Un'esperienza in India

Dal 07 dicembre 2009 al 5 gennaio 2010

di Carlo Camarotto

Reti da pesca cinesi
Rete e tramonto
Cochin Carnival
Cherai Beach
Backwaters
Canali
Vita quotidiana
Sentiero
Pace assoluta

Tappa numero 7, Dal 31 dicembre 2009 al 5 gennaio 2010

Kochi
india_7

Giovedì 31 dicembre – Fort Cochin

Ci svegliamo molto presto, incalzati dal bussare rapido alla porta di Ugo, in fibrillazione per l’imminente partenza. Fuori dalle coperte ci accoglie la consueta aria fredda e umida, mentre il cielo sta iniziando a schiarirsi. In strada troviamo quasi subito un tuk-tuk da quattro posti che ci porta alla stazione delle corriere, che a quell’ora, da poco passate le sette, non è troppo affollata. Per una volta non ho prenotato in anticipo il viaggio, perciò mi prodigo alla ricerca di qualche informazioni per andare a Coimbatore, dove verso l’una dobbiamo prendere il treno per Ernakulam, nel Kerala. Stranamente non devo dannarmi più di tanto e in breve mi viene segnalata una corriera che sta partendo proprio in quel momento. Senza pensarci troppo saliamo a bordo e scegliamo dei posti comodi e, visto che alcuni finestrini sono rotti e al loro posto ci sono dei slabbrati pezzi di cartone, anche poco ventilati. Caterina, forse a causa della levataccia, si dimostra particolarmente sensibile. È un po’ nella fase “non sopporto nulla di quello che è intorno me”. La vedo rinchiudersi a riccio cercando di non vedere il mondo che la circonda. I disagi della corriera che percorre le tortuose strade di montagna delle Nilgiri Hills, il freddo pungente che penetra da ogni finestrino ghiacciando il corpo, l’odore di carburante e di prodotti di scarico che riempie la corriera, lo sporco presente ovunque, le persone che sputano continuamente a terra e dai finestrini. Tutto è duro da digerire se si è in giornata no. Caterina decide di chiudere gli occhi, di appoggiare la testa sulla mia spalla e cercare di dormire. Quando due file davanti a noi una donna si affaccia fuori dal finestrino per vomitare, decido di non dirglielo. Meglio aspettare di essere calmi a destinazione.

Il paesaggio che percorriamo è affascinante, soprattutto nella prima parte, quando le vaste piantagioni di tè che tappezzano quasi ogni versante non sono ancora coperte dalla foschia. Il loro verde brillante mi ammalia. Difficilmente apprezzo una monocoltura così assidua, ma le piantagioni di tè mantengono qualcosa di naturale, o comunque di arcaico, che me le rende accettabili. Hanno un fascino antico, d’altri tempi. Quando imbocchiamo l’ultima grande discesa che dalle montagne ci riporta nelle calde piane alla loro base, veniamo avvolti completamente dalla foschia. A quel punto mi appisolo anch’io, facendo compagnia a Caterina, e mi risveglio quando siamo già in pianura. La temperatura si è alzata sensibilmente ed in breve ci spogliamo dei maglioni per rimanere in maglietta corta e camice leggere. A Muttapulayam, dove ci fermiamo qualche istante per sgranchire le gambe, ritroviamo quell’India polverosa e calda che a Ooty avevamo momentaneamente perduto.

Verso mezzogiorno giungiamo a Coimbatore ed in breve ci trasferiamo dalla stazione del corriere a quella dei treni. Abbiamo ancora più di un’ora prima di prendere il treno per Ernakulam, ma il tentativo di fare una passeggiata nei dintorni della stazione ci porta in una strada dove i forti odori di cibo andato a male stordiscono letteralmente Caterina, che cade così in un secondo momento di crisi. È nuovamente assalita da conati di vomito e dobbiamo riportarla indietro. Decidiamo così di aspettare in stazione, osservando il concitato andirivieni nell’affollata hall. Quando ci trasferiamo sui binari, sorrido delle reazioni dei miei compagni alla vista della seconda classe dei treni indiani. A tutti sembrano dei carri bestiame, con le sbarra a bloccare le piccole finestre senza vetri e ad accentuare il buio che avvolge tutto il vagone. Li rassicuro sul fatto che ho prenotato posti di più alto livello, quelli con aria condizionata e tre sedili per scomparto (3AC-TIER). A dire il vero non ho idea di come siano, ma confido in qualcosa di decente. E non sbaglio.

I sedili sono comodi e abbastanza puliti. Per tutto il viaggio mi accomodo sul terzo letto in alto, avvolto in una calda coperta, e quando mi risveglio siamo già in Kerala. Il panorama sembra solo più verde, ma poco è cambiato rispetto a quando siamo partiti. Almeno come paesaggio. Perché che il Kerala sia un po’ diverso come usi e costumi rispetto al Karnataka ed al poco visto Tamil Nadu ce ne rendiamo conto non appena usciamo dalla stazione. Per prendere un tuk-tuk bisogna passare per un baracchino presieduto da una guardia, pagare una rupia di tasse per il servizio, indicare dove si vuole andare, prendere la ricevuta che indica già chiaramente il prezzo da pagare, consegnarlo al primo tuk-tuk in fila, montare, farsi trasportare fino a destinazione e pagare quanto scritto nella ricevuta (assai poco perché tariffa per tutti, turisti compresi). Una simile organizzazione non può essere indiana. Ma è la stessa impressione generale ad essere differente. Tutto sembra più ordinato.

