L'isola dei mille vulcani

Dal 16 al 30 settembre 2015

di Carlo Camarotto

Gunung Bromo
Gunung Bromo
Caldera del Tengger
Gunung Bromo
Gunung Batok
Gunung Batok
Malang
Malang

Tappa numero 5, Dal 23 al 25 settembre 2015

Malang e Gunung Bromo
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Mercoledì 23 settembre – Bromo

Quando penso alle strade giavanesi mi vengono in mente i bambini, spesso anche neonati, portati a spasso nel traffico in motorino in mezzo al padre e la madre, chiaramente senza la protezione del casco. Ogni volta provo un balzo al cuore per la loro sorte, così esposti ai tanti pericoli della strada che io stesso ho sperimentato la sera precedente.

Poco prima di mezzanotte parto con un treno executive per Malang, un viaggio di circa sei ore su un treno comodo, pulito e in perfetto orario (costo poco più di 200.000 rupie, circa 13,5 euro). Dormo assai bene, anche se la luce del vagone non verrà mai chiusa (per fortuna avevo una mascherina paraocchi). A passare a controllare i biglietti sono in quattro, due guardie, il controllore e uno che annota l’avvenuto controllo. In più ci sono due hostess molto carine, vestite di turchese, che servono cibo e bevande a pagamento.

Giungo a Malang alle quattro del mattino. Davanti la stazione c’è un po’ di vita, con i soliti tassisti e conduttori di becak con il sorriso sdentato pronti a offrirti un passaggio. La notte è piacevolmente fresca e le strade deserte sono un invito alla scoperta. Nel girovagare ramingo in cerca di un posto da dormire arrivo all’Helios Hotel. All’ultimo piano c’è un ostello per backpacker, ma non hanno posto. Nell’albergo sottostante vado a pagare 200.000 rupie a notte per una stanza doppia piuttosto confortevole e bagno pulito e spazioso. L’esterno della stanza da su una terrazza che corre tutto intorno lo spazio aperto interno all’edificio, il che le conferisce un certo che di arioso.

Nei pressi dell’ingresso dell’hotel c’è l’ufficio dell’omonima agenzia turistica, nel quale mi reco verso metà mattinata. Mia intenzione è quella di prenotare un tour verso il vulcano Bromo per l’alba dell’indomani, con partenza da Malang a mezzanotte (l’escursione non è economica: 650.000 rupie, quasi 45 euro). Ho già acquistato il biglietto quando una bionda alle mie spalle mi chiede se sono interessato a unirmi al loro gruppo per vedere il tramonto sul Bromo. Cerca di convincermi dicendomi che all’alba c’è un sacco di gente mentre al tramonto ce ne saranno sicuramente meno. Più delle sue parole e del suo bel sorriso, vengo convinto dalla parola “tramonto”, che preferisco di gran lunga a “alba”. Accetto senza pensarci troppo e alle undici, il tempo di comprare qualcosa da bere e da mangiare, siamo pronti per partire. A viaggiare con me ci sono tre ragazze tedesche, Karina la bionda di Monaco, Hanna la castana di Bonn e Sabrina la mora di Norimberga, più un altro ragazzo tedesco, Matthias di Berlino, che si aggrega solo per il tratto di andata, avendo intenzione di fermarsi per la notte a Cemoro Lawang, il paesino che sorge sui bordi del vasto cratere del Tengger, al cui interno si trova il Bromo.

