L'ultima frontiera

Dal 16 ottobre 2008 al 10 febbraio 2009

di Carlo Camarotto

Vlamingh Head Lighthouse
Cape Range National Park
Turquoise Bay
Emù a spasso
Coral Bay
Cable Beach

Tappa numero 3, Dal 12 al 26 dicembre 2008

Far north
WA_3

North-West Cape

Exmouth è, di fatto, una lunga strada che corre a circa cinquecento metri dalla costa, quindi definirla città non è proprio corretto. Nell’estremità nord, qualche stradina diparte dallo stradone principale e forma una piccola griglia di vie, da tutti considerata il centro cittadino. Più a sud, dove lo stradone s’avvicina al mare, al tempo della mia visita fervevano i lavori per la costruzione della nuova frontiera della città, con le consuete belle case isolate su un terreno brullo privo di vegetazione. Erano costruite su terrapieni divisi da ampie insenature artificiali invase dall’acqua del mare, che disegnavano nel terreno quella che sembrava un’ampia infiorescenza di kangaroo paw (piante del genere Anigozanthos originarie del Western Australia). Il piccolo agglomerato urbano cresciuto sull’ultimo lembo del North-West Cape, la sottile appendice di terra che fuoriesce dall’angolo nord-occidentale dell’Australia, aveva poco altro da offrire.

Ad Exmouth vi ero giunto, o meglio vi ero stato scaricato, nel pieno della notte, poco prima delle cinque del mattino. In compagnia di altre tre persone, tra cui il signore austriaco che seguiva pari pari i miei spostamenti, mi sono ritrovato davanti alla rivendita di alimentari di un distributore di benzina, ovviamente chiusa. Tutt’intorno il paese era piacevolmente addormentato, un po’ come noi. Eravamo partiti da Monkey Mia al tramonto e avevamo viaggiato verso nord avvolti nel buio fino a giungere all’ennesima roadhouse dispersa nel bush, la Milyana. Qui avevamo abbandonato la grande corriera della Greyhound per salire su quella più piccola che fa la spola lungo l’unica strada asfaltata che percorre da sud a nord il North-West Cape. Circa dodici ore dopo aver lasciato Monkey Mia, eravamo così giunti al termine delle terre emerse, coincidenti con quella strada urbanizzata che il mondo chiama Exmouth.

Pensando che qualsiasi cosa fosse migliore di un distributore di benzina, avevo scelto di vagare in cerca dell’ostello. Scelta che era stata premiata da un’invitante panchina posta a lato dell’entrata della reception. Lì disteso, lo zaino sotto la testa e l’asciugamano come coperta, mi sono addormentato profondamente, riaprendo gli occhi solo all’alba. All’apertura della reception, al momento di distendere il corpo parzialmente anchilosato, ho provato una sensazione di libertà assoluta. Tutti i disagi appena vissuti, che onestamente erano poca cosa, avevano avuto il potere di farmi assaporare maggiormente il viaggio.

Sono dell’idea che i luoghi da visitare bisogna in qualche modo conquistarseli. Ormai con il nostro stile di vita abbiamo raggiunto una tale abitudine alla comodità che ne siamo diventati in qualche modo schiavi. Non siamo più noi a desiderarla, ma lei a convincerci che senza non possiamo che vivere male. Mentre mi gustavo il sorgere del sole disteso sulla panchina, il cappello calato sugli occhi come per una siesta, l’asciugamano a proteggermi dall’infida umidità notturna, pensavo che nulla era più errato. La società occidentale ha sovvertito l’ordine naturale dei desideri, delle aspirazioni, delle necessità: non nascono più da noi ma ci sono indotte dall’esterno. Sono false e non riescono mai a soddisfarci. Un popolo di perenni insoddisfatti, questo siamo diventati. Basta svincolarsi un attimo da queste false lusinghe, per sentirsi di nuovo vivi e frizzanti, capaci di gioire alla vista di una semplice alba tropicale.

Chiudendo la divagazione e tornando a Exmouth, se quell’avamposto umano non aveva in realtà molto da offrire, così non era per l’ambiente naturale che lo circondava. Una fetta consistente della punta del North-West Cape è inclusa all’interno del Cape Range National Park, un’oasi naturalistica di oltre cinquecento chilometri quadrati che molti considerano tra le più belle del pianeta. Una dorsale grinzosa di tavolati calcarei profondamente incisi che, partendo dalla punta della penisola, si spinge verso sud mantenendosi più o meno parallela alla costa occidentale. Le piane orientali sono state “colonizzate” dall’uomo, con la fondazione di Exmouth, più qualche isolato resort e sperduta fattoria. Le piane occidentali, incluse nel parco insieme ai rilievi, sono per lo più intatte, restituite ai loro legittimi proprietari: i canguri, gli emù, le echidne ed una moltitudine di uccelli e di rettili. Ma il vero motivo che spinge frotte di turisti a raggiungere Exmouth ha poco a che vedere con la terraferma. Si arriva fin lassù per il mare. Per circa 260 chilometri la costa occidentale del North-West Cape è protetta da quella che è forse la barriera corallina più accessibile del mondo, il Ningaloo Reef. In alcuni tratti le prime formazioni coralline iniziano a nemmeno cinquanta metri dalla costa. Un vero paradiso per lo snorkeling, sicuro e poco costoso. Il Ningaloo Marine Park protegge questa autentica opera d’arte naturale, fatta di spiagge immacolatamente bianche, acque di uno splendido color turchese e un variopinto mondo subacqueo che ha pochi eguali. In assoluta la star della barriera è lo squalo balena, che da marzo a giugno, durante l’annuale migrazione per raggiungere i luoghi di riproduzione, passa a poca distanza dalla costa e può essere facilmente osservato, addirittura nuotandoci a fianco. In altri periodi dell’anno, come il mio, anche senza quei mastodontici pesci picchiettati di bianco da osservare, rimane la meraviglia della scoperta di un mondo complesso ed affascinante, variegato nelle forme e nei colori, ricco di una vita ammaliante.

