Viaggio alla fine del mondo

Dal 13 gennaio al 14 febbraio 2005

di Carlo Camarotto

Pronti alla partenza
Villa Cerro Castillo
Los Cuernos del Paine
In cammino
Il Glaciar Grey 1
Il Glaciar Grey 2
Las Torres del Paine

Tappa numero 3, Dal 21 al 24 gennaio 2005

Parque Nacional Torres del Paine
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Venerdì 21 gennaio – Posada Rio Serrano

Alle sette e mezza passa a prenderci la corriera proprio davanti alla porta d’ingresso dell’hostal. Ci portiamo via solo l’indispensabile per i quattro giorni di trekking, il resto lo lasciamo in custodia a Puerto Natales. Il tempo è buono e non fa per nulla freddo: il sole nato da poco ci intiepidisce il viso mentre aspettiamo.

La strada per il parco è sterrata e corre tra dolci valli prive di vegetazione arborea. Tutto sembra arido e polveroso anche se di pioggia dovrebbe caderne da queste parti. Le montagne innevate si vedono solo in lontananza, alle volte coperte alla vista da brune colline rocciose.

Ci fermiamo a Villa Cerro Castillo, un piccolissimo villaggio di frontiera costituito da quattro case basse di lamiera, vento e polvere a volontà, per sgranchirci un po’ le gambe. Ai lati della strada solo una distesa infinita di erba secca; una camionetta ferma a lato della corriera trasporta una decina di pecore, stipate a tal punto da non poter nemmeno muovere la testa.

Su consiglio dell’autista puntiamo direttamente alla nostra Posada per poi sfruttare immediatamente il ritorno verso Puerto Natales della stessa corriera in modo di fermarci a metà parco in prossimità del Rifugio Pudeto. Con un biglietto di andata e ritorno tra Puerto Natales e il parco è possibile utilizzare gratuitamente di tutte le corse all’interno dello stesso (purtroppo non sono molte e l’ultima del giorno passa a metà pomeriggio).

Il gruppo delle Torres del Paine è in realtà un massiccio diviso in due parti ben distinte che s’innalzano per oltre 2.000 metri sopra un insieme di colli ondulati e piane erbose, dove pascolano tranquilli i guanachi (un animale selvatico simile al lama). La parte rocciosa ad est è dominata dalla Torri vere e proprie che danno il nome al parco e, davanti a queste, dai Corni (Los Cuernos), un insieme di vette appuntite dall’aspetto caratteristico; la parte ovest è il Gran Massiccio del Paine, un insieme più compatto di roccia scura. I piedi delle montagne si bagnano in numerosi laghi dalle acque color azzurro turchese (Lago Pehue e Norfolk) o bianco latte (Lago Grey). Il tutto è spazzato da un vento intenso e perenne.

Scendiamo al Rifugio Pudeto perché da lì parte un sentiero che raggiunge un mirador sul lago Norfolk, proprio sotto i Los Cuernos. È una  breve camminata di venti minuti tra una bassa vegetazione spinosa a cuscinetto, l’unica in grado di resistere al vento che spira su queste lande. A metà percorso s’incontra il Salto Grande, una cascata di dieci-quindici metri che unisce il lago Norfolk al lago Pehue.

Mentre camminiamo verso la meta, nubi più o meno scure cavalcano il cielo e a tratti lasciano cadere a terra una pioggia finissima poco o nulla fastidiosa. Lungo le sponde del lago si distendono delle spiagge nere ricche di detriti lignei. Il Corno principale che ci sovrasta è splendido: ha una forma che mi affascina e provo un brivido ogni volta che alzo la testa per ammirarlo. A differenza del Gran Massiccio la cui cima è sempre coperta dalle nuvole, il Corno principale rimane sempre libero per farsi adorare (è quasi sempre lui il protagonista principale delle più belle immagini di questo parco).

