L'isola dei mille vulcani

Dal 16 al 30 settembre 2015

di Carlo Camarotto

Tramonto
Golden Triangle

Tappa numero 1, Dal 16 al 18 settembre 2015

Jakarta I
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Mercoledì 16 settembre – Nuova partenza

Di nuovo in movimento. Dopo quasi sei anni mi ritrovo seduto su una seggiola in una sala d’attesa di un aeroporto, pronto a partire per un nuovo viaggio in solitaria. Un piccolo zainetto occupa la seggiola in parte, all’interno un buon libro per combattere la noia, una felpa per combattere il freddo dell’aria condizionata e gli immancabili tre quadernetti su cui scrivere quando ne ho voglia, per dare ancora più senso e corpo all’avventura che sta iniziando. Lo zaino più grosso, il vero compagno di viaggio che mi accollerò sulle spalle ogniqualvolta desidererò muovermi sul serio, ha già intrapreso la sua strada fatta di scossoni che me lo farà ritrovare a Jakarta, spero tutto intero.

Di nuovo in movimento dicevo, ma non ancora “in viaggio”. L’umore è a terra. Una buona dose di tristezza, miscelata a una stanca tensione, mi fa sentire stiracchiato “come poco burro steso su troppo pane”, con “quell’ovo sodo” alla bocca dello stomaco “che non va né su né giù”. Sono lì a chiedermi il senso di tutto ciò, perché per un attimo l’ho smarrito. Amo scoprire il mondo, amo sentire quella euforica sensazione di libertà che solo in viaggio riesco a fare mia, ma lasciare a casa le mie due figlie, anche solo per due settimane, ora mi pare un abbandono, e il senso di colpa cancella qualsiasi altra sensazione. Ho la necessità di fare pace con me stesso per poter riappropriarmi del mio essere viaggiatore. Speriamo di riuscirci al più presto.

 

Vedo scomparire la zazzera di Vincenzo tra la folla, seguendola fin che posso, poi pongo lo sguardo sulle centinaia di volti e fogge di vestiario diverse che si interpongono tra noi. Non ho avuto grandi difficoltà a conoscerlo, mi era seduto in parte sull’aereo da Venezia per Doha. Quattro chiacchiere libere, serene, partecipate. Dopo aver vissuto a Glasgow, Amsterdam e Londra, ora si sta trasferendo a vivere a Dubai, in compagnia della futura moglie, di origini finlandesi, libanesi e newyorkesi. Provo sempre un enorme piacere a parlare con questi “cittadini del mondo”.

Dopo Vincenzo mi guardo attorno, mi siedo e osservo, facendomi trasportare da tutte le diversità che animano l’aeroporto di Doha. Pur non stando ancora benissimo, brevi staffilate di benessere si insinuano nell’animo. Mi appare di nuovo d’un tratto chiaro che sono fatto per viaggiare.

Giovedì 17 settembre – Jakarta I

Odore di terra, umidità opprimente, calda foschia a polverizzare l’orizzonte: la prima emozione sensoriale donata da Jakarta. Dall’alto, poco prima di atterrare, mi era parso di sorvolare la pianura padana per l’identica frammentazione del territorio e l’eccessiva urbanizzazione. Mi aveva sorpreso l’estrema aridità che si intuiva dai tanti campi gialli arsi dal sole. Sapeva poco di tropicale con così poche tonalità di verde. Ma siamo alla fine della stagione secca, non c’era da attendersi molto di diverso.

Lungo la strada che dall’aeroporto conduce al centro della grande metropoli si osservano pochi alberi stentati, vecchi macilenti con poche foglie a ornare il capo, perché la quasi totalità del campo visivo è occupata da cartelloni pubblicitari in inglese, grattacieli in frenetica costruzione e tante, troppe macchine. Il primo vero incontro con Jakarta è con il suo traffico, non caotico e convulso come quello indiano, ma ugualmente serrato e irregolare. Le macchine si accalcano così tanto le une alle altre che perfino la moltitudine di motorini non riesce a svincolarsi ed è costretta a partecipare alle code. Per permettere alle macchine di accedere da una strada secondaria, noto alcune persone fermare il traffico in cambio di una piccola mancia. Altrimenti non ci sarebbe possibilità d’inserirsi nel flusso d’auto della strada principale.

