L'ultima frontiera

Dal 16 ottobre 2008 al 10 febbraio 2009

di Carlo Camarotto

Kalbarri National Park 1
Kalbarri National Park 2
Kalbarri National Park 3
Kalbarri National Park 4
Tramonto a Kalbarri
Shotover
Incontri ravvicinati
Tramonto a Overlander Roadhouse

Tappa numero 2, Dal 3 all'11 dicembre 2008

New Holland
WA_2

Kalbarri

E il momento del viaggio era finalmente giunto. Sei settimane erano passate abbastanza velocemente, anche se non troppo.

Al momento di lasciare casa Parnell, però, c’era un po’ di tristezza. Era sicuramente un luogo di transito più che una vera e propria casa, dove giovani di tutto il mondo condividevano un’esperienza di vita in comune per solo una manciata di settimane. Ma seppur il tempo fosse breve, qualche filo d’affetto s’intrecciava tra loro e con i due padroni di casa (nel mio caso, più con Lester che con l’arcigna Evelyn).

Al momento di salutare Timewell Place n° 1, al suo interno erano ospitati il già nominato Markus, che vedeva andar via con me l’unica persona di pari età, ed Annie e Fouk, due diciassettenni rispettivamente di Honk Kong e Hồ Chí Minh (Saigon). Ma prima di loro avevo convissuto con Edgar il colombiano, due ragazzine giapponesi timide e riservate e Vicky, di Taiwan (il cui vero nome non era Vicky, ma un qualche suono simile ad uno starnuto. I taiwanesi tendono a scegliere un nome occidentale per facilitare le relazioni con gli stranieri).

Ad ogni modo mi dispiaceva salutarli, sapendo che sarebbe stato assai difficile rivederli ancora. Ce ne eravamo fatte di risate insieme, soprattutto quando Evelyn decideva di passare la serata da amici e lasciava a noi la cura della grande casa. Ci sentivamo tutti più liberi ed anche il solitario Fouk  usciva dalla camera e si univa al gruppo in salotto, dove chiacchieravamo e ridevamo fino a poco prima del rientro del Generale. Belle serate, ricche d’atmosfera.

Ma era giunto il momento di andarsene, lo sentivo ormai da giorni. È per questo che tra la chiusura delle lezioni e la partenza della corriera verso nord non ho lasciato scorrere che un paio di giorni, giusto il tempo per salutare davvero tutti. Ero pronto ad affrontare il viaggio, quel periodo in cui ogni giorno è diverso dal precedente, in cui è il tuo stesso incedere a caricarti d’energie, come fossi una dinamo da attaccare alla ruota della vita. Lo spostarsi da un luogo ad un’altro, da una meta alla successiva, rende speciale il mio tempo.

Chatwin teorizzò che la smania di muoversi fosse in qualche modo legata alle origini nomadi dell’uomo. Fu per cercare una conferma alla sua idea che visitò l’Australia, viaggio dal quale è nato lo splendido “Le vie dei canti”. Io mi accontento di constatare che appena la corriera ha iniziato a muoversi, ho sentito d’essere più leggero. Il movimento è parte integrante del mio viaggio, è il percorso necessario per assaporare la bellezza nascosta nei vari angoli del mondo (e con essa riscoprire se stessi e ritrovare un bellissimo e momentaneo equilibrio).

Sulla corriera della Greyhound diretta a nord la metà dei posti era libera: pochi viaggiatori, stranieri e australiani in uguale misura, e per il resto normali passeggeri pronti a visitare parenti e amici lontani. L’Australia occidentale differisce dal lato orientale del paese per svariati punti di vista, non ultimo la quantità di turisti che ne percorrono le strade. Le corriere che viaggiano ad est sono quasi sempre al completo, piene di backpackers poco più che ventenni alla prima esperienza di viaggio. Ad occidente invece i viaggiatori con zaino in spalla si contano sulle dita delle mani. Sarà anche perché viaggiare da Perth verso nord non è poi così semplice.

A parte muoversi con un mezzo proprio, la soluzione migliore se non si ha timore delle migliaia di chilometri di paesaggi sempre uguali da affrontare alla guida, o aggregarsi ad uno dei tour di più giorni proposti da compagnie come Easyrider e WesternXposure, l’unica soluzione offerta al viaggiatore è quella di affidarsi alla Greyhound (le corriere della Transwa, la compagnia statale, in direzione nord non vanno oltre Kalbarri sulla costa e Meekatharra nell’interno).

La Greyhound ha una corriera che giornalmente parte da Perth verso Broome e Darwin (ed una che percorre il verso opposto) lungo la North West Coastal Highway, una grande strada costiera che ha il difetto di non toccare nessuna delle maggiori località turistiche della zona. Per giungere in paesi come Kalbarri, Denham, Coral Bay ed Exmouth bisogna scendere alla roadhouse di turno e salire su piccoli shuttle privati che non sono affatto giornalieri. Un viaggio verso nord con la Greyhound diventa così un intricato rompicapo organizzativo. Se non si pianifica tutto per bene c’è il rischio di rimanere inchiodati per giorni in un luogo sperduto in attesa della corriera successiva. Ma se si vuole viaggiare con mezzi pubblici, è veramente l’unica alternativa.

Alternativa che ad ogni modo trovavo perfetta. Avevo molto tempo a disposizione, così tanto da poter vivere le giornate senza alcuna preoccupazione e lasciarmi trasportare dalle voglie del momento. Questi disagi li giudicavo perfino attraenti. Conferivano al viaggio un’impronta epica, come fosse un viaggio verso una pura zona di frontiera, isolata, misteriosa. Non amo particolarmente i luoghi di facile accesso perché sono affollati, soprattutto di persone con le quali non ho nulla da condividere. Nei posti difficili da raggiungere invece s’incontrano pochi viandanti, spesso lì con i tuoi stessi desideri e mossi dalla tua stessa molla. Non potevo chiedere di meglio.

Avevo quindi comprato un biglietto della Greyhound fino a Broome, con la possibilità di scendere e salire dalla corriera dove e quando volevo, con un limite di sei mesi per raggiungere la destinazione. Era sufficiente contattare la compagnia un giorno prima della partenza per avvertire che si voleva usufruire del passaggio. Posti ce n’erano sempre a volontà.

All’interno della corriera, quella mattina, si viveva una calma e pacifica atmosfera, in cui ognuno pensava a sfruttare il tempo a modo suo, leggendo, dormendo, ascoltando musica o ammirando anche solo il paesaggio. Fino a Geraldton, quindi quasi dopo otto ore di viaggio, il paesaggio era identico a quello già descritto per raggiungere il Pinnacle Desert, con variazioni solo tra la terra sfruttata dall’uomo e quella lasciata incolta. Solo dopo Geraldton la morfologia ha cambiato aspetto. La terra si è corrugata lievemente, spingendo verso l’alto piccole colline su cui la vegetazione xerofila si abbarbicava a stento. Ma sono state poco più di una mera illusione. In breve al loro posto c’era nuovamente una terra piatta ed immensa.

Binnu è una roadhouse sperduta in questa immensità dedita alla pastorizia, un edificio di lamiera a lato della strada, nulla di più. Mettendo piede a terra, l’ho trovata secca e polverosa. Un vento leggero e caldo soffiava da sud, trasportando con se gli aromi dei pascoli che circondavano la roadhouse da ogni lato, perdendosi all’orizzonte. Ad aspettarmi, all’ombra di uno sgangherato pergolato di lamiera, c’era lo shuttle che mi avrebbe condotto a Kalbarri. Lo guidava una sorridente australiana dai lunghi capelli biondi raccolti a coda di cavallo. Era una donna dal viso delicato e i modi spicci.

Ci siamo ritrovati solo in quattro a percorrere gli ultimi ottanta chilometri per raggiungere Kalbarri, lungo l’unica strada che collega il paese alla North West Coastal Highway, un filo d’asfalto grigio che corre per lo più all’interno del Kalbarri National Park, uno dei parchi nazionali più belli dell’Australia occidentale. Sarà stata la leggerezza appena conquistata, o forse l’ingresso in un mondo che sentivo più mio, ma ho visto il mio sguardo approfondirsi nel paesaggio, abbracciandolo. Ho cominciato a deliziarmi con i colori del bush, dal rosa acceso di un piccolo arbusto che formava cuscinetti di fiori ai piedi della vegetazione più alta, al giallo dell’infiorescenza delle banksie, cilindri alti 15-20 centimetri che spuntavano numerosi dalle fronde rigogliose di questi piccoli alberelli. I colori mi esplodevano davanti agli occhi, galleggiando nell’uniforme verde-grigio del bush australiano, attirando lo sguardo che scorreva veloce dallo shuttle. Ad un tratto un piccolo canguro ci ha attraversato la strada, rischiando d’essere abbattuto dalla nostra rapida corsa. Poco più avanti, una carcassa di canguro era immobile a lato della strada, accasciata in una posizione innaturale. Ed intanto io scorrevo, non più indifferente.