Tornati in seguito alla Posada, ci siamo lasciati avvolgere dalla sua bella atmosfera. Anche se un po’ fuori mano rispetto alle principali attrattive del parco, la Posada Rio Serrano è un posto caldo e gradevole. La sala principale è scaldata da un caminetto e arredata con delle poltrone in vimini sulle quali è piacevole sostare ascoltando un po’ di musica del luogo. I gestori sono gentili e disponibili, anche se, forse, eccessivamente riservati.

Vi ci abbiamo trovato, con grande sorpresa, i due signori di Lucca: come sempre allegri e pieni di energia, un vero piacere conversarci. Questi due signori sono la più bella scoperta di questo viaggio: pur avendo quasi settanta anni (lei un po’ di meno) sono dotati di una forza e di una vitalità invidiabile. Li abbiamo invitati a cena nel ristorante della Posada con l’obiettivo di ripagare in un qualche modo il gentile gesto della bottiglia di vino sulla Navimag, ma quando è venuto il momento di pagare lui, dopo un rapido sguardo d’intesa con la moglie, non ne ha voluto sapere e si è fatto mettere tutto sul suo conto. Come è possibile non esserne affascinati.

Sabato 22 gennaio – Glaciar Grey

La sveglia è fissata per poco dopo le sei. Lippifi è cereo in volto e la prima cosa che mi dice è che ha rimesso durato la notte: ha lo stomaco sotto sopra, ma non vuole rinunciare alla lunga camminata.

L’idea è quella di raggiungere il Rifugio Grey per vedere il ghiacciaio omonimo, poi tornare indietro fino al Rifugio Pehue per prendere il catamarano delle sei e mezza che conduce al Rifugio Pudeto. In tutto sono oltre quaranta chilometri di cammino da fare in 11 ore (la tabella di marcia ne indica 13). Hilde è dell’idea che sia un pazzo a pensare di farcela, ma non ha alternative al seguirmi.

Fuori il tempo è brutto: il cielo è interamente coperto da nubi grigie che scaricano a terra una pioggia sottile trasportata lontano dal forte vento. La temperatura è piuttosto bassa.

Abbandoniamo la Posada che sono le sette e mezza. Per raggiungere il Rifugio Puhue dobbiamo percorrere diciassette chilometri di un sentiero per lo più pianeggiante lungo una steppa erbosa spazzata dal vento. Purtroppo il vento ci spira proprio contro e a tratti dobbiamo piegarci in avanti per riuscire a proseguire: lo sforzo della camminata è così raddoppiato. Il paesaggio è comunque indimenticabile: in lontananza si stagliano le imponenti vette che incanalano i forti venti lungo la piana; al centro della piana scorre impetuoso il Rio Grey con le sue acque latteo-azzurrine. Solo poco prima del Rifugio Pehue incontriamo i primi sali e scendi, che continuano poi lungo le coste del lago omonimo. Le acque del lago sono di un color turchese acceso e risaltano in mezzo al verde scuro della vegetazione che gli fa da contorno.

Io e Seba guidiamo il gruppo spingendoci avanti con il nostro passo da forestali. Solo poco prima del rifugio, in prossimità di un ponte di legno marcescente, aspettiamo Lippifi che ci segue qualche minuto dietro. Hilde invece è ben più attardata. Arriviamo al rifugio dopo quattro ore buone di cammino.

In prossimità del rifugio Pehue c’è una sede dei guardaparchi, un campeggio ed il molo da dove parte il catamarano per il rifugio Pudeto. Dopo mezz’ora di riposo, siamo di nuovo in partenza verso nord. Il primo tratto del sentiero si incanala in una stretta valle cosparsa di vegetazione bassa. Il vento ci spira ancora in faccia ed è parecchio freddo: proviene dalle ultime propaggini del Campo de Hielo Sur, proprio il ghiacciaio Grey. La pioggia leggera ci picchia a tratti e si aggiunge ai disagi della camminata. Arrivati alla fine della valle, il sentiero inizia a salire, inerpicandosi su per le pendici che ci condurranno alla valle del Lago Grey. Appena la terra inizia ad inclinarsi sotto i piedi, Lippifi e Hilde si staccano inesorabilmente.

