L'isola dei mille vulcani

Dal 16 al 30 settembre 2015

di Carlo Camarotto

Carita
Anak Krakatau
Anak Krakatau
Anak Krakatau
Rakata
Anak Krakatau
Anak Krakatau
Rakata
Stretto della Sonda

Tappa numero 6, Dal 25 al 27 settembre 2015

Gunung Krakatau
java_6

Venerdì 25 settembre – Di nuovo a Jakarta

(segue)… Di nuovo nella capitale. Mi ci sento già più a mio agio rispetto a una settimana prima. Sette giorni di confusione giavanese sulle spalle mi ha reso più incline ad accettare questa grande metropoli asiatica, questo mostro tentacolare che inghiotte tutto ciò che incontra, compresa la vita dei suoi numerosi abitanti. Il traffico non mi pare neanche così caotico e inaccettabile.

Ugualmente superare l’ingresso dei Pavillion Apartment è come oltrepassare un portale spazio-temporale: fuori confusione, dentro tranquillità, fuori odori maleodoranti, dentro profumo di fiori. Mi faccio accogliere dalla pace dei Pavillion e della casa di Chris e Vani, rioccupando la stanza che mi è stata gentilmente offerta con tutto il mio bagaglio sporco e impolverato. Lì ritrovo solo Lucas in compagnia della governante indonesiana. Mi sostituisco a lei nei giochi con il piccolo, così che possa portare a termine il riordino e la pulizia dell’appartamento e, anche se il bambino e i giochi sono diversi, mi pare di essere tornato a casa.

Dalla grande vetrata del salotto si ammira una visione cristallizzata di Jakarta, con i grattacieli del centro sfumati dall’eterna foschia e i grandi spazi aperti di un cimitero che sorge appena al di là della strada. Proprio perché dove sorgono i Pavillion Apartment era una vasta zona cimiteriale, molti indonesiani si sono rifiutati di venirci a lavorare. Paura degli spiriti, mi dirà Chris. Le radici animiste sono ancora molto profonde e spiriti e fantasmi di antenati sono parte integrante della vita di molti indonesiani. Dall’alto del quattordicesimo piano tutta la metropoli mi pare ovattata e con lei tutta la mia esperienza di viaggio in quest’isola sovraffollata. Un momento di pace che non disdegno affatto, in parte rigenerante.

Al ritorno di Vanina dalla regolare visita di controllo per il bimbo in procinto di nascere ci rechiamo nel piccolo fazzoletto di terra dove i bimbi dei Pavillion possono giocare insieme liberamente. Al tramonto il sole si trasforma in una fugace palla rosso fuoco che ci abbandona in fretta, facendoci piombare in una piacevolmente calda serata tropicale rinfrescata dalla consueta brezza crepuscolare. Poi di seguito giungono Chris e la macchina con la quale l’indomani partiremo verso ovest, prestataci da un altro italiano di Jakarta. Nel parcheggiarla scopro il mondo sotto le torri dei Pavillion, due ampissimi livelli di parcheggi sotterranei nei quali quasi ci perdiamo. Era la prima volta che Chris scendeva lì sotto. Per ritrovare la via d’uscita dobbiamo sudare veramente le proverbiali sette camicie.

Sabato 26 settembre – Carita

Vista l’ora antelucana della partenza riusciamo a uscire da Jakarta senza troppi patemi, praticamente senza dover affrontare alcuna coda. Seguendo il Tol verso ovest, quella che può essere considerata la loro autostrada, vediamo scomparire anche gli ultimi tentacoli della metropoli, sostituiti in breve dai campi coltivati. Un contesto rurale che non ho osservato spesso durante il viaggio. Sono questi gli ambiti in cui interviene la società di cui Chris è il CEO (una società che gestisce un fondo per il microcredito) anche se, come mi dirà lui stesso, in questa parte dell’isola hanno pochi clienti: i sundanesi, la popolazione maggiormente presente a Java ovest, tendono ad avere più insolvenze rispetto ai giavanesi del centro e dell’est dell’isola e quindi ci si fida meno a fare prestiti (per i giavanesi essere insolventi è considerato socialmente deplorevole, non così per i sundanesi).