Quando siamo giunti a Kalbarri il sole aveva appena iniziato la sua discesa verso l’orizzonte. Ho avuto il tempo di prendere possesso di un letto all’ostello e di sistemarmi in riva al Murchinson River, aspettando il tramonto. Kalbarri è un insieme sparuto di case che cresce tra la riva meridionale del fiume e l’oceano. Nel triangolo di terra disegnato dalle acque, Kalbarri ha gettato le sue basi di località turistica balneare tra le più rinomate dell’Australia occidentale. La riva sinistra del Murchinson River è delineata da una spiaggia non troppo larga e da verdi prati inglesi. La riva destra, invece, è composta da dune sabbiose su cui si è insediata una vegetazione rada, formata da piccoli arbusti e piante a cuscinetto. Il contrasto è totale, enfatizzato dalla mancanza totale di strade che uniscano i due lati del fiume.

In lontananza, verso ovest, notavo la foce del fiume, evidenziata dall’infrangersi regolare delle onde dell’oceano su una barriera di scogli semisommersi. Centinaia di parrocchetti dalla testa rosa e del corpo grigio razzolavano lungo il prato in cerca di non so cosa. Il loro incedere era proprio simpatico, soprattutto quando rialzavano il capo e cominciavano a ciondolare avanti ed indietro con il vento che alzava e sventolava la loro cresta rosea. Alcuni, talvolta, davano di matto, muovendosi come giocattoli a molla completamente fuori controllo: cominciavano a dimenarsi freneticamente a terra ed emettevano grida allarmate. Sceso il sole, hanno abbandonato il suolo per ripararsi sulle fronde degli alberi ai bordi della strada, dove hanno iniziato a fare un chiasso terribile, un coro d’assordanti cinguettii. Sembravano rumorose comari al mercato.

Ma anche con la confusione inscenata dai parrocchetti, la sensazione che Kalbarri donava era di pace assoluta. Seduto su una panchina lungo il Melaleuca Track, un tracciato pedonale che corre parallelo alla costa dell’oceano, sono rimasto ad osservare il paese illuminarsi di sporadiche luci, unica difesa all’oscurità che incombeva dal bush circostante. Da lassù, nella parte più alta del paese, si notava la forma a mezzaluna dell’ultima ansa del fiume. La sponda opposta alla città scompariva nella notte, un’ombra nera tra il luccichio delle acque che riflettevano lo spicchio di luna in cielo. Passavano davvero poche macchine sulla strada e l’unico suono che si udiva era quello della risacca dell’oceano, un suono eterno. Mi piace definirlo così perché quel suono accompagna la terra da milioni di anni, e lo farà per ancora altri milioni di anni. Rispetto a quel suono tutto è effimero. È forse per questo che ascoltando la risacca, il tempo sembra fermarsi e la realtà dilatarsi per poi scomparire. Nel suono della risacca è facile perdersi, facile perdersi con il sorriso sulle labbra.

Melaleuca Track

Le dune sabbiose si susseguivano le une appresso alle altre, dalla costa verso l’interno, appiattendosi. Erano coperte da una vegetazione bassa nei displuvi, composta da cespugli pungenti ed erbe taglienti, e da arbusti più alti di Melaleuca negli impluvi, dalle fitte chiome scure forgiate dal vento. La sabbia bianca cedeva il passo, più ci si allontanava dall’oceano, ad un terreno rossastro e polveroso, ricoperto della consueta compatta vegetazione grigio-verde del bush. Verso est, le poche strade che la tagliavano puntando verso l’interno sembravano lunghe ferite sanguinanti.

Paralleli alla costa, invece, due nastri grigi erano stesi ai piedi dell’ultima duna. Il primo, più largo e d’asfalto, era la Grey Road, la strada che da Kalbarri, in direzione sud, conduceva fino a Northampton, un piccolo paesino rurale a circa cinquanta chilometri da Geraldton. Il secondo, più stretto, era un percorso pedonale in cemento che dal centro di Kalbarri, in circa quattro chilometri, conduceva alla base di un rutilante promontorio roccioso chiamato Red Bluff: il Melaleuca Track.

Quel lungo percorso di cemento, che saliva e scendeva dalle dune, zigzagando tra la bassa vegetazione costiera, è uno dei luoghi di Kalbarri al quale mi sono sentito maggiormente legato. Avendo deciso di contare sulle mie gambe per esplorare i dintorni del paese, alla ricerca di quell’estasi che inseguivo fin dalla partenza dall’Italia, il Melaleuca Track era diventata la principale meta a cui puntare: l’estate che avanzava, alzando le temperature nell’interno fino a valori insostenibili, concedeva alle mie necessità solo la zona costiera, costantemente rinfrescata dal vento e dall’oceano.

Lungo il percorso si alternavano varie panchine di legno scuro poste in posizione strategica, come quella dove solevo sedermi al crepuscolo per abbracciare con lo sguardo il piccolo paese che andava illuminandosi di flebili luci elettriche. Dal percorso pedonale si poteva facilmente accedere alle spiagge in riva all’oceano, che offrivano poche possibilità di fare il bagno, vista la temibile irrequietezza delle acque, ma che promettevano allettanti passeggiate e la visione di splendidi orizzonti e tramonti. Non ultimo, laggiù a sud si stagliava la bellissima sagoma del Red Bluff, che preannunciava la magia delle rosse falesie calcaree del Kalbarri National Park.

La sagoma del Red Bluff è talmente caratteristica che era considerata un facile punto di riferimento per i navigatori olandesi del XVII secolo (Roode Houk in neerlandese). Era riportata quindi in evidenza in tutte le prime mappe della costa dell’Australia Occidentale. Forse per questo motivo, la foce di un torrente posto nelle sue vicinanze è stata teatro di uno degli avvenimenti più importanti della storia europea d’Australia.

Ne avevo sentito parlare leggendo “Un Paese bruciato dal sole” di Bill Bryson, ma sull’alveo arido del Wittecarra Creek ci sono arrivato per puro caso, con una camminata spensierata lungo il Melaleuca Track. Per fortuna non ero così spensierato da lasciarmi sfuggire un cartello che indicava la direzione per raggiungere un sito “d’importanza storica”. Ho abbandonato la pista di cemento per seguire un sentiero di terra battuta che, dopo qualche centinaio di metri, mi ha fatto approdare nei pressi di un cartellone plastificato appoggiato su quattro sostegni di metallo. Regnava il silenzio. Solo l’ombra di qualche alberello e il soffio del vento tra le fronde della vegetazione. “Questo è il sito di grande importanza storica?”, mi sono chiesto con un po’ di sarcasmo. Ma poi il sarcasmo me lo sono dovuto rimangiare, non appena ho iniziato a leggere il cartellone espositivo che avevo davanti agli occhi. Perché il Wittecarra Creek ha da raccontare veramente una storia sorprendente ed ammaliante, di quelle che piacciano a me, per intendersi.

Il mattino del 4 giugno del 1629 la nave olandese Batavia (che portava quindi il vecchio nome di Giacarta) naufragò contro un reef nei pressi delle Abrholos Islands, circa cento chilometri a sud di Kalbarri. Dal naufragio si salvarono oltre duecento persone, tra uomini, donne e bambini, che trovarono rifugio in una piccola isola calcarea che verrà in seguito chiamata “Batavia’s Graveyard” (l’attuale Beacon Island). Il comandante della nave, Francisco Palsaert, sopravvisse al naufragio e comprese immediatamente che, data la mancanza di acqua potabile sull’isola, un destino assai crudele avrebbe atteso il suo equipaggio se non fosse arrivato presto qualcuno a soccorrerli. Capitano d’indubbio coraggio, decise di salpare dall’isola su una scialuppa con altri quarantaquattro uomini per raggiungere l’isola di Giava in cerca di aiuto. Un’azione a dir poco azzardata, con pochissime probabilità di riuscita, ma anche l’unica possibile per non morire lentamente di sete e fame lì sull’isola.

Ma in tutti i piani, anche in quelli più semplici (figuratevi in quelli più disperati), c’è sempre qualcosa che può andare storto, ci può sempre essere un lancio sbagliato dei dadi della fortuna. In questo caso il lancio sbagliato porta il nome di Jeronimus Cornelisz, un disperato individuo che Francisco Palsaert aveva malauguratamente deciso di lasciare sull’isola. Salpato il comandante, Cornelisz guidò da lì a breve un ammutinamento per prenderne il controllo. Lui ed i suoi accoliti furono spietati e brutali, uccidendo oltre cento persone tra uomini, donne e bambini, cioè tutti coloro che si opposero all’ammutinamento o che erano anche solo inutili alla loro perfida causa. Fu un vero massacro.