Il viaggio di circa tre ore inizia sulla strada trafficata che conduce verso Surabaya, talmente intasata che ci mettiamo oltre quaranta minuti solo per uscire da Malang (sono davvero troppi in quest’isola). Facciamo tutti tempo a dormire prima di veder cambiare qualcosa nel paesaggio sempre troppo urbanizzato. Non si nota mai una discontinuità evidente alla fila di costruzioni. Per cominciare ad ammirare i campi dobbiamo abbandonare la grande arteria per Surabaya e inoltrarci verso est in direzione delle montagne. A questo punto la strada, anche solo impercettibilmente, inizia a salire. A Java est i campi appaiono molto più secchi rispetto alle altre parti dell’isola: i raccolti sono già stati mietuti e sono pochi i campi irrigati ancora verdi. La sensazione di arido che trasmette il paesaggio mi ricorda l’Africa sub-sahariana. La strada intanto comincia a salire, si fa più ricca di curve e il traffico si fa meno intenso. Continuano ad alternarsi paesini e campi di stoppie e terra rossa, questa volta in un’alternanza che porta alla mente un barlume di bucolico. A non cambiare è la vita che ferve ai lati e dentro la strada. Motorini continuano a sfrecciare lungo le discese che si fanno davvero ripide, bancarelle dove si cucina e si mangia ci scorrono a lato, come qualche focolare acceso a terra per cucinare pannocchie o spiedini di carne. Intanto la strada sale sempre più, con a tratti rampe ripidissime e tornanti molto stretti. Il paesaggio a quel punto cambia completamente, perché ai campi arati si sostituiscono versanti con pendenze proibitive dove comunque si cerca di coltivare tracciando una griglia di sentieri che diminuiscono un po’ le pendenze, creando sottili strisce di terra riportata. I colori dominanti sono il marrone delle terra e il giallo della vegetazione rinsecchita. Come mi spiegherà l’autista, è così per la stagione secca: durante la stagione umida l’intera montagna risplende di un verde brillante. Faccio quattro chiacchere con lui quando ci fermiamo per cambiare mezzo di trasporto. Per le sabbie del deserto all’interno della caldera del Tengger serve una jeep 4×4. Aspettiamo circa mezz’ora l’autista che ci condurrà fin sotto il Bromo, chiacchierando un po’ anche con gli altri compagni di viaggio, tutti un po’ preoccupati perché il sole si è di colpo coperto e nuvole scure si stanno piano piano appropriando della cima della montagna. Da dove ci siamo fermati ci vuole ancora mezz’ora per raggiungere Cemoro Lawang, il paesino che sorge proprio sul bordo del grande cratere del Tengger, un’immensa caldera con un diametro di oltre 10 chilometri. Al suo interno, su un pianoro duecento metri più in basso, si sviluppa una distesa sabbiosa da cui si alzano all’improvviso i coni vulcanici del Batok e del Bromo, il primo con un cono quasi perfetto caratterizzato da evidenti costolature, il secondo più basso e con un ampio cratere da cui sale un perenne pennacchio di fumo bianco. La piana sabbiosa è conosciuta con il nome epico di “Mare di sabbia” (Segara Wedi in bahasa indonesia). Il bordo del cratere del Bromo si trova neanche cento metri dalla base della piana e una lunga scalinata di cemento è stata costruita per facilitare l’ascesa, altrimenti complessa per il fondo poco coerente e franoso. Alla sua base hanno costruito un tempio induista (i tengger, il popolo della regione, sono induisti) chiuso all’interno di un recinto di pietra.

