L'ultima frontiera

Dal 16 ottobre 2008 al 10 febbraio 2009

di Carlo Camarotto

Central Business District
Swan River
Bell Tower
Fraser Avenue
Kings Park
Bushland urbana
Pinnacle Desert 1
Pinnacle Desert 2

Tappa numero 1, Dal 16 ottobre al 2 dicembre 2008

Perth I
patagonia_3

La partenza

Non mi succede di rado di perdermi in me stesso, galleggiando unicamente nei miei pensieri, isolato dalla caciara di anime in movimento che mi circonda. Di norma succede che è proprio quando sono immerso in un oceano di persone che sento urgente la necessità di isolarmi, ritraendomi al sicuro in me stesso. In mezzo alla folla non mi sono mai sentito completamente a mio agio.

Ma al momento di oltrepassare i controlli per accedere all’area d’imbarco dell’aeroporto di Venezia, l’immergermi nel caos calmo del mio io interiore non è stata una scelta cosciente consigliata da un istinto di autoconservazione, ma una reazione involontaria, e non arginabile, all’agitarsi di emozioni che mi esplodevano nel petto. Avevo appena detto un arrivederci lungo quattro mesi a Caterina e mi pareva di avere perso una gamba da quanto dolore la cosa mi aveva procurato.

Ma come spesso mi accade in questi casi, nel beccheggiare inconsulto dei miei pensieri una canzonatoria voce interiore si è fatta sentire al di sopra dei flutti, suggerendomi paradossali cambi di prospettive e ponendomi quesiti dalle improbabili risposte. È così che nel pieno di una cosmica e dolorosa tristezza personale, mi sono sentito chiedere: “Ma perché in tutti i libri di narrativa di viaggio che ho letto non ho mai trovato traccia del momento del distacco dalla persona amata?” E via così a disertare con me stesso su un problema che non mi ero neanche mai lontanamente posto, mentre l’accattivante poliziotta di turno, dal fortissimo accento veneziano, mi chiedeva la carta d’imbarco ed in tutta fretta decideva di non perquisirmi con maggior cura. Appena il suo sbrigativo sorriso mi è scivolato a lato, mi sono detto che probabilmente molti viaggiatori/scrittori non avevano una persona cara da salutare, ma nello stesso tempo ho fortemente dubitato che sia stato così per tutti. E allora perché, mi chiedevo, nessuno mai ne parla?

Quando mi sono seduto di fronte alle ampie vetrate che permettevano allo sguardo di immergersi nel grigio cielo veneto, quel giorno assai più grigio del solito, i pensieri mi hanno condotto nei pressi dell’ennesima stravagante domanda: “Ma questa emozione che sto provando, che chiamerei emozione da distacco, non è essa stessa parte integrante del viaggio?” Perché se è così, è giusto parlarne in un racconto di viaggio, anche solo per un accenno.

Visto che quest’accenno lo avete appena letto, significa che forse all’ultima domanda una risposta l’ho data.

 

Devo ammettere che qualche pregiudizio nei confronti degli australiani ce l’ho. Non è solo nei confronti degli australiani, a dire il vero, ma di tutti i popoli d’origine inglese. La colpa è del mio maestro delle elementari che non perdeva un secondo per denigrare apertamente gli inglesi e le donne. È stato uno dei primi divorziati in Italia, quindi un motivo d’astio contro il genere femminile l’aveva pure (bellissima una sua battuta, ripetuta con una certa frequenza: “Una volta una vipera morse una donna… e morì avvelenata”), ma il perché ce l’avesse con gli inglesi proprio lo ignoro.

A questo punto qualcuno potrebbe osservare che non devo essere un gran viaggiatore se mi commuovo quando parto e indosso così facilmente dei giudizi preconfezionati. Visto che non posso ribattere a questa semplice osservazione, tiro dritto facendo finta di nulla e mi riprometto di migliorare in futuro.

Tornando al pregiudizio, quando penso ad un australiano mi viene in mente un beone che ingurgita ettolitri di birra a colazione e li accompagna con costolette d’agnello e patatine fritte. Il risultato dei miei pregiudizi era riprodotto fedelmente dalla famigliola australiana che mi sedeva di fronte nella sala d’attesa di Dubai, luccicante antro dorato in cui ero fermo da qualche ora aspettando il volo notturno verso Perth. Padre, madre e tre figli, tutti con quelle guance paffute imporporate del tipico rossore degli anglosassoni, tutti e cinque con i lineamenti del volto tondeggianti, come i corpi che si delineavano sotto i vestiti. Sembravano fatti con lo stampo. Nell’attesa i bambini si annoiavano continuando a mangiare caramelle, estratte ad una velocità smodata da una borsa di carta che sembrava una versione golosa di quella di Mary Poppins. La scorta era certamente infinita.

Poco più tardi un’altra famigliola australiana mi si è seduta a lato. Padre, madre e due splendide bambine. Un autentico ritratto della salute e della vivacità. Con piacere (ma guardate che lo sapevo anche prima) ho constatato che “tutto il mondo è paese”.

Mentre osservavo divertito i balzi delle due figliolette dai lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri, che non lasciavano passare un minuto senza sollazzarsi in qualche attività ricreativa, mi sono reso conto di aver spostato lo sguardo dal disagio interiore che mi aveva accompagnato fin da Venezia al cosmo esteriore che mi circondava di nuova vita. Era lì per me, solo a chiedere di essere scoperto, osservato, ammirato, amato. Il viaggio, o il viaggiare, prima di qualsiasi altra cosa, è un personale stato dell’animo. In quel momento l’ho sentito bussare alla porta ed ho pensato che era davvero il benvenuto.

The Great South Land

Durante i primi anni del XVII secolo era già diffusa in Europa l’idea che esistesse una “Grande Terra Australe”, un’enorme massa terrestre a sud dell’equatore che equilibrasse il mondo bilanciando le tante terre emerse conosciute nell’emisfero boreale. Le prime navi a raggiungere le coste di questa misteriosa terra furono olandesi.

Il 20 marzo 1602 il governo olandese fondò una potente compagnia commerciale, passata alla storia come la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, che aveva lo scopo d’incrementare il commercio tra le isole delle suddette Indie (per buona parte comprese nell’attuale arcipelago Indonesiano). La compagnia aveva una sua flotta e le navi trasportavano soldati, marinai, passeggeri e, soprattutto, merci. Il suo quartiere generale era localizzato nell’attuale Giacarta, nell’isola di Giava, a quei tempi chiamata Batavia. Per raggiungere Batavia le navi olandesi veleggiavano intorno alla punta meridionale dell’Africa, raggiungevano l’isola di Mauritius, da lì si facevano trasportare dai venti verso est e poi svoltavano in direzione nord al momento opportuno. Ora, il problema era un po’ tutto lì. La strumentazione del tempo permetteva una buona stima della latitudine, ma non della longitudine, quindi il momento opportuno non era poi così semplice da individuare. Per questa ragione alcune navi non puntavano la prua verso nord quando avrebbero dovuto ed andavano a schiantarsi contro le coste coralline di una terra che nessuna mappa a quel tempo riportava. Con ogni probabilità la prima di queste sfortunate imbarcazioni fu l’Eendracht, capitanata da un certo Dirk Hartog. È il 1616 e questo personaggio olandese passerà alla storia per essere il primo europeo a vedere le coste dell’Australia Occidentale. Dirk Hartog non sbarcò proprio sulla terraferma, la Mainland seguendo una terminologia inglese, ma su un’isola arida e inospitale un migliaio di chilometri a nord di Perth, un pezzo di terra lungo ed affusolato che limita ad occidente la calma Shark Bay (nel suo punto più meridionale, Dirk Hartog Island è divisa dalla terraferma da uno stretto di mare largo appena due chilometri). A testimonianza del suo passaggio, il capitano olandese lasciò sull’isola un’incisione su un piatto di bronzo (Dirk Hartog’s Plate, l’originale è conservato ad Amsterdam, mentre una copia si può ammirare a Fremantle) e chiamò la nuova terra Eendracht’s Land.

A molti altri capitani olandesi non toccò la stessa fortuna. Le loro navi, sospinte dai forti venti contro le barriere coralline della costa, naufragarono miseramente. Le alte perdite che questi naufragi comportarono, oltre alla ricerca di nuovi mercati e terre da sfruttare, indussero la Compagnia Olandese a finanziare un’esplorazione accurata della zona. Nel 1644 venne dato incarico ad Abel Tasman, che appena un anno prima aveva scoperto la Tasmania e la Nuova Zelanda, di procedere all’esplorazione dell’area. Fu lui a nominare questa terra Nuova Olanda.

Con ogni probabilità vi starete chiedendo perché sono qui a raccontarvi tutto ciò, snocciolando nozioni storiche che ai più possono apparire noiose. Prima di tutto perché la Storia mi affascina, in secondo luogo perché era proprio il nome Nuova Olanda, e quello che il suo significato faceva scaturire dalla mia immaginazione, che mi rimbalzava in testa mentre procedevo al mio primo incontro con il Western Australia, correndo veloce lungo una larga strada a più corsie in qualche zona sconosciuta di Perth. Viaggiavo su un furgoncino di colore chiaro che la scuola aveva spedito a prendermi all’aeroporto. Per i primi venti minuti ero riuscito a chiacchierare con il baffuto autista di origini slave, utilizzando un misero inglese appena abbozzato, poi, più che gli argomenti, erano venute a mancare le parole per esprimerli, quindi ci eravamo chiusi entrambi in un onesto e solidale silenzio. Avevo avuto così modo d’osservare quel nuovissimo mondo che andava illuminandosi lentamente di fievoli luci elettriche, mentre ad ovest il cielo si tingeva di raffinate trame color arancio e lillà.