Ed appunto io ero lì per quello. Seppur non sia un appassionato di mare, avendo una certa idiosincrasia nei confronti dell’acqua, avevo deciso che era giunta l’ora di vedere da vicino una barriera corallina. Così il giorno dopo il mio arrivo ad Exmouth mi ero unito ad un tour di mezza giornata che mi avrebbe portato proprio sopra il Ningaloo Reef con un’imbarcazione dal fondo di vetro. Inclusa nell’escursione c’era anche un’ora di snorkeling a trecento metri dalla costa, che suppongo sia una cosa in grado di esaltare la maggior parte delle persone solo a nominarla, ma che in me è più in grado di generare paure che gioie. Sta di fatto che al momento di ricevere dalle mani della nostra guida, un giovane dai folti capelli pagliericci, il volto reso del colore del cuoio dal forte sole tropicale, la barba incolta e un paio di occhialini da intellettuale inforcati sul naso, le pinne e la maschera con boccaglio, mi sono detto che prima o poi bisogna vedere e provare tutto nella vita. Già che ero giunto fin lì, sarebbe stato stupido farsi frenare da una banale paura irrazionale e non completare l’opera.

“Se per caso vi avvicina uno squalo, fate finta di niente. Normalmente non sono pericolosi”, ed a queste ultime parole della guida, proferite con un sorriso che non sapevo se definire sardonico oppure innocente, ho pensato che era proprio da me scegliere di affrontare le proprie paure in modo deciso ed irreparabile. Fare dello snorkeling semplice semplice vicino alla costa e senza la presenza d’animali pericolosi pronti ad assaggiare la bontà della tua carne mi sembrò in quel momento qualcosa di ben più saggio di quello che mi apprestavo a fare.

Un profondo respiro, una lieve scarica d’adrenalina giù lungo la schiena, ed ero in acqua, con la barca che mi dava già l’impressione d’allontanarsi lasciandomi solo in mezzo all’oceano. La costa era appena una sottile linea bruna all’orizzonte, mentre dal lato opposto si notava un’altrettanto fine linea di spuma bianca, dove le onde s’infrangevano sulle prime mura della barriera corallina. Sotto di me un mondo partorito da una sfrenata mente fantasiosa. Qualche secondo per prendere confidenza con l’acqua e con la maschera con boccaglio ed ero pronto a concedergli tutta l’attenzione che meritava.

Blocchi di corallo bruno, alti fino a dieci metri, s’innalzavano da una piana di sabbia bianchissima, arrivando quasi a sfiorarmi. Tra loro s’aprivano canyon profondi, dove nuotavano masse informi di pesciolini sulla cui superficie riverberava la luce impalpabile del sole. Altri pesci multicolori, per lo più gialli ed azzurri, si spingevano più in superficie, nuotandomi a ridosso, tra le braccia e le gambe. Sfuggenti, sparivano dalla mia limitata visuale non appena cercavo d’osservarli più da vicino, per poi riapparire in un altro punto ai margini del mio campo visivo. Erano loro ad affascinarmi maggiormente, loro ed una strana e piacevole sensazione che mi aveva colto non appena avevamo iniziato a vedere scorrere sotto la barca le prime roccaforti di corallo. Lì adagiato sul pelo dell’acqua, il viso rivolto verso il basso ad osservare il mondo sottostante, mi sentivo pervadere dalla stessa sensazione che si prova stando in piedi con il capo proteso in alto all’interno di una grande ed austera cattedrale gotica. Di fronte ad un tale immenso e certosino lavoro si vanno a sommare due singole emozioni, una che si fa avvincere dalla bellezza dell’opera, l’altra che ti pone di fronte alla tua esiguità, riducendo il tuo io interiore ad una piccola particella indifesa. Fluttuando tra i flutti, ancora una volta mi ritrovavo sedotto da un senso di bellezza eterna, al cui cospetto ero nulla. Ed il nulla è leggero, leggerissimo.

