L'isola dei mille vulcani

Dal 16 al 30 settembre 2015

di Carlo Camarotto

Kebun Raya Bogor
Kebun Raya Bogor
Kebun Raya Bogor
Pavilion Apartment

Tappa numero 7, Dal 28 al 30 settembre 2015

Jakarta II
java_7

Lunedì 28 settembre – Bogor

È mattina inoltrata quando esco dai Pavillion con l’intenzione di visitare il vecchio centro di Jakarta, oggi noto come Kota. Colgo l’occasione per provare gli autobus della TransJakarta che, correndo su corsie preferenziali, riescono a sfuggire al traffico infernale della metropoli. Sono nuovi di zecca e non troppo affollati, anche se l’aria condizionata sparata a mille costringe a portarsi appresso una felpa per non prendersi un malore. Giunto in centro mi scontro con il fatto che è lunedì... se avessi letto la guida forse mi sarei accorto che è il giorno di chiusura di tutti i musei, il mio unico obiettivo di giornata. Mi ritrovo così seduto sui gradini dell’ingresso del Museum Bank Indonesia, la porta alle spalle decisamente sbarrata, con la necessità di riprogrammare l’intero giorno. Uno sguardo tutto intorno a me e non vedo alcun edificio coloniale degno di nota, che mi faccia catapultare in un qualche modo nel glorioso passato di questo angolo di mondo, della vecchia Batavia da cui si guidarono per secoli le sorti della Compagnia Olandese delle Indie orientali. Tutto mi sembra poco interessante.

Così decido di partire in treno verso Bogor. La stazione è a pochi passi e con un biglietto dal prezzo irrisorio (5.000 rupie) monto al volo su un treno pulito, comodo e praticamente vuoto, che mi condurrà direttamente nella piccola località di villeggiatura sulle colline che proteggono da sud la grande capitale. Bogor è celebre per l’Orto botanico (Kebun Raya), il più importante d’Indonesia, e per l’annesso palazzo estivo del Presidente (Istana Bogor). Insieme formano un’ampia zona verde proprio nel centro della città ed è intorno a questo ampio parco recintato che si dipana tutta la vita cittadina. Il tutto si trova a pochi passi dalla stazione nella quale giungo dopo un viaggio di circa un’ora e mezza. Al di fuori la calca di mezzi motorizzati che intasano le strade non è molto diversa da quella di Jakarta, anche se il traffico è costituito in buona parte da piccoli van verde acido, senza portiera sul lato sinistro, da cui la gente sale e scende di continuo. Sono piccoli e agili e si muovono rapidi in mezzo al traffico, cercando sempre di mantenersi sul lato sinistro della strada per permettere ai clienti di scendere e risalire rapidi dal marciapiede. Qualcuno mi si affianca chiedendomi se desidero un passaggio, più con un’occhiata che a parole. Con la stessa occhiata io rifiuto è continuo a muovermi leggero in direzione dell’Orto botanico. Bogor si trova a circa settecento metri d’altitudine e l’aria più fresca, anche se solo di poco meno inquinata, rende piacevole la camminata. Quando riesco ad accedere all’Orto vengo immediatamente catapultato in un meraviglioso mondo vegetale. Anche se nel suo complesso appare un po’ trascurato, l’Orto botanico di Bogor è un autentico gioiello, uno scrigno che racchiude in sé un’atmosfera unica di pace e armonia. Gli ampi spazi verdi, oltre cento ettari, sono quanto di più distante dalla cacofonia urbana che li circonda. Tra gli alberi la fanno da padrone quelli della famiglia delle Dipterocarpaceae, alberi endemici dell’Indonesia tra i più alti al mondo (raggiungono altezze vicino ai novanta-cento metri) e con alla base contrafforti radicali dalle dimensioni spropositate.

