Viaggio alla fine del mondo

Dal 13 gennaio al 14 febbraio 2005

di Carlo Camarotto

Il monte Tronador
La foresta intorno a Pampa Linda
Panorama dal monte Tronador
A Bariloche
El puente Inca
L'Aconcagua
La vecchia via

Tappa numero 6, Dal 4 al 8 febbraio 2005

A ridosso delle Ande
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Venerdì 04 febbraio – Bariloche

Che dormita, la migliore fatta su una corriera: il coche cama ha tutti i suoi perché (anche dal punto di vista del mangiare, vista l’eccellenza dei pasti).

Scesi a San Carlos de Bariloche (detto semplicemente Bariloche), ci ritroviamo catapultati in un ambiente alpino che nulla ha più a che vedere con ciò che avevamo lasciato la sera prima. Le verdi  montagne che ci cingono da ogni direzione sono ammantate da foreste imponenti, i piedi bagnati in laghi azzurri che le riflettono, in lontananza cime picchiettate di bianca neve. L’aria è comunque ancora calda ed il sole splende infuocato.

La stazione delle corriere è un po’ distante dal centro. Il modo più semplice per arrivarci è prendere uno degli sgangherati bus rossi che partono con cadenze regolari e ravvicinate proprio davanti al terminal.

La pianta della città, che sorge sulle rive del lago Nahuel Huapi, è per lo più a quadre, ma le strade perpendicolari alla riva sono talmente pendenti che sono sostituite alle volte da scalinate. Anche in città l’atmosfera che si respira è quella tipica delle Alpi, non per niente Bariloche è detta anche “la Cortina delle Ande”.

Per dormire ci avevano suggerito di provare alla Bolsa del Deporte, un ostello in centro circondato da una bella palizzata di legno, una sorta di magico fortino che riporta alla mente una città degli hobbit. Purtroppo di posto per noi nemmeno l’ombra. Comunque c’ha pensato la stessa padrona della Bolsa a trovarci una sistemazione in un altra piccolo ostello nelle vicinanze.

La nostra nuova locazione non ha un vero nome, difatti nessuna insegna appare sulla strada per indirizzare lo sventurato viaggiatore (l’indirizzo è Gallegos 334). La porta ci viene aperta da Laura, una giovane ed assai carina ragazza di Buenos Aires, in realtà solo un’amica della vera padrona di casa che è partita in vacanza verso la capitale. Inizialmente Laura si presenta a noi un po’ fredda e distaccata, ma, come scopriamo in seguito, questo è dovuto solo a qualche margarita di troppo bevuto la sera prima; in realtà è simpatica, cordiale e molto festaiola.

L’ostello è una casa privata con una capienza massima di una decina di posti. Nel salotto, un ampio spazio ben arredato, campeggia un enorme puffo nero in cui è un vero piacere lasciarsi affondare; oltre le enormi porte finestre si estende un minuscolo giardino fiorito con una piccola piscina in bella evidenza. Il luogo si adatta perfettamente alle nostre esigenze di riposo (sempre necessarie dopo una notte in corriera).

Nel pomeriggio cominciamo a vagare per le strade di Bariloche. Il primo posto ad attirarci senza indugio è un enorme negozio di cioccolato e dolciumi, una sorta di dolce grande rivendita con un’atmosfera da favola. Il cioccolato è una delle specialità della città e non possiamo esimerci dal provarlo. La zona è famosa anche per le torte, tipicamente tedesche, come quelle che si trovano dall’altro lato delle Ande nella zona di Puerto Montt (il confine con il Cile è vicinissimo).

Dopo una breve visita al mercado de artesania è già ora di ritornare all’ostello per preparare la cena. Qui conosciamo i nostri nuovi compagni: due cugine, una americana e l’altra inglese, una loro amica inglese ed un ragazzo americano di Boston di nome Phil. Laura e gli ultimi due non hanno ancora cenato ed accolgono volentieri il nostro invito ad un tipico pasto italiano a base di pasta. Tutti parlano almeno un po’ di spagnolo, così la serata procede piacevole tra numerose chiacchiere, quasi ci conoscessimo tutti da parecchi giorni.