Il più grande problema di Jakarta “è il traffico” (detto con un forte accento siciliano). Se in Johnny Stecchino l’ironia la faceva da padrone, così non è per la grande metropoli asiatica, almeno agli occhi di un occidentale. Il traffico incontrollato, unito alla totale mancanza di marciapiedi, parchi o qualsiasi area che ti allontani dalle macchine, rende la città difficilmente percorribile e per nulla vivibile. A chi è costretto a starci per lavoro pare di vivere asserragliato all’interno del proprio piccolo nucleo protettivo, che può essere l’appartamento in cui vive o, per i più fortunati, il complesso residenziale di lusso che ricrea almeno un’idea di comfort, anche se artificiosa. È questo che mi appare evidente parlando con Vanina, cara amica trasferitasi a vivere a Jakarta ormai da due anni in compagnia di Christian, compagno fraterno di viaggi indimenticabili. Sono loro il vero motivo della scelta di ripartire a viaggiare dall’isola di Java, come lo erano stati sei anni prima per indirizzarmi in India. Nell’ultimo lustro sono, di fatto, l’ispirazione dei miei viaggi. Vanina la ritrovo nel loro lindo e spazioso appartamento al quattordicesimo piano della torre 3 dei Pavillion Apartment, un complesso residenziale di quattro torri bianche con rifiniture verdi alte ventiquattro piani, un’enormità se viste dal basso, ma nulla in confronto ai più alti grattacieli che crescono nelle vicinanze. È in compagnia di un’amica di Milano, conosciuta proprio lì a Jakarta, entrambe con un bimbo di quasi tre anni a movimentare le giornate e altre due piccole creature in arrivo. La ragazza di Milano vive a una ventina di minuti in taxi da Vanina in una struttura priva dei comfort offerti dai Pavillion Apartment. Per questo ha una somma e palese invidia dell’amica. Per lei e suo marito il nucleo nel quale si sentono rinchiusi è l’appartamento, fatto che genera un grado di claustrofobia difficilmente eludibile. Vanina e Christian, per confronto, si ritengono molto fortunati, potendo contare su un piccolo triangolino di verde attrezzato con altalene, castelli di legno, dondoli e quant’altro utile a far sfogare la naturale animosità di un bimbo di tre anni e tre campi da tennis, una piscina e un centro wellness per pensare anche alle loro esigenze. Il tutto protetto all’interno di un muro di cinta che sembra magico per quanto riesca a tenere fuori, oltreché fisicamente qualsiasi mal intenzionato, anche i fastidiosi rumori monocorde del traffico e persino gli odori maleodoranti provenienti dai canali di scolo delle strade vicine. Al di qua della sbarra di ingresso ai Pavillion Apartment l’aria sembra pulita e alleggerita dal tanto verde perennemente irrigato, al di là si aggrava di odori nauseabondi. Ho varcato più volte la soglia d’ingresso per cercare di svelare l’arcano mistero, senza però mai riuscirci. Ma per quanto vivere ai Pavillion Apartment sia meglio che vivere in tanti altri posti, oltre la sbarra si erge quella muraglia di macchine che smonta qualsiasi voglia di movimento e smorza la naturale vitalità del corpo umano. Poi uscire per andare dove? Jakarta, visto il traffico e la totale assenza di aree verdi, è la perfetta antitesi di una città per bambini. Meglio starsene a casa.