 

Ad Exmouth i sacchetti di plastica sono banditi. Un cartello scritto a caratteri cubitali all’entrata del piccolo supermarket in centro al paese allerta l’acquirente di portarsi appresso una borsa propria, oppure di comprarne una di stoffa all’interno. Lo stesso concetto è ribadito più volte anche dalle cassiere, in prima linea nella crociata contro gli ignobili sacchetti di plastica. Crociata alla quale sono completamente favorevole, sia ben inteso. Mi fa solo un po’ sorridere che a Perth i supermercati sono abituati ad usare piccole borsette di plastica che si riempiono con un non nulla, costringendoti a portarne a casa a tonnellate anche per una piccola spesa. Ma ad Exmouth con le borse di plastica non si scherza. Le borse di plastica uccidono, purtroppo. Uccidono una delle creature più belle dei mari, la tartaruga marina.

La tartaruga verde, la tartaruga comune e la tartaruga embricata da novembre a marzo si accoppiano e depongono le uova lungo le immacolate spiagge della penisola, uno dei pochi posti al mondo dove è ancora permesso loro farlo. Purtroppo le tartarughe marine sono facilmente disturbabili durante i processi riproduttivi dalla presenza dell’uomo ed hanno quindi bisogno di rifugiarsi in luoghi isolati e tranquilli. L’eccessiva antropizzazione delle coste è uno dei motivi del loro declino, forse il più importante. Un altro è la presenza di troppi rifiuti che galleggiano negli oceani, tra i quali i sacchetti di plastica. Le tartarughe scambiano i sacchetti per meduse o cefalopodi, loro prede naturali, ma dopo averli ingeriti non riescono più a mangiare nient’altro perché il sacchetto gli si blocca in gola. In poco tempo, in un’agonia che mi fa rabbrividire anche al solo immaginarla, muoiono di fame.

Al Jurabi Turtle Centre, una piacevole e ariosa tensostruttura costruita a ridosso delle dune costiere sul lato occidentale del North-West Cape, ricca di cartelloni esplicativi e piccoli plastici, ho imparato questo ed altro riguardo questi splendidi animali: come vivono, come si accoppiano, come depongono le uova e come è facile disturbarle, mettendo a rischio il loro fragile ed unico stile di vita. Laggiù ci eravamo giunti di ritorno dalla nuotata sulla barriera corallina, con una piccola deviazione dall’unica strada asfaltata della zona. In compagnia della giovane guida eravamo poi scesi lungo la spiaggia, incrociando alcune scie tracciate dalle tartarughe per spostarsi dall’oceano ai luoghi di deposizione delle uova. Sulla base di quanto appena letto, ero in grado di determinare (con una certa approssimazione) quale delle tre specie di tartaruga marina aveva tracciato quei segni. La tartaruga verde si muove sulla sabbia muovendo simultaneamente le zampe, creando così due tracce parallele identiche. La tartaruga comune e quella embricata invece muovono prima una zampa anteriore e quella posteriore opposta, e in un secondo momento le altre due zampe, quindi le tracce sulla sabbia presentano delle fossette alternate. Tra queste ultime due, le tracce lasciate dalla tartaruga embricata sono più piccole. Già quella sera, al calare del buio, altre tartarughe sarebbero uscite guardinghe dall’acqua per cercare un posto calmo e sicuro tra le dune dove depositare le uova, pronte a rifugiarsi in acqua al minimo pericolo. Quello è il loro mondo, ho pensato ammirando il riverbero del sole sul pelo dell’acqua ad ovest, ed è giusto lasciarglielo intatto, non farne parte in alcun modo. Proteggerlo innanzi tutto dalla nostra stessa presenza. Era ora di andarsene, possibilmente senza tornare mai più.

Cape Range National Park

Giunto ad Exmouth con la stessa corriera notturna c’era un venticinquenne di Sheffield, alla scoperta solitaria dell’Australia per un paio di mesi. Viaggiava con uno zaino leggero ed i suoi capelli ricci avevano l’aria di non essere stati risistemati da tempo. Si chiamava Thomas ed il caso volle che diventassimo compagni di stanza nell’accomodation più a buon mercato della piccola cittadina.

Due sere dopo il nostro arrivo ci siamo ritrovati seduti allo stesso tavolino del bar dell’ostello, a bere birra e chiacchierare un po’ di noi. Non che capissi esattamente tutto quello che mi diceva, ma a grandi linee riuscivo a mantenere una conversazione degna di questo nome. Con Thomas tutto era semplice. Era un tipo dal volto calmo e rilassato, sempre sorridente, e dallo sguardo spigliato e gioviale. Con lui mi trovavo a mio agio e così non ebbi esitazioni ad accettare la proposta di noleggiare una macchina il giorno successivo per partire alla scoperta del Cape Range National Park.

Le birre bevute furono troppe per essere pronti all’alba, come nostra intenzione, ma alle nove, con un sole tenace già alto nel cielo, ci trovammo pronti a bordo di una compatta automobile giapponese di color rosso vivo. Avevamo stabilito di dirigerci subito a sud, per percorrere una delle due strade che dalla costa orientale risalgono le pendici della grinzosa catena montuosa che rappresenta la dorsale della piccola penisola, penetrando a fondo nel Parco Nazionale. Entrambe le strade s’interrompono prima di raggiungere la scarpata occidentale, terminando la corsa in prossimità di due belvedere da cui è possibile far spaziare lo sguardo sui due lembi d’oceano che abbracciano questa terra brulla. L’unica via per raggiungere la costa occidentale partendo da Exmouth è, infatti, attraverso la strada che conduce a nord, passando in prossimità della punta settentrionale della penisola. Ma a quel lato avevamo deciso di dedicare il pomeriggio.