Se a Ernakulam, la parte di Kochi sulla terraferma, è solo una sensazione non facilmente identificabile, a Fort Cochin, il quartiere storico della città che sorge sulla penisola meridionale che chiede la baia intorno a cui Kochi si è accresciuta, è una certezza. Nella penisola in cui si insediarono i primi coloni europei ora si respira un’atmosfera di assoluta tranquillità, una pacifica quiete che poco ha di indiano. È certamente un luogo dove abbondano i turisti stranieri, ma questo non basta a motivare l’assenza di clacson e altri rumori inopportuni, o di quella confusione umana che caratterizza qualsiasi altra città indiana.

Per raggiungere Fort Cochin prendiamo un traghetto da Ernakulam, il mezzo più rapido e meno costoso con cui muoversi tra la terraferma, le isole e le penisola che caratterizzano questa città sull’acqua. Sono nemmeno quindici minuti di traversata su un’acqua calma e oleosa, con lo sguardo che può spaziare dai condomini di Ernakulam alla base navale di Willingdon Island, per poi scoprire lentamente le rive orlate di palme di Fort Cochin e Mattancherry.

A Fort Cochin alloggiamo in una guest house prenotata dopo un breve scambio di mail direttamente da Bangalore. La Prem’s Homestay è gestita da un indiano cattolico dal perenne sorriso e dalle sue tre figlie. Ci accolgono in casa con una ospitalità d’altri tempi, offrendoci qualcosa da bere e da mangiare prima di farci vedere le stanze. La figlia più grande, dal volto paffuto e la figura matronale, dirige l’attività. È la più decisa e organizzata, con un vero piglio manageriale. La figlia di mezzo, la più carina, si chiama Cinthia ed è la persona con cui avevo preso contatto via mail. Gentile e umile, è sempre accompagnata da un caldo sorriso. La più giovane, dallo sguardo quasi sempre rivolto a terra, non ha praticamente contatti con gli ospiti e rimane perlopiù ad aiutare in cucina. Il signor Prem non gestisce quasi nulla, se non le quattro chiacchiere giornaliere con gli ospiti nella veranda e nel giardinetto antistante le due costruzioni che costituiscono la guest house. Se gli vai a genio, però, è pronto a farsi in quattro per accompagnarti ovunque, salvo poi decidere lui dov’è questo ovunque. È una piccola cellula impazzita che passa molto del suo tempo in sella ad uno scooter, con il casco che lascia spazio solo al suo grande e perenne sorriso. È una vera sagoma di personaggio (che forse meriterebbe di essere raccontato più approfonditamente).

Le strade di Fort Cochin sono addobbate a festa, con festoni argentei che luccicano ovunque, riflettendo le tante luci natalizie di cui ogni abitazione si è munita. Quando usciamo abbiamo come unico desiderio quello di trovare un buon posto per cenare, preda come siamo della fame. È proprio l’appetito, unito alla stanchezza del lungo viaggio, che ci fa scegliere uno dei primi locali che si affacciano sulla strada. Il posto è carino, ma è gestito da un gruppo di giovani che sembra appena stato in Giamaica e che non sa proprio cucinare. Se il pesce si salva, i calamari fritti sono i peggiori mai mangiati nella mia vita. A dire il vero la cosa mi lascia abbastanza indifferente, perché il mangiare bene non è parte fondamentale del viaggio. Preferisco concentrarmi sul momento osservando il posto e la gente che lo anima. Ma per Ugo le cose sono diverse. Il suo spirito “eccessivamente occidentale” non gli permette di distogliere l’attenzione dal cibo scadente e così continua a lamentarsi rovinando alla fin fine la sua e la nostra esperienza a tavola. Tra le tante cose che avvengono sotto i nostri occhi, la più bella è vedere come le persone bevano birra di nascosto. Probabilmente il locale non ha la licenza per vendere alcolici, che so essere molto cara in Kerala, ma li forniscono ugualmente sotto banco. La birra viene servito in tazze di ceramica per nascondere il contenuto, mentre la bottiglia è tenuta sotto il tavolo.

Finito di cenare ci dirigiamo verso il lungo mare, inserendoci in una folla che va via via aumentando. In tanti percorrono il camminamento di cemento che corre tra il bordo di pietre in riva all’oceano e la prima serie di case. C’è un andirivieni continuo, che va dalla piazza dove si trovano una serie di reti da pesca cinesi ad un ampio piazzale in prossimità dell’unico lembo di sabbia di Fort Cochin, dove è stato eretto un pupazzo alto qualche metro vestito di rosso e con folti baffi marroni che verrà bruciato a mezzanotte.