Quando avvistiamo il lago le condizioni ambientali sono pessime. Sui tratti più esposti al vento la pioggia che ci sbatte contro ci impedisce quasi di procedere. Il lago è imponente e pare iroso, come il tempo che gli fa da contorno, mentre le montagne al di là delle acque se ne stanno tranquille ad osservare le nostre fatiche. Dopo un’ora e mezza di salita (intervallata da qualche discesa) vediamo anche il ghiacciaio. Siamo ancora distanti, ma laggiù in fondo alla valle una distesa bianca si getta a picco sulle acque lattee del lago. Un’isola scura divide la grande massa di ghiaccio in due distinte lingue, che sembrano abbracciarla in una salda presa.

Da lì il sentiero rimane più o meno in quota ed in poco più di un’ora arriviamo al Rifugio Grey. Sulla strada incontriamo anche i due signori di Lucca che scendono verso il Rifugio Pehue. Sono arrivati al ghiacciaio con un traghetto partito dall’Hosteria Grey, nella parte sud del lago, ed hanno deciso di farsi il ritorno a piedi. Pensando alla loro età l’invidia si fa più acuta.

Io e Seba arriviamo al rifugio Grey alle due e mezza, provati ma soddisfatti. A lato del rifugio sorge un piccolo camping ed uno spaccio; pur essendoci parecchi alberi, un vento freddo proveniente dal ghiacciaio riesce ad insinuarsi fin lì. Il mirador con vista sul ghiacciaio si trova a dieci minuti dal rifugio, dall’altro lato di un piccolo istmo boscoso. Da lì si può osservare la lingua orientale del Grey, una massa di bianche crespe ondulate che precipitano di colpo sulle acque del lago. Ai primi raggi di sole della giornata, il ghiacciaio pare uno specchio ricco di riverberi accecanti. Il tempo sta effettivamente volgendo al bello.

Lippifi raggiunge il mirador con un ultimo grande sforzo di volontà: si nota che è distrutto solo guardandolo in volto. Hilde non ce l’ha fatta: si è fermata a metà percorso, al primo avvistamento del ghiacciaio.

Riprendiamo il sentiero di ritorno scaglionati. Prima riparte Lippifi, che dubita di farcela, poi lo seguo io quando mi ritengo soddisfatto della visita al ghiacciaio, per ultimo riparte Seba che vuole tirare fino all’ultimo la sua permanenza al mirador. Non mi ci vuole molto per riprendere l’amico, che procede veramente lento. La desolazione del suo sguardo mi impone di rimanergli a fianco, cercando di incitarlo a proseguire e fornendogli un punto di riferimento: un passo dopo l’altro si fanno i chilometri. Seba ci raggiunge oltre metà percorso, praticamente di corsa. Di nuovo uniti riusciamo ad arrivare al Rifugio Pehue alle sei e un quarto, perfettamente in orario per prendere il catamarano.

Lippifi è ufficialmente finito, io e Seba abbastanza stanchi, Hilde la più in forma di tutti ma un po’ triste per non aver visto il ghiacciaio da vicino e rabbuiata perché l’abbiamo abbandonata.

Sul catamarano ci offrono una cioccolata calda che, a dispetto del suo sapore ben lontano da quello che dovrebbe essere, ci ridà energia e ci permette di cominciare ad assaporare l’impresa portata a termine.

Il tratto dal rifugio Pudeto alla Posada lo facciamo in macchina (4.000 pesos per persona), viaggio richiesto il giorno prima alla stessa Posada. Qui la stanchezza fa presa su tutti ed in breve, chi prima chi dopo, i letti ci accolgono.