Case e strade. Una distesa infinita di villette, ognuna racchiusa da un piccolo spazio verde accuratamente tagliato, si sviluppava ovunque il mio occhio vagasse, formando compatti isolati residenziali divisi da ampi viali asfaltati. C’era un che di perfettamente organico in tutta questa sequenza di case che mi scorreva davanti al volto come lo svolgersi rapido di una pellicola cinematografica. Tutto regolare ed ordinato. Tutto troppo anglosassone. Ed è per questo che la piccola vocina interiore dalle vedute paradossali aveva fatto balzare alla mente il nome Nuova Olanda. Come sarebbe diverso questo posto, mi ha chiesto, se gli olandesi non se lo “fossero lasciato sfuggire”? Perché se Abel Tasman, come prima di lui Dirk Hartog, avvistò il nuovo continente poco a sud del Tropico del Capricorno, cioè dove ancora oggi s’incontra una terra arsa dal sole e dalla scarsissima fertilità, così non fu per un altro capitano olandese qualche anno seguente.

Nel 1696 venne dato incarico a Willem de Vlamingh di cartografare ulteriormente la costa della Nuova Olanda e di cercare segni di eventuali sopravvissuti ai tanti naufragi che avevano coinvolto le navi olandesi nell’ultimo secolo. La sua missione fu il primo vero tentativo da parte di un europeo d’esplorare l’Australia.

Innanzi tutto Willem de Vlamingh preferì navigare attraverso l’Oceano Indiano ad una latitudine maggiore rispetto ai due connazionali, così, invece di arrivare dalle parti delle aride sponde di quella che oggi è chiamata Coral Coast, giunse nei pressi della foce di un fiume sulle cui rive dimorava una vegetazione certamente più rigogliosa che a nord. Willem de Vlamingh giunse infatti a Perth, o meglio a Fremantle, o meglio ancora, per essere precisissimi, giunse a Rottnest Island, un’isola a circa diciotto chilometri dalla terraferma, proprio davanti la foce del suddetto fiume. Il capitano olandese definì l’isola “un posto pieno di grossi ratti grandi come gatti”. Per questo la chiamò  “Rattenest” (“tana di ratti” in neerlandese; l’animale al quale si riferiva è il quokka, un piccolo marsupiale diffuso in pratica solo sull’isola).

Dall’isola la terraferma doveva apparire come un infinito nastro scuro appoggiato sull’orizzonte, con le estremità che si perdevano lontane nella foschia. Immagino che per quei primi esploratori quella terra sconosciuta avesse un fascino assolutamente avvincente. C’era da rimanere ore a fissarla, seduti sulla sabbia immacolata o sulla sommità di qualche scoglio, in riva all’oceano. Probabilmente è durante una di queste lunghe attese contemplatrici che ci si accorse che dal “nastro scuro” si elevavano delle esili colonne di fumo, per tutto simili a quelle che si formano quando qualcuno accende un focolare a terra.

De Vlamingh decise di spedire un piccolo contingente d’uomini ad esplorare quella terra imponente, con la speranza di trovare qualche traccia di eventuali sopravvissuti ai naufragi. Quando gli uomini tornarono, quattro giorni più tardi, riportarono di aver visto vari rifugi rudimentali, delle semplici capanne di legno e paglia, e ciò che rimaneva di fuochi accesi per cucinare. Purtroppo non avevano visto alcuna persona. Riportarono invece di aver osservato alcuni strani uccelli nuotare nelle placide acque del fiume la cui foce era visibile dall’isola: degli splendidi cigni neri. Questo fatto acuì di molto l’interesse di de Vlamingh. In un’Europa dove tutti i cigni erano bianchi, la scoperta di cigni interamente neri era un fatto da ritenere assai importante per svariati punti di vista, non ultimo per un interesse meramente economico.

De Vlamingh decise di partecipare personalmente ad una nuova missione sulla terraferma. Partì con tre piccole imbarcazioni ed esplorò il fiume, spingendosi nell’entroterra finché la profondità delle acque lo permisero. Sebbene osservò svariate tracce che evidenziassero che l’area era abitata, non incontrò nessuno. Tornato sulla nave con alcuni preziosi cigni neri, lapidariamente annotò: “La terra non ha nulla da offrire”.

Nominò il fiume Black Swan River (ora conosciuto come Swan River) e salpò dall’isola dirigendosi verso nord. Sbarcò in seguito, dopo aver cartografato accuratamente tutta la costa dell’Australia Occidentale a nord di Perth, nella stessa isola di Dirk Hartog e la esplorò per nove giorni. Anche lui decise di lasciare un’incisione che testimoniasse il suo passaggio, prendendo con sé quella lasciata dal connazionale. A questo punto non ritenne più sicuro continuare il viaggio e puntò a nord, raggiungendo Batavia dopo poco settimane.

Willem de Vlamingh descrisse la terra che aveva appena avuto l’onore d’esplorare come “secca e piena di dune, non adatta per le persone e per gli animali”. Il suo scoraggiante rapporto contribuì a mettere fine ad ogni idea di esplorazione dell’area da parte degli olandesi.

In verità non penso che una diversa valutazione di de Vlamingh avrebbe cambiato di molto il corso della storia, nel senso che, a mio avviso, un eventuale “regno olandese” non sarebbe durato a lungo su quelle terre, almeno considerando quello che successe alle colonie boere nell’Africa meridionale. Verso la fine del ‘700 la Compagnia Olandese delle Indie Orientali fallì miseramente e tutto il potere politico e militare dell’Olanda, che fino ad allora era stato enorme, venne ceduto quasi interamente all’Impero britannico ed a quello francese, le due superpotenze che in quegli anni tentarono di spartirsi il mondo. Gli eventuali coloni olandesi sarebbero stati scacciati quasi sicuramente dagli inglesi, o almeno integrati all’interno di una società prettamente britannica, com’è accaduto in Sudafrica. Suppongo quindi che un inizio diverso della storia europea dell’Australia occidentale non avrebbe mutato più di tanto il suo presente, almeno ai miei occhi non così esperti.

Ero arrivato a questa conclusione quando l’autista slavo fermò il piccolo furgoncino davanti ad una villetta di mattoni a due piani, affacciata su un piccolo slargo d’asfalto in cui terminava la strada. Nel vialetto d’ingresso era posteggiata una potente barca a motore, talmente alta da svettare quasi a livello del tetto, ed ai lati di questa vegetava un prato rinsecchito, quasi incolto; oltre la barca, uno stretto vialetto pavimentato girava intorno all’angolo della casa e scompariva nel retro, mentre un altro conduceva nei pressi di una porta di legno e vetro, seminascosta da alcune foglie di palma a ventaglio coltivate in due grandi vasi di terracotta.

Solo pochi passi in quella direzione e siamo stati accecati da un faro, accesosi su comando di una fotocellula di movimento. Lì inchiodato dalla luce improvvisa, mi sono sentito un po’ scoperto, vulnerabile. Sensazione che forse ha colto lo stesso autista, perché solo dopo qualche attimo, e con riluttanza, ha iniziato a bussare alla porta.

Da lì a poco ho conosciuto la Signora Parnell, un donnone alto e massiccio dalla voce ed i modi autoritari. In tutto, sembianze comprese, perfetta per il ruolo di una nazista in un campo di concentramento. In verità la Signora Parnell non ha origini né tedesche né inglesi, ma è mezza polacca e mezza bielorussa. Al momento di stringerle la mano, ho sentito la voce interiore sussurrare: “Melting pot, crogiolo di razze”.

CBD

Me ne stavo tranquillamente seduto alla fermata dell’autobus, le gambe allungate sul marciapiede e la testa appoggiata ad un pannello pubblicitario, quando mi sono ritrovato tra le mani un biglietto con scritto l’indirizzo di casa Parnell: Timewell Place 1, Dianella. Nome simpatico, ho pensato, ma il vero centro di Perth è da tutta altra parte.

Dianella non appartiene al comune di Perth, ma a quello di Stirling, uno dei tanti territori comunali che circondano la vera e propria city. È solo un sobborgo di questa vasta metropoli, vasta non tanto per la quantità di persone che ci abitano (poco più di un milione e mezzo), ma per le sue dimensioni spaziali. Il sogno dell’australiano medio è quello di avere una villetta propria e qui a Perth sembra che tutti l’abbiano raggiunto.

Comunque sia, soggiornare a Dianella non lo vedevo in quel momento come un problema. Era certamente un po’ distante dal nucleo vitale della grande metropoli, ma i Parnell mi fornivano l’invitante possibilità d’osservare la vera vita dei sobborghi australiani. Non mi lamentavo di certo della sorte che li aveva scelti per ospitarmi durante le sei settimane del corso d’inglese al St Mark’s International College.

La giornata era stupendamente assolata, interamente avvolta in un sole splendente. Era proprio la forte luminosità a stupire, più di qualsiasi altra cosa. Senza un buon paio d’occhiali da sole era veramente difficile tenere gli occhi aperti. Poi c’era l’azzurro del cielo, la cui intensità lasciava davvero basiti. Ho provato una certa tristezza nel confrontarlo con il “tenue celeste tendente al grigio” della pianura padana. Stranamente la forte intensità dei raggi solari non appiattiva le variazioni cromatiche, rendendo tutto omogeneo, ma vivacizzava i colori, dal rosso fuoco dei Callistemon in fiore al verde brillante dei prati ben irrigati (non quello dei Parnell), passando per il già citato azzurro del cielo. Quel mattino ero stato catapultato in un luminoso mondo colorato.

Ho potuto continuare a scrutare questo nuovo mondo anche dal privilegiato finestrino di un autobus urbano, passato a prendermi in perfetto orario. Ad onor del vero tutti i finestrini erano pieni di scritte tracciate rigando il vetro con qualche temperino appuntito, cose che in parte limitava la possibilità d’osservare la strada, ma per il resto tutto era pulito, ordinato ed efficiente.