Appena arriviamo nei suoi pressi alcuni cavalieri cominciano a correrci dietro, incitando la cavalcatura con urla e schiamazzi vari. Quando la jeep si ferma, i cavalieri scendono rapidi da cavallo e si assiepano tutti sul retro, aspettando di proporci una cavalcata o un semplice passaggio di poche centinaia di metri fino alla base della scalinata. Tutti lì a bloccare l’uscita, con il volto coperto dal foulard per non respirare la polvere del Mare di sabbia, per un attimo ci fanno piombare in una scena da Sahara berbero. Un nugolo di tuareg indonesiani che incute un po’ di timore per l’impeto con cui si sono gettati addosso alla jeep. Decidiamo comunque tutti e cinque di proseguire a piedi, camminando in salita in un paesaggio quasi lunare dove solo qualche sparuto cespuglio coperto di polvere riesce a sopravvivere. Fa fresco e una fine pioggerella ci bagna. Sono solo poche gocce per nulla fastidiose e che scompaiono subito. Così immerso nelle nuvole e in una fine foschia, il vasto cratere del Tengger assume un’atmosfera eterea, fuori del tempo. Mentre salgo immortalo più volte il panorama, attratto soprattutto dalle forme del vicino Batok. Purtroppo verso sud si stagliano numerose nuvole e non è possibile riconoscere il Semeru, la cima più alta di Java e uno dei suoi vulcani più attivi. Ma quando giungo sul bordo del cratere tutta l’attenzione è per quello che accade lì sotto, un fermento continuo di fumi sulfurei e gorgoglii udibili chiaramente da dove mi trovo. Non ero preparato a vedere una simile smisurata attività vulcanica e ne rimango allibito (e anche un po’ spaventato). All’interno del cratere le pareti scendono giù ripide verso il fondo, buio e pieno di fumi che salgono minacciosi dal basso. Appena sopra le scale, un parapetto in cemento corre lungo i bordi del cratere, dando una certa sicurezza a chi vuole ammirarlo. Ma si possono raggiungere anche punti dove il parapetto si interrompe e qui è bene stare attenti a non mettere un piede in fallo. Siamo veramente in pochi lassù e ciò permette di potersi realmente godere il momento nel modo più appropriato. Ogni tanto i fumi sulfurei sono spinti verso di noi e bisogna coprirsi il volto. L’odore di uova marce, che comincia a percepirsi ben prima di raggiungere il bordo del cratere, diventa a quel punto avvolgente e insopportabile. Il vento comunque ci sferza il viso rendendo l’aria respirabile. Rimaniamo in compagnia di quel cuore pulsante della terra per oltre mezz’ora, poi decidiamo di scendere per provare ad ammirare il tutto da uno dei punti panoramici arroccati sul bordo della grande caldera. La pista lungo il mare di sabbia è delimitata da una serie di pietra le une in fila all’altra e a un tratto si deve guadare il letto di un fiume fantasma, che scorre serpeggiando giù dalle ultime pendici del Bromo. Giunti sul bordo della caldera ci fermiamo per osservarla: il Batok è ancora ben visibile, anche se sfumato dalla fine foschia, mentre il Bromo è solo un altro fantasma in questo mondo di nubi e nebbie. Pur con un certo fascino dato dalle nuvole che piano piano si stanno impadronendo di tutto lo spazio e dalla foschia eterea che stende un manto magico sulle forme, la mancanza del sole rattrista un po’ tutti. Chiediamo alla guida di essere portati in un altro punto panoramico e ci arriviamo dopo una corsa su e giù per il territorio nervoso e ripido che circonda Cemoro Lawang e una camminata di neanche 10 minuti su per una strada molto ripida. Ci siamo solo noi e il paesaggio lunare non è cambiato. Ho modo di scambiare due brevi chiacchere con la guida che ci ha seguito fin lì e da quello che capisco in questo periodo è sempre così nuvoloso nel pomeriggio e verso sera. È la mattina che il cielo è limpido. Affollato ma limpido, oppure deserto e nuvoloso? Forse avrei preferito il primo.

Torniamo in macchina comunque non troppo abbattuti perché l’esperienza è stata comunque bella. Salutiamo Matthias e torniamo dove avevamo preso la jeep. Cambio di mezzo e di autista e cominciamo la lunga discesa verso Malang. Prima però ci fermiamo a cenare in un piccolo ristorante ai bordi della strada. Qui facciamo la conoscenza di un indonesiano che gira tutto il suo paese per immortalare fotografie di vulcani in eruzione. Ci mostra alcune foto davvero eccezionali. L’eruzione del Bromo che nel 2009 estese uno spesso manto di cenere su tutta l’area, quella più recente del Merapi, quelle frequenti del figlio del Krakatau. Sono forse queste ultimi le più belle, con il piccolo vulcano rutilante fotografato dalla vicina isola di Rakata.

