L'isola dei mille vulcani

Dal 16 al 30 settembre 2015

di Carlo Camarotto

Kialurang
Hutan Wisata Kaliurang
Gunung Merapi
Becak
Dokar

Tappa numero 4, Dal 21 al 22 settembre 2015

Gunung Merapi
java_4

(segue) Lunedì 21 settembre – Pasar Beringharjo

Il pomeriggio sono di nuovo per le strade di Jogja. Vi ritrovo la stessa confusione di anime di sempre. Un autentico popolo vive sull’asfalto e sui marciapiedi, passando tutta la giornata e buona parte della notte ad attendere alla propria bancarella, a camminare avanti e indietro chiedendo l’elemosina, a cucinare e friggere, a mangiare o bere seduti ai tavoli approntati lungo la strada o direttamente appresso le cucine ambulanti. Gli indonesiani mangiano praticamente a tutte le ore, ma è verso sera, appena scende il tramonto, che i marciapiedi rimasti vuoti tutto il giorno si riempiono di tavolini bassi saturi del profumo di cibo fritto.

Ma la mia meta oggi non è la strada. Sono diretto al mercato di Pasar Beringharjo, un grande mercato chiuso in JL Malioboro dove migliaia di venditori, che espongono perlopiù vestiti, sono pressati gli uni agli altri in modo che il passaggio tra le file di bancarelle in alcuni casi è problematico anche per una persona sola. L’ambiente è leggermente claustrofobico, ma ricco di vita, colori ed esotiche fantasie. I venditori sono perlopiù donne, che ti salutano con un ampio sorriso appena ti vedono passare. Come sempre faccio, mi fermo da quelle che mi ispirano maggiore simpatia e comincio a chiedere un po’ di prezzi. Il prezzo me lo scrivono su un foglio oppure lo digitano su una calcolatrice. Poi, visto il mio tentennamento, mi porgono il foglio o la calcolatrice perché sia io a lanciare una controfferta. Inizialmente lascio stare, tanto per farmi un’idea sui prezzi, sapendo che la metà di quanto da loro inizialmente proposto è di norma un buon compromesso per tutti (lo dicono anche all’ufficio del turismo). Poi inizio a contrattare. Certo controffrire meno della metà fa sempre un certo effetto. Infatti partono le risate o finti volti contrariati oppure leggere lagnanze ammiccanti, come solo le contraenti donne sono in grado di fare. Si riprendono in mano il foglio o la calcolatrice e abbassano un po’ il prezzo; io alzo il mio e ancora lì un sacco di risate, che questa volta coinvolgono anche le venditrice vicine: “guardate questo quanto poco mi offre”, si diranno. Ancora un po’ di tira e molla fino alla fatidica metà, poi faccio finta di andarmene. Ecco che la maggior parte delle venditrici a questo punto cede e mi accontenta. Oppure se non cede, torno sui miei passi e cedo io. Alla fine siamo tutti vincitori. Loro sono riuscite a strappare a uno sprovveduto turista una cifra sicuramente più alta del normale, io ho fatto tutto il possibile per adeguarmi ai loro standard di vita, diminuendo al minimo lo strappo nel tessuto sociale che le mie richieste inevitabilmente creano. Forse non è molto, ma è già qualcosa.

Martedì 22 settembre – Merapi

Il Merapi è un pensiero fisso. Amo i vulcani, soprattutto quelli che salgono verso il cielo con un cono perfetto. Il Licancabur e l’Osorno in Cile, il Volcán de Agua in Guatemala, il Ngauruhoe in Nuova Zelanda. Non ne ho ammirati tanti, ma quelle poche volte l’ho fatto per ore, sempre rapito e affascinato. E ora il Merapi, quello che è considerato il vulcano più attivo dell’Indonesia, è lì a pochi chilometri e non sono ancora riuscito a vederlo, se non la sua sagoma confusa nella foschia. Non me ne andrò da Jogja senza averlo potuto ammirare, questo è il pensiero con il quale mi sveglio.