Decidiamo di aspettare l’inizio dell’anno nuovo proprio in vicinanza dell’ultimo piazzale, sedendoci sui massi che si appoggiano sulle onde del mare. Siamo in mezzo ad una folla di quasi solo indiani. Molti ci salutano e tanti saranno quelli che vorranno augurarci felice anno nuovo, come fossimo delle piccole star a cui rendere omaggio. Lo faranno con una sincera stretta di mano ed un ampio sorriso. Aspettando la mezzanotte Ugo si addormenta letteralmente su un masso, in una posizione da autentico facchino. Siamo tutti parecchi stanchi e quando arriva la mezzanotte, che viene salutata con il falò del pupazzo, qualche fuoco d’artificio e tante urla di gioia, ci sentiamo autorizzati a tornare alla guest house per farci una sana dormita. Happy new year.

Venerdì 1 gennaio – Oceanos

Dormo assai bene, percependo solo lontanamente il canto all’alba del muezzin. Facciamo colazione nella piccola saletta da pranzo dei Prem, su un tavolo ellittico di legno degli anni sessanta. Tutto l’arredamento della casa, ad onor del vero, mi ricordo l’Italia di mezzo secolo fa. Marta vuole provare un massaggio ayurvedico e non deve faticare molto per convincerci a provarlo tutti. Basta esprimere un desiderio e il signor Prem è già sullo scooter pronto a partire verso il centro ayurvedico più vicino per combinare l’affare (800 rupie, circa 12 euro, per un’ora e mezzo di massaggio).

Quando arrivò al centro ayurvedico, vengo fatto accomodare in una stanzetta in compagnia di un giovane dalla carnagione scura e dagli immancabili baffetti neri a coprire il labbro superiore. Lo sguardo e i modi sono professionali e non si perde quasi mai in un sorriso. La stanza è piccola e bassa, con le pareti di color arancio sporcate da svariate macchie d’olio. Al centro c’è un tavolo in plastica nera modellato come una piccola vasca per far defluire l’olio, che evidentemente viene usato in modo cospicuo. Il tipo mi fa spogliare di tutto tranne le mutande, poi fa passare un filo di cotone bianco intorno alla vita e ci appende davanti una pezza di tela bianca molto leggera. Tolte anche le mutande, la pezza è fatta passare tra le gambe ed agganciata al filo sul retro. Un semplice perizoma è così pronto a coprirmi le parti intime.

Mi stendo sul lettino e cerco di rilassarmi al contatto con le mani energiche del giovane, che inizia a spalmarmi il corpo d’olio e ad agire soprattutto sugli arti. Ho qualche difficoltà a sciogliermi, non abituato ad una manipolazione così vigorosa. Ma dopo poco inizio ad apprezzare il massaggio, che mi stimola al tal punto da eccitarmi. Mi ritrovo così, non senza qualche imbarazzo, in erezione, per nulla nascosta dietro l’eterea garzetta che mi copre il pene.

Per un’ora e un quarto il tipo mi manipola pesantemente, prima le gambe, poi le braccia, il torace e la schiena. Al termine del ciclo mi ritrovo dispiaciuto, ormai assuefatto ad uno stato di perdurante benessere e sottile piacere corporeo. Scendo dal lettino e vengo condotto in un’altra stanza, dove una cassa di legno aperta sul davanti è pronta per accogliermi per un bagno di vapore. Dieci minuti di intenso caldo e poi una doccia fredda in un piccolo bagnetto lì accanto, con l’accortezza di non scivolare sulle piastrelle a causa dei piedi unti d’olio. All’uscita dello spartano centro ayurvedico mi sento particolarmente rilassato, immerso in un piacevole torpore sensoriale.

Su consiglio di una delle giovani Prem, non partiamo nel pomeriggio verso Ernakulam, come avevamo programmato, ma rimaniamo a Fort Cochin. C’è in programma in centro una sfilata per festeggiare l’anno nuovo, una manifestazione che richiamerà persone da tutta la città: c’è da aspettarsi un assalto ai mezzi di trasporto, una di quelle resse tipicamente indiane che nessuno ha voglia di affrontare. Ci spostiamo quindi a Jawar Park, la piazzetta verde antistante la riva dove sono disposte le reti da pesca cinesi (Cheena Vala), aspettando questa misteriosa sfilata. Se la mattina le strade erano perlopiù deserte, nel pomeriggio cominciano ad animarsi. La piazza è già gremita nel momento in cui ci arriviamo. Troviamo una panchina libera e ci sediamo guardando la folla che ci circonda da tutti i lati.

Marta e Caterina s’immergono nelle loro chiacchierare, mentre Io e Ugo, separatamente, cominciamo a vagare nei dintorni. Le imponenti reti da pesca cinesi, che all’infuori del paese di origine si ritrovano solo a Kochi e nei suoi pressi, risaltano nella soffusa luce del tramonto con le loro forme antiche, ravvivando il passato coloniale delle città. Sono la vera icona di questo appartato angolo di mondo. Le famigliole indiane sono vestite a festa, con le donne e i bambini nei loro abiti sgargianti, pieni di lustrini e colori. L’allegria e la spensieratezza sono tangibili. È una vera giornata di festa, vissuta da tutti con un evidente trasporto ed una sottile ed elettrica attesa per la sfilata in programma.