Da Dianella Drive, una dritta ferita d’asfalto lunga più di qualche chilometro, dalla cui estremità occidentale ero partito, ho dovuto percorrere svariati monotoni isolati residenziali prima di vedere anche solo un edificio con più di un piano. Solo villette si susseguivano ai lati della strada, in una sequenza che non aveva mai fine. Alcune case erano davvero belle, da procurar invidia se le avessi viste in Italia, ma lì, disposte a migliaia a coprire quella superficie vastissima, perdevano in parte il loro fascino, trasmettendomi una certa noia.

Ad attrarre con piacere la mia attenzione, invece, c’era quella decina di grattacieli che si stagliavano sempre ben visibili a sud, identificando il vero centro di Perth, il CBD (Central Business District). I grattacieli erano davvero pochi, almeno in confronto alle metropoli americane che affollavano il mio immaginario, ma ugualmente fornivano alla city una skyline accattivante, ancora più bella perché per arrivarci la strada era più o meno tutta una leggera discesa, cosa che conferiva al CBD un naturale punto d’arrivo, di nuovo equilibrio.

I palazzi visti dal basso, però, non mi hanno trasmesso la stessa gioia di quando li vedevo stagliarsi all’orizzonte. Ma questo, suppongo, è un problema tutto mio. Ho un personale distacco dall’architettura moderna da un lato e l’avversione per tutto ciò che è considerabile “alto” dall’altro. Sta di fatto che quanto consideravo attraente la skyline, e che ho continuato a ritenere amabile per tutta la mia permanenza in città, tanto ho considerato impersonale le quattro vie in croce che costituiscono il cuore politico ed economico di Perth. Perché, dopotutto, è proprio di pochissime vie che stiamo parlando: Hay, Murray, William e Barrack Street e St. Georges Terrace.

Il CBD è davvero piccolino per quella che giustamente è considerata la metropoli più isolata del mondo. La più vicina città con almeno un milione d’abitanti è Adelaide, distante più di duemila chilometri, e Sydney e Singapore sono più o meno alla stessa distanza. Da un lato un deserto che è stato impenetrabile per tantissimi anni, e che ancora oggi mette a dura prova chiunque lo voglia attraversare, dall’altro l’esteso blu dell’oceano indiano. Basta solo questo pensiero per farti sentire veramente distante da tutto, anche se stai camminando in mezzo all’ostentato benessere artificiale usuale in qualsiasi città occidentale. All’apparenza non c’è nulla di nuovo, di diverso, ma il pensiero d’essere lontano dal resto del mondo in un qualche modo permane, ti si attacca alla pelle. Una sensazione per nulla spiacevole, almeno per me. Diciamo pure che era una delle cose che stavo cercando, ma non avrei pensato di provarlo subito, in pieno centro a Perth, circondato da una moltitudine di persone, dai giovani adolescenti con sottobraccio le tavole da surf alle allegre famigliole in centro per fare shopping.

Proprio le compere sono l’obiettivo principale di una visita al CBD, almeno per chi non ci lavora. Prima di uscire di casa avevo seguito un corso accelerato diretto dalla signora Parnell su quanto Perth aveva da offrire. Aiutandosi con decisi schizzi di penna tracciati su un pezzo di carta, il Generale (mio personale nomignolo per la signora Parnell) mi aveva riempito la testa di nozioni a suo avviso importanti per prepararmi alla città. La prima cosa che mi aveva segnalato era dove fare shopping, come se quello fosse il vero motivo del mio arrivo a Perth, la principale, o più ovvia, tra le mie possibili esigenze.

Camminando quel giorno lungo Hay Street, il più grande piacere era quello di guardare le persone che incrociavo, piuttosto che perdermi nella monotonia commerciale delle vetrine dei negozi. E di cose da osservare ce n’erano parecchie. Molte cose erano simili all’Italia, come la spavalda noia messa in evidenza da molti adolescenti, ma alcuni particolari spiccavano nitidi nella loro diversità. Primo fra tutti la rilassatezza del volto della maggior parte degli adulti.

Non so come sia dalle vostre parti, ma a Padova, e più o meno in tutto il Veneto, non è così facile incrociare qualcuno con un bel sorriso stampato in volto (eccezion fatta per qualche turista, ma anche loro spesso sono rabbuiati). È sempre ben visibile qualche preoccupazione che scorre sotto pelle, qualcosa che serpeggia nell’animo ed impedisce di rilassarsi. C’è sempre qualcosa a cui pensare, e di cui preoccuparsi, che è più importante di quello che in quel momento si sta vivendo (o che si potrebbe vivere). A Perth la prima impressione, invece, è stata di tutt’altro genere. Molte persone se la stavano godendo davvero la camminata all’ombra dei grattacieli. Non sembravano frustrati e non apparivano preoccupati. Rilassati e gioviali, sembravano vivere con interezza l’attimo.

Con il prosieguo del viaggio ho trovato varie conferme a questa prima impressione. Gli australiani, almeno quelli occidentali, hanno veramente un modo molto rilassato di affrontare la vita e, in particolar modo, i loro impegni lavorativi. Diciamocelo chiaro, è proprio il lavoro, o meglio le tensioni che il lavoro ci obbliga a sopportare, che ci sta rovinando la vita. “L’uomo che lavora troppo non ha il tempo di sognare”, questa scritta è stampata su una delle mie magliette preferite. E sembra che con questo detto siano d’accordo anche gli australiani. È difficile trovare un altro popolo “occidentale” affrontare con tanto lassismo i propri impegni di lavoro. All’interno di qualsiasi servizio, dal ristorante al parrucchiere, il numero di persone che ci lavora è enorme in confronto all’Italia e, ugualmente, il servizio risulta essere di una lentezza quasi snervante. Mi è capitato spesso di dover aspettare oltre un quarto d’ora per essere servito in un McDonald dove ero l’unico avventore, con la miriade di giovani oltre al bancone che se la spassava tra risa e chiacchiere, incuranti di me. Ad un ristorante messicano, in compagnia di un paio d’amici, sono stato servito da due camerieri: uno ha portato due bicchieri, l’altro il terzo. E di ulteriori esempi ce ne sarebbero da riempire un libro. L’atteggiamento noncurante e rilassato degli australiani è talmente conclamato che i ristoranti d’emigrati italiani prendono a lavorare solo nostri connazionali, perché sanno che sono disposti a lavorare molto più velocemente e per molte più ore (insomma, sono più facili da sfruttare).

“L’australiano, lavorativamente parlando, è una capra!!” Questo diceva Roberto, un ragazzo di Milano conosciuto a nord, in Australia per un anno con un working-holiday visa. E lo diceva scuotendo la testa, con una rassegnazione mista a rancore che si delineava chiara nella piega quasi disgustata della bocca. Per un anno aveva condiviso il posto di lavoro con gli australiani e non li sopportava davvero più.

Ma l’altra faccia della medaglia di questo peculiare carattere la vedevo durante quel primo giro del CBD, e non potevo certo disprezzarla. La trovavo, dopo svariati mesi italiani ricchi di tensioni, rigenerante e salutare. Ne avevo proprio bisogno. Era un aiuto inaspettato per levarmi velocemente di dosso quell’odiato senso d’inadeguatezza che mi avvolge quando non sono completamente in pace con me stesso. Da rilassato, il mondo mi appare nettamente migliore.

Talmente migliore che anche le strade impersonali del CBD ad un tratto sembrarono acquisire un certo fascino, merito soprattutto di qualche palazzo vittoriano sopravvissuto tra i grattacieli, vecchi edifici dalle belle facciate di pietra che creavano un apprezzabile contrasto con le lisce pareti di vetro della maggior parte dei palazzi moderni.

Tra questi, ho sempre provato un enorme piacere nell’osservare il Supreme Court Building, forse più per gli ariosi giardini ricchi di specie esotiche che lo circondano che per la bellezza in se dell’edificio. Ma la sua facciata vittoriana ricca di colonne neoclassiche aveva il pregio, insieme ai prati verdeggianti accuratamente tagliati sui quali spesso mi distendevo, di portare alla mente la vecchia Inghilterra. I piccoli Stirling Gardens, proprio di fronte al suo ingresso, sono un luogo ideale per una sosta ristoratrice.

Un grazioso particolare che non manca in nessun quartiere di Perth, nemmeno nel più congestionato CBD, è la presenza di svariati giardini pubblici, spazi verdi deputati ad un calmo e gioioso rilassamento. Sono vere oasi di serenità disseminate su tutto il territorio metropolitano, luoghi dove gli australiani si recano a leggere, riposare, correre, chiacchierare, giocare o dedicarsi al loro passatempo preferito, cioè organizzare un barbecue. Gli abitanti di Perth adorano vivere all’aria aperta e sono stati molto accorti nell’organizzare la loro città a questo scopo. Non per niente Perth ha il vanto d’ospitare uno dei parchi urbani più grandi del mondo, più esteso del rinomato Central Park di New York. Ma Kings Park merita, se mi permettete, un capitolo a parte.

Kings Park

Perth, intesa nel senso più stretto possibile, è formata da due luoghi ben precisi, due facce molto differenti di una stessa medaglia. Il primo è il già citato CBD, con due grattacieli simbolo a svettare in alto nel cielo, il Central Park (da me chiamato semplicemente St. Gorge per l’enorme scritta che campeggia a duecentocinquanta metri da terra), più alto ma dalla forma più classicheggiante, e la West Bank Tower, caratterizzata da un taglio diagonale alla sommità che è la vera firma della skyline di Perth.

Il secondo luogo è il Mount Eliza, una bassa collina che si erge leggera dalle acque dello Swan River appena ad ovest del centro città. A rendere favoloso il Mount Eliza è che una incredibilmente accorta e lungimirante gestione urbanistica lo ha preservato da qualsiasi assalto edilizio, trasformandolo in un bellissimo e poliedrico parco urbano, Kings Park appunto.