A colazione, nella solita arieggiata terrazza del losmen, chiacchiero con una ragazza slovena, anche lei con a lato l’immancabile quaderno pieno zeppo di appunti di viaggio. Parliamo di Nuova Zelanda, un viaggio comune a entrambi, e di Merapi: in nottata partirà per una scalata fino alla cima, un’escursione lunga e faticosa, ma dal grande impatto emozionale. Non ho il tempo per fare una simile esperienza, visto che in serata partirò in treno per Malang (Java est), ma posso pur sempre andare a Kaliurang, un piccolo paesino ai piedi del grande vulcano da cui è possibile contemplarlo in tutto il suo splendore. L’addetto dietro il bancone dell’ufficio turistico mi aveva spiegato, anche abbastanza nei dettagli, come avrei potuto arrivarci: giungere a piedi fino a una parallela di JL Malioboro, qui prendere la linea 2 della Trans Jogja fino a JL Colombo, qui continuare a piedi fino alla vicina JL Kaliurang e lungo questa lunga strada prendere un minibus fino a Kaliurang. Tutto chiaro e più o meno semplice, no?

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, purtroppo. Mi incammino pimpante verso la parallela di JL Malioboro e attraverso un ponte sul fiume da cui è possibile ammirare interessanti scorci di Jogja. Sull’alveo sono state ricavate alcune pozze delimitate da cordoli in cemento in cui si allevano pesci, si coltivano piante acquatiche o si lavano gli indumenti. Svariate persone girovagano tra le pozze e nel fiume stesso, che non pare eccessivamente inquinato. Continuo a camminare e mi ritrovo nella via parallela e vedo anche passare il bus giallo-verde della Trans Jogja. Il problema è che non trovo la fermata. Provo prima in una direzione, poi nell’altra. Niente. Di fermate neanche l’ombra. Il sole già alto comincia a picchiare e io sono lì che cammino verso nord in cerca di un baracchino giallo-verde, ma non lo trovo. Camminando camminando, decido che in JL Kaliurang posso arrivarci a piedi, cosa che faccio dopo quasi due ore da quando sono partito dal losmen. JL Kaliurang è la via che dal centro di Jogja scorre verso nord e lentamente comincia a salire fino a raggiungere il paesino che le dà il nome, più o meno a 900 metri di quota. È lunga e molto trafficata. Io continuo a camminare e ogni tanto mi fermo per voltarmi indietro, aguzzando lo sguardo sopra il traffico caotico, ma di minibus non vedo traccia. Ormai stanco, con il pomeriggio iniziato da un po’, decido che un taxi è meglio di stare ancora lì fermo. Per 100.000 rupie mi faccio portare direttamente all’ingresso del Taman Nasional Gunung Merapi, un parco forestale da cui si godono ottime visuali del vulcano. Per arrivare usciamo da Yogyakarta e dal suo traffico congestionato e cominciamo a salire lungo la strada che mentre si fa più pendente si fa anche più ricca di curve. Il Merapi ogni tanto appare, maestoso, ancora offuscato dal cielo perennemente velato. Giunti a Kaliurang e oltrepassato il centro per raggiungere l’ingresso del parco, il vulcano scompare dietro una serie di colli ricoperti di una verde vegetazione tropicale. Ed è proprio alla loro base che mi faccio lasciare dal tassista. Le colline si alzano alte sopra di me e gettano un’ombra coprente sull’ingresso del parco e sulle tante baracche che lo circondano, perlopiù punti di ristoro e di alimentari.