Ceniamo piuttosto bene, pagando pochissimo, in una tipica atmosfera indonesiana. A quel punto risaliamo in macchina e come ci dice la stessa guida, abbiamo tutto il tempo di dormire. In realtà rimango sveglio per quasi tutto il viaggio, in qualche modo affascinato e preoccupato da cosa avviene lungo la strada. Sulle strade di Java non esiste la confusione anarchica che avevo visto in India, ma comunque le regole stradali sono spesso non rispettate. La moltitudine di motorini che corrono ai lati delle macchine è esorbitante (in Indonesia si vendono 20.000 motorini al giorno), le macchine superano indifferentemente a destra e a sinistra, i camion non sono consapevoli delle loro dimensioni e si comportano come le macchine. Guidare per le strade di Java richiede una continua attenzione per tenere sott’occhio tutti e tre gli specchietti retrovisori. Un continuo accelerare e frenare, senza mai molti attimi di pausa. Nelle tre ore per rientrare a Malang vediamo due incidenti di piccola entità e una moltitudine di azioni spericolate e pericolose, quasi da non sorprendermene più alla fine. Quando giungiamo a Malang è ormai molto tardi e devo portare con me a letto una tremenda voglia insoddisfatta di farmi una birra.

Giovedì 24 settembre – Malang

Mi sveglio con in corpo una certa spossatezza nostalgica: non ho una grandissima voglia di scoprire il mondo nuovo che mi attende oltre la porta, mentre sento forte la mancanza delle creaturine che ho lasciato in Italia. È con questo fiacco stato d’animo che mi appresto alla colazione, servita all’aperto e perlopiù pensata per gli indonesiani, che a colazione mangiano più o meno le stesse cose che mangiano a pranzo e a cena (nasi e mie goreng su tutti). Poco prima di uscire dall’hotel scopro che è festa nazionale: Idul Adha, la Festa del Sacrificio, una delle più importanti del mondo islamico. Infatti ritrovo le strade particolarmente deserte, almeno per i canoni di Java, e nei parchi che sorgono un po’ in tutto il centro città si vedono gironzolare famiglie intente a rilassarsi. Malang è una città piuttosto verde, con più parchi urbani e viali alberati rispetto a Jakarta e Yogyakarta. L’impressione generale è quella di una città più a misura d’uomo. Malang si trova a un’altitudine di circa cinquecento metri sul livello del mare, fatto che rende il suo clima più mite e fresco rispetto alle afose città della costa. Proprio per questo gli olandesi ne avevano fatto un’importante città per i loro affari nella regione. Il centro città è rappresentato dall’Alun-alun Tugu, un grande spiazzo circolare attorniato da imponenti edifici coloniali dalle pareti bianco candido e tetti rosso mattone (tra cui il Balai Kota, il municipio) ed enormi alberi con la chioma a ombrella. All’interno dell’ampia rotonda stradale che occupa per intero lo spiazzo, c’è un piccolo parco verde con qualche albero sparso e delle composizioni di enormi fiori di plastica e metallo illuminate la sera. Al centro, a circondare il nero obelisco simbolo di Malang, una vasca acquatica ospita centinaia di ninfee con i fiori rosa chiusi alle prime ore del mattino. I prati perfettamente tagliati della piccola area verde sono un luogo piacevole dove fermarsi per una sosta.

Nei pressi di Alun-alun Tugu, un fiumiciattolo scorre in basso lungo una fenditura della piana su cui è costruita la città. Alcune persone officiano non so quale cerimonia immersi fino alle ginocchia nell’acqua evidentemente molto sporca. Baracche di lamiera si aggrappano alla riva rocciosa del rio, le une sopra le altre, avvinghiate nel poco spazio loro concesso. La povertà dei loro abitanti stride sonoramente con l’opulenza dei centri commerciali onnipresenti in ogni città di Java, con le macchine, i ristoranti e gli alberghi di lusso che punteggiano le vie della città anche solo a pochi metri da loro.

Oltre il piccolo fiume raggiungo un’altra grande piazza alberata di forma quadrata, Alun-alun Malang. Sul lato nord fanno bella mostra di sé, una in parte all’altra, una moschea e una chiesa cristiana, in un gemellaggio che appare ancora possibile. Gli indonesiani sono sì molto religiosi, ma vivono questo aspetto della loro vita con estrema rilassatezza. La tolleranza religiosa è un carattere radicato nella maggior parte dei popoli del grande arcipelago. Le tante panchine dell’area verde sono un invito a sedersi per osservare le giovani coppiette che se ne stanno mano nella mano sedute sull’erba a chiacchierare, o le famiglie con i bambini che scorrazzano avanti e indietro, o i gruppi di adolescenti che bivaccano in circolo ridendo in continuazione.