Il Mount Eliza, prima dell’arrivo dei colonizzatori britannici, era considerato un luogo sacro dalla popolazione aborigena locale, i Nyoongar, perché alla sua base si era accasato Waugal, l’enorme serpente arcobaleno che durante il Dreamtime, scendendo dalle colline verso il mare, aveva creato con il suo incedere tortuoso lo Swan River.

Forse i Nyoongar videro Willem de Vlamingh risalire il fiume nel 1697, o forse intravidero le barche francesi che nel 1801 seguirono il percorso del capitano olandese. Comunque sia, dovettero aspettare il 1827 per incontrare qualcuno a cui era venuta la stravagante idea di stabilirsi sulle loro terre. Fu infatti un capitano inglese, un certo James Stirling, che per primo pensò che quelle terre, da lui giudicate idilliache, fossero l’ideale per ospitare una nuova colonia inglese. Pubblicizzò con tale entusiasmo la sua idea in patria che appena due anni dopo, nel 1829, era già di ritorno a capo di un esiguo manipolo di famiglie pronto a fondare la Swan River Colony.

Ritornerò in seguito sulla storia della fondazione di Perth, ma quello su cui voglio ora puntare l’attenzione è che i nuovi coloni non persero tempo a tracciare i contorni del futuro Kings Park. Già nel 1831, quando la colonia quindi era appena avviata, i nuovi arrivati decisero di destinare buona parte del Mount Eliza a scopi pubblici. La vasta cima piatta della collina era, infatti, un luogo ideale dove recarsi per un pic-nic, o per sollazzarsi con una qualche attività ludica dell’epoca, o anche solo per ammirare le splendide vedute della grande ansa del fiume e delle sue rive, vedute che ancor oggi rendono unico Kings Park.

Ma è stato solo nel 1872 che furono ufficialmente delimitati 175 ettari di terreno da destinare a parco ricreativo, superficie che divenne di 400 ettari nel 1890. Qualche anno più tardi fu attribuito il nome di Perth Park a questa immensa area verde, nome che cambio in modo definitivo in Kings Park nel 1901, in onore dell’ascesa al trono di Edoardo VII. È proprio intorno a quegli anni, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, che la porzione di bushland del monte più prossima al centro città fu trasformata in un più consono urban landscape inglese, con aiuole verdeggianti ombreggiate da filari di alberi e divise da viali in ghiaino dove era possibile passeggiare e procedere a cavallo. È da immaginarsi lo stuolo di dame percorrere avanti ed indietro quella che oggi è Fraser Avenue, una lunga via che penetra in profondità nel parco, con gli ombrellini parasole a proteggere la pelle delicata dagli aggressivi raggi del sole e i loro baffuti uomini tenuti sottobraccio. A deliziare il tutto, oltre a candidi prati verdi rigorosamente tagliati a puntino, c’erano chioschi che fornivano ombra e riposo, tea-room per l’immancabile rito britannico delle cinque, campi da croquet per la necessaria attività fisica e quanto di meglio si possa immaginare per rendere indimenticabile un pomeriggio di svago.

Un secolo più tardi, poco è cambiato. Non ci sono più i parasoli, non ci sono più i cavalli, le strade principali sono tutte asfaltate ad uso e consumo delle automobili, più qualche altra piccola differenza di minor conto. Per il resto, l’atmosfera di gioviale rilassatezza è ancora il carattere predominante di questo verde angolo di Perth.

Ma come prima accennato, solo una piccola porzione di parco è stata trasformata secondo i canoni europei di soave parco urbano. Difatti Kings Park è talmente vasto che in esso convivono altre bellissime realtà, dal mio punto di vista ancora più entusiasmanti dei già bellissimi prati appena descritti. Sempre lungo la scarpata che risale dal fiume, poco più avanti rispetto i prati verdi, s’incontra il giardino botanico del Western Australia, dove buona parte delle piante autoctone dello Stato sono presentate al visitatore in curate collezioni.

Il Western Australia è vasto circa nove volte l’Italia, ma in realtà non presenta una varietà d’ambienti proporzionale alle sue dimensioni. Con una certa approssimazione, gli ambienti nel Western Australia variano dal desertico al mediterraneo, quindi le piante presenti nel giardino sono tutte evolute per resistere a prolungati periodi di siccità. Il verde brillante non è contemplato tra i colori che possono assumere. Però il piccolo angolo a sud-ovest di questo vasto territorio, dove si trova la stessa Perth, ha la caratteristica di essere una zona isolata da un punto di vista biotico, perché separata dal resto del continente da vasti territori desertici che rappresentano una vera e propria barriera per gli organismi viventi. È insomma un’isola all’interno di un’isola, cosa che l’ha resa particolarmente propensa ad evolvere specie vegetali ed animali uniche. Il Western Australia è una delle aree al mondo con più endemismi vegetali e ciò rende una camminata nel suo giardino botanico un’esperienza davvero unica, quasi un viaggio in un mondo extraterrestre per quanto le piante che s’incontrano appaiano sconosciute e stravaganti.

Ma oltre al giardino botanico, Kings Park offre ancora un altro tesoro. Più di 200 ettari di terreno sono ancora vera bushland australiana. Qui i sentieri si fanno sabbiosi e la calura che aleggia tra la bassa vegetazione di sottobosco è opprimente anche in una giornata primaverile. Le mosche ti danzano intorno al viso e sembrano dirti che loro in quella calura si trovano a meraviglia, mentre il sole è libero di massacrarti il cranio perché l’ombra fornita degli alberi più alti è assai scarna. Vi state chiedendo cosa ci sia di bello in tutto questo? Il fatto è che avere a disposizione un pezzo di vera Australia a pochi passi dal CBD, nel pieno centro della grande metropoli, è qualcosa che mi ha lasciato basito ed entusiasta fin dal primo incontro. Camminando in mezzo alla bassa vegetazione di banksie e casuarine (l’originale vegetazione ad alto fusto di Jarrah, Marri e Tuart è scomparsa a causa delle pratiche selvicolturali dei primi coloni), ci si dimentica di dove si è. È un vero viaggio in mezzo ad un luogo dove la natura sembra tornata padrona e la città, con i suoi ritmi comunque frenetici, appare di colpo distante, nient’altro che un eco lontano. Si possono incontrare serpenti (velenosi e non), echidne, svariati uccelli e più di 450 specie vegetali native dello stato. Ed è tutto tuo, perché davvero poche sono le persone che s’avventurano nei tanti percorsi che il Kings Park offre.

Mi sono volontariamente perso svariate volte sul Mount Eliza, lasciandomi trasportare solo dall’attimo, immergendomi totalmente negli odori intensi di questo mondo che ricorda da vicino quello mediterraneo. E dopo ognuna di queste brevi camminate è sempre stato godurioso riaffacciarsi sulla scarpata del monte in prossimità del memoriale della prima guerra mondiale, un obelisco di pietra grigia posto in mezzo ad un ampio prato verde, ed ammirare lo splendido panorama offerto da Perth e dal suo fiume.

Scegli un angolo che ti attrae particolarmente, adottalo, rendilo tuo con un piccolo rito che solo tu conosci: stabilirai un contatto tra te e quella parte di te che lasci in quel luogo. Questo contatto durerà per sempre. Lì avrai una piccola patria, un rifugio che troverai ad aspettarti in ogni momento, capace di restituirti quella parte di te felice che gli affidasti”.

Kings Park è stato per me uno di questi luoghi.

I Parnell

Dopo la prima settimana di sole, il tempo si è volto al brutto. La temperatura è crollata di una decina di gradi ed il cielo ha cominciato a spruzzare la città con un aerosol fastidioso. Mai una precipitazione che si potesse definire tale. Sempre goccioline talmente fini da non indurti ad aprire l’ombrello (che in ogni caso non mi ero portato dietro), ma sufficientemente intense da bagnarti dalla testa ai piedi.

In una delle tante serate novembrine passate a vagare per la città, pur vestito con tutto quello che di pesante mi ero portato dall’Italia, mi sono ritrovato a soffrire il freddo. Ma chi ha detto che l’Australia è un posto caldo? Forse lo è per gli australiani, perché loro, mentre io ero a disagio con un pile ed una felpa, giravano in t-shirt e vestiti scollati.

Un amico che aveva vissuto a Boston aveva sostenuto che gli americani hanno un modo tutto loro di scegliere come vestirsi per una giornata. Non badano alle condizioni climatiche esistenti, o a quelle previste, ma al giorno del calendario. Siamo in primavera? Bene, allora mi metto in maglietta e pantaloncini corti. Poco importa se per strada c’è ancora la neve.

Gli australiani mi hanno ricordato quanto confidato l’amico. Vento, pioggia e freddo, e loro con la magliettina attillata e tanto alcol in corpo per sopportare qualsiasi disagio.

Credevo d’incontrare una primavera calda e soleggiata, ed invece dovevo fare i conti con un clima fresco, se non freddo, e tanta, tanta pioggia. Ma non ero l’unico ad essere sorpreso dalle condizioni climatiche australiane. Questa era una strana primavera per tutti, meteorologi compresi. La frase tipo con cui mi accoglieva al mattino il Sig. Parnell, con il suo perenne ciuffo di capelli che ricadeva disordinato sulla fronte, aveva sempre come riferimento il tempo.“Non è usuale questo clima, ascolta me. Qui ottobre e novembre sono sempre stati caldi ed assolati. Le temperature normalmente non scendevano mai sotto i 25 gradi. Questa primavera è preoccupante.”

