L'isola dei mille vulcani

Dal 16 al 30 settembre 2015

di Carlo Camarotto

Prambanan
Prambanan
Prambanan
Prambanan
Prambanan
Candi Sewu
Candi Sewu
Joglo
Borobudur
Borobudur
Borobudur
Borobudur
Borobudur

Tappa numero 3, Dal 20 al 21 settembre 2015

Prambanan e Borobudur
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Domenica 20 settembre – Prambanan

Il capolinea della linea 1A della Trans Jogja, che corre dal centro verso est per circa quindici chilometri, è il piccolo paesino di Prambanan, famoso per ospitare un complesso di templi induisti unico al mondo. Il viaggio in bus dura quasi un’ora, ma è diretto, comodo e poco costoso. L’ingresso dell’area archeologica, sito Patrimonio dell’Umanità fin dal 1991, è a pochi passi dal capolinea.

Il recinto principale dei templi è circondato da un enorme parco, anch’esso all’interno dell’area a pagamento, a sua volta circondato da un’altra area verde con ampi parcheggi per corriere e automobili. Camminando lungo la strada che conduce dalla fermata del bus all’ingresso, i templi appaiono quindi lontani e sono perlopiù coperti da una vegetazione che pare piantata appositamente per nasconderli. L’ingresso all’area archeologica presenta costi molto differenti tra indonesiani e stranieri, con prezzi quasi decuplicati per i secondi (per lo straniero sono 225.000 rupie, circa 14 euro). Il complesso principale di Prambanan ospita una serie di templi maestosi, la cui veduta d’insieme, che si può ammirare dopo pochi minuti di cammino dall’ingresso, è di quella da favola. Otto templi principali, racchiusi in un recinto rettangolare rialzato dal piano di campagna, svettano sulla vegetazione e si stagliano nell’azzurro del cielo con forme appuntite e slanciate, toccando i 47 metri d’altezza con il centrale tempio di Shiva, considerato la massima espressione dell’arte induista di tutta l’Indonesia (in realtà, pur essendo principalmente un tempio induista, presenta anche alcuni aspetti buddisti). Prambanan fu costruito a metà del IX secolo d.C. e, quando negli anni ’30 iniziarono i lavori per riportarlo alla luce, il sito era praticamente in rovina, si dice a causa di un forte terremoto del 1600 che lo devastò completamente. Più che di un lavoro di restauro si dovrebbe parlare quindi di una vera e propria ricostruzione, che a oggi ha interessato i templi interni al recinto (otto principali e otto di piccole dimensioni), ma non ancora i tantissimi piccoli templi che circondavano in origine il recinto (si parla di più di duecento tempietti). Ora nell’area esterna si distende un immenso cimitero di pietre che sono lì in attesa di essere utilizzate, come tante montagne di lego pronte alla bisogna.

I tre templi più grandi sono dedicati alle divinità più importanti del pantheon induista. A Shiva è dedicato il tempio più grande, quello centrale, con quattro camera sopraelevate a cui è possibile accedere attraverso strette scalinate rivolte lungo i punti cardinali. A est si trova la camera più grande, con al centro la statua di Shiva ritratto con quattro braccia sopra un fior di loto, verso nord c’è una statua di sua moglie Durga, a ovest il figlio Ganesha, dall’enorme testa d’elefante, e a sud una statua di Agastya, un’incarnazione di Shiva come maestro divino. Le scale, prima di far accedere alle camere rialzate, conducono a un camminamento a cinque metri d’altezza che gira tutto intorno al tempio. Lungo il camminamento sono scolpite varie fasi della vita di Shiva. Ai lati del tempio centrale ci sono i due templi gemelli di Brahma e Vishnu, altri entrambi 33 metri. Sono una copia più piccola del grande tempio centrale e presentano una sola camera superiore e una sola scalinata per accedere al camminamento. Di fronte ai templi principali ci sono altri cinque tempi più piccoli, di cui tre posizionati proprio di fronte agli ingressi dei tre templi principali che si pensa fossero dedicati ai loro animali sacri. Nandi il toro per Shiva, Garuda l’uccello per Vishnu e Hamsa il cigno per Bhrama. Questi due ultimi tempi furono ricostruiti in modo ipotetico, visto che l’unico di cui furono trovate tracce fu quello centrale di Nandi. Sicuramente, come da tradizione indù, i templi dovevano essere coloratissimi all’epoca della costruzione. Quello che invece possiamo vedere adesso è una pietra scura che fa sembrare i templi come sagome nere stagliate contro un cielo uniformemente celeste. Si sa così poco della loro storia antica che difficilmente si può immaginare cosa rappresentassero e di come fossero centrali nella vita del popolo che le costruì. Già pochi anni dopo la loro costruzione, meno di un secolo, i giavanesi indù si trasferirono verso Java est, di fatto abbandonando il sito di Prambanan.