Per poter vedere il Cochin Carnival, dobbiamo aspettare ben oltre il tramonto. La sfilata è guidata da un enorme elefante bardato di stoffe colorate e gemme luccicanti, imponente e regale nel suo calmo incedere. Dietro di lui un codazzo di persone vestite un po’ in tutti i modi, tra i quali, non senza qualche stupore, molti travestiti. Affascinato principalmente dall’animale, mi aggrego alla folla festante, in compagnia di un Ugo dallo sguardo sognante. Marta e Caterina hanno invece adocchiato alcuni negozi di prodotti artigianali e la loro attenzione per la sfilata è scesa a valori inesistenti.

Prima di arrivare in piazza, nel primo pomeriggio, eravamo entrati a visitare il nostro primo negozio, più un atelier di gran classe che un negozio vero e proprio. I proprietari erano kashmiri, come quasi tutti a Fort Cochin, che vendevano un po’ di tutto, dai tappeti ai tessuti, dai mobili di legno ai lampadari di vetro. È stato il primo vero confronto con i venditori kashmiri, che sono molto diversi da quelli che avevamo incontrato nei giorni precedenti a Mysore e Ooty. Se la gentilezza e la cortesia dei commercianti dell’India del sud e subito evidente, quasi eccessivamente ostentata, quella dei kashmiri appare con il tempo, dopo un po’ che ti relazioni con loro. Ma quello che salta quasi subito all’occhio e che sono dei commercianti nati, mercanti fino al midollo, nell’accezione più letterale del termine. Se a Mysore era sovente indicato come i prezzi fossero fissi (cioè non si contrattava, non completamente almeno), con i kashmiri tutto diventa una contrattazione, svolta sempre con un bel sorriso sulle labbra, ma sempre molto accesa e ricca di sfaccettature.

I tessuti non sono la cosa per cui un negozio kashmiro è famoso, a differenza di quanto visto a Mysore, i tappeti e i gioielli invece sono molto belli. E cosa più di un gioiello può catturare l’attenzione di una donna? Alla fine mentre io e Ugo ci godiamo la sfilata, Marta e Caterina sono già lì a contrattare per vedere come spendere il loro stipendio.

Al termine della sfilata, dobbiamo faticare un po’ per riuscire a distogliere le due donne dai loro tentativi di acquisti, riuscendoci più per la fame sopraggiunta che per una nostra capacità di imporci. Per cena vogliamo seguire il consiglio di un austriaco conosciuto lì al momento che ci indica un buon ristorante nelle vicinanze. Purtroppo è chiuso, così vagando un po’ a caso nella zona, entriamo in un ristorante un po’ discosto dalle vie più frequentate del centro: l’Oceanos. È un lindo locale con sedie e tavoli verdi e pareti di un bianco immacolato. Se il caso la sera prima ci aveva fatto sedere al tavolo di un ristorante piuttosto scadente, questa sera ha deciso di restituirci il maltolto. Pesce fresco di ottima qualità, cucinato con cura da un gruppo di giovani cuochi vestiti di tutto punto (cappello bianco compreso) che si possono osservare attraverso le grandi vetrate che dividono la cucina dalla sala da pranzo. I camerieri si curano con premura delle tue esigenze ed il dolce finale, qualsiasi esso sia, ti riappacifica l’animo. Una cena dal gusto sublime e dal prezzo, seppur alto per i parametri indiani, ben poca cosa per noi ricchi occidentali. Ugo è talmente eccitato da tanta bontà che ad un tratto si affaccia alla piccola finestrella della cucina e incomincia a ringraziare i cuochi con il suo italo-inglese appena abbozzato.

Usciamo di là ringraziando tutti e la serata ci appare subito soave. Le strade sono tornate deserte ed è piacevole camminare sotto i coni di luce giallastra della poca illuminazione pubblica, cullandosi nel tepore della notte tropicale. Una buona cena ha reso tutti più leggeri.

Sabato 2 gennaio – Charai beach

Vogliamo dedicare la giornata all’oceano, alla spiaggia e al sole. Una giornata di tranquillo e autentico riposo in attesa di visitare le Backwaters l’indomani. Consultando le donne di casa Prem, ci viene indicata come più bella spiaggia della zona Cherai Beach, qualche decina di chilometri a nord di Kochi.

Per arrivarci dobbiamo prima di tutto attraversare il braccio di mare che divide Fort Cochin da Vypeen, l’isola che gli sorge dirimpetto verso nord, una traversata di pochi minuti al prezzo irrisorio di qualche rupia. L’imbarcadero è composto da un edificio davvero essenziale, quattro sporche pareti che racchiudono uno spazio buio e spoglio. Oltre a questo si apre però la bella vista sulla baia, con in lontananza gli alti condomini di Ernakulam e le ben più vicine palme di Vypeen. È un paesaggio che ti apre il respiro. Quando giungiamo al molo ci sono già un bel po’ di persone in attesa del traghetto. Come di consueto, le donne sono ferme da una parte e gli uomini dall’altra. Ripartizione mantenuta anche sulla barca, con due aree ben distinte divise dall’ampio cassettone del motore.

