Un'esperienza in India

Dal 07 dicembre 2009 al 5 gennaio 2010

di Carlo Camarotto

Nilgiri Hills
Sathis
Passeggiata nel bosco
Foglie di eucalipto
Ooty
In strada ad Ooty
Piantagioni
Botanical Gardens I
Botanical Gardens II

Tappa numero 6, Dal 28 al 30 dicembre 2009

Ooty
india_6

Lunedì 28 dicembre – Verso Udhagamandalam

La corriera per Ooty (il cui nome attuale è Udhagamandalam) è molto meno “lussuosa” di quella presa per giungere fino a Mysore, ma tutto sommato la si può considerare accettabile. È la confusione alla stazione delle corriere a lasciare più turbati. L’incapacità degli indiani di organizzarsi, che nelle stazioni risalta più che mai, rende un viaggio con le sue corriere un’esperienza da lasciare il segno. Nello specifico non ci sono chiare indicazioni sull’esatto punto di partenza per la nostra destinazione; poche persone rispondono alle domande e, quando lo fanno, si avvalgono solo di vaghi gesti; quando la corriera arriva, la folla comincia a salirci sopra a frotte che è ancora lì che fa manovra; all’interno è una lotta all’ultimo posto, ignorando che i sedili sono numerati e prenotati; non c’è posto per gli zaini e per i bagagli più ingombranti che devono essere stipati sotto i sedili o in mezzo alle gambe. Alla fine è la partenza la cosa più faticosa da affrontare con una corriera indiana di medio-basso livello. Il viaggio, di per sé stesso, non è poi così scomodo, e c’è chi lo preferisce a quello in Volvo di qualche giorno prima (Ugo).

Inizialmente il viaggio scorre in piano, ma entro poco iniziamo a scalare le montagne, diretti ai duemila e duecento metri di Ooty, la principale stazione climatica dei Ghati occidentali. Se la giornata inizia con un sole polveroso ad illuminare il cielo, non appena iniziamo a salire di quota incontriamo le prime nuvole e poi una pioggia fine. Il paesaggio, prima costellato di piantagioni di banani, campi di canna da zucchero e filari di palme da cocco, viene lentamente sostituito da boschi di sempreverdi e piantagioni di tè. I suoi arbusti, alti più o meno un metro, coprono con il fogliame quasi tutto il terreno. S’intravedono solo stretti sentieri che permettono di spostarsi attraverso la piantagione, percorsi dalle donne che normalmente raccolgono i giovani germogli. Il tutto è completato da qualche albero isolato che protegge gli arbusti dal sole. Le piantagioni si spingono ad occupare anche versanti molto pendenti, fino a toccare le vette di qualche monte tra i più bassi. Il contrasto tra il loro verde smeraldo e quello più scuro dei boschi disegna sulle montagne fantasie affascinanti. Lungo il tragitto penetriamo all’interno dei confini del Mudumalai National Park e riusciamo a scorgere, prima nei pressi di un fiume e poi nel fitto sottobosco, tre elefanti selvatici. È solo una visione sfuggevole, ma ugualmente in grado di emozionare.

Quando affrontiamo l’ultima rampa per giungere a Ooty, le nuvole sono talmente basse da gettare una folta foschia grigia tutto intorno a noi, impedendoci di ammirare i paesaggi montani che certamente ci circondano. Ci arriviamo nel primo pomeriggio e la temperatura è di gran lunga più bassa rispetto a quella di partenza. Ci troviamo oltre i duemila metri, altitudine a cui associo il concetto di aria pura e silenzio. Non ci vuole molto per capire che la mia associazione è da accartocciare e buttare via. Ooty non si distingue affatto dalle altre città indiane, se non per il clima fresco. L’aria è ugualmente carica di smog e il suono dei clacson è onnipresente. Come a Mysore, gli edifici del centro trasmettono una sensazione di decadenza, di ammuffito. Sensazione confermata dalle prime stanze che vediamo in alcuni hotel sulla via principale, accompagnati da un giovane tamil che ci si è fatto incontro appena scesi della corriera. Sathis ha venticinque anni e il fisico minuto, una barbetta nera incolta a coprire il mento, i capelli lasciati crescere un po’ più lunghi della normale moda indiana e la carnagione parecchio scura, tipica della sua etnia. Parla un inglese rudimentale ma efficace ed i suoi modi sono calmi, a tratti quasi noncuranti. D’istinto gli concedo una certa fiducia, chiedendogli di aiutarci a trovare un alloggio. Al quarto tentativo, dopo aver risalito uno dei tanti colli intorno al quale Ooty si è accresciuta, troviamo un posto con camere ampie, luminose e pulite, con in più le docce (due degli altri tre posti non l’avevano, nel senso che non avevano un posto dove lavarsi). L’acqua calda c’è sola la mattina presto, ma non possiamo di certo lamentarci. Con il passare del tempo e della ricerca, la compagnia di Sathis si fa sempre più apprezzare. Quando sto per salutarlo, lasciandogli una mancia per l’aiuto, mi si propone come guida per il giorno successivo. Contratto un po’ sul prezzo (1400 rupie per l’intera giornata) e decido di accettare.