Dopo aver vagato in ogni dove, intorno, sopra e dentro i templi, quando il sole comincia davvero a picchiare decido di starmene seduto sotto uno dei pochi alberi presenti nel recinto principale. Qui faccio due chiacchiere con una famigliola (padre, madre e figlioletto di 21 mesi) di Solo. Il padre vorrebbe una mia foto con il figlioletto, magari una in cui è seduto direttamente sulle mie gambe, ma il piccolo, giustamente, non ne vuole sapere e dimostra tutta la sua volontà con sonore urla. Così la foto la faccio con la madre che tiene stretto a sé il figlioletto. Saranno in molti che nel prosieguo della giornata mi chiederanno di posare con loro per una foto. Un po’ come in India, lo straniero occidentale è visto come un portafortuna. I loro approcci sono puliti, puri, senza malizia, con quella voglia di conoscere il diverso tipica delle persone leggere, non appesantite da inutili paure. È quasi un piacere accontentarli.

Riparto alla scoperta del sito principale quando il sole attenua la sua potenza. Il sole più clemente dona un colore nuovo alle vecchie pietre di Prambanan: prima uniformemente scure, ora più diversificati in tonalità di grigio, con gli iniziali riflessi rutilanti tipici del tramonto. Verso occidente le tre torri principali cominciano a risplendere di vita propria, alternando sulle superfici un puzzle di tonalità ammalianti. Quando abbandono i templi del complesso principale, non faccio altro che girarmi indietro a osservarli, spinto dal continuo piacere che la loro visione offre, ma anche dalla sensazione di non aver completato il mio rapporto con loro. Sono quasi quattro ore che mi aggiro alla loro base o inerpicato sulle loro vecchie pietre, ma non sento di avere avuto tutto quello che cercavo. Scopro di cosa si tratta quando giungo al Candi Sewu, un complesso di templi buddisti che sorge poco distante da Prambanan. Il Candi Sewu è anch’esso di forma quadrata, con al centro il tempio principale (di piccole dimensioni se confrontato con il gigante vicino) circondato da quattro serie di tempietti presenti veramente in gran numero (il Candi Sewu è conosciuto anche con il nome di “Mille Templi”). In ogni lato del vasto complesso di templi c’è un ingresso protetto da coppie di giganti di pietra, dei Dvarapala, guardiani di natura demoniaca, generalmente armati di lance o mazze, con funzioni protettive. I lavori di restauro, o meglio di ricostruzione, continuano. È stato ricostruito completamente il tempio centrale e qualche tempio periferico, il resto sono cumuli di pietre disposte ordinatamente a emulare i vecchi templi. Il Candi Sewu è anch’esso vecchio di oltre mille anni. Certamente è molto meno imponente e attrattivo del vicino Prambanan, ma è lì che ritrovo quell’atmosfera di pacifica contemplazione che prima mi era mancata. Sarà per la quasi totale mancanza di altri visitatori o forse per un clima che si è fatto più gradevole e con una luce del sole più tenue che esalta le forme invece di appiattirle, ma camminare tra le rovine del Candi Sewu è una passeggiata nell’estasi. Qui ritrovo tutta quella leggerezza che vado cercando. Mi siedo sulle vecchie pietre di uno dei templi periferici, sul lato occidentale del grande tempio centrale, e mi faccio cullare dalla sua immagine, fatta di scale ripide che si elevano verso il cielo. Lì trovo la quadratura del cerchio del mio giorno a Prambanan. Mi approprio di un autentico momento di serena e rilassata pace contemplativa.

Abbandonato il Candi Sewu, mi reco per una brevissima visita al museo di Prambanan, ospitato in un edificio in stile giavanese fatto di ariosi pendapo uniti tra loro da delicati porticati di legno. Infondono all’animo una sensazione durevole di armonia tropicale. Al tramonto saluto Prambanan con le ultime fugaci visioni dei grandi templi e mi reco alla fermata del bus con la consapevolezza di aver appena vissuto una giornata memorabile.

Lunedì 21 settembre – Borobudur

Lungo JL Sosrowijayan s’incontrano svariate piccole agenzie turistiche che propongono un set completo di tour in partenza da Yogyakarta: ci sono offerte per il vicino Prambanan fino al lontano Bromo. Tra i vari tour proposti, il Borobudur Sunrise è l’unico che da subito ha attratto la mia attenzione. Anche se sono normalmente allergico ai viaggi organizzati, anche quelli di poche ore, vedere l’alba dalla cima di quello che è considerato il più bel sito archeologico di tutta l’Indonesia mi è sembrata da subito una buonissima idea. Ed è così che mi ritrovo a viaggiare alle tre del mattino in macchina insieme a un silenzioso indonesiano per strade che non sono per nulla trafficate, cosa piuttosto rara in quest’isola sovraffollata.