Non tutti però furono uccisi, difatti un piccolo drappello di soldati, comandati da un certo Wiebbe Hayes, sfuggì agli uomini di Cornelisz e si ritirò in un angolo dell’isola, dove resisté tenacemente per oltre tre mesi.

Il 17 settembre, quando stavano ormai cedendo alla superiorità numerica del nemico, Hayes ed i suoi uomini videro apparire all’orizzonte le vele del Sardam, la nave che Francisco Palsaert aveva requisito a Batavia, dove era giunto un mese prima sano e salvo. Stava tornando per soccorrere i suoi uomini, come aveva promesso. Gli ammutinati, chiusi a questo punto tra due fuochi, furono presto sconfitti, disarmati ed arrestati.

La punizione a cui andarono incontro fu terribile, secondo la legge olandese del tempo. Molti furono impiccati direttamente sull’isola, altri vennero torturati prima di essere uccisi, altri vennero condotti a Batavia per essere meglio giudicati, e poi lì incarcerati o impiccati a loro volta. Solo per due di loro si decise una punizione differente. Per Wouter Loos e Jan Pelgrom, forse perché Palsaert fu impietosito dalla loro giovanissima età, fu deciso di farli sbarcare sulla terraferma, dando loro una minima possibilità di sopravvivenza. Il 16 novembre del 1629, Palsaert scelse di far sbarcare i due giovani proprio in corrispondenza della foce del Wittecarra Creek. Wouter Loos e Jan Pelgrom furono i primi due abitanti europei dell’intero continente australiano.

Per quanto tempo, in realtà, non ci è dato sapere. Vista l’aridità della zona, le probabilità che siano sopravvissuti anche per pochi giorni sono abbastanza remote. Ma non è nemmeno da escludere che siano stati salvati da qualche popolazione aborigena della zona. Alcuni studi scientifici, la cui attendibilità è tutta da verificare, sembrano aver rilevato alcuni caratteri genetici tipicamente europei negli aborigeni della regione, fatto che testimonierebbe la sopravvivenza dei due giovani.

Ma a dispetto di quella che sia la verità, che difficilmente scoprirò, ho provato un sottile piacere nell’osservare l’ambiente arido ed ostico che mi circondava cercando di immaginare la loro sorte, le loro sofferenze, le loro speranze. Per quanto i due si fossero macchiati di un crimine orribile, ho provato per loro una certa simpatia ed in cuor mio ho sperato che siano riusciti a sopravvivere.

Per quel giorno avevo vagato a sufficienza e stavo per essere sorpreso dall’imbrunire, ho deciso quindi di salutare i due sventurati marinai e tornare verso Kalbarri, aspettando il giorno successivo per affrontare l’area a sud del Red Bluff.

Per farlo avevo bisogno di una bicicletta, che noleggiai, unitamente all’obbligatorio caschetto, direttamente all’ostello. Dalla base del Red Bluff in direzione sud si entra nel Kalbarri National Park, o meglio si rientra, visto che il parco circonda in modo completo il paese. Per capirci, Kalbarri è una sorta di piccola enclave di terreno edificabile abbracciata dal territorio del Parco, cosa che la rende ancora più affascinante di quello che non sia già.

Il Kalbarri National Park sorge su un vasto plateau calcareo dove trova dimora un bush particolarmente fitto di arbusti alti al massimo come un uomo, abbellito da fiori splendidamente colorati che luccicano come gemme d’inestimabile valore tra la verde vegetazione. Nell’interno, il tortuoso incedere del Murchinson River sul pianoro calcareo ha creato uno scenario di immaginifico splendore, un rude susseguirsi di strette gole che incidono in profondità la roccia di un rosso profondo, dando vita ad un incantevole mondo ripariale un centinaio di metri più in basso. Affacciate sull’oceano, invece, le stesse rocce rosse precipitano in acqua con un’imponente parete di frastagliate falesie che mozzano il fiato per la loro bellezza. Erano proprio quest’ultime che volevo ammirare.

Anche se quel giorno il vento mi spirava giusto in faccia, provenendo da sud, lungo il Melaleuca Track c’erano numerosi avvallamenti che mi difendevano dalle avverse folate d’aria, permettendomi di pedalare rilassato e quasi senza sforzo. Il cielo si era affrancato d’alcune plumbee nubi mattutine ed il sole era libero di picchiarmi il cranio con quella intensità tipicamente australiana in grado di sopraffarti se non si prendono le adeguate misure difensive (il solo spalmarmi di crema solare mi portava via una trentina di minuti ogni mattina).

Giunto alla base del Red Bluff, il nastro di cemento termina e la strada s’impenna per salire sul pianoro calcareo del Kalbarri National Park, che solo a qualche centinaio di metri dalla strada precipita vertiginosamente nell’Oceano Indiano. Non più protetto dalla vegetazione e dalla conformazione ondulata delle dune, ho dovuto sudare le proverbiali sette camicie per giungere fino in cima, lottando contro la discreta pendenza ed un vento contrario davvero insistente. Quando la strada si è di colpa raddrizzata, ed il cuore ha smesso di tamburellarmi nel petto, mi sono reso conto che ero approdato in un ambiente che poco aveva a che fare con l’area protetta che mi pregustavo di ammirare. Se il Kalbarri National Park iniziava subito al termine della salita sul lato destro della strada, offrendo quindi alla vista una compatta distesa di arbusti di piccola taglia, il lato sinistro era ancora area edificabile, per almeno un altro paio di chilometri. Qui gli australiani stavano costruendo un nuovo complesso residenziale, dal nome che rievocava qualcosa d’ecologico e naturalista: Eco-Flora Estate. Per il momento, però, la vegetazione naturale era stata completamente cancellata, come se qualcuno ci fosse passato sopra con un cancellino, ed al suo posto era stata disegnata una superficie arida e desolante, un continuo di polvere che turbinava nell’aria ed un calore innaturale che ti attanagliava il respiro.

In questo nulla sorgevano numerose nuove villette, alcune di foggia davvero splendida. I lavori edili proseguivano imperterriti anche sotto il sole cocente, con muratori in canottiera che entravano ed uscivano dalle villette come formiche dal formicaio e piccole gru che svettavano sopra i tetti e ruotavano incessanti nella tremolante calura di quella giornata estiva. Spesso le strade erano già asfaltate in mezzo al nulla, un grigio reticolato di vie in attesa delle case che verranno. Probabilmente tra qualche anno EcoFlora sarà una piccola isola verde in mezzo all’aridità della costa, un rinomato luogo di villeggiatura per le famiglie agiate di Perth. Ma in quel momento l’unica sensazione che trasmetteva era di profonda desolazione.

Lungo l’area del parco, che più avanti andava ad inglobare totalmente la strada, s’intervallavano sulla costa vari punti panoramici, che offrivano splendide vedute dell’oceano e delle falesie calcaree. Da alcuni di questi belvedere era possibile intraprendere camminate più o meno lunghe, utilizzando sentieri ben tracciati che seguivano l’irregolare conformazione della parte terminale del pianoro. C’era solo l’imbarazzo della scelta su quale punto panoramico andare a vedere, anche se la bicicletta mi imponeva di non allontanarmi troppo da Kalbarri. Oltre al Red Bluff lookout, che meritava di suo visto che erano due giorni che quel promontorio lo avevo fisso negli occhi, ho scelto in base al nome, ignorando le indicazioni per Pot Alley, Rainbow Valley e Mushroom Rock e puntando ad Eagle Gorge.

Dalla sommità del Red Bluff mi sono goduto uno sguardo d’insieme della foce del Murchinson River e della piccola Kalbarri, che da lassù appariva come un puntino chiaro in mezzo ad una natura quasi incontaminata. La costa verso nord piegava ad ovest e scompariva nella foschia all’orizzonte, apparendo brulla ed arida, immensa e misteriosa. Verso sud le falesie rosse precipitavano in mare con una parete non verticale, ma fortemente inclinata a gradoni. Il mare era di un blu profondo, chiazzato di bianco dalla spuma delle onde che s’increspavano sulla sua superficie, rincorrendosi. Il vento spirava con una forza inaudita e c’era da essere letteralmente trascinato via dalle folate. Era praticamente impossibile ammirare il panorama verso sud, se non da qualche recesso protetto che però non permetteva allo sguardo di vagare senza condizionamenti. Ho sperato di essere più fortunato con il secondo punto panoramico.