Phil, all’apparenza un ragazzotto ingenuo e spaesato, è in realtà un giramondo simpatico con cui entriamo subito in confidenza; Laura, finalmente ripresa dalla sbornia, dimostra di essere una buona compagna di bagordi.

A fine cena ci spostiamo tutti in salotto, dove mi lascio cadere subito sopra il puffo nero. In breve ci raggiungono due amici di Laura, una ragazza molto carina di cui non ricordo più il nome e Franco, un tipo amabile ed estroverso con una grande passione per le chiacchiere.

Tra un buonissimo vino di Mendoza ed una canna, tutti offerti da Franco, il tempo è corso via rapido fino a che non è giunta l’ora di abbandonare il confortevole abbraccio del puffo per gettarmi a dormire sul letto, in testa un lieve principio di sbornia.

Sabato 05 febbraio – Monte Tronador

Un pulmino parte dalla piazzola antistante l’ufficio turistico con meta Pampa Linda alle otto e mezza in punto. La voglia di camminare è sufficientemente forte da farci imbracciare senza indugio gli zaini a dispetto dei postumi della sbornia che pulsano fastidiosamente in testa.

Pampa Linda è un insieme di piccole casette di legno disseminate su una vasta piana erbosa alla base del Monte Tronador: alcune di queste sono sedi dei guardaparchi, altre sono posti di ristoro e campeggio. È il punto di inizio di numerosi sentieri che si spingono anche fin oltre il confine con il Cile. Prima di intraprendere qualsiasi camminata è vivamente consigliato passare dai guardaparchi per lasciare delle indicazioni sui propri spostamenti, soprattutto se si ha intenzione di passare la notte da qualche parte tra le montagne; sono comunque una buona fonte di suggerimenti, quindi un passaggio nella loro casetta non è affatto tempo perso.

Il percorso più comune di un giorno in partenza da Pampa Linda è quello che porta al Ventisquiero Negro, uno dei tanti ghiacciai che cingono la cima del Monte Tronador. La strada è però una polverosa carrozzabile che nulla ha di interessante per noi. Così scegliamo un’alternativa suggeritaci da un guardaparco: puntare alla base del Ventisquiero Overo, un ghiacciaio di più piccole dimensioni del precedente che si ferma ancora in quota sul limite di un baratro lasciando cadere verso valle un’esile cascata di acqua freddissima.

Partiamo così di buona lena lungo il sentiero che il sole si è già impadronito con forza del cielo. La prima parte della camminata si sviluppa lungo una strada carrozzabile che aggira un imponente cerro coperto d’alberi, probabilmente il coigue, un faggio australe che può raggiungere altezze più che autorevoli. Subito dopo i primi passi ci rendiamo conto di quale sarà il principale problema della giornata: non le salite, non il sole, nemmeno le discese, ma i tafani. Stormi d’insetti ronzanti delle dimensioni di un elicottero ci seguono passo dopo passo con l’intenzioni di farci prima perdere la pazienza e poi di succhiarci il sangue.

Dopo breve la strada inizia a proporre piccoli sali e scendi e tra i vari coigue appaiano piccoli assembramenti di bambù che svettano fino ad oltre cinque metri sopra le nostre teste. Dopo circa un’ora di cammino, raggirato il cerro, il sentiero supera un torrente su di un tronco d’albero in cui sono stati scolpiti dei gradini ed è stato inserito uno corrimano per facilitare il passaggio. Da lì il sentiero inizia ad inerpicarsi sul versante della montagna procedendo a zig-zag (esiste anche una via, segnalata con dei cartelli gialli, che prosegue in linea quasi retta tagliando tutti i tornanti, ma è parecchio pendente).

Il sentiero ad un tratto si biforca: da un lato si arriva alla base del Ventisquiero Overo, nostra iniziale meta, dall’altro conduce fino al Rifugio Otto Mailing, il rifugio più famoso della zona. Arrivarci e tornare indietro in un solo giorno non è facile, praticamente impossibile, ma la voglia di vedere la cima del Tronador da più in alto ci spinge a scegliere la seconda via (quando c’è una strada che sale non possiamo far altro che prenderla).