Alla biglietteria del parco trovo l’ennesimo imprevisto della giornata: il prezzo d’ingresso per gli stranieri è di 150.000 rupie, quasi quanto ho pagato per entrare a Prambanan (il prezzo per gli indonesiani è circa dieci volte più basso). Oltre l’ingresso c’è una piccola area attrezzata in cui è possibile sedersi e riposare, poi da qui partono tre sentieri di cui due conducono a punti panoramici sul vulcano e il terzo, il più breve, conduce a una cascata, che però non dovrebbe essere un granché in pieno periodo secco. E che siamo nella stagione secca lo si nota anche incamminandosi lungo gli altri due sentieri perché la terra è arida e la vegetazione in evidente stress idrico. La base della giungla è colma di foglie secche e molti sono gli alberi che hanno perso le foglie in attesa delle piogge. Molte di queste foglie hanno la pagina inferiore bianca e sembra che il sentiero sia tappezzato di fogli di carta lasciati cadere dall’incuria dei gitanti. Invece di immondizie se ne trovano poche, anche se la siccità, la vegetazione spoglia e decadente e le tante foglie a terra conferiscono un’aria trasandata a questo angolo di giungla tropicale. Tanto per non smentirmi decido di prendere il sentiero che porta al punto panoramico più lontano. Lo danno a tre chilometri dall’ingresso, e che tre chilometri in salita siano tanti non ci metto molto ad accorgermene. La parte iniziale del sentiero, perlopiù lastricata di gradoni di pietra, è discretamente pendente e mi mette da subito in difficoltà. In alcuni punti degli alberi sono caduti sul sentiero e mi obbligano ad affrontare alternative stradine polverose in cui mi lordo dalla testa ai piedi. Dopo quasi quaranta minuti di cammino, stanco e sporco, mi rendo conto che non ha senso continuare: la chiusura del parco è ormai prossima. Torno rapidamente sui miei passi e risalgo sull’altro sentiero, anch’esso pendente, ma molto più breve. Al belvedere è stata posizionata una pedana a due piani alta circa dieci metri da cui la vista del Merapi è sublime. Il cielo è sufficientemente terso per i canoni di Java e solo qualche nuvola corre rapida sulla cima del vulcano. Il suo cono quasi perfetto è lì che pare quasi si possa toccare, circondato da versanti boscosi di un verde di diverse tonalità e da nere colate laviche che dimostrano la sua frenetica attività. I colori sono finalmente vividi ed è un piacere starsene lì a osservare il tormentato paesaggio. Purtroppo il tempo è tiranno e posso crogiolarmi alla vista del Merapi solo per poco più di mezz’ora, poi devo tornare all’uscita per vedere se riesco a prendere un minibus che mi riporti a Yogyakarta.

Uscito dal parco non vedo nessun minibus fermo nel parcheggio. Chiedo un po’ in giro e incontro solo teste che fanno segno di diniego. Scendo lungo la strada e mi godo qualche scorcio di Kaliurang, che pare possedere una bella atmosfera, se non fosse per le tante jeep che scorrazzano per le strade pronte a portarti lungo i versanti di sabbia del vulcano in quello che viene chiamato il lava tour. Scendendo scendendo, l’idea che non ci sia più alcun minibus comincia a farsi largo. Ne ho conferma al terzo gruppo di persone a cui domando lumi, tutti seduti a vigilare l’ingresso di un albergo. In alternativa al taxi mi propongono, visto che uno di loro pare tornare a casa a Yogyakarta, un passaggio per l’analogo prezzo del taxi. Prima accetto, poi scopro che il viaggio di ritorno sarà in motocicletta. Indosso il casco e via si parte in discesa, con il sole che sta tramontando e infonde una dolce luce calda da ovest. E anche questa è una bella esperienza di viaggio. Inizialmente il traffico è lieve e correre in mezzo alla vita che pullula ai suoi lati ha un sapore sublime che ben presto scaccia i timori del viaggio in moto. L’aria che ci sferza è piacevole, come la luce crepuscolare che piano piano ci avvolge. Dalla moto, non andando poi troppo veloci, si sentono molti suoni e odori, cosa che rende il viaggio totalmente sensoriale. Più la strada però diminuisce la pendenza, più si riempie di mezzi, fino in prossimità di Jogja. Qui ci ritroviamo immersi nel consueto traffico, dove macchine, moto, pedoni, becak e dokar si contendano i pochi metri d’asfalto in un balletto frenetico. Qui un po’ di timore torna, anche perché guidare a Java è tutto un accelerare, per sorpassare e per sfruttare un tratto di strada vuoto, e un frenare, per evitare di andare addosso qualcuno. Non c’è un attimo di tregua e una distrazione può voler dire trovarsi a terra. Quando vengo depositato in JL Malioboro sono contento per essere tutto integro e molto soddisfatto per la bella esperienza provata.