Il viaggio è stato pesante ed anche il cambio di temperatura ci ha un po’ fiaccato. Ci prendiamo il giusto tempo per riposare e poi, quando fuori è già calato il buio, ci incamminiamo verso il centro in cerca di un posto dove mangiare. La città ha una struttura urbana davvero caotica, essendosi sviluppata in modo tentacolare prima lungo le valli fra le tante colline presenti nella zona e poi sui versanti. Non è facile orientarsi e capire dove andare. Seguendo un po’ l’istinto giungiamo comunque in centro, dove troviamo aperti alcuni negozi, per lo più di tessuti e gioielli. A parte questi, che non m’interessano un granché (ma che ovviamente attirano l’attenzione delle due donne), ci sono dei negozietti che vendono il famoso cioccolato di Ooty: al primo assaggio appare assai buono.

Per cena puntiamo al Sidewalk Café, un ristorante indo-italiano celebre per preparare una deliziosa pizza. Troviamo il posto pulito ed accogliente, con personale giovane, cortese e simpatico. La loro pizza, rivista secondo i gusti indiani, non è affatto male. Torniamo a casa più che soddisfatti, camminando nel buio di una cittadina che va a dormire piuttosto presto. La notte è fresca e bisogna coprirsi. Continua a piovere.

Martedì 29 dicembre – A spasso con Sathis Murgan

La mattina ci accoglie con un sole splendente ed un cielo meravigliosamente azzurro, di quelli che raramente sono dati vedere in India a quote inferiori. Le nubi grigie del giorno precedente sono solo un impalpabile ricordo, come il loro deprimente effetto sui nostri animi. La giornata di trekking con Sathis ci appare ora più invitante. Il giovane tamil ci aspetta fuori dalla porta, appoggiato con noncuranza al muro, lo sguardo lievemente assente. È vestito come il giorno precedente: un paio di scarpe da ginnastica blu ai piedi, piuttosto sfatte, un giubbetto impermeabile scuro di qualche taglio superiore alla sua a coprire una camicia di cotone turchese, un paio di pantaloni di velluto marroni e delle grosse cuffie nera appese al collo.

Quando tutti sono pronti, prendiamo al balzo la prima corriera che sale su per la montagna, mescolandoci alla gente del posto. In poco più di sette chilometri arriviamo a Thalaikundha, un piccolo gruppo di case posto alla testata di una valle boschiva lambita dalle rive di un lago. Il verde paesaggio è bello, anche a dispetto del piccolo agglomerato di case, che appare tetro e sporco. Lo abbandoniamo in fretta, seguendo la strada che costeggia il lago. Sathis è un tipo silenzioso, che parla giusto lo stretto necessario. Mentre gli altri rimangono spesso indietro, io gli cammino ugualmente a lato, riuscendo ad instaurare nel tempo una certa intesa. Il traffico sulla strada, anche se non intenso, ci induce a camminare nel bosco che la circonda da entrambi i lati. Non ci sono sentieri da seguire, ma solo l’istinto di Sathis. Vaghiamo così all’interno di un bosco di eucalipti, impiantati sia per produrre legname sia per ricavare dalle foglie l’olio profumatissimo in vendita ovunque a Ooty. Per produrre legname sono stati piantati anche dei pini non autoctoni, soprattutto in vicinanza del lago, che formano delle cupe pinete del tutto simili a quelle che si incontrano in Europa. Dopo aver dato uno sguardo alle rive del lago, dall’acqua verde che appare pura solo da lontano (in realtà è molto inquinata), continuiamo il nostro girovagare nel bosco a caccia delle tre specie di scimmie che vi dimorano. È un muoversi guardingo sotto la volta degli alberi che profuma intensamente d’avventura. Troviamo sia le scimmie bianche più piccole e curiose, a cui è facile avvicinarsi, sia quelle nere più grandi, che viste le dimensioni è meglio tenere a debita distanza. Nessuna traccia invece di quelle rosse, le più rare. Il tutto è molto bello, e a tratti riesco a godermi intensamente la camminata, ma c’è un tarlo che continua a rovinare la mia esperienza in bosco. Il problema ambientale è di stretta attualità in India, e lo sarà sempre di più in futuro. Così com’è non può andare avanti. Stanno, neanche tanto lentamente, uccidendo il loro territorio. Non è solo una questione di rifiuti, che s’incontrano praticamente ovunque, anche sparsi nel bosco, ma soprattutto di un’idea stessa di territorio che non esiste. Eucalipti e pini non sono alberi di queste terre e la loro presenza massiccia è un’autentica oscenità ambientale. Che fine ha fatto la flora autoctona? Dove sono le vere foreste indiane? Purtroppo sono ormai confinate in piccoli spazi sempre più asserragliati dalla cieca bramosia di un qualche profitto momentaneo. Questo tarlo non riesco proprio ad ignorarlo.