La strada verso sud è per lo più rettilinea, una pista grigia che taglia di netto una vegetazione d’arbusti nani di sclerofille. Mentre la percorrevamo, il calore saliva ad ondate dall’asfalto, rendendo tremolante l’orizzonte, ed i colori si stavano appiattendo in una sola cromia, sbiadita dagli accecanti raggi del sole. Ogni tanto scendevamo dentro larghi avvallamenti, con la strada che s’affossava rapida per poi risalire. Correvamo così dentro gli alvei rinsecchiti dei torrenti effimeri che scendono dalle vicine montagne per gettarsi in mare dopo poche centinaia di metri, una corsa breve ma intensa. Probabilmente alle prime piogge torrenziali della wet season, che dovevano arrivare da lì a non molto, Exmouth sarebbe rimasta tagliata fuori dal mondo.

La prima delle due strade, Shothole Canyon road, era chiusa perché in pessime condizioni, mentre la seconda, Charles Knife road, era asfaltata quasi di fresco fino al confine del parco, oltre il quale si trasformava in uno sterrato polveroso che saliva sinuoso lungo le prime roccaforti calcaree di quelle montagne riarse dal sole. Lì giunti, abbiamo posteggiato la macchina a lato della strada e continuato a piedi, con la speranza di raggiungere in quel modo il belvedere. Non ci è voluto molto per constatare che la strada da percorrere era troppo lunga. Ci siamo dovuti accontentare di una semplice camminata senza meta sotto un sole che dire forte è un eufemismo. Ma entrambi eravamo ammaliati da un paesaggio sublime, fatto di giallognole creste calcaree, canyon rossi scavati in profondità da immaginari torrenti in piena, cappelli isolati di rocce più scure posti in equilibrio su cumuli di detriti arenosi. La vegetazione era composta di bassi cespugli, che si accrescevano come puntini verdastri in mezzo al rosso bruno delle rocce. Un panorama punteggiato, dipinto con brevi tratti di pennello, come un quadro di Manet. Un paesaggio rude ed impietoso, dall’indubbio fascino.

Ma dopo un po’ l’ha vinta il sole, che era davvero forte, troppo per decidere di proseguire oltre senza quasi uno straccio di viveri e acqua. In realtà prima di partire c’eravamo anche fermati a fare provviste alla solita rivendita d’alimentari del distributore di benzina, ma se io mi ero premunito di comprare qualche bottiglietta d’acqua, Thomas si era limitato ad una lattina di coca-cola e un pacchetto di biscotti. Un po’ poco per reggere un trekking in uno dei posti meno ospitali al mondo. Così siamo tornati alla macchina, trasformata per l’occasione in un autentico forno, e abbiamo ridiretto il suo muso arrotondato verso nord. Al momento di rilanciarsi in discesa, negli occhi l’azzurro di un mare infinito che, all’orizzonte, si confondeva con il tenue celeste del cielo, un fremito di piacere mi ha percorso il corpo. Con un braccio appoggiato fuori dal finestrino, il vento che mi scompigliava i pochi capelli, ho sentito un piacere sottile crescere in me, quel puro piacere di vivere che si prova solo quando si è completamente liberi, affrancati da anche la pur minima preoccupazione. Libero, come il vento in faccia al quale mi sollazzavo.

Tornati in paese, abbiamo proseguito fin quasi alla punta della penisola, per poi ridiscendere nuovamente verso sud dall’altro lato della catena calcarea. Qui il paesaggio, rispetto all’altro versante, cambia di un non nulla. Si avverte solo una minore presenza dell’uomo, che rimane confinata quasi alla sola strada. Sulla sinistra si distendono le piane che terminano ai piedi delle montagne, inizialmente lontane un paio di chilometri. Tra i cespugli verdastri si ergono piccole torri di terra rossa, termitai talvolta alti più di due metri, che hanno raggiunto quelle ragguardevoli dimensioni in alcune centinaia di anni. Sulla destra le piane continuano verso ovest con un’estensione più limitata, appoggiandosi ad una serie di alte dune bianchissime, che precludono la visione dell’oceano. Al nostro passaggio le dune risplendevano ai raggi del sole, distaccandosi dalle tinte più opache dell’ambiente circostante. Il loro colore sgargiante era un invito, una promessa di cristallina purezza che ci attendeva lì ad ovest, a poche centinaia di metri. Un insostenibile canto di sirene, pieno di lusinghe difficilmente ignorabili. Entrambi eravamo a conoscenza che lungo tutta la costa occidentale del North-West Cape si potevano incontrare spiagge dalla finissima sabbia bianca che scivolano in limpidissime acque color turchese. Un autentico delirante sogno tropicale che volevamo in qualche modo vivere.