Domenica 23 gennaio – Il rifugio Cileno

Siamo tutti stanchi, ma abbiamo tutto il mattino per riposarci visto che la corriera che ci porterà nel lato est del parco partirà solo intorno all’una di pomeriggio. La Posada Rio Serrano offre molti posti dove farlo, anche se la giornata a tratti ancora piovosa e ventosa ci relega per lo più nella sala comune con il caminetto.

Per raggiungere il Rifugio Cileno è necessario ritornare fino a Laguna Amarga, l’ingresso del Parco, da lì proseguire con un’altra serie di pulmini fino all’Hosteria Las Torres (passaggio gratuito se si ha una prenotazione in qualche rifugio della zona) e poi camminare per circa due ore verso nord.

L’Hosteria Las Torres, insieme al rifugio e al camping omonimi, si trova proprio all’imboccatura della valle che porta alle Torri, ancora ai piedi del massiccio roccioso del Paine. È distesa sopra una serie di dolci colline erbose su cui pascolano i cavalli di un maneggio della zona. Il collegamento tramite pulmini con Laguna Amarga è continuo (questa è una delle zone maggiormente frequentate del parco).

Il Rifugio Cileno si trova all’interno della valle. Il primo tratto del sentiero è una lunga salita con un dislivello di quasi cinquecento metri, su un pascolo erboso con pochi alberi sparsi. Mentre camminiamo, brevi attimi soleggiati si alternano a scrosci di pioggia, mettendoci in difficoltà sull’abbigliamento da indossare. Il vento spesso esce dalla valle soffiandoci proprio in faccia, rendendoci la camminata ancora più ardua (le gambe non hanno smaltito le fatiche del giorno prima: qualunque salita sarebbe dura). Lippifi ha due vesciche da far paura ai piedi e lo si vede che soffre ad ogni passo.

Il secondo tratto del tragitto è quasi tutto in lieve discesa. Il sentiero corre a mezzacosta sul versante destro della valle e passa attraverso ad aree di erosione del versante che cadono quasi a picco nel torrente che scorre impetuoso a fondo valle.

Il Rifugio Cileno è una bella costruzione di legno che sorge ai bordi di un boschetto di faggi australi, proprio a lato del torrente. Su un lato, quello rivolto alle Torri (comunque appena visibili), la parete del rifugio è una grande vetrata: dalla grande sala comune del rifugio è possibile ammirare le punte delle Torri stando tranquillamente seduti a sorseggiare un buon vino. Ci sono quattro grandi camerate con letti a castello che si spingono in alto fino dove il tetto spiovente lo permette (quindi letti a castello anche a tre o quattro piani).

Lo troviamo pieno di gente, di svariate nazionalità. La nostra camerata, inizialmente vuota, si riempie ben prima del tramonto. Fuori il tempo intanto peggiora, facendo cadere dalle montagne una fitta pioggia. C’è una stufa a legna proprio alla fine dell’unico corridoio del rifugio. È accesa e ci permette di stare al caldo osservando la pioggia, il cui ticchettio sul tetto del rifugio si confonde con la perenne voce del torrente.

Dalla sette alle dieci la grande sala comune si trasforma in un ristorante. Se non vuoi spendere dei soldi, devi lasciare il posto libero. Noi abbiamo sufficiente cibo con noi da decidere di fare per conto nostro.

Quando viene l’ora di infilarsi dentro al secco a pelo, dalla sala comune arrivano ben distinte le risa stridule di un gruppo di australiani e tedeschi che pensano di essere al circo (questi lo “spirito della montagne” non sanno nemmeno che esiste… ogni mondo è paese).

Lunedì 24 gennaio – Las Torres del Paine

La nostra sveglia è fissata per le sei e mezzo, ora alla quale il rifugio è ancora immerso in un profondo silenzio. Molti escursionisti sono comunque già partiti per le Torri, tra cui un gruppo di francesi che dormivano con noi, per ammirare l’alba illuminare le sue rocce.