Mentre la Sig.ra Parnell, dopo aver osservato il cielo carico di nubi plumbee attraverso la grande vetrata della cucina, si limitava a scrollare le spalle e tornava alle sue faccende private, il marito mi esternava tutte le sue preoccupazioni riguardo quello strano susseguirsi di cattive giornate, a suo parere chiaro segno dei cambiamenti climatici che stanno imperversando ovunque nel mondo.

Il Sig. Parnell di lavoro fa il giardiniere urbano, cioè ha il compito di gestire il tanto verde che abbellisce il comune di Stirling, sia quello stradale sia quello dei parchi pubblici. È un australiano abbastanza tipico, cioè non s’ammazza di lavoro. Non l’ho mai visto uscire di casa prima delle nove e mezza–dieci e quando ritornavo da scuola, verso metà pomeriggio, lo trovavo già spaparanzato davanti al televisore, letteralmente sciolto sulla sua poltrona di pelle preferita.

L’abitudine di inchiodarsi davanti al televisore è molto comune tra i cittadini di Perth. Non è propriamente sano, e di per sé l’idea di un popolo sempre davanti ai teleschermi mi inorridisce, ma il Sig. Parnell è tutt’altro che un’ameba che pratica come unico sport lo zapping. Ho accompagnato in alcuni momenti le sue sessioni televisive e l’ho visto seguire sempre con molta partecipazione il programma di turno, spesso programmi d’informazione. Ed è forse in queste ore passate a divorare notizie, documentari, film e quant’altro, che è riuscito a sviluppare un buona conoscenza delle tematiche ambientali, politiche ed economiche dell’Australia e del mondo, conoscenze che ogni tanto mi sciorinava nel suo inglese leggermente strascicato, seppur lento per permettermi di comprenderlo.

A riguardo dei cambiamenti climatici il buon vecchio Sig. Parnell ci aveva visto davvero giusto. Da un punto di vista ambientale, una delle caratteristiche più accentuate e preoccupanti dell’Australia è una certa mancanza di prevedibilità delle precipitazioni. Quasi ovunque nel mondo la stagione delle piogge è più o meno fissa, anno dopo anno (per esempio, nell’Italia del nord le piogge si concentrano in primavera ed in autunno, mentre nel sud sono per lo più invernali), e la quantità di pioggia varia solo leggermente. In Australia questo invece non è sempre vero. L’Australia è soggetta ai capricci de El Niño (ENSO, El Niño Southern Oscillation), che rende la quantità di pioggia molto variabile d’anno in anno, sia come quantità sia come periodo, normalmente seguendo cicli che possono anche essere decennali. Ovviamente questa situazione rende la pratica agricola in Australia a dir poco problematica.

Ma esiste sempre l’eccezione che conferma la regola. Una grande fascia nell’Australia sudoccidentale, quella che racchiude Perth andando più o meno da Geraldton a nord fino ad Esperance a sud, è forse l’unica zona dell’Australia che ha sempre mostrato un clima di tipo mediterraneo piuttosto stabile. Forse dovrei scrivere “aveva mostrato”, perché negli ultimi anni, e non solo in quello da me trascorso nel down under, qualcosa è cambiato.

In questa grande area agricola, conosciuta come Cintura del grano (Australian Wheat Belt), le piogge cadevano regolarmente in inverno. Grazie a questa regolarità, il grano è diventato il prodotto naturale più esportato dall’Australia, superando in fatturato la lana e la carne. Il cambiamento del clima avvenuto negli ultimi anni a livello globale, qui si è evidenziato con una perdita di prevedibilità delle precipitazioni: a partire dagli anni ‘70 le piogge sono radicalmente diminuite ed hanno iniziato a cadere con maggior frequenza nel periodo estivo, esacerbando un problema già presente in questo angolo del continente, cioè alti livelli di salinità del suolo. Ogni minuto l’Australia occidentale perde un campo da calcio di terreno arabile a causa della salinizzazione del terreno, che significa dire che il terreno diventa eccessivamente ricco di sali per poter essere usato in agricoltura.

L’Australia, tra i paesi annoverati nel Primo Mondo, è sicuramente tra quelli che presentano i più gravi problemi ambientali. Le difficoltà che stanno ora insorgendo lungo la Cintura del grano sono poca cosa se confrontati con il continuo prosciugamento del bacino idrografico del Murray-Darling River nella parte orientale del paese, la principale area agricola australiana.

L’Australia è un continente davvero ostico, con una fertilità del terreno praticamente nulla (che si rigenera poi in tempi lunghissimi) e delle precipitazioni scarse ed imprevedibili. Studi scientifici piuttosto attendibili sostengono che con gli attuali standard di vita, un continente come l’Australia è in grado di sostentare in modo sostenibile un numero di abitanti inferiore ai dieci milioni, non di più. Attualmente gli australiani sono più del doppio ed altri tipi di considerazioni con grande seguito, per lo più a carattere economico e politico, spingono il paese verso un aumento del numero di abitanti. La situazione è davvero complessa, perché se non si diminuiscono gli abitanti, bisogna diminuire forzatamente gli standard di vita, a rischio di un crollo repentino dell’intero sistema sociale.

Certamente queste considerazioni lasciano un po’ interdetti, ancora di più se si ha la possibilità di vivere a spalla a spalla con chi, nei prossimi anni, questi problemi li dovrà affrontare sul serio. Ad oggi la percezioni di cosa aspetti gli australiani non è ancora chiara. I pericoli ambientali appena esposti sono quasi universalmente riconosciuti in ambito scientifico, ma prima che la forza di queste valutazioni impatti sulla grande massa popolare ci vuole tempo. O forse è necessario doversi scontrare direttamente con i problemi, entrandoci probabilmente con tutto il corpo per accorgersi che si rischia di soffocare. Purtroppo gli australiani si comportano, nel loro insieme, non tanto differentemente da qualsiasi altro popolo del mondo, e cioè con estrema ottusità. I problemi di approvvigionamento idrico a Perth, per esempio, sono conclamati, eppure è veramente difficile vedere un impianto d’irrigazione in un giardino privato che si possa definire efficiente.

L’Australia, da questo punto di vista, è un’ottima cartina tornasole per comprendere quello che potrà accadere nei prossimi anni in altre zone del mondo meno delicate ecologicamente e poi, in un futuro a mio avviso neanche troppo lontano, all’intero globo.

Tornando al mio piccolo vissuto, entrambi i Signori Parnell sembravano molto sensibili alle tematiche ambientali, e questo lasciava ben sperare. Anche il Generale, infatti, metteva in atto piccoli accorgimenti per diminuire il proprio impatto ecologico, come la sostituzione di tutte le lampadine ad incandescenza con quelle a risparmio energetico, l’abbandono del prato davanti casa all’inclemente aridità dell’estate e l’uso di un segnalatore in bagno per indicare con un suono fastidiosamente acuto che il limite massimo di cinque minuti da dedicare alla doccia era scaduto

Che personaggio la Sig.ra Parnell. Se non esistesse già, bisognerebbe inventarla. Il Generale è l’esempio perfetto per evidenziare uno dei caratteri che differenzia in modo quasi inequivocabile un australiano da un italiano. Per il Generale esiste un universo di direttive che regolarizza quasi completamente la sua esistenza (e quella di chiunque si ritrovi a vivere nella sua casa), il valore delle quali è insindacabile ed imprescindibile. Per farvi un esempio, se alle dieci di sera tutte le luci delle aree comuni della casa devono essere chiuse, poco importa che il film che stai guardando sia lì lì per terminare. La luce va chiusa e basta. E la fine del film te la puoi solo immaginare. Perfino Markus, un signore tedesco di quarantacinque anni con cui ho condiviso le ultime settimane di vita in casa Parnell, trovava il Generale eccessivamente rigida. Figuratevi cosa può pensare di lei un italiano.

La Sig.ra Parnell non è una persona cattiva, anzi, ma una totale mancanza di elasticità mentale ed un viso spesso privo di sorriso la rendevano perfetta per il ruolo della Signorina Rottermaier. La prima serata australiana l’ho passata ad ascoltare regole, per qualsiasi cosa. Era semplicemente stupefacente notare quanta minuzia il Generale aveva posto nel trasformare la sua dolce casa in una dura caserma dei marines.

Ma non pensiate che il porre regole nero su bianco sia un esclusivo vezzo autolesionistico della mente rigida della Sig.ra Parnell, perché lei non è altro che un classico prodotto della società australiana. In Australia esiste la consuetudine di scrivere ed imporre regole in ogni dove, dai trasporti pubblici ai bagni, dai locali ai giardini. Anche da noi ci sono cartelli che riportano le regole di comportamento da rispettare in un luogo pubblico, solo che sono al massimo un foglio A4 scritto con un carattere piccolo piccolo (alla fine è posto lì solo perché bisogna farlo, non tanto perché ci si aspetta che qualcuno lo legga). In Australia, invece, s’incontrano cartelloni pubblicitari enormi con frasi ad effetto, del tipo “Se attraversi i binari, se sei fortunato paghi solo una multa di 200 dollari”, accompagnate da immagini eloquenti, spesso molto crude. Per riservare il posto nel treno ad una madre con bambini, non scrivono un piccolo cartellino con su scritto “Posto riservato a…”, ma ci mettono sopra una foto 60x100 cm con un bambino con la faccia arrabbiatissima ed in mano un cartello stradale di divieto con sotto la scritta “Questo posto è mio e della mia mamma.”

È un bombardamento quotidiano di regole imposte o solo suggerite, un assalto che, dalla stazione ferroviaria al marciapiede, continua davanti alla televisione, con pubblicità progresso che sembrano diretta da Brian De Palma (particolarmente splatter quella per indurti a smettere di fumare), ed ai giornali in edicola. Non c’è da stupirsi se da tutto ciò nasce una persona come il Generale. Come non c’è da stupirsi se una momentanea interruzione di direttive porti l’australiano medio ad avere una certa confusione. Senza qualcosa che regoli il loro vivere quotidiano, si sentono un po’ persi.