Arrivati nei pressi di Cilegon si abbandona il Tol per prendere la strada che percorre la costa occidentale dell’isola, rimmergendoci così nella confusione di macchine, motorini e camion che scorrono lenti tra due ali di vita urbana tipica del sud-est asiatico, fatta di ambulanti, questuanti, lavori infiniti sulla e in parte alla strada. Non abbiamo idea di dove andare a dormire, in parte perché abbiamo esigenze diverse: io sono per un luogo più economico e spartano, Chris invece non ha più voglia di adattarsi a condizioni disagevoli e punta a qualcosa di livello medio-alto, magari con vista sull’oceano. La mancanza di una visione comune, unita alla carenza oggettiva di alloggi in zona, fa si che la strada principale tra Carita (la nostra vera meta perché luogo di partenza dell’escursione verso il Krakatoa) e Labuhan, una città otto chilometri più a sud, la percorriamo avanti e indietro numerose volte, perdendoci anche in strade sconnesse dell’interno e bloccandoci nel traffico convulso del centro di Labuhan intasato da un fervente mercato. Fra resort abbandonati, altri occupati dall’esercito, altri con scarafaggi enormi a tappezzare le pareti, troviamo da dormire al Mutiara Resort che l’ora di pranzo è passata da un po’. Il posto è da famiglie indonesiane benestanti, con grandi bungalow immersi in un palmeto e la riva rocciosa sullo stretto della Sonda a pochi passi dall’edificio centrale che ospita la reception, il ristorante e tre verdissimi tavoli da biliardo. La stanza che prendiamo per una notte è ampia e confortevole, ma a mio parere eccessivamente cara (quasi 1 milione di rupie, più o meno 70 euro), e il cibo del ristorante è gustoso, ma con lo stesso problema (una bottiglia di birra costa 60.000 rupie, più di 4 euro, come in Italia).

I tavoli da biliardo ci attirano come calamite e ci rubano il pomeriggio, mentre nei pressi dell’ampia piscina in riva all’oceano le famigliole e i gruppi organizzati indonesiani si divertono con il karaoke, tanto rumoroso da sentirsi un po’ in tutto il resort. Le acque dello stretto della Sonda sbattono leggere contro una schiera di vecchi coralli ormai morti che emergono a pochi passi dalla riva. A ovest si stagliano nuvole compatte che ci impediscono di godere di un bel tramonto. Ma in generale permane sul paesaggio quella foschia che rende tutto indistinto alla distanza. In parte è dovuta al prolungarsi della stagione secca, in parte al fumo generato dagli incendi che imperversano nella vicina Sumatra, incendi dolosi per eliminare la foresta primigenia allo scopo di impiantare nuovi palmeti da olio. I fumi si spingono compatti verso est e coprono la penisola malese e Singapore, ma forse qualcosa raggiunge anche Java. Le acque non invitano al bagno e i paesini della zona non sembrano offrire nulla per due viandanti stanchi. Ma la giornata è dedicata all’amicizia: io e Chris ci rincontriamo dopo tanto tempo, chiacchierando di noi e di tutto quello che ci accomuna. Sono venuto in Indonesia anche per questo, ritrovare il mio caro amico sempre in giro per il mondo.

Domenica 27 settembre – Krakatau

Il 20 marzo 1602 il governo olandese fondò una potente compagnia commerciale, passata alla storia come la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, che aveva lo scopo d’incrementare il commercio tra le isole delle suddette Indie (per buona parte comprese nell’attuale arcipelago indonesiano). La compagnia aveva una sua flotta e le navi trasportavano soldati, marinai, passeggeri e, soprattutto, merci. Il suo quartiere generale era localizzato nell’attuale Jakarta, a quei tempi chiamata Batavia. Per raggiungere Batavia le navi olandesi veleggiavano intorno alla punta meridionale dell’Africa, raggiungevano l’isola di Mauritius, da lì si facevano trasportare dai venti verso est e poi svoltavano in direzione nord al momento opportuno. Ora, il problema era un po’ tutto lì. La strumentazione del tempo permetteva una buona stima della latitudine, ma non della longitudine, quindi il “momento opportuno” non era poi così semplice da individuare. Per questa ragione alcune navi non puntavano la prua verso nord quando avrebbero dovuto e andavano a schiantarsi contro le coste coralline di una terra che nessuna mappa a quel tempo riportava. Così gli europei conobbero l’Australia, che però inizialmente fu chiamata Nuova Olanda. Ma questa è un’altra storia, che sto cercando di raccontare parlando del mio (ormai non più recente) viaggio in Australia Occidentale. Parlando invece di Indonesia, le navi che invece svoltavano verso nord al momento giusto raggiungevano Batavia passando tutte per quel braccio di mare che mentre lo ammiro dalla banchina del porticciolo di Carita mi appare un tutt’uno indistinto con il cielo, entrambi di un colore ceruleo non molto invitante. Lo stretto della Sonda per secoli fu al centro di importantissime vie commerciali e, anche se ora la maggior parte delle navi non lo utilizza più a causa dei fondali troppo bassi e non adeguatamente mappati, preferendo passare per il più sicuro stretto di Malacca, non è possibile non sentire aleggiare sulle sue acque il peso inconfondibile della Storia (quella con la S maiuscola).