Guardando la mappa la sera precedente, avevamo puntato il dito su Turquoise Bay, più spinti dal nome che da altro. Si trovava oltre i confini del parco, ad una decina di chilometri a sud del suo centro visitatori. Prima di raggiungere la meta prefissata, quindi, ci siamo fermati a dare un’occhiata a quell’insieme di caseggiati a forma esagonale, una delle poche costruzioni erette dall’uomo da questo lato della penisola, costruito per accogliere il grande flusso turistico dell’area e ragguagliarlo delle sue splendide bellezze naturali, inclusa la sua delicata fragilità. Lo abbiamo trovato ricco di informazioni, sia sulla vita marina della barriera corallina, sia su quella terrestre, di suo più stretta competenza. Opuscoli, cartelloni, plastici, giochi interattivi, tutto a mostrare la sublime ricchezza dell’arida penisola, con uno sguardo rivolto in particolar modo ai più giovani, semplicemente spiegato e dal ricercato design. Per quanto siano poche le persone che giungono nel North-West Cape per conoscere gli aspetti naturalistici del suo entroterra, il centro visitatori del parco si è posto l’obiettivo di avvicinare il grande pubblico alla ricchezza naturale di cui è custode. Un’opera di sensibilizzazione che, a mio modesto avviso, sembra ben fatta.

Più a sud, Turquoise Bay ci è apparsa come l’avevamo sognata, una luminosa baia che, come dice lo stesso nome, risplende di un profondo e riappacificante color turchese. Le acque cristalline sono cinte da una mezzaluna quasi perfetta di sabbia bianca che scivola leggera tra le dita, mentre al largo si intravedono le onde infrangersi contro la barriera corallina, che protegge la baia mantenendo al suo interno le acque calme e docili. È una zona adatta per fare snorkeling, con i primi coralli che adombrano il fondo marino a poco più di cinquanta metri dalla battigia, una vera delizia per gli appassionati. Ma anche per chi, come me, aveva solo voglia di bagnarsi ai raggi del sole e di godere dell’intensità dei suoi colori.

Ma dopo un’ora passata ad oziare, la voglia di proseguire il nostro personale viaggio verso sud ci ha indotto a riprendere la macchina. Proseguendo lungo la strada, le montagne s’avvicinano alla costa, mostrandosi sempre più. A tratti si aprono delle spaccature lungo quella che da lontano sembra una compatta parete rocciosa e profonde gole ombrose si gettano verso l’interno, scomparendo alla vista. La più famosa di queste è riempita d’acqua salata, una sorta di fiordo largo qualche centinaia di metri, separato dall’oceano da una sottile striscia di sabbia, che incide profondamente il tavolato calcareo. Lo Yardie Creek è navigabile e da un piccolo pontile di legno partono regolarmente piccole crociere che lo esplorano per buona parte della sua lunghezza. Dal pontile partono anche due sentieri che conducono in alto sopra le pareti verticali della gola, camminate di qualche ora che promettono vedute da mozzare il fiato.

Purtroppo il tempo a nostra disposizione stava terminando e non potevamo far altro che fermarci dove terminava la strada asfaltata, giusto in prossimità dello Yardie Creek. Da lì la strada continua sulla striscia di sabbia che divide le acque della gola da quelle del mare, ma il percorso è meglio affrontarlo con un 4x4. Continuando per più di un centinaio di chilometri verso sud, quella strada conduce al piccolo avamposto turistico di Coral Bay. Con il sole che aveva già perso la sua forza e il paesaggio che iniziava a tingersi di rosso, non ci rimaneva altro da fare che osservare il tutto – il canyon, il pontile, i sentieri, la pista sabbiosa – dal suo punto d’origine. Uno sguardo carico di rammarico. Sarebbe stato bello continuare, andare oltre, senza una vera meta. Solo il piacere di scoprire cosa c’è al di là della prossima curva. Si, sarebbe stato bello.

Coral Bay

Bateman Bay ha in dote una fascia di sabbia bianchissima che per oltre otto chilometri si frappone tra vaste dune ricoperte di una vegetazione color polvere e le sue acque di uno spettacolare color turchese. Acque un po’ più movimentate delle altre baie della costa occidentale del North-West Cape perché il Ningaloo Reef crea una piccola discontinuità proprio di fronte ad essa, permettendo così all’oceano di avvicinarsi ardimentoso fino alla costa. È in questa bellissima baia isolata e silenziosa che nel 1884 la goletta Maud gettò l’ancora, dando vita al primo insediamento europeo in corrispondenza delle propaggini meridionali del Ningaloo Reef. L’insediamento prese il nome di Maud’s Landing, nient’altro che un pontile, una stazione per la lavorazione della lana e qualche sparuta casupola, abbastanza comunque da diventare un luogo di riferimento per gli estesi allevamenti di pecore della regione. Dal 1898 al 1947 Maud’s Landing fu il porto in cui venivano sbarcate le provviste da smistare tra le fattorie nell’interno e dove venivano imbarcate la lana e le pecore da far recapitare nelle più popolate regioni del sud.