Eagle Gorge dista circa quattro chilometri dalla Grey Road, lungo una strada asfaltata che corre in discesa immergendosi nella tipica vegetazione della piana calcarea, fatta di bassi arbusti adattati alla siccità e al vento. Il belvedere era effettivamente più riparato e mi ha permesso di ammirare una veduta stupenda delle falesie. Un sentiero partiva dal punto panoramico e scendeva lungo il versante di una gola per raggiungere una piccola spiaggia appartata. Non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di scendere fino al livello del mare. Ho trovata la spiaggia dopo nemmeno due minuti di cammino, incastonata tra due alte pareti di roccia rossa, con alle spalle la vegetazione della gola che si spingeva fin quasi in riva all’oceano, dall’altra le onde che eternamente sciabordavano sul bagnasciuga. A farmi compagnia, lì disteso inerme sulla sabbia, c’era la carcassa quasi integra di un uccello marino di grosse dimensioni, poi solo il canto delle onde ed il sole accecante. Nemmeno il vento era ammesso a questo piccolo conciliabolo, vista la posizione riparata della spiaggia. Ero solo.

Un po’ stanco di essere sottoposto alla calda insistenza dei raggi solari, ho scelto un piccolo anfratto tra le rocce per ricercare un po’ d’ombra, e qui sono rimasto a scrivere ed a farmi incantare dal fascino di quell’ambiente nascosto. Ho ritrovato con lui una pace assoluta, che mi ha pervaso il corpo e l’animo. Dopo poco ho spostato lievemente lo zaino e ci ho poggiato sopra la testa, concedendomi un sonno rigenerante, cullato dalla voce del mare.

Il suono della risacca è stato talmente ipnotico che quando ho riaperto gli occhi, dopo un tempo che mi è apparso indefinito, mi sono sorpreso di ritrovarmi lì da solo, isolato, sperduto. Ho osservato la spiaggia, le falesie, la gola, come fosse la prima volta. Ho dovuto aspettare qualche secondo prima di ricordare, secondi che sono apparsi secoli. Mi sono rialzato lievemente anchilosato, ho raccolto lo zaino ed ho lasciato quel luogo che per qualche attimo mi aveva ospitato. Ho avuto la netta impressione di non essere stato io possederlo, ma lui a possedere me.

Il sole era ancora abbastanza alto nel cielo, per cui quando mi sono riappropriato della vetta del pianoro, con la mente tornata finalmente lucida, ho deciso che non era ancora giunta l’ora di tornare verso Kalbarri. Mi sono incamminato per una breve escursione lungo un sentiero che scorreva sull’orlo delle falesie, senza una vera meta ma solo con il piacere di farsi accarezzare il viso dal vento e scottare la pelle dal sole.

Quando sono tornato sui miei passi per prendere la bicicletta, ho dovuto constatare che non tutto quel giorno voleva andare per il verso giusto: la ruota posteriore era bucata, colpa di un seme spinoso che se ne stava ancora infisso nel copertone. D’improvviso, invece di una rilassante pedalata in discesa, dovevo affrontare quindici chilometri a piedi sotto un sole che non aveva ancora perso nulla della sua tenacia. Il dispiacere è comunque durato poco, una solitaria nuvoletta scura in un cielo terso. Anche questo faceva parte del viaggio e come tale era ben accetto.

Poi mi è bastato scendere dal plateau per ritrovare il Melaleuca Track, con il quale mi sentivo ormai in estrema confidenza. Una confidenza che è andata approfondendosi nei giorni successivi, con camminate crepuscolari che andavano a concludersi nella notte più profonda. La luna quasi piena stendeva un manto argenteo sul paesaggio e la pista di cemento risaltava chiara tra la vegetazione. In queste scorribande notturne mi facevo accompagnare dalla voce acida di Peter Garret e dal sound australiano dei suoi Midnight Oil, camminando imperterrito in avanti, perso in me stesso e nella natura che mi ammantava. Kalbarri non sapeva offrire tanto altro oltre a questo, non era certamente un posto dove far baldoria. Ma dolci atmosfere avvolgenti ne offriva veramente tante.

Kalbarri National Park

L’Australia occidentale non è il luogo ideale per un viaggiatore solitario appiedato. Da un lato il servizio di trasporto pubblico non offre una copertura del territorio adeguata, dall’altro l’Australia è talmente vasta e bollente da scoraggiare molti tentativi d’esplorazione a piedi o in bicicletta.

Conoscevo il problema ed ero pronto ad affrontarlo semplicemente accettandolo. D’altronde sono convinto che prima di “cosa” si vede, è importante “come” lo si vede. Parlando per assurdo, è possibilissimo vivere la più bella esperienza di viaggio anche nel posto più infame di questa terra. Detto questo, era ovvio che volevo trarre il meglio dalle possibilità che mi venivano mano a mano concesse, adeguandomi di volta in volta alle situazioni contingenti.

Ero partito da Perth con l’idea di visitare la parte interna del Kalbarri National Park in bicicletta. Poi, giunto a Kalbarri, ho saputo che i chilometri da percorrere erano circa ottanta, che la strada era uno sterrato in pessime condizioni e che le temperature giornaliere si aggiravano intorno ai quaranta gradi. La dolce e grassoccia signora che se ne stava dall’altra parte del bancone all’ufficio turistico aveva scosso con decisione il capo quando le avevo sottoposta l’idea.

“Non è proprio possibile, c’è troppo caldo. Sarebbe una follia. Non troverà nessuno che le noleggi la bicicletta per andare nell’interno. Rimanga sulla costa, che è meglio”.

Sono abituato a sentirmi dare del pazzo, d’altronde penso che il livello di fatica generalmente considerato accettabile si è abbassato a valori piuttosto bassi nei paesi occidentali. Ma pur con questa considerazione, non sono rimasto indifferente alle parole della signora. Ho valutato meglio la questione, sulla base anche dell’esperienza dei primi giorni passati a stretto contatto con il sole australiano, ed ho pensato che ottanta chilometri su strada sterrata con una torrida temperatura ambientale non era proprio il caso di affrontarli. Magari dopo un mesetto di viaggio, ma non all’inizio con il fisico ancora poco allenato.

Per visitare i canyon del Kalbarri National Park dovevo per forza aggregarmi ad un tour di un giorno in partenza direttamente dal paese. Non c’erano i presupposti per fare i salti di gioia, ma il compromesso mi sembrava accettabile.

Il giorno del tour mi sono alzato alle sette ed ho atteso il mezzo che mi avrebbe portato nell’interno sorseggiando una tazza di latte seduto nella veranda dell’ostello, guardando il cielo azzurro privo di nuvole che presagiva l’arrivo di una giornata caldissima. Stare lì con il viso rivolto all’insù, i gomiti appoggiati alla staccionata di legno che divideva la veranda dal piccolo parcheggio in ghiaia a lato della strada, un bicchiere di ceramica stretto tra le mani e quella giusta concentrazione espressa dai pacati sorseggi di latte, mi faceva sembrare un esperto avventuriero in attesa dell’inizio dell’inevitabile grande avventura. O almeno così sognavo di vedermi. In realtà sul potente mezzo 4x4 che da lì a breve mi avrebbe raccolto, un camioncino verde militare dall’aspetto grintoso, erano già tranquillamente sedute due coppie di novelli sposi, una australiana e l’altra svizzera, che poco trasmettevano l’idea di avventura, almeno per il loro vestiario. Caratteristico era soprattutto il giovane australiano, con le infradito ai piedi, i pantaloncini corti dalla fantasia hawaiana appena sopra il ginocchio e la camicia fiorita aperta a mostrare una pelle rossa bruciata dal sole. Un bel gruppo di vacanzieri, ho pensato, per un attimo sopraffatto da quella supponenza che mi porto appresso da sempre. Mi è bastato un piccolo sforzo di tolleranza per accorgermi del sincero sorriso dell’aussie e della sua bella stretta di mano, particolari che sono, a dispetto di tutto, cose un po’ più importanti nella vita che un vestito adeguato.

Più tardi abbiamo raccolto gli ultimi due partecipanti al tour, padre e figlio di appena dieci anni, e siamo partiti svelti verso l’interno. La guida, un uomo robusto di mezza età dalla parlata calma e comprensibile, con un berretto di paglia perennemente calcato sulla testa, era accompagnato da un donnone di cinquanta anni che aveva smarrito ormai da tempo qualsiasi carattere femminile.

Da Kalbarri ci sono voluti circa dieci chilometri di strada asfaltata per raggiungere l’inizio dello sterrato che penetrava nel parco. Da qui ne abbiamo percorsi altri trenta per arrivare nei pressi di due punti panoramici attrezzati per i turisti. La strada sterrata non era per nulla in buone condizioni, come mi avevano preannunciato all’ufficio turistico. Dire molto corrugata è un eufemismo. Ma il nostro mezzo, alto e con ruote robuste, sembrava fatto apposta per quel tipo di terreno. Abbiamo letteralmente volato verso la meta.