Verso mezzogiorno torniamo indietro e mangiamo qualcosa in riva al lago. Anche se invitato a mangiare con noi, Sathis preferisce mantenersi defilato, mostrandoci una timidezza ed una riservatezza che non gli avevo riconosciuto il giorno precedente. Dopo riprendiamo la corriera per tornare giù verso il paese, sorpassandolo. Sathis ha intenzione di farci fare un ampio giro su per delle stradine secondarie per raggiungere una fabbrica di tè che campeggia ben in evidenza sopra Ooty. Lungo la camminata passiamo a lato di una capanna fatta interamente di foglie di eucalipto, al cui interno si prepara l’olio con un procedimento ancora rudimentale. Due vecchi signori, probabilmente marito e moglie, ci accolgono con la consueta gentilezza indiana, facendoci accomodare su alcune panche all’interno della capanna. Non ci sono finestre e su tutto è gettato un’ombra profonda, soprattutto se si proviene dalla luminosa giornata esterna. Ci spiegano, grazie alla traduzione di Sathis, come fanno a produrre l’olio e ce ne fanno provare qualche goccia.

Quando riprendiamo la strada in salita, il tempo inizia lentamente a peggiorare, con nuvole grigie che vanno sempre più a conquistare ampie aree di cielo. Quando giungiamo alla fabbrica ci troviamo in mezzo ad una nutrita folla di indiani, giunti fin lì in macchina lungo la strada principale. Il capannone aperto al pubblico, stipato di persone come solo in India è possibile, nel piano superiore, quello a cui si accede, contiene una serie di cartelloni esplicativi sulla storia delle piantagioni delle Nilgiri Hills e di come si produce il tè. Al piano inferiore si possono invece vedere dal vivo le fasi della lavorazione, bere un ottimo chai (tè speziato al latte) e comprare il tè prodotto nella fabbrica. Fuori dal capannone ci sono alcune bancarelle che vendono olio di eucalipto e altre essenze. I miei compagni sono abbastanza consumisti da essere attratti da tutte le bancarelle, pronti ad acquistare i prodotti a man bassa. Io e Sathis in attesa ci scambiamo spesso degli sguardi e sorridiamo, non so se per la stessa cosa. Quando abbandoniamo la fabbrica, ci incamminiamo lungo una strada molto trafficata che s’inerpica su per l’ennesimo monte. Questa volta procediamo per tre chilometri in mezzo ad un traffico sporco e rumoroso, niente affatto piacevole. Purtroppo è l’unica via per raggiungere il punto più alto della zona, a quasi tremila metri, che dovrebbe offrire una visione splendida sulla città e su tutte le Nilgiri Hills. Purtroppo le nuvole hanno racchiuso il belvedere in un bozzolo grigio che pare sospeso nel vuoto. Nessuna visione è permessa, se non quella della valangata di indiani in vacanza che riempiono tutti i luoghi di una certa valenza turistica. Rientriamo a Ooty con un pick-up, con il cui padrone ci siamo accordati lì sul momento, e salutiamo Sathis con affetto una volta giunti a destinazione.

In stanza nessuna doccia per ripulirci. L’acqua gelida non è affatto invitante e la temperatura esterna, più fredda del giorno precedente, è un forte deterrente. Per cena optiamo per un ristorante indiano del centro che, a parte un ottimo tandoori chicken, delude sia per gli altri cibi sia per il servizio.

Mercoledì 30 dicembre – Ooty Botanical Garden

Pur assonnato, corro rapido sotto la doccia non appena mi sveglio, incurante del freddo pungente che già da qualche ora ha invaso la stanza. Devo cercare di sfruttare i pochi minuti mattutini in cui mi è concessa l’acqua calda. Poi posso tornare a dormire, godendo del ritrovato calore delle coperte.