Scesi a terra a Vypeen mi aspetto d’essere avvicinato da qualche conducente di tuk-tuk, ma stranamente veniamo ignorati. Devo io stesso appropinquarmi ad un gruppo di conducenti che si stanno godendo un po’ di fresco all’ombra di una palma per chiedere un passaggio fino a Charai beach. Nessuno di loro sembra però propenso a lavorare e la tirano lunga senza rispondere chiaramente a nessuna richiesta, sparando ogni tanto a casaccio qualche cifra esorbitante. Devo impegnarmi a fondo per ottenere un passaggio ad una cifra ragionevole. Riusciamo così a partire verso nord per un viaggetto che dovrebbe essere di circa 25 chilometri, tutti su un tuk-tuk da quattro posti.

Questo angolo di Kerala è davvero affascinante. La consueta confusione indiana è ancora presente, con macchine, camion, moto e tuk-tuk a contendersi rumorosamente il poco spazio sulla strada congestionata, ma in un qualche strano modo tale confusione è minore, quel tanto che basta per renderla accettabile e non più così fastidiosa. Ai bordi della strada la vegetazione lussureggiante abbraccia le capanne, che costituiscono la maggior parte delle abitazioni, con il tipico vigore tropicale, pronta a ricoprire anche il minimo lembo di terra lasciato a sé stesso. Sovente attraversiamo su stretti ponti, in cui due macchine affiancate non possono passare, canali sopra i quali si protendono leggiadri i fusti flessuosi delle palme, mentre sull’acqua scorrono barche di legno scuro sospinte con lunghe pertiche. La scena è d’altri tempi, fatto comune più in Kerala che altrove. Qui gli uomini continuano a vestire in modo tradizionale, senza cedere alle lusinghe del vestiario occidentale. Quasi tutti vestono il dhoti, una lunga gonna che all’occorrenza viene arrotolata lasciando le gambe scoperte per non soffrire troppo il caldo. Prima di raggiungere Charai beach, dopo aver abbandonato la trafficata strada principale, corriamo in mezzo a vaste valli dove è praticato da tempo immemorabile l’allevamento del pesce. Lo specchio d’acqua appena increspato dal vento rispecchia le sagome delle palme che costeggiano i suoi bordi, mentre qualche capanna di pescatori sorge sugli stretti terrapieni che chiudono le valli verso l’oceano. È una scena da sogno. Questo angolo d’India mi appare idilliaco.

Così non è invece per la spiaggia tanto decantata. È piuttosto sporca, piena di aree dove le immondizie sono presenti in numero maggiore dei granelli di sabbia. Solo una piccola area davanti ad un brutto bar di cemento è stata ripulita, e noi lì ci mettiamo. Finché il sole picchia con ardore, la spiaggia rimane esclusivamente in mano agli stranieri bianchicci che provano piacere ad oscurarsi la pelle. Chi la pelle ce l’ha già scura, come gli indiani del Kerala, decide di affacciarsi in spiaggia quando il sole inizia la sua discesa verso ovest e diminuisce di molto la sua aggressività. Al crepuscolo la spiaggia diventa affollata, con gruppi di amici e famigliola seduti sul bagnasciuga o intenti a sguazzare nell’acqua bassa completamente vestiti.

Quando la luce inizia a svanire, torniamo sui nostri passi e ritroviamo il conducente del tuk-tuk che c’aveva portato fin lì. È in nostra tranquilla attesa: con un andata ed un ritorno si è già guadagnato la giornata. Il viaggio di ritorno dura di più a causa degli ingorghi sui ponti troppo stretti, ma anche così, il clima tropicale della zona, con la vegetazione che si approssima ai bordi della strada, rende più piacevole le ore passate nel traffico.

Dal molo di Vypeen le luci di tutta Kochi si rispecchiano nell’acqua ferma della baia, illuminando una dolce sera tropicale che prosegue poi con le delizie per il palato del ristorante Oceanos. Tutti e quattro abbiamo trovato una particolare sintonia con questa città, forse la più bella del nostro viaggio in comune.

