L'isola dei mille vulcani

Dal 16 al 30 settembre 2015

di Carlo Camarotto

Sosrowijayan
Kraton
Bangsal Kengana
Wayang
Wayang
Passaggi sotterranei
Ingresso sotterranei
Sumur Gumuling

Tappa numero 2, Dal 18 al 19 settembre 2015

Yogyakarta
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Venerdì 18 settembre – Yogyakarta

La prima impressione della città reale di Yogyakarta, chiamata amichevolmente Jogja, è più che positivo. L’aria è fresca e ventilata, di gran lunga più respirabile di quella della capitale, il verde è brillante e poco evidenti sono gli effetti della stagione secca. Appare subito più a misura d’uomo, fatto che mi induce a utilizzare il trasporto pubblico urbano per raggiungere il centro. Il servizio Trans Jogja è solo un po’ affollato, ma comodo e poco costoso. Come sempre quando mi muovo tra la gente del posto, smettendo i panni del privilegiato occidentale, mi sento meglio, più a mio agio. I disagi fisici sono poca cosa rispetto al privilegio di poter osservare degli spaccati autentici di vita locale: il bambino che dorme beato tra le braccia della madre, le due giovani amiche a volto coperto che chiacchierano tra loro a colpi di sguardi ammiccanti, l’assistente che apre le porte ben prima che il bus si sia fermato, penzolando incurante fuori dalle porte sfiorando bancarelle, motorini e quant’altro si frappone tra il bus e la fermata. Le pensiline delle fermate sono fisse e sopraelevate; rappresentano l’unico modo di accedere al bus, visto che le porte sono poste a oltre un metro da terra. L’accesso alle pensiline, almeno nelle fermate più importanti, è permesso solo dietro pagamento del biglietto (3.600 rupie, 0,25 euro). Le pensiline, come il bus, sono colorate di giallo e  verde, facilmente distinguibili.

Scendo dal bus in JL Malioboro (JL sta per jalan, strada in bahasa indonesia), forse la via più importante di Jogja, vero punto di riferimento per chiunque visiti questa città di Java Centrale. Su un suo lato, appena a sud della ferrovia, si estende Sosrowijayan, zona ricca di posti per dormire e mangiare, rivolti in particolare agli occidentali che vogliono spendere poco. L’insieme di stretti vicoli (gang), le case colorate appiccicate le une alle altre e un’atmosfera bohémien solo leggermente trasandata ne fanno il luogo ideale per richiamare frotte di backpackers. Mi bastano pochi passi in una via laterale per essere avvicinato da un ragazzo che mi chiede se cerco da dormire. Lo seguo tra i vicoli stretti del quartiere e mi faccio condurre al Losmen Lotus (losmen = locanda), una homestay piuttosto semplice in cui ogni fronzolo è stato eliminato. La camera è solo un letto, il bagno solo una tazza; senza aria condizionata, ma con un ventilatore proprio sopra il letto; solo acqua fredda, perché quella calda costa troppo, come mi dice il ragazzo che mi mostra la stanza (120.000 rupie a notte, circa otto euro, colazione inclusa). Quando faccio per ripagare la cortesia del giovane con qualche rupia, mi ringrazia e rifiuta l’offerta. Pur non lavorando lì, non mi ci ha condotto per i soldi, ma per un favore, non so se a me o alla tipa che gestisce il losmen.

Abbandono velocemente i bagagli e sfrutto l’ultima ora di luce per percorrere JL Malioboro, piena zeppa di negozi da ambo i lati. Dire negozi però non rende bene l’idea di cosa sia in realtà questa strada. Sotto quelli che sono veri e propri portici si affacciano normali negozi a prezzi fissi, perlopiù di batik e vestiario di stampo occidentale, ma ci sono anche negozi di artigianato ligneo, farmacie, piccoli market, eccetera. Di fronte a essi, spesso abbarbicati sugli stessi scalini che dal porticato portano all’entrata dei negozi, si parano venditori ambulanti che spesso propongono essi stessi batik e magliette, così pressati l’uno agli altri sotto il portico da lasciare poco più di metà di questo per il passaggio delle persone. Fuori dal portico, in uno spazio di strada diviso dall’unica carreggiata di JL Malioboro da uno stretto marciapiede rialzato, dimorano numerosi becak, risciò a pedali con tre ruote dove i passeggeri si siedono su una comoda panca posta davanti al conducente. I conducenti di becak a riposo se ne stanno sdraiati sulla panca, a dormicchiare o chiacchierare tra loro, e ci provano sempre a proporre un passaggio a chi gli passa a fianco. Basta un semplice segno di diniego per vederli sorridere e distogliere lo sguardo, visto che non sono affatto insistenti, ma essendo tantissimi una camminata per una strada di Jogja si risolve spesso in un continuo “tidak, terima kasih” (No, grazie). Dall’altro lato della strada il tutto si ripete con la variante che al posto dei becak ci sono centinaia di motorini pronti per essere noleggiati e una moltitudine di posti dove mangiare per strada. Perlopiù donne, ma anche qualche giovane, sono lì a cucinare tutto il giorno. Sembra infatti che gli indonesiani non smettano mai di mangiare. Da quel lato della strada gli odori di cibo fritto si mescolano con quello della frutta in via di marcescenza, di terra, di polvere e di urina. Odore d’Asia.

Il buio mi sorprende che non sono giunto nemmeno alla fine di JL Malioboro. Mi è bastato solo questo tratto per avere visto più batik di quanti sono in grado di sopportare. Un’offerta troppo ampia, con qualità e prezzi connessi troppo diversi tra loro. Me ne ritorno indietro con una certa confusione in testa. Sognerò sicuramente di galleggiare in un oceano di batik.