Il sentiero si tuffa letteralmente all’interno della foresta di faggi australi e questo ci permette di eliminare il sole battente tra i nostri problemi. Non abbiamo però alcuna difesa contro i tafani che sembrano farsi più audaci con il passare del tempo. Ad un certo punto, esasperati, ci costruiamo una sorta di frustino con del giovane bambù per provare a scacciarceli di dosso.

La salita è dura e non ci lascia molto respiro, se poi si segue la segnalata gialla si rischia veramente il collasso. Dopo circa due ore raggiungiamo la sommità del versante ed il sentiero si fa più semplice. Il bosco è ormai rado e costituito per lo più da alberi di piccole dimensioni. Il ghiacciaio Overo si estende più avanti sulla nostra sinistra e splende sotto i raggi del sole. Procedendo con convinzione troviamo un piccolo spiazzo proprio a ridosso della parete rocciosa in cui termina il ghiacciaio. Alcune piccole cascate si gettano nel baratro precipitando per un centinaio di metri. Alle nostre spalle si estende la valle creata dalle acque del ghiacciaio, prima stretta tra i due cerros (quello che abbiamo scalato e quello che abbiamo aggirato) e poi via via più larga, fino a congiungersi con le altre valli ai piedi del Tronador. Da questa fantastica posizione è proprio la cima della montagna a mancare, ancora coperta da una sporgenza rocciosa alberata. Dopo un po’ di pausa continuiamo la nostra ascesa per cercare un posto da dove ammirare la vetta del “monte tonante”, chiamato così per il ripetersi continuo dei suoi mugugni imperiosi (generati dalle valanghe di ghiaccio che precipitano verso valle con una certa regolarità).

Finito il bosco inizia un pietraia di roccia rossa con caratteri particolarmente lunari; perfino i tafani lì cominciano a lasciarti in pace. Superate ancora altre brevi salite, riusciamo finalmente a rivedere la cima del monte. Raggiunto l’obiettivo, qualche attimo di riposo e poi giù velocemente per la via da cui siamo saliti incalzati dal tempo che passa inesorabile: il pulmino riparte da Pampa Linda alle cinque in punto ed è l’unico modo per tornare a Bariloche.

La discesa si dimostra essere più complicata del previsto perché i sentieri che salgono fino alla cima sono più di uno ed alcuni di questi, davvero poco utilizzati, si perdono in mezzo alla boscaglia. Riusciamo a ritrovare la via corretta seguendo a distanza un gruppo di cavalli che sta tornando verso valle dopo aver portato un gruppo di turisti fino al Rifugio Otto Mailing. Arriviamo comunque a Pampa Linda per l’orario prefissato (per un pelo, in realtà… solo cinque minuti prima).

La giornata è stata davvero faticosa, per questo l’unica esigenza durante la serata è quella di riposare. Ennesima cena in un tenedor libre, questa volta in compagnia di Phil, e poi quasi diretti a dormire.

Domenica 06 febbraio – In bicicletta nei dintorni della città

La giornata è brutta. Nubi plumbee cavalcano rapide il cielo e minacciano ad ogni istante di lasciare cadere sulle nostre teste secchiate d’acqua.

Il giorno prima avevamo prenotato due biciclette, il miglior mezzo per scoprire gli immediati dintorni di Bariloche. Appena svegli decidiamo che dobbiamo partire lo stesso, cosa volete che siano quattro gocce di pioggia di fronte al fatto che abbiamo già pagato il noleggio.

Appena in sella Joe parte a razzo giù per la prima discesa, sembra un bambino a cui abbiano appena dato in mano il giocattolo preferito. Io lo segue da dietro con la mia consueta tranquillità. Uscendo dal centro lungo la strada che costeggia il lago, ci troviamo ben presto in mezzo ad un traffico indisponente, con macchine e pulmini che ci sorpassano pericolosamente ad ogni metro di asfalto e lo smog che aleggia pesante nell’aria.