Il nostro bimotore è pronto a lato della banchina, ma prima di partire verso il mare aperto dobbiamo aspettare l’arrivo di un inglese che salirà a bordo con noi. Un tipo piuttosto strano, dalla parlata rapida e incomprensibile, un cappello a tesa larga sulla testa che per un tic nervoso, o per problemi ancora più gravi, è sempre lì a dondolare a destra e a sinistra, più o meno ogni cinque secondi. Solo quando si ferma per scattare una fotografia con la sua costosissima fotocamera la testa rimane ferma per tutto il tempo necessario.

Le acque dello stretto sono costellate di imbarcazioni per la pesca, semplici pescherecci di legno all’apparenza assai malandati. Ci sono anche alcune piattaforme di bambù piuttosto ampie da cui è sicuramente più comodo pescare. È un mare pieno di vita che in un qualche modo tranquillizza chi, come me, non è mai completamente a proprio agio in mezzo all’acqua. Correndo veloci verso il largo non ci vuole molto perché la costa scompaia nella stessa foschia che copre tutti gli orizzonti, lasciandoci scorrere in una vastità marina dal sapore oceanico. I pescherecci continuano a rullarci a fianco per quasi mezz’ora, piano piano diradandosi. Così a un tratto rimaniamo soli.

Dopo circa un’ora di viaggio cominciano a evidenziarsi le sagome indistinte di terre lontane. Un cono più grande sulla sinistra e uno più piccolo sulla destra. Sono velate e appena percettibili, ma sufficienti a creare una vibrazione eccitata sulla barca. Gli occhi si incollano in quel punto lontano e la sensazione di avvicinarsi a un luogo epico si fa di momento in momento più forte. Il Krakatoa (o Krakatau come lo chiamano gli indonesiani) è lì di fronte a noi, il vulcano che ha creato la più spaventosa esplosione a memoria d’uomo, una deflagrazione di ben 200 megatoni che è stata udita a oltre 4000 chilometri di distanza (nelle isole Mauritius) e che ha oscurato i cieli di tutto i mondo per mesi. Non c’è nome di vulcano più conosciuto al mondo, un nome che è sinonimo di “catastrofe”. Il 26 agosto 1883 un’intera isola è scomparsa in seguito all’esplosione del cono vulcanico alto oltre 600 metri conosciuto dall’uomo come Krakatoa. Un’esplosione che causò uno tsunami con onde di oltre 40 metri che annientarono la vita delle adiacenti coste dell’isola di Sumatra e Java. Il Krakatoa sorge infatti proprio in mezzo allo stretto della Sonda, con le due grandi isole che in un qualche modo, con penisole che si sporgono sia a nord che a sud, lo cingono quasi completamente. Fu anche per questo che lo tsunami devastò sono le coste delle due isole, senza fuoriuscire più di tanto in mare aperto e colpire terre lontane, come accade invece per lo tsunami del 2004. Ugualmente morirono oltre 30.000 persone, una vera ecatombe per il periodo. Se la stessa esplosione avvenisse adesso, i morti supererebbero di sicuro le centinaia di migliaia. Prima dell’esplosione il piccolo arcipelago era costituito da due isole più piatte (Verlaten e Lang) e dalla grande isola comprendente il cono del Krakatoa. Quest’ultima esplose e disparve, lasciando intatta solo la parte più meridionale, Rakata, la madre del Krakatoa. Le tre isole rimaste delinearono così i contorni di una più ampia caldera con all’interno solo acqua. Dopo 45 anni dall’esplosione la continua attività vulcanica fece emergere in mezzo alla caldera un