Quando mi alzo da lì non so ancora bene come portare avanti questa giornata. Oltre all’atmosfera rilassata, Malang non sembra offrire poi molto per una giornata a spasso per le sue vie. Stancamente mi dirigo verso una strada che dovrebbe essere piena di belle ville coloniali (Jl. Besar Ijen). Ritrovo una strada a doppia carreggiata con imponenti file di palme che fanno tornare alla mente i Boulevard di Hollywood e Beverly Hills, ma con case perlopiù moderne e strette le une alle altre dietro recinzioni piene di oggetti acuminati. Insomma, niente di veramente piacevole. Sono proprio lì che comincio a pensare di tornare all’albergo, che imbocco una via stretta tra un piccolo parco sulla destra pieno di giochi per bambini e un susseguirsi di baracche di compensato sulla sinistra dove si vendono frutta o altri generi alimentari. Oltre le baracche si appropriano della vista le alte chiome degli alberi del Hutan Kota Malabar, un altro parco nel cuore della città. Tutto d’un tratto mi sento di nuovo bene, solleticato dall’atmosfera di pace tropicale che persiste sulla via. Verso la fine della strada un paio di restò immersi nel verde mi attirano come una calamita con il ferro. Mi ritrovo così seduto negli ampi spazi interni del Ladang Coffee, un locale specializzato in degustazione di caffè, vera istituzione a Java, dagli arredi retrò e dal sapore genuinamente coloniale. Nel menù ritrovo il famigerato caffè luwak (kopi luwak), quello prodotto con chicchi di caffè mangiati, digeriti e defecati dallo zibetto comune delle palme. Uno dei caffè più cari al mondo, dal gusto poco amaro, una persistenza di floreale e un retrogusto di cioccolato. Inizialmente i semi di caffè erano raccolti solo dagli escrementi di animali selvatici, poi, visto i grossi introiti ottenibili soprattutto nei mercati giapponese e americano, in tutto il sud-est asiatico sono sorti allevamenti intensivi di zibetti tenuti in gabbia in condizioni disumane e alimentati forzatamente con una dieta povera fatta solo di chicchi di caffè. Solo negli ultimi anni si sta facendo strada una nuova coscienza animalista che induce molti produttori a ritornare alle origini (si possono trovare confezioni di caffè luwak con riportata la dicitura “solo caffè raccolto da animali selvatici”). Gli preferisco comunque un più tradizionale succo d’ananas, che mi assaporo scrivendo e osservando una gabbia di parrocchetti posata in giardino. Per la prima volta nella giornata mi senti rilassato e in pace con me stesso e con questa grande isola caotica. Mi faccio cogliere dall’imbrunire che sono ancora lì piacevolmente seduto, totalmente immerso in una tradizionale giornata di festa e relax giavanese.

Venerdì 25 settembre – Si torna indietro

Mi sveglio pimpante ed energico, anche se ho da affrontare solo una giornata interlocutoria che mi ricondurrà di nuovo a Jakarta, dove mi aspetta l’ultima intensa avventura di questo breve ma intenso viaggio indonesiano: il Krakatau.

L’aeroporto di Malang è piccolo e serve aerei diretti solo verso la capitale. Le sue dimensioni lo rendono quasi a conduzione famigliare: le operazioni d’imbarco sono molto tranquille e informali. Volo con la compagnia di bandiera nazionale, la Garuda, che per poco meno di cinquanta aereo mi garantisce un volo dall’ottimo servizio e una maggiore sicurezza. Si poteva spendere di meno (con un risparmio fino a 15 euro), ma molte compagnie aeree indonesiano sono “listate a nero” per i canoni europei… meglio non rischiare.