Appena incrociamo una strada che s’innalza alla nostra sinistra verso le montagne non abbiamo dubbi e la prendiamo veloci. Purtroppo la salita è parecchio faticosa ed io odio le salite quando si tratta di farle in bicicletta. Giungo in cima solo dopo troppi sforzi, un centinaio di metri di ritardo da Giovanni a cui non sembra vero di aver un così facile pretesto per sfottermi. Ci ritroviamo in un’altra strada di buone dimensioni, ma assai meno trafficata della precedente, che corre più o meno parallela alla riva del lago.

Il bello di andare in bicicletta è che si assapora con pienezza l’ambiente che si sta percorrendo: sono tutti i sensi a partecipare alla scoperta, quindi l’immersione è totale.

Corriamo per circa un’ora verso ovest, io sempre a rincorrere, fino a che giungiamo in prossimità di un’indicazione per un villaggio Mapuche della zona. Abbandoniamo così la strada principale asfaltata per procedere in uno sterrato sabbioso che corre in mezzo ad una vegetazione lussureggiante. Il fondo è purtroppo poco adatto per le due ruote ed il tempo comincia a stringere. Ci fermiamo quindi un attimo a lato della strada per riposare e scattare qualche bella foto, poi ritorniamo indietro verso Bariloche.

Di rientro al B&B conosciamo finalmente Silvana, la vera padrona di casa, appena tornata dalla capitale. Scambiamo qualche chiacchiera e veniamo così a conoscenza che è di origine italiana; purtroppo la corriera per Mendoza non aspetta nessuno. Con gli zaini in spalla salutiamo tutti con affetto, soprattutto il puffo nero che mi ha accolto sempre con piacere in questi due giorni.

Partiamo verso nord con la Andesmar, probabilmente una delle più grandi compagnie dell’Argentina visto che è presente con un ufficio in ogni stazione da noi frequentata. La corriera è in buono stato, ma alcuni situazioni più o meno casuali trasformano il viaggio in qualcosa di non propriamente piacevole, a tal punto che alla fine lo definiremo “il viaggio strano”: film solo in lingua inglese senza sottotitoli (in Argentina praticamente nessuno parla inglese); cena servita solo dopo mezzanotte (visto che non avevamo mangiato nulla durante il giorno, stavamo morendo di fame); rottura del condizionatore durante la notte, con conseguente trasformazione della corriere in un forno crematorio ai primi raggi del sole.

Lunedì 07 febbraio – Mendoza ed i suoi vini

Il “viaggio strano” mi ha debilitato, le ultime ore passate sotto il sole cuocente sono state una vera pena.

Ne io ne Joe sappiamo cosa aspettarci da Mendoza, l’unica certezza è che è la patria del vino argentino. Dopo aver preso alloggio in un ostello vicino alla fermate delle corriere partiamo rapidi per il centro. La città è piuttosto grande, con la solita pianta a quadre, vie riccamente alberate e piazze verdi che si aprono all’improvviso al nostro sguardo. In centro incontriamo una via pedonale su cui si affacciano numerosi ristoranti, per lo più semplici e dai prezzi invitanti. Sono solo le due di pomeriggio e molti tavolini sono ancora occupati da persone intente a mangiare. Siamo entrambi sotto attacco della fame e ci concediamo un vero pasto alla Tex Willer: bistecca, patatine e birra.

Con la pancia piena e la rispuntata stanchezza ereditata dal viaggio, Plaza Independencia, la grande piazza centrale, ci pare il luogo migliore dove riposarci. Prima sul prato, poi distesi sulle panchine (perché nel prato era iniziata l’irrigazione programmata) sonnecchiamo allegramente, favoriti anche dalla solita calma latina che impera tra i vialetti della piazza, una pace che si diffonde in tutto il corpo e ci rende piacevole il solo respirare.

Più tardi, sufficientemente riposati, riprendiamo a girovagare per le strade poco affollate con l’obiettivo di trovare qualche cosa da fare per il giorno seguente. La scelta, come scopriamo subito, va da un tour enologico in una delle tante aziende vinicole della zona ad una scampagnata alla scoperta delle Ande, che qui vicino a Mendoza sono piuttosto alte. Alla fine optiamo per la seconda opzione.