Ora di Maud’s Landing non rimane traccia, se non qualche pilone di legno del vecchio pontile che fuoriesce dall’acqua e dalla sabbia, perenni sentinelle in attesa di un bastimento che non giungerà mai più. Il resto del pontile fu utilizzato qualche decina di chilometri più a nord per costruire una stazione per la pesca alle balene. Anche lì le tracce lasciate dalla passata attività di pesca sono solo un insieme sconnesso di ferri vecchi completamente arrugginiti e semisommersi dalla sabbia. In questa terra arida e inospitale l’allevamento delle pecore e la caccia alle balene sono durati pochi anni, scomparendo rapidamente com’erano apparse e lasciando dietro di sé solo effimere tracce che tra qualche anno nessuno più scorgerà.

Ora la regione ha altro da offrire: uno dei mari più belli che mente umana possa immaginare. Già nei primi anni del secolo scorso una baia a tre chilometri a sud di Maud’s Landing era usata per scopi ricreativi dai residenti della zona. Era conosciuta come Bill’s Bay, in onore di Ruby May French (affettuosamente chiamata ‘auntie Billie’), la moglie del proprietario di Cardabia Station, la fattoria che includeva l’area di Maud’s Landing e della stessa Bill’s Bay. I primi edifici cominciarono ad apparire nella baia negli anni trenta, ma si dovette aspettare il 1968 per vedere la costruzione del primo hotel con scopi esclusivamente turistici. L’albergo venne chiamato Coral Bay Hotel e così il piccolo insediamento turistico che lo circondava cominciò ad essere conosciuto con quel nome. Ecco come nacque l’odierna Coral Bay.

Oggi le cose non sono poi tanto cambiate da allora, almeno per quanto riguarda il numero delle abitazioni che compongono il piccolo insediamento turistico. Stiamo veramente parlando di una manciata di case, tutte racchiuse intorno a poco più di un paio di strade. Il Ningaloo Club, una budget accomodation piuttosto conosciuta e frequentata, un piccolissimo centro commerciale che accoglie in sé tutti i negozi del paese, una serie di quattro-cinque ristoranti sorti l’uno di fianco all’altro lungo il medesimo tratto di strada, qualche resort esclusivo costruito in disparte rispetto alla via principale e varie casette prefabbricate addossate le une alle altre appena dietro le prime dune di sabbia. Ben poca cosa rispetto a quello che il luogo ha turisticamente da offrire, un vero paradiso per gli amanti del mare. Non credo siano molti i posti al mondo dove con un paio di bracciate dalla riva ci si può trovare sopra una splendida barriera corallina. Le prime roccaforti del Ningaloo Reef sono lì, a poco più di cinquanta metri dalla spiaggia quando c’è l’alta marea, a molto meno quando il mare si ritira. La baia è un insieme di colori da mozzare il fiato: una tenue acquamarina dove la piana sabbiosa declina con una minima pendenza dalla costa, creando uno stagno d’acqua bassa piacevolmente tiepida, un affascinante turchese dopo la scarpata che dalla piana sabbiosa conduce alla barriera corallina, dove l’acqua, per l’influenza delle correnti che penetrano nella baia da sud, si fa sensibilmente più fresca, e in ultima le ombre blu degli ammassi corallini, che prima appaiono isolati e poi vanno addensandosi fino a coprire l’intero specchio d’acqua. Solo in lontananza s’intuisce la loro fine, segnalata dalla sottile linea bianca delle onde dell’oceano che s’infrangono sul corallo. I colori poi imperversano sotto acqua, accessibili con maschera e boccaglio, l’attrezzatura per immersione o una semplice barca con fondo di vetro. Le occasioni che Coral Bay offre per accostarsi alla barriera sono infinite, dal noleggio di qualsiasi attrezzatura per lo snorkeling e il diving, all’organizzazione costante di mini-tour su svariati tipi d’imbarcazioni. Ma è sufficiente starsene con l’acqua alle ginocchia a pochi metri dalla riva per vedersi circondare da piccoli pesci multicolori che sembrano divertirsi un mondo a gironzolarti tra le gambe. C’è di che rimanere estasiati, anche per la varietà di animali marini che si possono osservare con una semplice camminata lungo la battigia verso Bateman Bay, cosa che ho fatto il secondo giorno di mia permanenza nel piccolo insediamento turistico.

Eravamo in pochi a camminare sul bagnasciuga verso nord, sfruttando la bassa marea per uscire dalla Main Beach di Coral Bay senza dover salire sulle dune coperte di vegetazione. Superati degli affioramenti rocciosi che chiudono a nord la baia, mi sono ritrovato in un mondo ancora più elettrizzante di quello appena lasciato. Il mare era un quadro in movimento di varie tonalità d’azzurro, incorniciato da una polverosa linea costiera e da un cielo limpido e carico di colore. Ma più di tutto c’era un silenzio da rapire l’anima, quel silenzio naturale fatto solo d’onde che si adagiano placide sulla spiaggia e dal fruscio del vento che accarezza la bassa vegetazione dunale. Per quanto Coral Bay sia un insediamento turistico di piccole dimensioni, ci sono ancora troppe persone per assaporare in modo completo la voce suadente della natura. Ma una semplice camminata di venti minuti è sufficiente a isolarti dal perenne brusio umano, dandoti l’impressione di essere l’ultimo uomo rimasto sulla terra. Proseguendo a camminare ho doppiato Point Maud, oltre il quale si apre Bateman Bay. Già in quel momento non ero più solo, ma in compagnia di uno squalo di barriera che mi nuotava di fianco nell’acqua bassa. Era vicinissimo alla costa, galleggiando imperscrutabile in mezzo alle onde che s’infrangevano sull’arenile. Abbiamo camminato uno di fianco all’altro per oltre cinquecento metri, poi, forse perché non gli avevo rivolto la parola, si è voltato ed è tornato indietro. Ma altre ombre scure erano pronte a prendere il suo posto: tartarughe e serpenti marini, mante e tanti altri squali di barriera. Quel mare azzurrissimo era più vivo che mai, pronto a lasciarsi ammirare anche da chi, come me, per un rapporto non proprio ottimale con l’acqua preferiva starsene ben piantato con i piedi per terra.