Quando ci risvegliamo scopriamo nuovamente una giornata soleggiata, con solo qualche nuvola sparsa in cielo. Con il sole Ooty sembra molto meno fatiscente e per certi versi appare quasi armoniosa. Per raggiungere il centro cambiamo strada, ritrovandoci su un prato verde che digrada lentamente fino ad una piccola stazione. Da lì parte un famoso tratto ferroviario a scartamento ridotto, eletto nel 2005 patrimonio dell’umanità dell’Unesco (Nilgiri Mountain Railway, all’interno delle Mountain Railways of India) con la motivazione di “particolare esempio di ingegnosa progettazione di soluzioni per risolvere il problema della costruzione di un collegamento ferroviario su un terreno montagnoso”. Anche i paesaggi percorsi dicono essere stupendi, ma purtroppo da due mesi i viaggi sono stati sospesi e non si sa quando ripartiranno.

Al Sidewalk Café, dove ci dirigiamo per colazione, facciamo la conoscenza di un signore inglese di mezza età dalla parlata lentissima. È un vecchio professore di egittologia in pensione che collabora con una scuola indiana, da qualche parte nel nord. È lui ad avvicinarci non appena ci sente parlare in italiano. Innamorato del Bel Paese, nella breve chiacchierata si lascia andare ad una serie di simpatiche espressioni per testimoniare la sua adorazione. “Vi detesto per quanto siete fortunati” è di sicuro la più bella e diventerà un leit-motiv del viaggio nei giorni a seguire. Ci consiglia di andare a vedere il giardino botanico, ritenendolo un vero e proprio must di Ooty. Così, appena usciti dal locale, con solo qualche tentennamento sulle bancarelle dei negozi che immancabilmente tappezzano le strade, è proprio lì che ci dirigiamo. E facciamo bene.

L’orto botanico è di gran lunga la cosa più bella che la città ha da offrire. Sul versante di un colle è stato ricavato un giardino tra i più belli che abbia mai visto, una gemma di ordine e pulizia in mezza alla caotica e sporca India montana. Il confronto con l’esterno è a dir poco imbarazzante e testimonia come basta veramente poco per dare tutt’altro aspetto a questa India urbanizzata sempre più decadente ed invivibile. Un contesto forse troppo “occidentale”, con una decisa (direi quasi unica) impronta anglosassone, ma alla lunga delle immondizie, degli odori nauseabondi, del suono imperterrito dei clacson, dello smog e di quant’altro caratterizza una città indiana non se ne può proprio più. Un angolo armonioso in cui è possibile rifugiarsi è un vero toccasana, un’autentica panacea per l’animo.

Alla base della collina, ancora in piano, la fanno da padrone i prati perfettamente tagliati, con solo qualche albero sparso a concedere un po’ d’ombra. Salendo lungo il versante, le sembianze del giardino si fanno sempre più simili ad un bosco, con alcuni maestosi eucalipti a farmi ricordare l’Australia. Alcune casette in stile inglese, con le linde facciate bianche e i balconi di legno e il tetto di lamiera dipinti di verde, emergono tra gli alberi, dando l’impressione di essere da tutt’altra parte del mondo. Disperse tra i viali, si incontrano anche delle vecchie serra di vetro e ghisa, con all’interno collezione vegetali discretamente tenute. Entrati per dare solo un’occhiata, rimaniamo nel giardino per oltre tre ore, godendoci la rilassatezza offerta dalle varie panchine poste un po’ ovunque e la calma e silenziosa atmosfera dei viali posti più in alto lungo il versante. Sono molti gli indiani che lo stanno visitando, ma la sua vastità li disperde tra la vegetazione. Molti di loro preferiscono stazionare nelle zone più accessibile alla base del versante, lasciando a noi quasi l’esclusivo piacere di scoprire i luoghi più nascosti.

Quando usciamo il sole ha già perso parte del suo potere e sta precipitando verso ovest. Ci concediamo qualche acquisto nel piccolo mercato tibetano antistante l’ingresso, dove vendono perlopiù vestiti per bambini, e in qualche altra bancarella lungo la strada che conduce alla chiesa principale di Ooty, posto al termine di una ripida scalinata. Il cristianesimo è qui abbastanza diffuso (Sathis è cristiano).

In breve il buio ci avvolge e puntiamo per cena nuovamente al Sidewalk Café, dove veniamo trattati come qualcuno di casa. La cordialità dei camerieri è totale e ci infonde calore. Cena a base di pizza indiana e sorrisi, con le immancabili strette di mano con tutti prima di uscire e tanti auguri di buona continuazione di viaggio. Fuori l’aria si è fatta di nuovo fresca, quasi fredda. Questa è Ooty.