Ma a dirla tutta, essere spaesati era in realtà l’effetto che provavo io sotto questa torrenziale pioggia di regole. Come italiano, trovo molto conveniente considerare le regole, seppur giudicate importanti, sufficientemente elastiche da essere adeguate al caso specifico. In casa Parnell era inevitabile che mi sentissi un po’ in gabbia.

Oltre alle regole, c’erano poi ulteriori atteggiamenti del Generale che mi lasciavano interdetto. La sua attività preferita, ad esempio, era quella di gettarsi a terra per pulire anche il minimo segno di sporcizia sulle linde piastrelle della cucina (dico proprio gettarsi a terra in ginocchio… l’idea di usare uno scopettone non le passava neanche lontanamente per la testa). Vederla sgattaiolare lungo il pavimento alla ricerca dell’anche unico granello di riso accidentalmente sfuggito ad uno dei nipotini era anche simpatico, ma poi quando mi ritrovavo con un piatto di riso in mano sudavo davvero freddo, neanche stessi trasportando della nitroglicerina.

Alla fine quindi è così che ho passato le mie sei settimane in Casa Parnell. A chiacchierare amabilmente con Lester davanti al televisore ed ad evitare Evelyn per non ascoltare nuove e fantasiose imposizioni. Una bella esperienza di vita, non c’è che dire.

Cavershame Wild Park

Al momento di scostare la tenda sono rimasto quasi accecato dalla luminosità che ha invaso la stanza, come se qualcuno mi avesse acceso una lampadina da mille watt proprio davanti agli occhi. Ci ho messo un po’ a riavermi, per poter rivedere i contorni nitidi delle case e degli alberi che circondavano l’abitazione dei Parnell. L’infuocato sole australiano galleggiava già in un cielo talmente terso da farmi credere che se non ci fossero state le case a coprirmi la visuale avrei potuto vedere distintamente anche l’Europa. Dopo svariati giorni di pioggia e freddo, finalmente le nuvole se n’erano andate altrove, lasciandomi godere un calore quasi estivo proprio per il fine settimana.

Come sempre il sole ha avuto il potere di mettermi di buon umore. Amo follemente il ticchettio ipnotico della pioggia sui tetti e sull’asfalto, ma l’energia che un raggio di sole è in grado di trasmettermi è qualcosa d’impareggiabile. È così che mi sono ritrovato a fare colazione con un sorriso quasi ebete stampato sul volto ed una certa impazienza palpitante sotto i vestiti. Fuori dalla porta mi attendeva la giornata ideale per visitare il Cavershame Wild Park.

Il Cavershame è un piccolo zoo posto all’interno del Whiteman Park, un’ampia area di bushland salvaguardata dall’accrescimento di Perth. Stavo per scrivere “ampia area verde”, ma il termine verde non coincide perfettamente con quanto il Whiteman Park ha da offrire. Se qualcuno ha mai visto delle foto aeree dell’Australia, si sarà accorto che il colore predominante non è di certo il verde, ma il giallo o il rosso. Per quanto riguarda il Whiteman Park è sicuramente il giallo a farla da padrone. Distese di sterpaglia rinsecchita dal sole sono inframmezzate da isolati alberi di eucalipto che presentano fronde di un verde poco o per nulla brillante, con foglie protette da fini pubescenze biancastre nella pagina inferiore. Le fronde poi sono rade, spesso solo isolati ciuffi che sembrano stentare su quei tronchi perfettamente levigati che riflettono i raggi del sole. Quando vedi un eucalipto (le specie di eucalipto sono migliaia, quindi la varietà è enorme, ma i caratteri che sto descrivendo sono comuni a molte specie) ti si secca la lingua da quanto la sua figura è in grado di trasmettere una sensazione di aridità.

Mentre camminavo lungo la strada asfaltata che conduceva al Cavershame Wild Park, penetrando sempre di più in questa vasta distesa naturale, mi chiedevo come mai i pascoli fossero così secchi, quando era da più di due settimane che pioveva e le temperature erano state decisamente primaverili. Poi ho visto un tratto di terreno spoglio di vegetazione ed ho trovato la risposta al mio dubbio. Sabbia. Sabbia ovunque per svariati metri di profondità. Su questo è nata Perth, un’infinita distesa sabbiosa dove l’acqua è un miraggio che passa veloce e fugge via. Non ho avuto difficoltà a comprendere i disagi dei primi coloni europei che vennero qui per iniziare una nuova vita. Le condizioni nei primi anni della colonia furono disastrose, con forti carenze di cibo che condizionarono di gran lunga la sua espansione. Non trovarono certamente qui quelle terre che venivano propagandate in patria. Alcuni morirono letteralmente di fame e le malattie infettive scoppiarono a più riprese. Ma alla fine ce l’hanno fatta, grazie anche ai detenuti deportati in massa dalla madre patria (Perth, a differenza di città come Sydney e Melbourne, non nasce come insediamento carcerario, ma come colonia di uomini liberi. I carcerati arriveranno però circa venti anni dopo la fondazione per risollevare le sorti di una colonia destinata altrimenti al fallimento) ed all’oro trovato in enormi quantità nell’entroterra. Nemmeno duecento anni per far nascere una metropoli in una terra che i primi bianchi etichettarono come secca ed inospitale.

Mentre camminavo verso il parco zoologico, ho cominciato a scoprire anche un altro aspetto della vera Australia, oltre all’appena menzionata aridità. L’ossessionante attacco delle mosche. In città ce ne sono poche, come pochi sono gli spazi aperti che non luccichino di un verde smagliante. Il Whiteman Park è invece vero bush e qui le mosche australiane sono a casa. Forse proprio per questo ti considerano un estraneo indesiderato e fanno di tutto per tormentarti. Ti gironzolano intorno di continuo, puntando a tutti gli orifizi del viso che riescono a trovare. Parlare diventa così un serio problema, perché la probabilità di mangiare una mosca è davvero alta.

Avanzavo muovendo ripetutamente le mani per scacciarle e non so se sembravo più un pazzo furioso o un gentleman che salutava tutti i passanti che incrociava. Una tale insistenza l’aveva incontrata solo con i tafani delle Ande meridionale, ma almeno lì avevo un bersaglio bello grosso su cui scagliare la mia ira e sentirmi meno frustrato. Qui non c’era modo di scaricare la frustrazione e nemmeno sospirare era consigliato perché c’era sempre il rischio di ingurgitare una mosca.

Tra il sole molto forte, il caldo opprimente, la vegetazione bruciata e il tormento delle mosche, ho avuto un lieve assaggio di cosa hanno dovuto sopportare i primi esploratori che si avventurarono nell’entroterra australiano. I loro volti, o almeno di alcuni di essi, li ho impressi nella memoria dopo aver letto un libro sull’esplorazione dell’Australia Occidentale. Le foto in bianco e nero che li ritraggono sono affascinanti. Lo sguardo profondo, la posizione impettita, il mento sollevato a mostrare decisione e convincimento. Folli ed eroi allo stesso tempo.

Spesso i membri di una spedizione sono disposti in un salotto, ritratti come fossero una formazione di calcio. I membri più importanti sono seduti su delle sedie, quelli meno importanti dietro di loro in piedi, le poche guide aborigene ai piedi dei primi, sedute quasi sempre a terra. Gli esploratori ne devono aver passate d’avventure e disagi. A me sono bastati venti minuti per voler sterminare tutte le mosche dalla faccia della terra e desiderare qualche nuvola a coprire il sole, anche solo per un effimero istante.

Per fortuna le mosche si sono fatte rare non appena sono giunto nei pressi del Cavershame Park, area annunciata da un verde prato inglese perfettamente rasato. Ma un verde ancora più acceso è esploso oltre l’entrata, una miriade di sfumature che hanno accompagnato me e gli altri visitatori lungo un percorso tra gabbie e recinti per animali. Al Cavershame sono accudite (il termine forse non è il più corretto, ma per questo tipo di strutture non è così certo il confine tra considerare gli animali felici ospiti oppure tristi prigionieri) molte specie di mammiferi australiani, svariati uccelli e qualche rettile endemico. Certamente il ruolo principale è attribuito agli animali simbolo dell’Australia, come i canguri e i koala, creature che è possibile accarezzare e nutrire. L’area che ospita i canguri rossi e quelli grigi è la più grande del parco, un vasto recinto nel quale è possibile avventurarsi e camminare tranquillamente in mezzo agli animali.

All’ora centrale della giornata, gli animali erano quasi tutti sdraiati a terra, all’ombra di qualche albero. Ma anche con una vitalità minima, poter vedere i canguri così da vicino, dopo anni passati a poterli solo immaginare, è stata un’esperienza ricca di fascino. Poi quando ho potuto osservare anche uno dei loro celebri balzi, ho sentito di essermi guadagnato l’intera giornata. Difficile dimenticare il loro buffo muso, rivolto all’insù quasi per ringraziarti, quando gli offri il pellet di fibre vegetali messo a disposizione dal parco.

Anche il koala è un bell’animale (forse più buffo che bello), ma è meno propenso dei canguri ad interagire con l’uomo. Un’interazione che manca completamente con il wombat, forse l’animale più interessante dell’intero parco. Purtroppo il massimo che è concesso con un wombat è farsi scattare una fotografia mentre un volontario del parco ne accudisce uno di dimensioni enormi. Una sorta di maiale con un folto pelo marrone, dal volto da orsacchiotto e la calma di un bradipo. Una delle guardie del parco ci assicura che in natura può muoversi a grande velocità, toccando punte di 40 chilometri orari. Vedendolo così sdraiato, praticamente immobile, non si direbbe proprio.

