L'isola dei mille vulcani

Dal 16 al 30 settembre 2015

di Carlo Camarotto

Mappa del viaggio

Presentazione

java

Java (in inglese, Giava in italiano, Jawa in bahasa indonesia), l’isola più popolata al mondo, 145 milioni di persone stipati su una superficie che è meno della metà di quella italiana, a tratti montuosa, spesso scossa da eventi sismici, sempre all’ombra di qualche pericoloso vulcano dall’attività frenetica. Questo è il cuore e il cervello dell’Indonesia odierna, lo stato insulare per eccellenza, 17.508 isole sparse tra l’Oceano Pacifico e quello Indiano, culla di civiltà e di popoli che poco hanno a che vedere l’uno con l’altro, se non che furono per un periodo tutti sotto il controllo della Compagnia delle Indie Orientali Olandese. L’Indonesia in tutto e per tutto è Java-centrica, ma nello stesso tempo Java non è l’Indonesia. Java è sede di un singolare esperimento di sovrappopolamento su una terra ricca e pericolosa, un esperimento che dura da millenni, con le storie delle singole generazioni che si sovrappongono le une sulle altre, creando sedimenti di Storia unici al mondo. Quello che ora sta sulla superficie è la Java moderna, un’isola dove i lembi di terra che non hanno subito una decisa invasione umana sono pochissimi, quasi scomparsi del tutto, dove nemmeno le pendici dei vulcani più pericolosi possono essere lasciate intatte, dove le città moderne crescono caotiche, sommerse da un traffico soffocante, teatri di vite convulse troppo appressate tra loro. Ma ugualmente a Java si possono ammirare bellezze archeologiche inimmaginabili, come Borobudur e Prambanan, gustare la vivacità culturale di centri urbani che non hanno dimenticato il loro passato, come Yogyakarta e Malang, immergersi in paesaggi dove la forza della natura è troppo grande per essere arginata dagli uomini, come la caldera di Tengger e, soprattutto, l’isola del vulcano Krakatau.

È qui che ho deciso di riprendere il mio peregrinare in giro per il mondo, interrotto cinque anni fa in seguito alla nascita di due splendide figlie. Partire lasciandole a casa non è stato facile, ma tutto il mio corpo fremeva da troppo tempo dalla voglia di caricarmi sulle spalle lo zaino, scrollarmi di dosso tutte le preoccupazioni e le tensioni della vita quotidiana e avviarmi verso un’avventura unica di viaggio. Amo viaggiare. Ho la sindrome di wanderlust, non è colpa mia.