Vago libero per le stradine asfaltate ad ammirare alberi immensi, facendo foto a ogni cambio di visuale. Poi capito nei pressi del ristorante interno, posto su un aperto declivio sgombro d’alberi con alla base una vasta pozza d’acqua. Dalle pergole del ristorante si ammira un panorama rigenerante. La parete d’alberi che circonda l’ampia radura cattura lo sguardo e rinfranca lo spirito messo a dura prova dalle congestionate strade di Java. Punto poi alla vicina serra delle orchidee, che trovo un po’ scarna, e cerco di chiudere un ampio cerchio rindirizzandomi verso l’uscita. Mentre cammino il cielo si copre rapidamente e in breve inizia a piovere, prima qualche grossa goccia sporadica, poi un autentico acquazzone tropicale (d’altronde si dice che ogni anno Bogor sia colpita da 322 temporali). Trovo riparo sotto un piccolo padiglione esagonale, che in breve accoglie altre tre coppie di ragazzi indonesiani. Quando l’acquazzone cenna a diminuire, abbandono la protezione del padiglione e esco dall’Orto. La pioggia ha reso ancora più caotica la strada, completamente satura di macchine e con ruscelli d’acqua che scorrono ai suoi lati. Un van verde acido mi si accosta e mi offre un passaggio. Accetto e mi faccio accompagnare fino alla stazione, provando ancora una volta il turbinio del traffico di Java. In tutto questo movimento c’è sempre il sottile piacere di notare che sono l’unico occidentale nei paraggi. La stazione è presa d’assalto da una folla enorme e pazzesca è la fiumana di persone che scende da un treno che giunge lì in quel momento: appena fermo, dalle sue porte si scaraventano fuori centinaia di persone, quasi correndo, invadendo il marciapiede e i binari proprio come un fiume impetuoso, in un’immagine davvero impressionante. Il treno che invece prendo per tornare verso Jakarta è vivibile. Siamo in parecchi, ma riusciamo tutti a sederci. Dopo più di un’ora sono di nuovo nella grande metropoli. Discretamente sfinito, sono pronto solo per una tranquilla serata a casa in compagnia dei miei cari amici.

Martedì 29 settembre – Ultimo giorno

Mi sveglio molto stanco. Muoversi per le strade di Jakarta è faticoso, una fatica che quest’oggi non ho gran voglia d’affrontare. I musei sono aperti, ma preferisco starmene fermo a metabolizzare le grandi emozioni vissute nei passati giorni di viaggio. Lo faccio ai bordi della piscina dei Pavillion, alternando lente nuotate alla scrittura del diario di viaggio, il mio modo per consolidare le emozioni, per renderle ancora più vive e sempiterne. La piscina è tutta per me, l’unico a godersi l’acqua cristallina e le fronde delle palme in questa mattina infrasettimanale. Il pomeriggio invece lo passo con Vanina e Lucas, giocando in attesa del ritorno di Christian dal lavoro. Per cena optiamo per un ristorante giapponese nel consueto centro commerciale davanti casa. Il tempo è volato. Due settimane prima cenavamo due piani più sotto e tutto sembrava così esotico. Ora Java mi sembra in un qualche modo familiare. Ma è già ora di ripartire. Li abbraccio forte prima di rimettermi lo zaino sulle spalle. Sono felice, per tutto, anche di tornare a casa dalle mie piccole creature che tanto mi sono mancate.

Il taxi è gelido e forse sarà per questo, ma molto più probabilmente per qualcosa di poco salubre mangiato a cena, che appena l’aereo rolla sulla pista mi sale dallo stomaco una brutta nausea. Inizia così il peggior viaggio aereo della mia vita: una spola continua tra il sedile, dove non posso chiudere gli occhi pena veder salire la nausea, e il bagno, dove vomitare. Lo faccio per ben sei volte e quando arrivo a Doha sono uno straccio. Qui trovo il medicinale che mi allevia il corpo prostrato, dando un finale migliore a questo breve, ma bellissimo, viaggio.