Il viaggio corre veloce verso nord-ovest e ci vuole circa un’ora per giungere nei pressi di Borobudur. Circa 1200 anni fa il regno buddista dei Sailendra, che all’epoca governava la parte meridionale dell’isola di Java centrale, decise di erigere questo tempio mastodontico come luogo di culto che riassumesse in se un po’ tutti i concetti della loro religione. A differenza del vicino e leggermente più giovane Prambanan, Borobudur non si spinge molto in altezza, raggiungendo appena i 34 metri nel punto più alto, ma si estende di molto in piano, avendo una pianta quadrata di oltre 100 metri per lato. Ma i numeri non possono spiegare l’idea di colossale che il sito trasmette, accentuato anche dal fatto che si erge a coprire la sommità di una bassa collina. Da qualsiasi parte gli si avvicini, si arriva dal basso e si è coperti dalla sua nera mole. Quando giungo ai suoi piedi è ancora buio e solo delle flebili luci ne delimitano la sagoma. Il biglietto per accedere all’area archeologica per ammirare l’alba della cima del tempio, il Borobudur Sunrise per l’appunto, costa molto, almeno per i canoni indonesiani (380.000 rupie, circa 26 euro). Ugualmente richiama una grande quantità di turisti. Non siamo pochi infatti ad attestarci sull’ultimo livello in attesa dell’alba, ma comunque sempre pochi rispetto a quanti ne arriveranno non appena il sito aprirà veramente al pubblico. Sarà poi che il buio incute un certo timore, o che l’alba è vista da tutti come un momento magico da trattare con i guanti, ma tutti parlano a bassa voce, o non parlano affatto, lasciandosi trasportare dall’atmosfera eterea di queste prime ore del giorno. Non passa poi molto che il cielo comincia a schiarirsi, rivelando le vicine montagne e le pianure alberate di palme ancora immerse in una sottile e bassa nebbiolina. Il tutto appare tra le stupa a campanella che sormontano gli ultimi tre livelli circolari del tempio. Le fotografie si sprecano, alla ricerca dello scatto perfetto che catturi la magia rosea che ci avvolge. Poi, dopo la luce arriva il sole, e siamo tutti lì a fotografarlo, chi con macchine professionali su magnifici cavalletti, chi, come me, con una banale automatica. Torno sui miei passi per ammirare il tempio dal basso, così superbamente illuminato dalla luce del sole nascente, ma è talmente grande che è quasi impossibile riuscirci in modo degno.

Il monumento fu concepito come la visione buddista del cosmo tradotta in pietra, partendo dal primo livello a base quadrata che rappresenta la vita nelle spirali del desiderio, continuando nei successivi altri cinque livelli, sempre a base quadrata, che rappresentano la progressiva emancipazione dai sensi, e terminando nelle già citate ultime tre terrazze a forma circolare che simboleggiano il cammino progressivo verso il definitivo nirvana. Lungo i primi livelli è possibile percorrere camminamenti costellati di statue di Buddha in svariate posizioni e pannelli di pietra, oltre un migliaio, che narrano la storia del raggiungimento della perfezione. È proprio lungo questi camminamenti che mi sposto ritornato sul tempio, girando in senso orario come dettato dalla fede buddista, per poi approdare nuovamente in cima, tra le stupa a forma graticolare con dentro altre statue di Buddha. In lontananza, verso nord, riesco a intravedere le forme del Merapi, il vulcano più attivo dell’Indonesia. È solo una confusa sagoma avvolta nell’eterna foschia che avvolge le pianure indonesiane, ma quel cono perfetto attira il mio sguardo e la mia contemplazione, così inquadrato tra le bellezze di Borobudur. Il sito fu abbandonato pochi anni dopo il suo completamento e sono in molti a pensare che il motivo sia stata una devastante eruzione del temibile vulcano.

La vastità orizzontale di Borobudur fa sì che non sia così facile darle forma attraverso una fotografia o un video. È forse anche per questo, per non avere la consapevolezza di aver fatto lo scatto perfetto, quello in grado di riassumere in modo completo la bella esperienza di una visita a questo vero e unico Patrimonio dell’Umanità, che quando giunge l’ora di andarmene, dopo quasi quattro ore che vago tra queste vecchie pietre nere che cominciano ad ardere sotto i raggi del sole, sento di non aver concluso nel modo adeguato il mio rapporto con lui. Purtroppo le persone stanno giungendo a frotte e il sito si sta riempendo ogni momento di più. Nei giorni di maggior afflusso possono accedere al tempio quasi 90.000 persone, una cifra pazzesca che sta mettendo in seria difficoltà il monumento stesso. Quello che non ha fatto il tempo, potrebbero farlo in pochi anni i milioni di turisti che lo visitano. Ma il momento di piacere contemplativo che forse vado cercando lo ritrovo al Manohara Resort, il complesso di padiglioni stile giavanese che ospita il Centro Studi di Borobudur e che è il punto da cui parte il Borobudur Sunrise. Questi padiglioni di legno, leggeri ed eleganti, immersi nella pace dei prati ai piedi della collina del tempio, sono quanto di meglio ci si possa aspettare da questa Java eccessivamente abitata. Pace, armonia, equilibrio, un mix tropicale d’altri tempi che ho vissuto nel Kraton, al museo di Prambanan e qui ora al Manahora. Forse non si è capito, ma questo modo di utilizzare lo spazio abitativo mi piace un sacco.