Durante quel “volo”, però, il mio umore era rimasto piuttosto accasciato a terra. Qualsiasi tipo di compromesso scelgo coscientemente (ed anche incoscientemente) d’affrontare, purtroppo, ha il potere d’assopirmi l’animo. È un po’ come se mi anestetizzassi. Accetto un po’ di torpore per non sentire più i disagi, non vedere le cose che non mi piacciano e mi stanno strette. È come se per non vedere il bicchiere mezzo vuoto, decidessi per un attimo di non vederlo affatto. È una reazione completamente istintiva, non voluta. Sta di fatto che mentre sfrecciavamo sul 4x4 in mezzo alla piana del Kalbarri National Park, quando mi sono accorto che il paesaggio mi stava passando davanti agli occhi senza che in realtà lo vivessi, mi sono costretto a tornare in me, a rischio di “maledire” la scelta di aggregarmi al tour. Cosa che ho prontamente fatto quando, giunti in prossimità della prima attrazione naturale della giornata, ci siamo rimasti per soli dieci minuti.

Il programma della giornata era sufficientemente intenso, quindi questo è il tempo che la guida ha deciso di concederci. D’altronde una decina di minuti è il tempo medio in cui il normale turista assimila il paesaggio offerto da “The Nature’s Window” ed è pronto a passare oltre. Io sono, mio malgrado, un po’ più lento. Per contemplare qualcosa di bello ho bisogno di tempo. Voglio avere più tempo.

“The Nature’s Window” era, come dice il nome stesso, una finestra naturale aperta al centro di un rosso ammasso roccioso, affacciata su un canyon scavato in milioni di anni dal Murchinson River. Il fiume in realtà non era propriamente tale al momento della nostra visita. Era più insieme di pozzanghere che si andavano a poco a poco asciugando, in attesa delle piogge invernali che avrebbero rialzato il livello delle acque. Sul pianoro calcareo inciso dal fiume la vegetazione era costituita da isolati arbusti che lottavano disperatamente per approvvigionarsi la poca acqua a disposizione. Lungo il canyon, e più in basso nei pressi dell’acqua, crescevano invece alberi d’eucalipto dall’inconfondibile tronco bianco e liscio. I colori impazzavano. Il paesaggio era un’esplosione di tinte che andava lentamente mutando con il passare dei minuti, mentre il sole saliva in cielo. La vegetazione verde grigio che cresceva sul tavolato spruzzato di sabbia gialla, i canyon che incidevano la roccia rossa in profondità, il luccichio dell’acqua tra le fronde degli alberi. Il tutto era immerso in un silenzio tranquillizzante, avvolgente. Era sicuramente un posto da godere in somma tranquillità, a prescindere dalla bellezza scenica del “foro nella roccia”.

Ed un po’ di quella rigenerante tranquillità sono anche riuscito ad acciuffarla, ad onor del vero, perché abbiamo avuto la fortuna di giungervi quando il luogo era deserto. Lungo il breve percorso a piedi per arrivare fin lì dal parcheggio, abbiamo incrociato due nutriti gruppi che stavano tornando indietro. In tutto una trentina di persone chiassose pronte a rovinare qualsiasi desiderio di contemplazione.

Erano due tour turistici di più giorni in partenza da Perth. Quelli che non fanno altro che correre su e giù per l’Australia occidentale senza soluzione di continuità. In procinto di partire a razzo verso Shark Bay, qualche centinaio di chilometri più a nord, avevano solo un paio d’ore da dedicare al Kalbarri National Park. Si erano certamente svegliati all’alba ed erano corsi veloci fin laggiù. Non li ho affatto invidiati. Sempre di corsa i poveretti.

Tornando comunque a noi, anche i tempi imposti dal nostro tour non ci hanno concesso che un breve assaggio del luogo, visto che altre bellezze erano pronte ad accoglierci non lontano da lì. Rimontati sul 4x4, siamo ripartiti alla volta della Z-bend, una serie di gole che tracciava una zeta ben evidente sul tavolato calcareo (visibile solo da un aereo). Da terra si poteva solo intuire il disegno tracciato dal fiume, ma era la profondità ed il colore delle gole, di fortissimo impatto scenico, ad impressionare. Uno spettacolo naturale da ammirare per ore, se solo ne avessi avuto il tempo.

Ma il Murchinson River ci aspettava per un paio d’ore di canoa. Veloci, via di nuovo. Un altro momento di fastidio che, fortunatamente, si è prontamente dissolto quando, rimontati sul mezzo, abbiamo imboccato una stradina molto stretta protetta da un cancello seminascosto dalla vegetazione. Scomparendo così tra gli arbusti del tavolato calcareo, lontano dai tracciati turistici del Parco, ho iniziato ad entusiasmarmi. Finalmente qualcosa d’interessante, di non consono, in cui si doveva sopportare almeno qualche disagio per raggiungere l’obiettivo. Il tracciato era così impervio e dissestato che non si poteva andare a più di cinque-dieci chilometri l’ora, con ugualmente la sensazione di partecipare ad un bel giro in giostra, e talmente stretto che si toccavano le propaggini esterne della vegetazione da entrambi i lati. Dopo venti minuti di sobbalzi, ci siamo fermati in prossimità di una piccola radura tra gli arbusti ed abbiamo intrapreso a piedi un sentiero in discesa piuttosto ripido. La temperatura andava percettibilmente aumentando ad ogni passo, più ci avvicinavamo al fondo della gola, raggiungendo quasi quaranta gradi. La gola vista dal basso era ancora più  affascinante, se possibile, di quando l’avevo osservata dall’alto, così circondata da pareti rosse alte più di sessanta metri che ti sovrastavano come alti grattacieli di pietra.

Nel caldo torrido del fondo della gola abbiamo camminato ancora per un quarto d’ora a lato del fiume, per raggiungere il punto di partenza del giro in canoa, una rientranza delle pareti di roccia in cui erano accatastati tutti i materiali necessari per l’escursione. Alcuni eucalipti dividevano l’area attrezzata da una piccola spiaggia che si appoggiava su una scura acqua immota. Prima di iniziare a vogare ci siamo buttati a fare un bagno, scoprendo che l’acqua era calda e parecchio salata, a tal punto da sostenerci senza alcun sforzo. Non ho mai amato particolarmente nuotare, ma ho provato un’estrema goduria nel sollazzarmi in quell’acqua, coperto dalle rosse pareti rocciose e con le fronde degli eucalipti che si rispecchiavano sulla sua superficie. Tutto era immobile, anche la stessa acqua che poco lontano da noi tornava ad essere ferma, come fosse olio. Qualche refolo d’aria fluiva ogni tanto nel fondo del canyon, facendo frusciare le chiome degli alberi ed increspando lievemente la superficie del fiume, ma era solo un attimo impalpabile. Poi tutto tornava fisso e silenzioso. Così è stato anche mentre pagaiavamo leggeri sulle acque del fiume, per lo più in silenzio per rispettare la profonda sacralità del luogo. Essendo l’unico non accoppiato, mi ero unito alla guida, che rimaneva dietro di me pronunciando solo poche e misurate parole. Cosa di cui gli ero grato. Quello scorrere cortese sull’acqua si stava rivelando una delle più belle esperienze della mia vita.

Più avanti lungo il fiume, in un tratto ancora più stretto nella morsa delle pareti di roccia, svariati uccelli planavano leggiadri sull’acqua, sfuggendo rapidi al nostro passaggio. Ma non erano gli unici esseri a volare. Alcuni pesci, delle dimensioni di una mano, compivano alti balzi sopra il pelo dell’acqua, sorprendendoci con le loro acrobazie. Ma ciò che mi deliziava maggiormente era l’essere calato in un paesaggio naturalmente intatto, incontaminato. Non si udiva nessun suono estraneo, se non quello prodotto dalle nostre pagaiate, che andavano rallentando con il passare del tempo. Forte era la sensazione di essere gli unici uomini a godere, e ad aver goduto, di un simile privilegio. Un rapporto intimo con una natura ancora viva e padrona, capace di ammaliarti ad ogni sguardo, ad ogni profumo, ad ogni suono. Al momento di rimettere piede sulla spiaggia, ho sentito scorrere in me una profonda sensazione di benessere, come quella che si prova dopo un’intensa seduta di massaggio. Era stato cullato e vezzeggiato per un tempo indefinito da un paesaggio da sogno.

Rifocillati e riposati a dovere, abbiamo ripreso gli zaini ed intrapreso la via di ritorno al 4x4. Inaspettatamente, almeno per me che pensavo che le emozioni fossero ormai giunte al termine, la guida ha deciso di non percorrere lo stesso tragitto dell’andata, ma si è inserito in una rientranza della parete di roccia, iniziando a scalarla. I suoi occhi vedevano passaggi che ai nostri sfuggivano, così una salita che dal basso avevo giudicato piuttosto pericolosa, si è dimostrata una semplice camminata ricca di fascino. Abbandonare così la gola, attraversando robusti cornicioni rocciosi e insinuandosi tra passaggi coperti dalla sporadica vegetazione, aveva troppo il sapore dell’avventura per non continuare ad entusiasmarmi. A metà della salita ci siamo fermati per riposare all’interno di una vasta rientranza della parete di roccia, una sorta di caverna ad una quarantina di metri d’altezza che offriva un’ottima visuale sul canyon che poco prima avevamo navigato. Da lassù l’effetto dell’eco esplodeva prepotente ad ogni nostro sussurro. Era giunto così il momento di compensare il sacrale silenzio che fino ad allora ci aveva accompagnato. Abbiamo iniziato chi ad emettere acute grida chi a battere forte le mani, tutti avvinti dalla risposta dell’eco che si ripeteva in lontananza per svariate volte. È stato come tornare un po’ bambini.