I quokka ed i wallaby sono di per sé molto timidi e non si fanno avvicinare, mentre tutti gli altri animali, tra cui spiccano degli annoiati diavoli della Tasmania, sono chiusi in gabbie in cui non è possibile accedere.

Al momento di uscire del parco, un manifesto giallo ha catturato la mia attenzione. “Vuoi diventare un volontario del parco? È semplice, basta chiederlo.” Mi sono voltato ad osservare alcuni canguri comodamente accasciati a terra, in attesa che le ore più calde del giorno scorressero. Ho pensato che sarebbe stato proprio bello passare con loro un po’ di tempo, avere l’occasione di conoscerli maggiormente. Chissà, mi sono detto, forse accetterò l’invito della direzione del parco. Con questa idea ho ripreso la via di casa, abbandonando il verde del parco per rigettarmi nella pura aridità australiana, ricca di mosche fastidiose e di un sole accecante. D’altronde questa  è l’Australia.

Pinnacle Desert

Stentavo a “sentirmi in viaggio”. Proprio così. Dopo quattro-cinque settimane di corso mi rendevo conto che, seppur potessi tranquillamente considerarmi felice, non “ero ancora in viaggio”.

“Sentirsi in viaggio” è una frase che uso per identificare uno stato d’estasi che mi coglie quando mi muovo ramingo per il mondo. È una sensazione di pace suprema che mi rende leggero, talmente leggero che la vita diventa un volo. E la visione di un uccello è per forza di cose privilegiata.

Purtroppo quella sensazione stentava a cogliermi, apparendo solo per qualche istante, giocando con me quasi a nascondino. Varie preoccupazioni accompagnavano il mio cammino australiano, incatenandomi a terra, appesantendomi il necessario per non farmi volare. Avrei dovuto mettere la parola “preoccupazioni” in maiuscolo, tanto per far capire che non sto parlando di preoccupazioni specifiche, ma di preoccupazioni generiche. C’era sempre un motivo per essere preoccupati: un obbligo, un impegno, una prova, una regola. Per conformarmi alle richieste esterne continuavo a dilatare il mio io fino a tenderlo come un elastico. O come direbbe Bilbo Baggins: “continuavo a sentirmi sottile, stiracchiato, quasi come il burro spalmato su troppo pane”.

A Perth non ero ancora in viaggio. C’erano un sacco d’impegni con cui dovermi confrontare, dalla scuola al Generale, passando per un rapporto con una lingua per me ostica. In più c’era il mio nemico di sempre, la routine. I giorni tendevano a susseguirsi gli uni uguali agli altri ed i fine settimana apparivano sempre troppo brevi per alleggerirmi.

Con questo non dico che stavo vivendo male, anzi. Ero vivo ed attivo, più che determinato a scoprire un mondo ancora sconosciuto. Ogni mattina mi svegliavo carico d’energie da consumare durante il giorno, sempre pronto ad affrontare un’eventuale nuova esperienza.

Ero felice ed energico, ma l’estasi è tutta un’altra cosa. Quelle sei settimane di corso cominciavano a starmi strette, come la casa dei Parnell. Volevo partire. Scalpitavo dalla voglia di iniziare il vero viaggio, di mettermi sulle spalle lo zaino e recidere tutti i legami inopportuni. Bramavo con tutto me stesso quella stupenda sensazione di libertà che solo il viaggio sa concedermi.

Spinto da questa voglia crescente, ho deciso di accettare l’invito d’alcuni compagni di scuola per aggregarmi ad un tour di un giorno diretto al Pinnacle Desert. In condizioni normali non mi sarei nemmeno lontanamente fatto attirare da una simile proposta, ma non ero in condizioni normali.

 

Camminando per le strade di Perth si possono ammirare migliaia di foto di quella che sembra essere una vera meraviglia naturale. Migliaia di spuntoni di pietra sgorgano da un terreno sabbioso che appare dorato ai caldi raggi del sole crepuscolare. Le ombre dei pinnacoli sono lunghe dita sottili che accarezzano gialle dune sabbiose ed una saltuaria vegetazione di un verde molto cupo. Essendo a soli duecentocinquanta chilometri da Perth, pochissimo per i parametri australiani, i tour proposti dalle mille agenzie turistiche non possono che essere tantissimi, con prezzi ed esperienze offerte di per sé poco variabili.

La parola tour organizzato non mi è mai piaciuta. Non ho mai amato che qualcuno pensi ad organizzare qualcosa per me, o meglio, non amo che ci sia un’organizzazione che mi obblighi a fare qualcosa che magari non ho voglia di fare. Amo farmi cogliere dalle voglie del momento, amo lasciarmi trasportare dall’esigenza immediata, un po’ come una foglia che balla sospinta dai capricci del vento. Vedere il mio cammino costretto all’interno di un percorso già tracciato mi infastidisce, anche solo come idea.

Però è successo che per svariati motivi, tra cui l’esigenza di una certa sicurezza, o quella di risparmiare, o la mancanza di tempo, mi sia affidato ad un tour. È successo spesso, ad onor del vero, ma a parte una volta, sono sempre stati tour di massimo una giornata. Oltre, il rischio che diventino insopportabili è troppo elevato. Eppure di quell’unico tour di più giorni ho un ricordo fantastico. Tre giorni passati a cavalcare gli altopiani andini della Bolivia con un 4x4, in compagnia di una guida silenziosa e competente e cinque indimenticabili compagni d’avventura. Tutto questo perché non è vero che il tour non è bello a prescindere, ma molto dipende da come è organizzato e portato a compimento. Se si avvicina al tuo modo di viaggiare, è in grado di compensare l’aspetto sempre negativo intrinseco alla sua natura, cioè quello di essere predeterminato. Purtroppo il mio modo di viaggiare è poco comune e quindi difficilmente un tour è pensato per la gente come me.

Ho avuto la riprova di questo quando ho preso in mano il volantino del tour che avevano scelto per me. Ben in evidenza, sotto il nome Pinnacle Desert scritto a caratteri cubitali, erano riportate altre tre-quattro attività da compiere, il tutto alla modica cifra di centotrenta dollari australiani. Al momento di salire sulla piccola corriera diretta a nord, mi sono sentito una pallina da flipper pronta ad essere lanciata e sballottata di qua e di là, il tutto con un ritmo frenetico che, sapevo già in quel momento, avrei faticato a sopportare.

La nostra guida era un tipo impaziente che si agitava non appena qualcosa s’allontanava dal percorso prestabilito (non era un australiano tipico). Bastava accumulare un po’ di ritardo per vederlo sbattere inquieto il piede a terra, percepire un cambio del tono della voce che si faceva sensibilmente più nervosa. Era il tipico occidentale assillato dell’ansia. Per mia fortuna c’era un paesaggio al di fuori dal finestrino così ricco di fascino da farmi dimenticare in fretta tutto e tutti.

Lasciato il Whiteman Park, dopo una veloce visita al Cavershame (fatta praticamente correndo), siamo entrati nella Swan Valley, un insieme di dolci colli coltivati unicamente a vigneto. Il terreno era scuro e l’aria profumava di campagna. In piccoli paesi come Guildford l’atmosfera era piacevolmente bucolica e le case che adornavano la strada, pur non differenziandosi moltissimo da quelle dei sobborghi di Perth, erano intervallate da più ampi spazi ed apparivano costruite in tempi più lontani, con un’immancabile veranda ad accogliere il visitatore. Sarà proprio il fatto che potevano finalmente respirare, non essendo più costruite le une appresso alle altre, che conferiva loro una riconquistata dignità.

Ma il verde in Australia Occidentale è un miraggio che può sfuggire via assai velocemente. È bastato scostarsi un attimo dal fiume per vederlo virare al più consono giallo, il giallo degli sterminati prati dove pascolavano le vacche e le pecore, campi ondulati che si spingevano lontano verso l’orizzonte, solo saltuariamente intervallati da aree abbandonate dove la vegetazione spontanea stava lentamente insidiandosi. La vastità del paesaggio era quasi alienante. Ti riduceva ad un insignificante puntino in mezzo al nulla, azzerando qualsiasi punto di riferimento. Gli stessi animali al pascolo erano solo scure capocchie di spillo disperse nel giallo imperante. Ed era così per chilometri e chilometri, una sequenza ipnotica che scorreva sempre uguale davanti agli occhi, addormentandoli.

Al risveglio il paesaggio non era ancora cambiato. Non lontano ad ovest apparivano delle bianche palle eoliche che vorticavano lentamente. Erano ancora piccine, vista la lontananza. Ci abbiamo messo un bel po’ a raggiungerle, vedendole ingigantire sempre più, fino ad assumere le loro reali dimensioni, che erano enormi. Disposte un po’ a caso su un crinale spoglio di vegetazione, sembravano la versione moderna dei mulini a vento contro cui si era scagliato Don Chisciotte. Sembravano quasi vivi, dei mostri alieni dotati di arti spropositati sventolati di continuo.

Non mi è parso un caso che il villaggio verso cui eravamo diretti si chiamasse Cervantes, una piccola cittadina di pescatori appoggiata sulle rive dell’oceano. Non le abbiamo concesso molto tempo, perché siamo piombati veloci su una bella spiaggia bianca con l’indicazione di godercela per non più di dieci minuti. Il tempo sembrava stringere e allora mi sono chiesto perché eravamo passati per il Cavershame Wild Park se poi dovevamo concedere così pochi minuti a quello che sembrava un luogo idilliaco.

Molto del suo fascino mi era conferito dagli strani colori che filtravano dagli occhiali da sole. Le lenti polarizzate si comportavano stranamente con la forte luce australiana, rendendo i colori quasi fosforescenti. L’acqua dell’oceano assumeva un colore innaturale, come quello che si otterrebbe passando con un evidenziatore giallo sopra il blu dell’acqua. Anche il cielo, normalmente di un colore azzurro molto vivido, si trasformava in tonalità di blu profondo che contrastavano divinamente con il colore brillante dell’oceano.