Domenica 3 gennaio – Backwaters

Da millenni i mercanti approdano lungo le coste di quello che oggi chiamiamo Kerala in cerca di spezie ed altri prodotti commerciabili: fenici, romani, arabi e cinesi conoscevano le sue primizie e ne erano stati attratti. Era naturale che i malayali, gli abitanti del Kerala, si dedicassero nel tempo al commercio. Le spezie venivano - e vengono tutt’ora - coltivate nello stretto entroterra pianeggiante e sui versanti della catena di monti che protegge alle spalle la regione costiera, i Western Ghats (Ghati occidentali), imponenti montagne le cui cime svettano fino a tremila metri d’altitudine. Sulle colline e nelle vallate si producevano cereali, tè, frutta e spezie d’ogni tipo, prodotti che raggiungevano la costa per essere commercializzati e raggiungere terre lontane. Una ricchezza che ha nel tempo fatto crescere gli insediamenti costieri, inducendo i malayali a consolidare i fragili litorali sabbiosi che caratterizzano la costa. A causa dell’antropizzazione del territorio, buona parte dei quaranta fiumi che scendono dai Ghati ha cominciato a trovare sempre più difficoltà nello sbocco al mare. L’intensa attività di consolidamento dei litorali ha favorito così l’ampliamento delle paludi e degli stagni alle spalle della linea costiera. Da lì le opere di sistemazione del territorio sono continuate rinforzando e rialzando gli argini che contenevano le nuove lagune e collegando le stesse con una rete sempre più fitta di canali. Con il tempo queste acque dell’entroterra, le Backwaters come le avrebbero chiamate gli inglesi, vennero ad estendersi per parecchie decine di chilometri tra la costa e le prime colline, formando un intricato dedalo di canali più o meno stretti ed ampie lagune, dove le già esistenti risaie cominciarono a prosperare. Le vie d’acque rappresentavano la naturale via per trasportare il riso dall’entroterra agli insediamenti sulla costa, questo almeno prima che una moderna rete di strade campestri convogliasse più agevolmente su quattro ruote la sua distribuzione. Grandi barconi a chiglia piatta facevano una spola continua tra gli argini, dove il riso veniva accumulato, ed i grandi magazzini sulle darsene dei canali delle maggiori città costiere, come Alleppey e Kochi. Erano centinaia quei barconi, chiamati kettuvallam, e con l’approssimarsi dei tempi moderni cominciarono ad essere mandati in pensione, destinati a spegnersi lentamente nelle acque calme delle lagune.

Ma qualcuno negli ultimi anni ha avuto l’idea di cambiare il loro scopo, trasformandoli in barche da diporto per accompagnare il turista alla scoperta del segreto meglio nascosto del Kerala, le sue Backwaters. Nel popolosissimo Kerala, infatti, quei novecento chilometri quadrati di acque sono ancora assai poco abitati. Le case dei contadini, umide casette in muratura oppure piccole capanne con tetti di paglia, appaiono qua e là, bucolicamente appollaiate sugli stretti argini. Sono bellissime a vedersi, spesso mimetizzate tra la vegetazione, con un piccolo ed immacolato orto nelle vicinanze e qualche gallina che razzola serena nel cortile. Il resto sono argini incorniciati di palme da cocco, mille mutevoli sfumature della vegetazione che riempie ogni visuale, un’ampia varietà d’uccelli che vi regna indisturbata e centinaia di piccole isole ammantate di un magico silenzio che rende tutto irreale: tutto contribuisce a fare di questo lussureggiante habitat acquatico uno scenario da favola. Le Backwaters offrono tutt’oggi al viandante un’India da cui è piacevole farsi cullare, in cui la vita scorre secondo ritmi mai frenetici ed il dolce suono della natura non viene sovrastato da nient’altro che il proprio respiro.


È lì che abbiamo intenzione di passare l’intera giornata. In realtà, partendo dall’Italia, era ferma l’intenzione di passare più giorni tra le calme e scure acque delle Backwaters, soggiornando in uno dei kettuvallam trasformati in veri e propri hotel sull’acqua, con camere da letto, bagni, cucina e tavoli su cui piacevolmente pranzare. Poi abbiamo dovuto confrontarci con i prezzi piuttosto alti per appropriarci di una simile esperienza e, visto anche il poco tempo ancora a disposizione, abbiamo optato per un molto meno costoso mini-tour di un singolo giorno.


Partiamo piuttosto presto su una corriera sgangherata in compagnia di una mezza dozzina di altri turisti, dirigendoci verso sud per un viaggio di circa un’ora. Giunti alle meta, in prossimità di un ponte colorato di giallo a tre arcate, troviamo un altro gruppo di turisti giunti fin lì con un altro mezzo. Siamo quindi una piccola folla, cosa che ovviamente non mi aggrada, ma non c’erano grandi alternative. L’escursione prevede un primo giro su piccole barche lungo gli stretti canali che caratterizzano l’area. Veniamo divisi in otto per barca: Ugo e Marta sono a prua e si godono un mondo questa immersione nella foresta attraverso il lento fluire della barca su un’acqua calma e limpida. Il conducente è dotato di una lunga pertica di legno con la quale fa presa sul fondo melmoso e ci spinge in avanti. L’unico suono del nostro movimento è lo sciabordio lungo le fiancate di legno scuro e quello della pertica che viene estratta ed immersa periodicamente. La vegetazione ci ricopre totalmente, formando una galleria verde che ci invita a proseguire. Capanne di bambù e casette in muratura con il tetto di foglie di banano s’affacciano ogni tanto sulle rive degli stretti canali, così abbiamo modo di osservare la vita degli abitanti del posto. Donne che lavano i panni nel canale, vestite con i sari colorati ed immerse fino alle ginocchia nell’acqua, accompagnate dal ritmico ed energetico sbattere di vestiti su gradini di pietra che scendono dalla riva fin dentro l’acqua; gruppi di bambini che sguazzano allegri, salutandoci con calore e venendo a toccare le barche al nostro lento passaggio, gioiosi e sorridenti come non mai; uomini intenti a sistemare le case o a lavorare nei campi, il torso nudo che brilla rilucente se viene colpito dei raggi del sole che superano le alte chiome della vegetazione arborea.