Hilde e Seba partono con qualche minuto d’anticipo. Io aspetto Lippifi che si muove lentissimo e che vorrebbe essere da qualsiasi altra parte del mondo: al dolore ai piedi si è aggiunta anche una lieve infiammazione al ginocchio che gli impedisce di piegare la gamba come vorrebbe. Dopo poco dalla partenza sono costretto, se voglio vedere le Torri, ad abbandonarlo anch’io.

Il sentiero, per lo più in salita ma anche con parecchie discese, si addentra all’interno di un bosco, una faggeta australe dal colore verde brillante, che ripara l’escursionista dal vento freddo che spira dalla testata della valle. In poco meno di un’ora si raggiunge la base dell’ultima grande salita, tutta su macereto, che conduce al belvedere sotto le Torri (questa salita è impegnativa, anche se non lunghissima).

Mentre salgo incrocio varie persone che scendono verso valle. Tra questi un tedesco che era con noi sulla Navimag. Più o meno a metà salita raggiungo Seba che mi aspetta tranquillamente seduto su un masso con lo sguardo perso verso valle. Anche lui ha un’infiammazione al ginocchio e non riesce più a camminare. Inizialmente mi porge la macchina fotografica chiedendomi di scattare qualche foto, poi però, alzato lo sguardo e visto quando poco manca alla meta, si rialza e, stringendo i denti, inizia a seguirmi passo dopo passo. Giungiamo al belvedere che sono appena le otto e mezza, in tutto un’ora e mezza di cammino. Hilde è lì ad aspettarci da un pezzo.

Le Torri sono praticamente una copia delle Tre Cime di Lavaredo, quindi molto belle. Ai loro piedi c’è un piccolo laghetto dalle acque grigie su cui si gettano su tre lati dei macereti e su un lato una parete verticale di roccia, anch’essa grigia, con al centro una piccola cascata. Fa freddo ed un vento fastidioso sale dal fondo valle colpendoci alle spalle. Gli alti versanti che ci fanno da contorno scaricano su di noi polvere di neve,  una vera nevicata a ciel sereno. Rimaniamo ad ammirare queste imponenti pareti di rocce per quasi mezz’ora, praticamente solo in compagnia di due ragazzi di Vicenza che vagano sulle rive del laghetto (come è piccolo il mondo).

Seba non riesce più a piegare il ginocchio, mentre di Lippifi nemmeno l’ombra: arrivato alla base della salita ha deciso di ritornare sui suoi passi perché la stanchezza ed i dolori erano troppi. Solo io e Hilde ci fermiamo ancora un po’ al rifugio per assaporare fino all’ultimo la pulita atmosfera alpina di questa stretta valle. Poi raggiungiamo con facilità gli altri due che avanzano zoppicanti verso l’Hosteria. Da notare che non sono gli unici, anzi (non sottovalutate il Parco Las Torres del Paine, bisogna essere almeno un po’ allenati per affrontarlo).

Siamo tutti e quattro comunque molto stanchi e piombiamo in un sonno profondo appena saliti in corriere. Il viaggio di ritorno a Puerto Natales, con cambio a Laguna Amarga, avviene così senza quasi rendercene conto.

Le notizie dal mondo, da cui siamo rimasti isolati per i giorni nel Parco, dicono che Giovanni è a Puerto Montt, ma che non potrà partire con la Navimag perché, a causa di non ben definiti problemi tecnici, l’imminente partenza è stata soppressa. Prenderà un aereo l’indomani per Punta Arenas… ci vedremo in un qualche modo direttamente ad Ushuaia.

All’Hostal Paulete è tutto come l’abbiamo lasciato. La cena questa volta la preparo io e, condendola con il vino offerto da Hilde e il pisco-sour offerto da noi, non risulta affatto malvagia.