Maharaja di Mysore si godevano le parate che si svolgevano lungo l’antistante spazio pavimentato. Il palco si perde nell’ombra, sfociando in una vasta sala sorretta da una selva di colonne. Bisogna entrare all’interno del palazzo per ammirare questa bizzarra sala aperta verso l’esterno, la “Public Durbar Hall”, ampia oltre cinquecento metri quadri, con massicci pilastri a creare, fila dopo fila, l’idea di lunghi corridoi, il pregevole soffitto stuccato con una varietà di disegni turchese e oro, il freddo pavimento di marmo e enormi specchi alle pareti ad ingigantire e rendere più vivo l’ambiente. La “Public Durbar Hall” fu aggiunta al palazzo anni dopo la sua costruzione, nel 1940. Ma è lo stesso palazzo a non essere più di tanto datato. La costruzione come noi ora la vediamo, tre piani in pietra di fine granito grigio sormontato da cupole di marmo rosso, fu progettata dall’architetto inglese Henry Irwin nei primi anni del secolo scorso e fu terminata nel 1912 (andò a sostituire le rovine carbonizzate del precedente palazzo distrutto da un furioso incendio nel 1897, durante il matrimonio di una delle figlie del Maharaja). Il suo contenuto è quasi interamente di provenienza europea: i lampadari furono ordinati a Venezia e in Boemia, i mobili dell’arredamento in Francia, i marmi a Carrara e la struttura in ferro battuto dell’ottagonale “Marriage Hall” a Glasgow.

Per entrarci dobbiamo affrontare una nuova interminabile fila, toglierci le scarpe come forma di rispetto e non portare con sé la macchina fotografica (che sarebbe da lasciare all’ingresso del parco). Scattare foto all’interno del palazzo è, difatti, vietato e ogni suo angolo è sorvegliato da scrupolosi tutori pronti a lanciarsi contro chi disattende la regola. Se la folla era già impressionante fuori nel parco, all’interno del palazzo diventa quasi insostenibile, soprattutto in corrispondenza delle stanze di più piccole dimensioni. Gli indiani hanno una differente concezione di spazio vitale rispetto a noi occidentali. Anche quando c’è sufficiente spazio per disperdersi, li vedi tutti appressati gli uni agli altri, come traessero da questa vicinanza una forza ed una sicurezza che da soli non hanno. In mezzo alla folla claustrofobica del Maharaja’s Palace loro se la spassano un mondo, noi invece tendiamo a soffocare e sentiamo aumentare gli istinti omicidi. È così che, pur con tutto quello che c’è da vedere, la visita all’interno del palazzo non dura poi molto.

Nel retro del palazzo c’è un tempio con libero accesso anche per i non induisti, un piccolo recinto dove due elefanti e due cammelli portano a spasso i turisti e un negozio di tessuti. Quest’ultimo attira l’ovvia attenzione delle due donne, che iniziano proprio qui le loro compere, per proseguirle poi in centro a Mysore. In uno dei negozi che si affaccia su Krishnaraja Circle, una delle tre grandi rotatorie sul lato settentrionale del Maharaja’s Palace, fanno la conoscenza di un venditore mussulmano di scarpe che aiuta Ugo a comprare una scheda telefonica indiana per il cellulare (compilando tutte le carte necessarie a suo nome) e indirizza il gruppo nel fornitissimo negozio di tessuti gestito da un amico. Qui Marta spende una fortuna in pashmine (ovviamente “una fortuna” in termini indiani), mentre Caterina si limita a farsi un paio di regali. Io intanto vago per conto mio per la città, più per fare alcune commissioni che per altro (tipo comprare i biglietti della corriera per la prossima meta).

Alle sette di sera, quando ormai il buio si è impadronito della città, il Maharaja’s Palace viene illuminato da novantasettemila lampadine che ne delineano perfettamente i contorni. È un’immagine straordinaria, ma effimera. Vista l’alta spesa in elettricità, le lampadine vengono mantenute accese solo per mezz’ora ogni domenica. La splendida visione del palazzo illuminato ci rincuora… non è stato completamente sbagliato giungere fin qui nel fine settimana.