L’occasione di bere del buon vino ci si presenta comunque poco dopo quando veniamo invitati ad assaggiarne qualche sorso da una signora di mezza età ferma all’ingresso di un’agenzia di viaggi. Una buona serie di bottiglie colorate ci attende dietro ad un piccolo tavolino di legno che rappresenta per intero lo stand di questa signora sufficientemente logorroica. Per sua ammissione, dopo un’intera giornata passata a far degustare vino, è un po’ brilla pure lei. Mentre assaggiamo l’ennesimo bicchierino si unisce al terzetto anche un signore cileno in vacanza a Mendoza, che rende la conversazione ancora più amabile. Così proviamo anche il famoso vino della zona, una sorta di istituzione qui in città visto che le sue bottiglie appaiano praticamente ovunque, unico corredo possibile a qualsiasi vetrina, che sia di scarpe oppure di macchine.

In serata il tempo peggiora e dopo qualche scarica furiosa di vento inizia anche a piovere, una pioggia comunque leggera che non ci impedisce di portare a termine una partita di ping-pong all’ostello. L’aria qui è rilassata, con i vari ospiti che girovagavano tranquilli per gli spazi comuni, soprattutto nel bel giardinetto che si apre tra il corpo centrale e la nostra camerata. Tra questi facciamo la conoscenza di un signore di mezza età di Belluno in viaggio con la moglie. Da pochi giorni arrivati in Argentina, avevano tra tre mesi il ritorno in partenza da Caracas: come arrivare fin lassù l’avrebbero lasciato decidere al caso, momento dopo momento. Ottimo approccio.

Martedì 08 febbraio – Il signore delle Ande

Nel pulmino dell’agenzia di viaggi ci ritroviamo in compagnia di un gruppo di persone di età molto eterogeneo, però sono tutti sudamericani, o cileni o argentini (ciò mi fa sempre piacere). La guida è un giovane poco più che trentenne dalla parlantina rapida ed incalzante, continuo accompagnamento al nostro viaggio verso le montagne.

La Cordillera delle Ande è costituita da tre aree ben distinguibili. Partendo da Mendoza si incontra per prima la precordillera, una serie di montagne basse, scure e rugose, con ancora qualche arbusto tra la vegetazione erbacea, poi la strada inizia a salire e si entra nella cordillera frontal, dove la vegetazione scompare quasi del tutto ed i versanti si fanno più imponenti, anche se addolciti dalla forza sgretolatrice dei ghiacci, infine si giunge nella cordillera real, simile alla precedente per quanto riguarda i colori (le varie sfumature sono incredibilmente affascinanti) ma con rocce maggiormente smussate e versanti composti da materiale finissimo.

All’interno della precordillera ci sono ancora dei paesi, le cui principali fonti di reddito sono il turismo naturalistico e il continuo via vai di automezzi che corrono lungo la Ruta 7, la strada che da Mendoza conduce in Cile.

I paesaggi percorsi dalla Ruta 7 sono sempre più incredibili mano a mano che ci si insinua nella complessa rete di vallate della Cordillera e si sale di altitudine. Ancora all’interno della cordillera frontal, abbiamo incontrato un piccolo complesso di edifici turistici, alcuni degni di Alleghe, che compongono una stazione di sci invernale. I versanti sono costellati di paravalanghe, quasi dei punti di sutura sul viso martoriato della montagna. Una seggiovia conduce in alto sulla cima del monte e completa l’opera di macellazione dell’ambiente. È possibile utilizzarla per salire fin lassù, ma noi due non abbiamo più molti pesos in tasca e decidiamo di rimanere in basso nella vallata. Siamo ugualmente intorno ai 2000 metri: dalla testata delle valle spira un costante vento gelido e i raggi del sole battono davvero forte.