Sabato 19 settembre – Kraton

Il clima di Yogyakarta mi sorprende favorevolmente: ho dormito benissimo anche senza l’aria condizionata. La colazione al losmen Lotus è servita su in terrazza al secondo piano, in due tavoli circondati da una ricca collezione di piante tropicali. I tetti di Sosrowijayan ti circondano da ogni lato mentre ti gusti omelette, french toast e caffè nero (ma anche nasi goreng, riso fritto, se vuoi partire con qualcosa di indonesiano) e scambi quattro chiacchiere con altri avventori che giungono a Jogja da ogni parte del mondo. La piccola terrazza ha il suo fascino ed è un luogo rilassante dove accumulare le energie prima di affrontare il caos che ravviva ogni città giavanese. Macchine, motorini, becak (ce ne sono alcuni spinti dal motore) e dokar, carretti a quattro ruote trainati da cavalli (anch’essi presenti in abbondanza lungo JL Malioboro), percorrono incessantemente le strade del centro e bisogna rischiare la vita per attraversare una strada o anche solo per camminarci a fianco, vista la quasi totale mancanza di marciapiedi. In molti casi il marciapiede c’è anche, ma è occupato da qualche venditore ambulante, quindi si è costretti a scendere lo stesso in strada per proseguire.

La meta del giorno è il Kraton, il Palazzo Reale di Jogja (costo d’ingresso 12.500 rupie, più 1.000 per la macchina fotografica, in tutto neanche un euro). Mi aspetto qualcosa di sontuoso e appariscente, regale per l’appunto, invece quello che incontro è ampio, dilatato, diluito. Il Kraton si estende su una superficie enorme e quello che si può visitare ne è solo una piccola parte. Ma già questa è piuttosto vasta, anche se perlopiù costituita da ampi spazi vuoti. Svariati padiglioni bianchi a un piano con il tetto spiovente si intervallano a distese alberate di sabbia fine. Il tutto può essere definito armonioso e rilassante, ma non certo maestoso. Poco regale ma molto zen.

Subito al di là dell’ingresso s’incontra un padiglione completamente aperto sui lati (pendopo in bahasa indonesia) dal tipico tetto spiovente in stile giavanese, detto joglo, dove tutti i giorni mettono in scena diversi spettacoli tipici indonesiani. Il sabato è dedicato al wayang, una rappresentazione teatrale con ombre di marionette proiettate su un ampio telo bianco, nel cui retro si attesta una corposa orchestra di fiati e percussioni (su campane di bronzo di differenti dimensioni) che accompagna la narrazione con suoni ipnotici e ammaliatori, come la stessa voce narrante.

Rimango all’interno del Kraton fin oltre l’ora di pranzo, vagando tra le varie stanze ricavate nei diversi padiglioni, alcuni splendidamente decorati. Il più bello è sicuramente il Bengsal Kengana, la sala dei ricevimenti, un affascinante connubio di soffitti con elaborate decorazioni dorate, pavimenti di marmo, vetrate istoriate e nere colonne di teak. La visita è piuttosto piacevole, ma concordo con chi sostiene che il grande materiale museale messo in mostra potrebbe essere valorizzato maggiormente, anche solo mettendo delle didascalia in inglese. Una visita al Kraton si può di certo definire piacevole, più però per l’atmosfera rilassata e tranquilla che si respira al suo interno che per l’insieme architettonico dei padiglioni.

Quando esco, mi ritrovo nella confusione umana delle strade di Jogja e quasi mi rammarico di aver abbandonato il Kraton così presto. A intuito mi reco verso il Taman Sari, conosciuto anche con il nome olandese di Waterkasteel (Water Castle in inglese), un complesso di palazzi, piscine e canali che sorgeva a ovest del Kraton. Il Taman Sari può essere attualmente diviso in quattro aree, di cui solo una, il complesso di bagni conosciuto come Umbul Binangun, è stata completamente restaurata e la si può ammirare oggi nella sua bellezza. L’area più prossima al Kraton era un tempo un lago artificiale conosciuto come Segaran, ora prosciugato e occupato da abitazioni. Sotto di esso erano stati costruiti dei passaggi per permettere alla famiglia del sultano di passare sotto l’acqua, per raggiungere il complesso di bagni più a est. Questi passaggi sotterranei esistono ancora.

Trovo l’ingresso di uno di questi quasi casualmente, seguendo un paio di altri turisti che se l’erano fatti indicare da uno del posto. Le porte di accesso non sono facilmente distinguibile, essendo parte di piccole casette di pietra che sembrano dei piccoli santuari. Lungo uno di questi passaggi mi appare la visione di un ampio foro aperto verso il cielo con una strana doppia scala alla base. È il Sumur Gumuling, una moschea sotterranea un tempo circondata dal lago Segaran a cui era già allora possibile accedere solo attraverso il passaggio sotterraneo da cui sono giunto. Questo piccolo antro ha qualcosa di speciale e merita sicuramente una visita, come suppongo anche i bagni più a est, di cui però ignoro in quel momento l’esistenza. Pensando di aver visto quanto c’era da vedere del Taman Sari, cedo al caldo e alla stanchezza e ritorno lentamente sui miei passi. Il pomeriggio si fa crepuscolo e un bel piatto di nasi goreng, condito con della buona birra indonesiana (a mio gusto la migliore è la Bintang), è quanto di meglio per godersi l’imminente serata osservando il via vai di backpackers lungo Gang I a Sosrowijayan. Piena, bella e rilassante la vita del viaggiatore.