Ad un tratto giungiamo nei pressi di un’azienda che produce spezie e scendiamo per darle un’occhiata. Non c’è nulla di intensivamente commerciale in ciò che vediamo, solo una giungla identica a quella vista fino a quel momento dove l’uomo ha deciso di raccogliere i frutti della terra: ci sono palme da cocco e banani per il cibo, alberi della cannella, della noce moscata e di tante altre piante coltivate per il ricco mercato delle spezie. Ci mostrano come, con l’ausilio di una rudimentale macchina a motore, s’intrecciano le fibre del cocco per farne delle robuste corde, utilizzate pressoché in qualunque cosa. Del cocco, ci dicono, non si butta via niente (un po’ come il maiale da noi). La famiglia che ci ospita in questa breve giro a piedi è ricca di bambini che sgattaiolano curiosi tra le nostre pallide gambe, un sorriso sempre stampato sul volto. Il capofamiglia è un uomo della pelle scura e di una magrezza quasi preoccupante, se non fosse che sotto quella pelle guizzano muscoli di un fisico allenato al lavoro. Alla fine, prima di risalire in barca, ci offrono una noce di cocco appena raccolta, tagliata fresca per berne il gustoso latte (che a me in realtà non fa impazzire, ma che dicono essere molto nutriente) e poi per mangiarne la polpa ancora morbida. Ripartiti in barca per il viaggio di ritorno, mi faccio cogliere da una pacifica stanchezza e mi addormento con il sole che mi colpisce a tratti, trafiggendo il fogliame. Mi risveglio che manca poco per raggiungere il ponte vicino al quale abbiamo lasciato i furgoni. Da qui veniamo trasportati in un altro luogo e con una barca assai più grande, un antico kettuvallam per il trasporto del riso, attraversiamo un canale piuttosto vasto. Dall’altro lato del canale, nei pressi di una piccola costruzione in muratura con annesso gazebo, ci alterniamo ad un’altra comitiva per il pranzo compreso nel prezzo del tour. Ci viene servito su foglie di banano ed è un autentico tuffo nella cucina esotica del Kerala, con l’immancabile riso affiancato da intingoli fatti con ingredienti locali. A parte il fatto di essere un po’ troppe persone a mangiare intorno alla casa, con l’inevitabile fastidioso chiacchierio che ne consegue, il momento del pranzo e a dir poco affascinante, così immerso nella calma natura delle Backwaters. Ripartiti sulla grande chiatta, sempre sospinti a mano con una lunga pertica di bambù, navighiamo lungo l’ampio canale fino a giungere nei pressi di una vasta laguna interna. Qui i raggi del sole riverberano accecanti sul pelo dell’acqua, incendiando il paesaggio. I rumori molesti continuano ad essere estranei e tutto pare ovattato. Vedo una piccola barchetta a vela, guidata con il piede da un uomo che se rimane disteso a poppa, il cappello di tela bianca calato sul capo. Pare sonnecchiare. È questa l’immagine che più rappresenta questo strano angolo di mondo.

Lunedì 4 gennaio – Fort Cochin in solitaria

Qualche giorno prima Ugo aveva conosciuto due suore che lavoravano in un orfanotrofio lì nei dintorni. Appena sveglio al mattino, ci confida che gli piacerebbe andarlo a visitare. Un solo accenno al signor Prem che è già subito in sella allo scooter, pronto a scorrazzarci a vedere gli orfanotrofi di tutta Fort Cochin. L’idea attrae tutti tranne il sottoscritto, che preferisce girare da solo alla scoperta di altri angoli della città. Nella scelta contribuisce anche la sentita esigenza di stare un po’ da solo, per ritrovare il piacere del viaggio solitario privo di compromessi. Per tutto il mattino Ugo, Marta e Caterina si accompagneranno al signor Prem, e ad un suo amico tassista, alla scoperta di alcune istituzioni cattoliche della città, tra le quali una scuola di Don Bosco.

Io invece parto con il solito tuk-tuk verso est, lasciandomi trasportare da un simpatico conducente musulmano. Prima tappa un grande tempio induista (ingresso vietato ai non induisti) con davanti un enorme vasca cerimoniale e le solite immagini divine riccamente colorate ad abbellirne la facciata. Poi visita alla vecchia sinagoga costruita nel 1568, nella quale si può camminare su antiche piastrelle bianche e blu splendidamente dipinte. In ultima visita al palazzo del Maharaja che si dimostra interessante per la galleria piena di dipinti dei vari signorotti che hanno regnato sulla regione negli ultimi secoli. Scorrere lo sguardo sui loro volti impassibili è un autentico viaggio nella storia di Kochi.