Annoto tutto ciò parlando con Vanina, prima nel fresco artificiale dell’appartamento, poi, quando il tramonto si avvicina e la calura esterna si fa meno opprimente, nel piccolo parchetto per bambini ricavato proprio alla base della torre 3. La serata ci sorprende rapida come consuetudine ai tropici, sostituendo quasi immediatamente i colori caldi del crepuscolo con le mille luci del Golden Triangle, la zona di Jakarta dove sorgono i Pavillion Apartment e una buona dosa delle attività societarie e commerciali di questa frenetica metropoli asiatica. La costruzione di nuovi edifici procede alacremente, di giorno come di notte, ben distinguibile dalle tante gru in movimento che vedo da qualsiasi parte mi giro. Proprio a poche decine di metri dal campo di tennis da cui mi godo la serata, giganteggiano quattro gru rosse che stanno costruendo quello che in tre anni sarà il più alto grattacielo di Jakarta, un enorme insieme di negozi, appartamenti e uffici. Qui a Jakarta, come mi dirà più tardi Christian, prima costituiscono, poi pensano ai servizi (o non ci pensano affatto). Sempre più palazzi, ma le strade già ingolfate rimarranno sempre quelle. La previsione è l’ingorgo perenne totale.

Ho modo di ritrovare il mio carissimo amico per cena, di fronte a un’enormità di satay di pollo, degli spiedini cucinati alla piastra e conditi con un intingolo agrodolce e leggermente piccante, e una frittura non ben definita. Con Christian ho viaggiato prima in Nuova Zelanda e poi in India e un elemento comune di quando ci ritroviamo insieme in giro per il mondo è quello di frapporre tra noi un tavolo pieno zeppo di specialità culinarie asiatiche. Che lui adora, io un po’ meno. Questa volta concentreremo la nostra comune esperienza di viaggio nel fine settimana che tornerò a Jakarta, dopo aver visitato in solitaria un pezzo infinitesimale di Java. Intanto il bello è solo ritrovarsi ancora una volta insieme.

Venerdì 18 settembre – Mercato delle pulci

Poco dopo le sei già albeggia. La Jacarta che mi appare dalla finestra è sfumata da una grigia foschia che nulla ha di naturale. Le ambasciate canadese e statunitense pagano i filtri per l’aria a tutti connazionali presenti in città, da mettere uno per ogni stanza nelle bocchette dell’aria condizionata. L’aria è davvero sporca, tanto che Christian e Vanina sono costretti a cambiare il loro filtro ogni tre mesi. Lucas, il loro primogenito, ha già avuto un sacco di problemi alle vie respiratorie, colpa sicuramente dello smog, ma anche forse dei continui sbalzi di temperatura a cui tutti sono sottoposti qui a Jakarta: fuori c’è un caldo umido opprimente, dentro gli edifici o le macchine invece la temperatura è più simile a quella di Oslo in inverno.

Nel primissimo pomeriggio partirò con un volo aereo per Yogyakarta, così decido, anche su consiglio dei miei amici, di non impegnare troppo la mattinata. L’imprevedibilità degli ingorghi del traffico inducono a prendere tutta alla larga, concedendosi anche qualche ora di margine. Accompagno così Christian al lavoro e Lucas all’asilo, poi con Vanina visitiamo un piccolo mercato di prodotti artigianali lì nelle vicinanze: è il famoso mercato delle pulci di Menteng, un insieme di baracche poste in serie lungo un lato di Jl Surabaya, pieno zeppo di sculture in legno, mobili, tessuti, gioielli, pezzi di antiquariato e tanta, tantissima polvere. Un buon luogo dove fare acquisti a patto che si contratti a più non posso. Purtroppo il tempo è tiranno e preferisco dedicarlo a quattro chiacchiere con Vanina seduti nella veranda di un arioso locale vietnamita dall’altro lato delle strada. Dopo poco però la lascio lì seduta a sorseggiare qualcosa di fresco per dirigermi con un certo anticipo verso l’aeroporto.