Cable Beach

Un paio di ragazzini giocava con dei piccoli aerei telecomandati, uno rosso e uno giallo, che sfruttavano il forte vento proveniente dal mare per compiere ardite acrobazie. Mi perdevo nel loro frenetico movimento sorseggiando una birra, seduto a un tavolino posto in cima ad un’alta duna costiera. Da lassù potevo avere un’ampia visuale su una delle spiagge più belle del mondo. In un giorno di sole, come ne capitano molti nel nord dell’Australia Occidentale, Cable Beach appare come una distesa lunghissima di sabbia color avorio bordata da acque tropicali di un puro turchese. Io lì però c’ero giunto in una giornata di pioggia e vento, con il cielo interamente coperto da un denso strato di nuvole grigie, prime avvisaglie di un ciclone tropicale che tutti i notiziari davano in arrivo nei giorni seguenti. La wet season, la stagione delle piogge, stava iniziando, investendo e spazzando con i suoi temibili cicloni l’intera regione. In quella luce cupa e umida la spiaggia appariva di un color giallo pallido con riflessi arancione, mentre il mare schiumoso era di un verde intenso che incuteva più timore che voglia di immergersi. A rimanere invariata era invece la vastità toccante della spiaggia: Cable Beach è lunga più di ventidue chilometri e con la bassa marea supera il centinaio di metri di larghezza. C’è di che rimanere estasiati nell’ammirare una tale immensità.

La ricerca di tale visione era uno dei motivi per cui ero giunto fin lì, a quasi 3500 chilometri da Perth e dopo quasi un mese di viaggio nella porzione settentrionale del Western Australia. Volevo vedere Cable Beach e assaporarne un po’ l’essenza, per quanto il cattivo tempo in arrivo me lo avrebbe permesso. Non avrei potuto ammirare uno dei suoi celebri tramonti, pubblicizzati pressoché ovunque a Perth (la spiaggia è disposta verso ponente e il sole cade giù in picchiata proprio di fronte ad essa, incendiando l’oceano di una rutilante luminescenza e stendendo violacee ombre sulle chiare dune costiere), ma almeno non avrei visto quelle sagome ingombranti e decontestualizzate dei cammelli che in carovana accompagnano i turisti in una passeggiata lungo l’arenile, una delle attrattive di cui Cable beach va più orgogliosa (qualcuno potrebbe dirmi che i cammelli in Australia sono ormai una presenza assodata, con numerosi esemplari che vivono allo stato brado in tutto il Red Centre, ma per quanto mi riguarda sono animali importati il cui inselvatichimento è solo uno dei tanti errori commessi dai coloni europei; hanno per me la stessa attrattiva di un lama in Africa o di un elefante nella pampa argentina).