Sarei rimasto una giornata intera ad osservare quello che gli altri non potevano vedere, sentendomi un brillo in mezzo ad un gruppo di astemi, ma la nostra guida richiamò tutti all’interno della corriera prima ancora che i dieci minuti fossero trascorsi.

Ad aspettarci c’era il pranzo offerto dal tour, da consumare all’interno di un gran baraccone di lamiera appena fuori Cervantes, dove erano allestiti varie lunghe tavolate pronte per l’occasione. Sotto lo stesso tetto c’era anche una rivendita di bibite (dai prezzi esorbitanti) e souvenir, una trappola per turisti peraltro imbastita piuttosto male. Appena finito di mangiare, non sono rimasto molto all’interno del capannone perché sono stato assalito da una certa impazienza, un soffuso fastidio che mi ha preso lo sterno facendomi quasi mancare l’aria. All’aperto ho ricominciato a respirare leggero. Il cielo terso, la vegetazione che palpitava alle carezze del vento, la terra arida che rifletteva accecante i raggi del sole, questo mi ha fatto stare bene. La brulla area accanto al capannone, parcheggio di alcune silenziose corriere, mi ha fatto tornare in mente i tanti viaggi intrapresi in passato ed un naturale sorriso ha conquistato il mio volto. Disteso sopra un muretto, ho atteso che il resto della comitiva uscisse, chiassosa, dal capannone, con la guida alle loro spalle pronta ad incitarli, il metronomo dei tempi della giornata. Ho avuto chiara la sensazione di non c’entrare proprio nulla con loro, di essere un elemento completamente decontestualizzato. O forse lo erano loro.

Il Pinnacle Desert dista solo diciassette chilometri da Cervantes, distanza da percorrere lungo una tranquilla strada asfaltata circondato da un fitto bush alto meno di un metro. È qui che ad un tratto abbiamo scorto un emù correre via impaurito dal rombo fastidioso del motore. Mi sono alzato emozionato dal sedile, per seguire il più possibile la sua splendida corsa. Ho provato una gioia infinita nell’osservare il suo incedere ad altissima velocità, zigzagando tra i bassi arbusti che gli tagliavano la strada, saltellando di qua e di là, riprendendo velocità non appena le lunghe zampe toccavano di nuovo terra. La sua corsa è stata una sequenza che si è stampata indelebile nella mente, un apice perfetto.

Poco prima di arrivare al centro visitatori del Pinnacle Desert, posto in cima ad una dorsale di dune che corre parallela alla costa, lontana forse un paio di chilometri, abbiamo superato una serie di dune di sabbia talmente bianca da sembrare farina. La sabbia del deserto dei pinnacoli è invece diversa. È di un giallo carico, del tutto simile a quella della farina di mais per fare la polenta gialla. Il deserto era privo di vegetazione negli impluvi tra le dune, mentre secchi arbusti si abbarbicavano sulle creste, spezzando la visuale sui pinnacoli. Certamente un luogo infuocato in piena estate, ma in quel giorno ancora primaverile un vento piuttosto sostenuto rendeva l’aria più fresca e respirabile. Probabilmente il vento aveva anche qualche effetto positivo sulle mosche, che forse in una giornata immota sarebbero state milioni e non migliaia. Ma vi assicuro che un migliaio di mosche attaccate al corpo, e pronte a gironzolarti intorno al viso alla minima occasione, sono più che sufficienti ad infastidire chiunque. Quando le folate di vento si facevano più sostenute, si attaccavano al retro della maglietta, rimanendo ben riparate. Se ne stavano buone finché il vento non calava, poi erano subito pronte a lanciarsi all’assalto del naso, della bocca, degli occhi. Andavano pazze per il sebo lacrimale, che forse per loro doveva essere una sorta di cibo degli Dei.

Finché me ne sono rimasto con il gruppo, il numero di mosche addosso ad ognuno era tutto sommato accettabile, ma quando ho deciso di isolarmi, sono diventato l’unico bersaglio di un’intera legione di mosche. L’unica mia fortuna era che rimanendo solo avevo ritrovato anche quella serenità che in gruppo invece sentivo fuggire via.

L’unico interesse dei miei compagni d’avventura, tutti ragazzi ventenni, sembrava essere sempre e solo quello di scherzare, ridere, chiacchierare, fare confusione. Non importava dove erano, il loro comportamento era sempre lo stesso. Per quanto mi riguarda, se sono in un pub partecipo volentieri ad una gazzarra, ma se sono al cospetto di uno spettacolo naturale, lo contemplo.

Ero disteso all’interno di una tenda nell’oasi di San Pedro de Atacama quando Violeta, una cara amica cilena, mi disse che “l’arte è il cordone ombelicale che mi tiene legata alla terra”. Ho sempre amato questa metafora. Il mio cordone ombelicale è la bellezza da cui sono circondato. Un tramonto rosseggiante sul mare, un verde paesaggio montano, una stradina acciottolata di un borgo medioevale, un capolavoro artistico, uno strano deserto giallastro in cui sono infisse migliaia di lapidi di pietra. È contemplando questa bellezza che sento d’essere vivo, che sento rifluire dentro di me una vitalità troppo spesso perduta. E per apprezzare a fondo la bellezza ho bisogno di silenzio.

Così ho deciso di staccarmi dal gruppo e mi sono allontano verso un belvedere che intravedevo in cima ad una duna, una passerella di legna da cui si poteva godere di un’ampia visuale sul deserto, sulle bianche dune che prima avevamo attraversato e sull’azzurro oceano che s’impadroniva dell’orizzonte. La visione era da mozzare il fiato.

Volendo rimanere solo con il deserto, mi sono spinto ancora più in là, lontano dalla massa di gente che popolava le aree di più facile accesso del parco. Come sempre, la natura del turista è quella di concentrarsi in determinate zone, lasciando al viaggiatore la possibilità di scoprire cosa c’è al di là della curva. È così che, dopo l’ennesima barriera d’arbusti, ci siamo ritrovati solo in due, io ed un altro ragazzo di un’analoga comitiva. Ma eravamo lontani e percorrevamo due strade diverse, ognuno immerso nel suo personalissimo mondo. Non avevo molto tempo a disposizione, perché la guida ci aveva concesso poco più di cinquanta minuti per rispettare i ritmi frenetici imposti dal tour, ma la bellezza che mi circondava era talmente intensa che riuscivo ad assaporare ogni singolo secondo del mio vagare. Ho scattato migliaia di foto, una per ogni emozione, e poi mi sono seduto a terra, sulla sabbia calda, ad ammirare in silenzio questo “strano scherzo” della natura. La schiena appoggiata ad un pinnacolo, il corpo parzialmente in ombra, ho assaporato la vera essenza di quel luogo magico, come non mi capitava di fare da molto tempo. Mi sono sentito davvero in viaggio.

Mi sono alzato da quel comodo giaciglio con vero dispiacere, solo perché l’ora di tornare alla corriera era giunta. O almeno così pensavo. In realtà l’ora dell’incontro era ormai passata da svariati minuti. Me ne sono reso conto quando, in prossimità dell’ingresso del parco, ho visto venirmi incontro la guida. Il suo sguardo era severo e le parole gli uscivano dalla bocca indispettite e rudi. L’appuntamento era alle due e cinque, e non alle due e mezza come avevo inteso. Erano oltre venticinque minuti che mi attendevano, un tempo sufficiente a far andare fuori di matto il nostro irrequieto australiano. Gli ultimi cento metri li abbiamo fatti correndo, saltando giù dalla duna come l’emù visto poco prima. Non appena ho messo piede in corriera, è partito uno scroscio d’applausi che per un istante mi ha fatto vergognare. Ma non appena seduto, sono stato colto da una rabbia che avrei volentieri scagliato contro la guida, se non avessi avuto prima seri problemi di lingua da risolvere. Ma com’è possibile organizzare un tour in un posto talmente bello, fare duecentocinquanta chilometri per arrivarci, e concedergli poco meno di mezz’ora? Bisogna essere stupidi come delle salamandre. Tutto ad un tratto mi sono sentito orgoglioso e fortunato per essere riuscito a ritagliarmi almeno un’ora da dedicare al Pinnacle Desert, alla faccia dell’ottusità di chi organizza simili stupidi tour.

La rabbia ad ogni modo mi è sbollita in fretta, perché l’Australia era pronta a carpire la mia attenzione appena al di là del finestrino. Per buona parte abbiamo ripercorso a ritroso il tragitto fatto all’andata, ma più o meno a metà strada abbiamo imboccato uno sterrato rutilante che si gettava in seno a gialli colli ammantati di pascoli. Sembrava di viaggiare in centro Italia, nelle colline umbro-toscane, ma era un’Italia che qualcuno aveva volutamente dilatato, tirando i lembi della terra in ogni direzione, così da stiracchiare le colline, allungandole.

Giunti nei pressi di Lancelin abbiamo ritrovato l’asfalto e qualche traccia di civiltà. Il paese è una famosa località balneare estiva, ma anche in quel giorno primaverile era in grado di attirare alcuni turisti solitari e più di qualche appassionato di skysurf. Piccoli paracaduti si agitavano in mare, sferzati dal vento, mentre la spiaggia bianca era per lo più deserta. Il nostro passaggio a Lancelin era però indirizzato ad una serie di dune sabbiose alle spalle dell’abitato, dove era possibile praticare il sandboarding. Era giunto così il momento di aggregarsi alla chiassosa vitalità dei miei giovani compagni di viaggio, per assaporare l’effimero piacere della velocità che si raggiunge con una tavola da surf sotto il sedere lanciato giù per una duna di sabbia finissima. Un divertente e spensierato modo per chiudere una bella giornata di viaggio alla scoperta del Western Australia, a dispetto di tutto.