Dopo questa, l’ultima emozione offertami dalla giornata è stata la visione di un enorme termitaio che mi è comparso di fronte non appena ho raggiunto la sommità del giallo tavolato calcareo. Era più alto di me, un autentico grattacielo di terra all’apparenza privo di vita. All’apparenza, perché sono bastati due forti pestoni a terra per farlo rianimare di migliaia di brulicanti piccoli esseri scuri pronti alla sua difesa. Tutto mi appariva affascinante in quel momento. Ed il tutto grazie ad un tour organizzato che mi aveva permesso di visitare luoghi di una bellezza quasi commovente e di vivere un’esperienza che probabilmente mai avrei affrontato da solo. Indubbiamente per quel giorno il bicchiere era stato mezzo pieno.


Le onde sbattevano rabbiose contro gli scogli sommersi che sfioravano il pelo dell’acqua a qualche decina di metri dalla costa sabbiosa, che rimaneva così calma e solo accarezzata dal moto ondoso. Il vento spirava con forza, ma essendo nascosto dietro le dune, avevo la vegetazione a coprirmi e ripararmi. Per due serate consecutive nella stessa posizione, sulla spiaggia a lato del Melaleuca Track a poche centinaia di metri dal centro di Kalbarri, sono riuscito a godermi il tramonto in completa solitudine e tranquillità.

“L’Australia Occidentale offre i più bei tramonti che tu possa immaginare”, così diceva il mio professore a Perth, un giovane di Fremantle di chiare origini scozzesi. Al mio secondo mese in quella terra bruciata dal sole, non potevo che essere d’accordo con lui.

Verso Monkey Mia

In Australia occidentale si possono fare centinaia di chilometri senza che il paesaggio cambi di una virgola. Ti addormenti con negli occhi una distesa di sterpaglie giallastre bruciate dal sole e la rivedi identica quando li riapri. A quel punto pensi di aver dormito per pochi minuti, invece sei rimasto assente dal mondo per più ore.

Sarà che è facile, in tali condizioni, lasciarsi avvolgere da una certa monotonia, ma quando si ha la fortuna di notare una lieve increspatura nel disegno sempre uguale dell’outback, anche una semplice variazione di colore del terreno, si rimane talmente avvinti da annotare quel minimo cambiamento come qualcosa di spettacolare e inusitato. Rileggendo i diari di viaggio che narrano del mio peregrinare per l’Australia occidentale, scritti quando le emozioni erano ancora vivide, questo è quello che mi è apparso subito evidente.

Stavo viaggiando sulla North West Coastal Highway in direzione nord, con l’intento di raggiungere un’altra roadhouse dispersa nell’arido outback, l’Overlander, quando il suolo è virato dal giallo pallido all’arancione acceso e la vegetazione, fino ad allora costituita da un bush piuttosto basso, ha cominciato ad alzarsi in isolati alberi d’eucalipto dall’inconfondibile chioma ad ombrella verde-grigia con riflessi argentei e la corteccia bianca e liscia. Quella era la rappresentazione perfetta dell’Australia, quella che ogni buon libro di viaggio narra o illustra. E forse è anche per questo che su quel cambio di paesaggio ci ho scritto più di due pagine di quaderno fittamente appuntate.

Quando giungemmo all’Overlander Roadhouse il sole stava tramontando. Il cielo, privo di nuvole, era di un arancione acceso in prossimità dell’orizzonte ad ovest e di un blu profondo ad est, con in mezzo tutti i colori e le tonalità intermedie. La ruota di un pozzo eolico al di là della strada vorticava con un moto ipnotico, sospinta da un vento da sud piuttosto sostenuto. La sua sagoma scura si stagliava sul cielo più chiaro alle spalle, portando alla mente tempi passati di pace bucolica di cui non ero mai stato testimone diretto, ma che albergavano da sempre nel mio immaginario. Portati dal vento, gli aromi del bush m’investivano mentre aspettavo di ripartire con un piccolo van bianco verso ovest, abbandonando così la grande corriera della Greyhound e con essa la lunga strada costiera che era stata la mia inseparabile compagna nelle ultime ore. Ad attendermi c’era la Penisola di Peron, un tentacolare ammasso sabbioso che si spingeva per centoventi chilometri verso nord tra le acque basse di Shark Bay, dividendola di fatto in due specchi d’acqua ben distinti. La mezza dozzina di persone che camminava avanti ed indietro lungo lo spazio polveroso dinanzi alla roudhouse, sempre più avvolti nel crepuscolo, erano come me in attesa di partire o verso Denham, la  principale cittadina della zona, o verso Monkey Mia, la sua principale attrazione turistica. Io ero diretto verso quest’ultima.

Monkey Mia, un nome che mi aveva incuriosito fin dal primo istante. Così alla prima possibilità mi ero messo a cercare qualche informazione al riguardo. Il nome aveva un’origine controversa. “Mia” è una parola aborigena che significa “casa” (o meglio, visto che gli aborigeni non vivevano propriamente in quelle che noi potremmo chiamare case, significa più “ricovero” o “rifugio”), mentre l’origine del termine “Monkey” potrebbe derivare dalle scimmie domestiche possedute dai primi pescatori di perle della regione oppure dal nome della goletta “Monkey” che attracco in quella zona nel 1834.

Detto questo, esiste un solo motivo che spinge qualcuno a visitare Monkey Mia, quello di vedere i suoi famosi delfini. L’area dove ora sorge un resort in grado di ospitare un ampio e variegato contingente di turisti, sulla costa orientale della Penisola di Peron, un tempo era utilizzata come base per la pesca delle perle e per l’industria del pesce. Negli anni sessanta una famiglia di pescatori cominciò a nutrire i delfini al ritorno dalle uscite in mare, fatto che spinse gli animali ad avvicinarsi regolarmente alla costa. Quando la notizia si diffuse, l’area fu scelta come meta dai primi turisti avidi d’emozioni naturalistiche. Il loro numero crebbe talmente nel tempo, che negli anni ottanta furono costruite le prime strutture ricettive e negli anni novanta le acque antistanti al piccolo tratto costiero furono incluse all’interno di un parco marino. E così in poco tempo uno dei punti più sperduti della Terra si trasformò in una famosa meta turistica.

Due volte al giorno, una al mattino presto e l’altra verso metà mattinata, alcuni delfini (tursiopi, per l’esattezza), si avvicinano al bagnasciuga per ricevere del pesce fresco dalle mani dei volontari della riserva marina o da quelle dei turisti. Non ci sono tanti altri luoghi al mondo in cui l’interazione tra delfini selvatici e uomo è così accessibile. Le immagini di quei delfini che si gongolavano di piacere tra le gambe di alcuni fortunati prescelti per dar loro il cibo, in un’acqua che pareva poter dissetare da quanto appariva cristallina, mi avevano convinto a fare un salto fin lassù. La grande azione di marketing di Monkey Mia, che ti bombardava ovunque in Australia occidentale, aveva accalappiato anche me.

Ma ero in buona compagnia. Tra le persone in attesa all’Overlander c’era una trentenne italiana di Bologna, in viaggio per due mesi attraverso tutta l’Australia. Una tipa briosa e dalla gran voglia di scoprire il mondo, ancora piena di quel piacevole entusiasmo giovanile che risaltava evidente in ogni suo atteggiamento. Poi c’era un ciarliero olandese dalla risata cristallina e qualche problema motorio di troppo. Ciò non gli impediva di viaggiare da solo per tutto il continente, di chiacchierare a tutto spiano con chiunque gli capitasse a tiro, di essere a suo modo simpatico e di dimostrare una non comune passione per la vita nel suo complesso. Ed infine c’era un signore austriaco di mezza età dal volto sempre rabbuiato ed un lettore cd vecchio stampo nello zaino. Aveva l’abitudine d’ascoltare la musica nelle cuffie a volume talmente alto che si udiva distintamente la voce di Bob Dylan dall’altro lato della corriera. Era da Perth che ci viaggiavo insieme, o meglio, che casualmente prendevamo le stesse corriere. C’era quasi da credere che mi seguisse.