Riuniti intorno a mezzogiorno, vogliamo lasciare la città con un pranzo all’Oceanos. La sera precedente avevamo chiesto se erano aperti l’indomani a pranzo e c’avevano detto di sì senza la minima esitazione. Giunti fin lì per pranzare, troviamo però il ristorante chiuso, con due cuochi e due camerieri pronti sulla porta dell’adiacente albergo in nostra attesa. Appena ci vedono, i due cuochi si lanciano rapidi in cucina e i due camerieri, aperto il ristorante, ci preparano il tavolo. Per tutto il pranzo, unici avventori, veniamo trattati da re: ci offrono l’antipasto, ci riempiono i piatti ancora più del normale e ci servono sempre con un’impeccabile cortesia. A fine pasto i cuochi ci raggiungono al tavolo per fare due chiacchiere e per raccogliere i nostri elogi.

Salutati cuochi e camerieri come fossero vecchi amici, corriamo rapidi alla Prem’s Homestay per prendere il taxi che ci porta alla stazione delle corriere di Ernakulam. Tra il traffico e qualche indecisione del tassista sulla reale locazione della meta, giungiamo con solo venti minuti d’anticipo sulla partenza della corriera. La stazione, pur sufficientemente caotica per i parametri italiani, non lo è per quelli indiani. Un fortissimo odore di urina proviene però dai bagni proprio dietro la corriera, ma ormai tutto ci pare normale.

Martedì 5 gennaio – Ritorno a casa

Degne di menzione del lungo viaggio da Ernakulam a Bangalore, in tutto quindici ore, sono le spettrali nebbie montane che abbiamo attraversato intorno mezzanotte, quando la corriera era già avvolta in un silenzioso sonno. I tumultuosi affari indiani, fatti di sacchetti di cibo mangiati con le mani, di movimenti avanti ed indietro lungo il corridoio e di chiacchierio gutturale, si erano placati non appena la corriera aveva abbandonato le piane costiere del Kerala per salire sui versanti dei Ghati occidentali. Ho seguito l’incedere cauto della corriera lungo la strada tortuosa di montagna finché il sonno non ha richiesto la sua parte. Quando ho riaperto gli occhi il sole era ormai sorto e la consueta caliginosa alba indiana si mostrava alla vista. Un calore soffocante s’è impadronito della corriera, per nulla attenuato dalla poca aria condizionata che usciva dai bacchettoni. Un dormiveglia incosciente, dettato dalla stanchezza, mi ha però permesso di raggiungere Bangalore senza troppo patire.

Non abbiamo problemi nel trovare un paio di tuk-tuk che ci portino a Indira Nagar, anche se tutti storcono il naso e vogliono un po’ più soldi per portarci, a detto loro, così lontano. In realtà il problema più grande è quello di convincere i due conducenti a non perdersi lungo le strade sempre caotiche del centro città, cercando di aspettarsi e tenersi d’occhio l’un l’altro. Quando giungiamo da Christian è come tornare a casa. Quelle quattro mura rappresentano una sicura cellula protettiva che mi ripara dalla cacofonia indiana, che la mantiene all’esterno donandomi una tranquillità di cui sento un gran bisogno, di cui non credo di essere mai sazio. È anche per questo, oltre al fatto che sento forte la necessità di riepilogare in silenzio quasi un mese di viaggio e di emozioni, che mentre Caterina, Ugo e Marta tornano in centro per una visita al grande mercato, io preferisco rimanere a casa. Scrivo, mi riposo, gioco, penso. La giornata mi scorre così, senza quasi che me ne accorga. Per i miei tre compagni c’è invece un lungo peregrinare tra le bancarelle di un mercato ciclopico che non ha nulla di razionale e logico, espressione autentica dell’estrema confusione indiana che allo stesso tempo attira e respinge noi occidentali. Quando li vedo rientrare a casa sono stanchi e non completamente soddisfatti di quanto sono riusciti a comprare. L’India è rappresentata dal mercato di Bangalore: se ci vai con un obiettivo preciso ci sono serie possibilità di rimanere insoddisfatto, se invece si lasciano a casa i propositi e si vive l’istante, godendosi l’attimo, allora ci si appropria di un’esperienza unica.

Per cena, l’ultima cena indiana, andiamo in 100 feet road nello stesso locale in cui avevamo festeggiato il Natale. Sarà forse l’allegra giovialità dei nostri amici “indiani” a mancare (che sono in viaggio con i parenti nel Goa), ma il posto ci sembra meno bello di quello che ricordavamo, più impersonale, più adatto a uomini d’affari in libera uscita che a quattro viaggiatori affaticati. Quando Manjunat viene a prenderci, le strade che conducono all’aeroporto sono praticamente deserte, come la città che si sta riposando un po’ prima di presentarsi fervente di vita al nuovo giorno. Uno strano silenzio conclude il più cacofonico e confusionario dei miei viaggi.