La meta successiva è il “Ponte dell’Inca”, una conformazione rocciosa nata grazie alla certosina opera di alcune sorgenti di acqua termale: l’acqua ricca di solfati e carbonati sgorga su un lato del Rio Mendoza e nei millenni ha costruito un ponte naturale color giallo-arancio che fu utilizzato anche dagli Incas per attraversare le Ande. Agli inizi del secolo scorso avevano costruito delle terme proprio a ridosso del ponte, e quando dico a ridosso intendo proprio a ridosso: l’edificio è incastonato sotto il ponte e le acque termali ora sgorgano dalle sue mura. La posizione non si dimostrò tra le più felici perché le terme venivano spazzate ogni tanto dalle acque ingrossate del Rio Mendoza, così decisero di abbandonare la vecchia struttura per costruirne un’altra una cinquantina di metri più in alto, proprio sotto il versante della montagna. Questa venne spazzata invece da una frana, così il complesso termale fu inesorabilmente abbandonato. Ora si trovano solo le loro rovine. Da notare che l’acqua del Rio Mendoza è, in questo periodo di disgelo dei ghiacciai, di color cioccolato.

Siamo già all’interno della cordillera real e la distanza che ci separa dall’Aconcagua è davvero minima. Purtroppo c’è solo un punto sulla Ruta 7 da cui si può ammirare il Signore delle Americhe (6959 m) ed è solo la cima ad essere visibile. La fermata con il pulmino è brevissima, ma l’emozione è comunque grande.

Continuando a salire arriviamo ad un villaggio fantasma (non totalmente, ma quasi): finestre con i vetri squarciati ci osservano mentre percorriamo l’unica strada che ci passa attraverso, l’aria sporcata dalla fine sabbia che turbina tra i desolati marciapiedi. Da qui la Ruta 7 prosegue per la nuova strada asfaltata che, passando all’interno di un lungo tunnel, raggiunge il nuovo confine con il Cile a quasi 3500 metri di quota (Paso de los Libertadores). Noi però proseguiamo lungo la vecchia strada sterrata che si inerpica faticosamente sul versante di una delle tante montagne che cingono d’assedio il paese con lo scopo di raggiungere il vecchio confine con il Cile, a 4300 metri di quota.

La strada è davvero ripida ed è un susseguirsi continuo di stretti tornanti. Le rocce, e la sabbia da loro nata, seppur rosse appaiano qua e là screziate di verde, probabilmente a causa della presenza di una qualche effimera vegetazione (forse qualche tipo di lichene). Sul passo ci sono due edifici impersonali di pietre scure ed intonaco bianco, uno dell’Argentina, l’altro del Cile. Si fronteggiano alteri a quelle quote ormai quasi dimenticate dagli essere umani. C’è anche un’enorme statua alta più di dodici metri che ritrae Gesù con una croce e poi c’è tanto vento, un furioso spirare ghiacciato in grado di strapparti un sacco d’imprecazioni. Oltre a tutto questo c’è anche un venditore ambulante di ciotole in pietra al riparo dallo sferzare del vento dietro una barriera traballante di teloni di plastica. Tutti i turisti giunti fin lassù si rifugiano presso di lui, noi compresi: ci offre un po’ di cioccolata calda ed un liquore fatto con il miele, opportuni rimedi al freddo che stiamo patendo. In breve comunque ritorniamo tutti sui nostri passi lanciandoci veloci giù per la discesa, acquistando una tale velocità da raggiungere Mendoza in un battibaleno, più o meno intorno alle sette di sera.

Nel piccolo giardinetto interno all’ostello c’è la stessa vita del giorno precedente: piacevoli chiacchiere tra vari backpackers seduti comodamente sulle sdraio o adagiati a gambe incrociate sulla fresca erba appena tagliata. Dopo la normale sfida a ping-pong, ci rilassiamo anche noi in compagnia di Paula, la ragazza argentina addetta alla reception dell’ostello, e due ragazze americane, una di Baltimora e l’altra della North Carolina. Le due sono in viaggio per non so quanti mesi per il Sud America e devono partire per Cordoba da lì a poche ore. Più che piacevole discorrere con loro nei pochi attimi a nostra disposizione.

Chiudiamo la bella giornata con un buonissimo bife de chorizo ed una bottiglia di vino rosso in un ristorante del centro (50 pesos in due, 12 euro e mezzo), cosa si vuole di più.