nuovo piccolo cono vulcanico, chiamato Anak Krakatau, cioè il figlio del Krakatau, che dal 1927 continuò a crescere alla sbalorditiva velocità di sette metri l’anno. A oggi il turbolento figlio è alto quasi cinquecento metri, con un perenne pennacchio di fumo che esce dalla sua cima e frequenti esplosioni di magma che ne alterano le forme. Il cono più piccolo che osserviamo mentre ci avviciniamo è proprio lui, mentre quello più grande è sua madre, che si erge per oltre 600 metri sul livello del mare. Il tour che abbiamo pagato profumatamente (il costo del noleggio della barca è piuttosto elevato: per un bimotore è tra i 3.500.000 e i 4 milioni di rupie, circa 250 euro) prevede anche una semplice escursione sull’isola. Sia io sia Christian, conoscendo l’estrema turbolenza del figlio del Krakatoa, siamo partiti con la certezza che la salita dovesse avvenire sull’isola di Rakata. Ma quando giungiamo in prossimità del piccolo arcipelago vulcanico, una delle guide ci avverte che saliremo invece il vulcano attivo nel mezzo, che in quel periodo, per nostra fortuna, è piuttosto calmo. Uno sguardo impaurito tra noi e poi di nuovo il volto fisso su quel pennacchio di fumo che incute timore ma ammalia allo stesso tempo. Non avrei mai immaginato di mettere piede sull’Anak Krakatau, una delle isole più giovani al mondo, emerso dalle acque per ricordare al mondo il maestoso padre, talmente attivo da non farne mai dimenticare la pericolosità. Dal lato del vulcano su cui puntiamo la prua della barca una fascia verde di vegetazione, non più larga di cinquanta metri, protegge una spiaggia di sabbia nera. È una vegetazione arborea e ciò mi tranquillizza perché significa che le colate laviche da quel lato del vulcano non avvengono da tempo. Sugli altri lati infatti non c’è alcuna vegetazione e i pendii sono ricoperti da grinzose colate laviche rossastre. L’ultima risale a due anni prima, al 2013. Le altre tre isole che delimitano la caldera sono invece ricoperte da una lussureggiante vegetazione tropicale. Nel 1883 ogni forma di vita vegetale e animale fu annientata. Il Krakatoa fu per questo anche una buona area di studio per indagare sulle dinamiche di ricolonizzazione della flora e della fauna. Perfino una piccola barriera corallina si è insediata ai margini della caldera. La andremo a vedere dopo la salita al vulcano. Mentre ci avviciniamo all’Anak mi preparo al piccolo trekking, l’animo pervaso da un’emozione fortissima. Emozione che esplode quando metto piede sull’isola. La sabbia è nerissima e le onde ci si appoggiano delicatamente, quasi con un’amorevole carezza. A una ventina di metri dal bagnasciuga si para una folta giungla tropicale che nasconde alla vista il fumoso cratere del vulcano. Solo un vecchio peschereccio è adagiato sulla spiaggia, ma di altre persone neanche l’ombra. Quando i miei piedi si depositano sulla sabbia, oltre l’oscillante poppa della barca, l’emozione che mi pervade è quella dell’esploratore che ha raggiunto la sua meta, una meta inesplorata, sconosciuta, fuori dal tempo. In quel momento raggiungo l’estasi che da sempre cerco quando viaggio. Comincio a guardarmi intorno e a sospirare felice e leggero, completamente in pace con me stesso e con la bellezza che mi circonda, una bellezza selvaggia, incontaminata, ma grava di una storia che non è possibile dimenticare.