Ma il personaggio più caratteristico era l’autista del van che aspettava con noi l’ora della partenza. Un uomo di mezza età, dalla pelle incartapecorita dal sole e dal vento, con una corporatura normale tranne per una pancia tonda tonda (sembrava che avesse ingerito una palla da bowling per pranzo). Una genuina allegria sprizzava frizzante da quel sorriso quasi tatuato sul volto, ogni pretesto, anche il più innocuo, era foriero di qualche battuta scherzosa o di qualche sonora risata. Una vera icona dello sperduto outback, pura e genuina, allegra ed energica, consumata dal sole e dal vento nel corpo, ma non nello spirito.

È stato in compagnia del suo appena accennato accento australiano che abbiamo proceduto per quasi due ore prima verso ovest e poi, superati alcuni cartelli che indicavano Hamelin Pool sulla destra, verso nord. Shark Bay Road era avvolta nel buio più profondo, senza altra luce in vista se non quella dei nostri fari. Avanzavamo lentamente per non farci sorprendere dal passaggio avventato di qualche canguro sulla strada, così da poterli anche osservare da vicino. In prossimità di un restringimento della penisola, che arriva a misurare poco più di due chilometri nel punto più stretto, le autorità locali avevano costruito una recinzione da costa a costa. Nell’area a nord della recinzione erano stati effettuati molti sforzi per eliminare fisicamente qualsiasi animale non autoctono, i conigli prima di tutto. La recinzione aveva lo scopo di non permettere il loro rientro nell’area sottoposta a disinfestazione. Dove la recinzione incontrava la strada, l’unica in quel tratto della regione, ovviamente c’era un varco. Qui era stato installato un impianto fonico che emetteva latrati di cani non appena veniva captato un movimento nelle sue vicinanze. Un sistema ingegnoso che pareva funzionare.

La lotta contro gli animali importati continua ad essere di stretta attualità in un tutto il territorio nazionale. L’Australia, avendo meno specie animali native rispetto agli altri continenti, ha dimostrato nel tempo una particolare vulnerabilità alle specie esotiche introdotte intenzionalmente o giunte fin lì per caso. Oltre ai già menzionati conigli, importati nel 1859 da Sir Thomas Austin per poter esercitare il suo massimo divertimento, cioè la caccia, c’è da ricordare la presenza delle volpi, che predano molte specie di animali australiani, e dei rospi della canna da zucchero. Anche se questi ultimi poco hanno a che vedere con l’Australia occidentale, la loro storia è a dir poco istruttiva di come con la natura è meglio non scherzare. Gli anfibi in questione, originari del Sudamerica, furono introdotti nel Queensland nel 1935 con l’intento di controllare un parassita della canna da zucchero. Questa scelta si basava sulla buona riuscita di un’analoga introduzione a Porto Rico qualche anno prima, introduzione che pareva aver effettivamente abbattuto la popolazione di una larva di coleottero che stava causando seri danni alle coltivazioni locali di canna da zucchero. Il senno di poi ci suggerisce che probabilmente la popolazione di coleotteri diminuì per altri fattori, presumibilmente climatici (contemporaneamente all’introduzione ci furono annate d’intense piogge), perché ovunque il rospo sia stato successivamente introdotto (oltre all’Australia, Papua-Nuova Guinea, Filippine, numerose isole caraibiche, le Fiji, le Hawaii ed anche il Giappone), non solo non ha distrutto i parassiti, ma non avendo predatori naturali ha cominciato a porre seri problemi alla fauna locale per predazione diretta e per competizione per il cibo.

Dal loro arrivo nel Queensland, i rospi non hanno fatto altro che riprodursi, arrivando attualmente a qualche centinaio di milioni d’esemplari. Si tratta di una vera e propria invasione. In alcune zone si arriva ad averne 1000-2000 per ettaro. È un problema talmente serio che qualche anno fa le autorità locali hanno istituito un’enorme battuta di caccia al rospo, coinvolgendo i cittadini e offrendo dei premi ai migliori raccoglitori. Le migliaia di specie raccolte sono state poi soppresse in modo indolore, ottenendo così il benestare della Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals (RSPCA), che in occasione d’iniziative proposte negli anni precedenti, come quella di sbarazzarsi dei rospi con delle mazze da golf e da cricket, aveva invece espresso ferma disapprovazione. La RSPCA non ha nemmeno “scomunicato” il proprietario di una catena di pub che nel 2007 ha introdotto il “Beer for a bag of toads” (Una birra per una borsa di rospi). L’ultimo ritrovato di lotta al “cane toad” ha base un po’ più scientifica: alcuni ricercatori dell’Università di Sydney hanno scoperto che sono sufficienti un paio di cucchiai di cibo per gatti per attirare feroci formiche carnivore nei pressi degli stagni, le quali, visto che sono lì, attaccano poi i rospi che emergono dall’acqua. Tutto ciò, visto dalla cara e tranquilla Europa, ha degli aspetti alquanto divertenti.

Ma se l’introduzione di conigli e rospi ha comportato problemi a dir poco eclatanti, altre provocano danni meno visibili ma pur sempre pericolosi. I bisonti, i cammelli, gli asini, le capre ed i cavalli domestici, tutte specie introdotte e poi inselvatichite, calpestano e brucano fino all’esaurimento la vegetazione in aree molto estese. Le mosche carnarie, gli acari e le zecche sono particolarmente dannose per gli animali domestici e per i pascoli, mentre i bruchi, i moscerini della frutta e molte altre specie attaccano le coltivazioni. E in questa lista non bisognerebbe dimenticare le erbe infestanti, che hanno trasformato gli habitat, soffocato le piante native, peggiorato la qualità dei pascoli e talvolta anche avvelenato gli animali. Alla fine i danni economici sono davvero rilevanti: alcune centinaia di milioni di dollari l’anno per i conigli, 600 milioni per le mosche e le zecche, 200 milioni per gli acari, 2 miliardi e mezzo per tutti gli altri insetti parassiti, più di 3 miliardi per le erbe infestanti e così via. Quindi non c’è da meravigliarsi se l’australiano medio quando vede un coniglio su un manto stradale decide di accelerare ed esulta festoso se riesce a trasformarlo in una sottiletta fine adesa all’asfalto. Dopotutto è una guerra. Durante quel viaggio notturno ne dovremmo aver ucciso almeno due.

Giunti a Denham, non ho avuto la possibilità di vedere molto del paese, il più occidentale d’Australia, a parte che soffiava un vento tremendo. Ho aguzzato lo sguardo per cercare qualche casetta costruita in mattoni di conchiglie compresse, che fu il materiale con cui i primi cittadini costruirono le loro case. Le strade invece si narra furono costruite con la madreperla, anch’esso un materiale “abbastanza comune” visto che Denham nacque come porto d’appoggio per la pesca delle perle. Purtroppo dal finestrino del van ho potuto vedere solo asfalto ed edifici in lamiera o comuni mattoni. Niente d’appassionante.

Nemmeno a Monkey Mia ho avuto modo di vedere qualcosa, era troppo tardi e tutto sembrava piacevolmente addormentato. Io stesso ero troppo stanco. Ho avuto solo un motto di piacere nel constatare che ero in compagnia di sei ragazze nella camerata. Come unico rappresentante del genere maschile mi sono sentito un pascià in un harem.

Shark Bay

Monkey Mia è oggi un unico ed isolatissimo resort creato intorno all’attività di uno sparuto gruppo di delfini. Il termine resort porta alla mente qualcosa d’esclusivo e costoso, idea che però non si adatta perfettamente a Monkey Mia. All’interno dell’area edificata, come sempre un’isola verde che fluttua in mezzo ad un arido e polveroso bush, si possono trovare tutti tipi di sistemazioni possibili, da quelle lussuose a quelle per backpackers, passando per un’ampia superficie adibita a campeggio. Anche la ristorazione ha offerte piuttosto varie, essendoci un ristorante per i più danarosi ed uno per chi soldi da spendere né ha pochi, come il sottoscritto. Monkey Mia in fin dei conti è un avamposto dell’umanità, con rappresentata tutta la sua diversità, affacciato su una spiaggia che varia dal giallo pallido all’arancio e su un mare tra i più belli che si possa immaginare: ampio, incontenibile, con un’acqua cristallina solo leggermente increspata dal vento.

Quel vasto orizzonte acquoso è Shark Bay, un nome che è sinonimo di natura marina (quasi) incontaminata. In questo vasto e poco profondo specchio d’acqua, eletto da pochi anni Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, si possono ammirare alcune bellezze naturali davvero insolite. Ad Hamelin Pool, una piccola baia qualche decina di chilometri più a sud, vivono ancora delle rarissime colonie di stromatoliti, un organismo unicellulare apparso sulla terra qualche miliardo di anni fa, alla base della nascita della vita come noi oggi la conosciamo. Questi stromatoliti sono di gran lunga l’organismo vivente più vecchio della terra. Lungo la costa, proseguendo verso nord, s’incontra Shell Beach, una spiaggia fatta esclusivamente di bianche conchiglie, con uno spessore che a volte raggiunge i sei metri. Di fronte ad una simile opera della natura c’è da rimanere allibiti: ma quanto anni ci sono voluti perché le correnti raccogliessero lì tutte quelle conchiglie? E perché solo conchiglie?

Ma il vero miracolo naturalistico si realizza lontano dalla costa. Shark Bay non è solo l’habitat naturale di svariati delfini, tartarughe, serpenti marini, squali e centinaia di altri tipi di pesci, cosa che sarebbe già di per sé spettacolare, ma ospita anche la più grande colonia di dugonghi al mondo. Circa dieci mila esemplari (il 10% del totale mondiale) vivono all’interno di queste acque calme e particolarmente salate, pascolando tra i folti prati subacquei d’alghe marine. Il dugongo è un mammifero che ricorda l’elefante marino, ma rispetto a questo ha alcune caratteristiche più simili ad un animale terrestre. Le pinne pettorali, ad esempio, non sono completamente trasformate e sono utilizzate per trattenere il cibo o per tenere avvinto a se il cucciolo durante l’allattamento. Nella femmina sono ben evidenti le mammelle in posizione toracica, carattere che potrebbe aver fatto nascere il mito delle sirene (il dugongo è inserito nella famiglia dei sirenidi, per l’appunto). Attualmente il dugongo è diffuso nell’Oceano Indiano e nell’estremità occidentale di quello Pacifico, con una densità medio-alta solo lungo le coste settentrionali dell’Australia. Un tempo era assai più diffuso, ritrovandosi anche nel Mediterraneo, ma per questi pacifici e introversi animalotti, che possono raggiungere i tre metri di lunghezza e la mezza tonnellata di peso, l’uomo è stato sempre una vera e propria calamità.

Oggi esiste una sola specie di dugongo, il Dugong dugon, ma non è sempre stato così. Un tempo c’era anche l’Hydrodamalis gigas, detta ritina o vacca di mare di Steller, scoperta dal naturalista tedesco Georg Wilhelm Steller nel mar di Bering nel 1741. Le ritine di Steller erano dei dugonghi di dimensioni davvero impressionanti, potendo raggiungere i nove metri di lunghezza per tredici tonnellate di peso. All’epoca della scoperta si stima che il loro numero fosse di circa duemila esemplari. Da quella data, questi superbi animali iniziarono ad essere cacciati senza tregua per la carne ed il grasso e appena ventisette anni dopo, nel 1768, sembra sia stato ucciso l’ultimo esemplare. Dell’Hydrodamalis gigas ci rimangono oggi solo descrizione, disegni e qualche scheletro. Una storia alquanto triste, vero?

Ma è proprio ripensando a ciò che l’uomo è in grado di fare, con la sua ottusa ricerca di un profitto immediato, che è possibile percepire ancora di più la bellezza di un’area dove il più affine animale alla ritina di Steller, attualmente anche lui stesso in pericolo, è salvaguardato con ogni energia possibile. Shark Bay rappresenta una bellissima esperienza di turismo regolamentato e sostenibile, grazie al quale i dugonghi (ma anche tanti altri animali) possono vivere e riprodursi in tutta tranquillità.

Mentre mi trovavo sul ponte dello Shotover, un catamarano bianco dalla forma affusolata particolarmente suadente, intento a scorrere veloce sulle placide acque della baia alla ricerca di qualche animale da immortalare nella fotocamera, pensavo proprio che per la prima volta potevo utilizzare il termine “turista” con un’accezione positiva. Laggiù l’energia monetaria del turismo era stata incanalata come fosse acqua all’interno di una turbina, un’energia da non disperdere e utilizzare solo per salvaguardare l’ambiente (e con esso la vera attrazione turistica della zona). Seduto a prua, con lo sguardo fisso verso l’orizzonte ed i capelli scompigliati dal vento, potevo permettermi di non sentirmi in colpa ed essere invece fiero di contribuire in qualche modo alla protezione di quella specie di sirena che cercavamo di vedere fin dalle prime luci del mattino. A dispetto dei delfini che mi avevano sedotto e convinto a giungere fin lì ed agli squali che danno il nome alla baia, era stato proprio il dugongo a monopolizzare la mia attenzione ed a suggerirmi di aggregarmi ad un tour con lo Shotover: per la prima volta nella mia vita avevo l’opportunità di vedere un sirenide dal vivo. Cosa in realtà facile da dire, ma un po’ meno da fare. I dugonghi sono talmente timidi e riservati che non appena ci avvicinavamo, prendevano un profondo respiro e s’immergevano, mostrandoci al massimo l’ampia pinna caudale a mo’ di saluto o sfottò. Solo un esemplare se n’è rimasto poco sotto il pelo dell’acqua, continuando a ciondolare tra i fluttuanti steli d’alghe marine, quasi indifferente al nostro stupore. Non ho avuto modo di scattare una fotografia, ma la gioia di questa parziale visione si è stampata sul mio volto, rendendolo palesemente allegro per tutto il resto della giornata.

A quel punto, soddisfatto un interesse che mi portavo appresso da tempo, ho smesso di scrutare il mare alla ricerca d’animali e, socchiudendo gli occhi, ho iniziato a respirare la profonda libertà che quella esperienza mi stava donando.

L’equipaggio dello Shotover era composto da due autentici uomini di mare, più o meno sui quarant’anni. Uno dei due aveva il volto cucinato dal sole, tranne sotto gli ampi occhiali da sole, dove la pelle era di un candore bianco pallido. Il semplice non curarsi di questo totale inestetismo lo rendeva ai miei occhi una persona degna di stima. Mi piaceva il suo spirito imperturbabile, gioviale ed energico. Un vero lupo di mare dedito ad una vita spazzolata dal vento e spruzzata dalla salsedine. Mi sono fatto assorbire dal suo mondo liquido, veleggiando libero con lui sull’infinita distesa d’acqua, che variava di colore dall’azzurro cristallino al blu scuro a seconda del disegno delle nuvole in cielo. La terra lontana, una piccola cresta arancione, incorniciava il nostro incedere, donandoci l’unica prospettiva che rendeva reale il moto del catamarano. Una sublime soddisfazione.

 

Anche se i dugonghi avevano oscurato in parte il mio interesse per i delfini, non era possibile non farsi coinvolgere dall’intensa carica emotiva che coglieva Monkey Mia alle prime luci del mattino, quando s’avvicina l’attesa ora del loro pasto.

È stata per prima una femmina, che venne chiamata Holy Fin, ad avvicinarsi alla riva e ricevere del cibo dalle mani dell’uomo. Holy Fin è morta nel 1995, ma due suoi figli e tre nipoti continuano la tradizione, più qualche altro delfino non imparentato che ha scoperto nel tempo l’ingegnosità del sistema.

Di certo questa attrazione non può essere considerata unica al mondo, visto che è abbastanza conosciuta l’attitudine dei delfini a socializzare con l’uomo, ma certamente Monkey Mia offre uno dei poli turistici meglio attrezzati ed organizzati per rendere agevole e sicura tale interazione. Purtroppo proprio per questo, il momento tanto atteso si dimostra essere particolarmente “turistico” (questa volta detto con una forte accezione negativa). Tutti in fila sulla linea della spiaggia, accalcati come per una fila fuori dal cinema, i turisti se ne stanno lì ad ascoltare le direttive dei volontari, fermi pochi metri più avanti a separare la massa eccitata dai delfini. A turno ad un “fortunato”, a cui è conferito l’onore di fare qualche passo in avanti fino a quando l’acqua fredda non giunge alle ginocchia, viene consegnato in mano un pesce fresco. Nel giro di un attimo il delfino guizza nella sua direzione e si porta via tra i denti la facile preda. Il tutto ad una tale velocità che il “fortunato” difficilmente ha la possibilità di rendersi conto di quanto è appena avvenuto. Il suo volto è spesso interdetto e confuso mentre si appresta a tornare tra la folla, cedendo nel contempo l’attenzione ad un altro “fortunato” turista. E così via per una manciata di minuti che lasciano per lo più insoddisfatti. La sensazione è quella di aver preso parte ad una catena di montaggio del tutto impersonale.

Ma dentro di me so che questo è l’unico risultato ottenibile se si cerca di trasformare qualcosa d’intimo in qualcosa adatto alla massa, salvaguardando nel contempo la naturalità dei delfini. Sono animali selvatici ed è prioritario mantenerli tali. A Monkey Mia ne sono consci e per questo forniscono loro solo un quarto del nutrimento necessario, utilizzando solo pesci pescati a Shark Bay, le loro prede naturali. L’attrazione turistica non deve snaturare il comportamento dei delfini, pena lo snaturamento del suo stesso motivo d’esistere. È incredibile come un’idea così semplice e ragionevole sia riuscita ad affermarsi. Forse, dopotutto, l’umanità ha qualche possibilità di salvarsi da se stessa.