Basta una camminata di un paio di minuti per ritrovarsi oltre la giungla, sui pendii desertici che conducono verso la cima del giovane vulcano. Il pendio è punteggiato di lapilli, da piccoli come un pugno a grandi come una macchina, rossi e neri, a volte chiazzati dal giallo dello zolfo. Residui dell’ultima eruzione del 2013, ci dice la guida. Tra loro nasce qualche pianta erbacea e anche qualche temerario arbusto. Il resto è polvere sabbiosa che ti sporca ovunque. Ma ogni volta che si alza lo sguardo s’incrocia il pennacchio di fumo dell’Anak e, più lontana, la figura altera di sua madre, l’isola di Rakata, distante più di cinque chilometri, dalla forma perfettamente conica, non fosse per lo squarcio convesso nel lato interno della caldera. Un tempo da dove mi trovo fino all’isola di Rakata era un tutt’uno di rocce vulcaniche alte oltre 600 metri. Non è facile credere che l’esplosione fu così forte da far scomparire tutto questo. Un fremito d’incredulità mista a stupore mi coglie mentre continuo a seguire la guida verso l’alto fino a raggiungere il lato della colata lavica del 2013, un fiume di roccia rappresa che scende dritto dalla cima del vulcano fino al mare. Poi il sentiero piega verso destra, correndo sulla dorsale di un terrapieno a mezza montagna che di fatto protegge la zona della spiaggia dalle frequenti colate laviche, dirottandole ai suoi lati. Rimaniamo lassù a osservare l’intero piccolo arcipelago per un tempo sufficiente a godere della sua esistenza. Ma ugualmente quando giunge il momento di scendere, faccio fatica a staccarmi da questa idilliaca visione. Corriamo giù per il pendio affondando i piedi in una coltre di farinosa polvere vulcanica e raggiungiamo la spiaggia che ho una voglia matta di buttarmi in acqua. La sabbia nera brucia che è impossibile camminarci sopra, ma il bagnasciuga è subito raggiungibile, e con esso il piacere di farsi accarezzare dalle onde.

Rimontati a bordo del bimotore facciamo prima un giro tutto intorno all’Anak, ammirandone i lati increspati di colate laviche più o meno recenti, poi usciamo dalla caldera per approdare sulla spiaggia nel lato esterno dell’isola di Rakata. Qui si è formato una piccola barriera corallina animata da pesci multicolori. Con pinne, maschera e boccaglio ci lanciamo fuori dalla barca alla sua scoperta, sollazzandoci in queste idilliache acque tropicali. Approdati in seguito sulla spiaggia, ci offrono del riso fritto per pranzo, che ci godiamo seduti su due massi con la foresta tropicale incombente sulle nostre teste e i piedi bagnati dall’acqua. La civiltà confusionaria di Java appare un mondo lontano e sarebbe facile credere di essere gli unici uomini sulla terra. Una boccata di ossigeno sia per me, che sono un po’ stanco del traffico umano di Java, ma soprattutto per Christian, che non ha molti momenti per staccare dalla caotica Jakarta. Dopo il pranzo camminiamo lungo la spiaggia allontanandoci anche delle poche persone che ci hanno accompagnato, ritrovandoci davvero soli. Una camminata nell’estasi. Mi risento di nuovo vivo e pieno di energie, come non mi accadeva da tempo. Che luogo meraviglioso.

Tornati verso la barca è ora di ripartire verso Carita. Lo facciamo con lo sguardo rivolto al Krakatoa, cercando di portarne via un pezzo solo con lo sguardo. Poi torniamo in noi stessi quando la foschia ci preclude la sua vista, rimanendo silenziosi per tutto il viaggio di ritorno cercando di metabolizzare la grande esperienza che abbiamo appena vissuto. È sicuramente una delle più belle che abbia fatto nella mia vita di novello viaggiatore. Sarà stata anche costosa, ma ne è valsa sicuramente la pena.

Alle quattro del pomeriggio rimettiamo piede a terra. Con calma saliamo in macchina e puntiamo verso casa. Purtroppo i tanti lavori lungo la strada ci costringono a chilometri di code, immersi nel consueto traffico dell’isola. Nemmeno lungo il Tol riusciamo a correre veloci, così arriviamo a Jakarta dopo oltre cinque ore dalla partenza da Carita. Piuttosto stanchi, le uniche esigenze sono farsi una doccia e buttarsi rapidi a letto. Ma al momento di andare a dormire davanti agli occhi ho ancora la splendida sagoma del Krakatoa, un’immagine indelebile che mai scorderò.