Ma non ero lì solo per quello. Cable beach e la vicina cittadina di Broome rappresentavano un ideale punto di arrivo, l’ultima meta oltre la quale si accede al Kimberley, regione assimilabile ai Territori del Nord e di fatto più accessibile da Darwin. Ecco perché avevo percorso così tanta strada nell’ultimo mese, ore e ore passate su una corriera a vedere scorrere dal finestrino aridi paesaggi sempre uguali. Volevo sentire in un qualche modo Broome come una meta conquistata e vivere sulla pelle la tremenda vastità dell’Australia. Ugualmente era un vero peccato che in quel momento del sole non ci fosse proprio traccia e non ci fosse nemmeno alcuna speranza di vederlo nei giorni a seguire. A farmi compagnia c’era solo un costante vento in faccia ed un profumo di temporale nell’aria. Una fine pioggia cadeva a tratti, annacquandomi la birra e inducendomi a pensare, mentre osservavo alcuni temerari bagnanti che si sollazzavano tra le onde dell’oceano, quanto reale fosse il pericolo delle meduse a scatola in quelle acque. Avevo letto che quelle temibili meduse si presentavano in numero maggiore nei pressi della costa dopo una pioggia e allora ero lì a chiedermi se potevano essere così numerose anche durante una pioggia. In ogni caso non avrei provato a entrare in acqua per accertarmi della cosa. Il veleno di Chironex fleckeri (la più velenosa della medusa a scatola, nota anche come vespa di mare) è una complessa miscela di polipeptidi e proteine che detiene il primato di più letale veleno del mondo animale. Ben trentatré volte più potente rispetto a quello di un ragno delle banane o ottanta volte quello di un mamba nero. Una singola medusa possiede sufficiente veleno per uccidere duecentocinquanta uomini. Quando il tentacolo ti tocca, una serie di piccoli organi detti cnidoblasti estroflettono un filamento cavo e acuminato che contiene il veleno, che ti perfora la pelle fino a un millimetro di profondità. A quel punto quello che si prova è un estremo dolore, come essere marchiati a fuoco. Un dolore tanto più intenso quanto più ampia è la superficie tentacolare che ti ha colpito. A volte è solo questo dolore a ucciderti, provocando un arresto cardiaco che anticipa l’azione diretta del veleno. Se sopravvivi a questo iniziale dolore, non è che poi ti aspettano dei bei momenti, perché il veleno entra in azione con tutto il suo potere. Brucia la pelle, attacca il sistema nervoso e mira diretto al cuore. In circa tre minuti ha già raggiunto il suo pieno effetto. Il battito cardiaco si fa irregolare, non riesci a respirare e senti come acqua nei polmoni. Ti assale una sete terrificante e muori prima di renderti conto di altro, per arresto cardiaco o respiratorio. Anche esistendo un antidoto totalmente efficace, spesso presente direttamente in loco nelle spiagge “infestate”, il metodo più efficace per sopravvivere a un incontro con una vespa di mare è starsene tranquilli a terra, evitando di fare il bagno nel periodo in cui si approssimano alla costa settentrionale dell’Australia, cioè proprio nella wet season. O in alternativa indossare una specifica muta protettiva o nuotare all’interno di particolari aree dove sono state montate reti anti-vespa di mare. In quest’ultimo caso si può stare tranquilli nei confronti di Chironex fleckeri, che è una medusa di grandi dimensioni, ma non si è al riparo di un’altra medusa di dimensioni molto più piccole, la irunakdji. Minuscola, quasi invisibile alla vista, questa medusina possiede un veleno di una potenza inaudita e gli effetti di una sua puntura vanno da un limitato arrossamento fino ad arrivare a dolori lancinanti che durano giorni, se non settimane, in funzione della quantità di veleno iniettata e dalla risposta personale del proprio corpo. La irukandji ogni tanto viene a far visita alle rive di Cable beach: la probabilità di essere punti è rara, con circa 3-5 casi registrati all’anno, ma all’ingresso della spiaggia una nota indica il giorno in cui si è verificata l’ultima puntura, tanto per ricordare il rischio. Sulla spiaggia sono comunque presenti kit di pronto intervento a base di aceto, l’unico modo per alleviare il dolore della puntura di entrambe le meduse.

Ma quando si parla di animali velenosi è tutta l’Australia a detenere qualsivoglia primato. Le sue acque non sono frequentate solo dalla medusa più velenosa del mondo, ma anche dal polipo più velenoso, il polpo dagli anelli blu, il pesce più velenoso, il pesce pietra, i molluschi più velenosi, alcune specie del genere Conus, i serpenti d’acqua più velenosi, eccetera, eccetera, eccetera. E non è che poi cambi molto se dal mare passiamo alla terraferma. Qui troviamo il serpente di terra più velenoso, il taipan dell’interno, e una buona dose di altri serpenti e di ragni con cui è meglio non scherzare.

Tra questi ultimi ce n’è uno particolarmente interessante, il ragno dei cunicoli (Atrax robustus), interesse dovuto all’interazione tra il suo comportamento particolarmente aggressivo e il fatto che ama moltissimo trovare nascondiglio nelle scarpe, tra i vestiti e sotto i mobili. Non ha alcun timore dell’uomo, anzi possiamo ben dire che l’uomo gli sta proprio sulle scatole, tanto che se lo incontrate state pur certi che ci prova a tirarvi un bel morso. La fortuna è che il suo areale, cioè la regione dove lo si può incontrare, è veramente molto ristretto, meno bene invece che gli inglesi decisero di costruire la loro prima colonia australiana proprio in questo piccolo lembo di terra: l’ Atrax robustus  lo si può incontrare solo a Sydney. Proprio a causa sua gli abitanti di Sydney sono noti per un’attenzione maniacale nel piegare e riporre i vestiti e in generale per un ordine domestico che a un “forestiero” può sembrare eccessivo. Tra tutti i ragni con veleno neurotossico è il più letale per l’uomo. Per ragioni sconosciute, infatti, l’evoluzione ha voluto che il suo veleno sia più efficace sui primati che sulle sue prede naturali. Farti mordere è facilissimo: ti basta mettere le mani in fondo a quel cassetto, indossare un paio di scarpe dimenticando di controllare che siano sicure, infilare le mani nella tasca sbagliata o camminare lungo il corridoio di notte senza aver acceso la luce. Insomma, tutte cose che faccio normalmente… un bel problemino.

Si può ben dire che l’Australia è la patria degli animali velenosi, ma non scherza nemmeno con quelli che, pur non essendo velenosi, sono ugualmente molto pericolosi per l’uomo. Coccodrilli marini (saltwater crocodile, che gli australiani chiamano amichevolmente saltie) e vari tipi di squali, tra cui il temuto squalo bianco, sono “nemici” comuni per gli australiani. Leggendo qua e là per internet, un giorno mi sono imbattuto su un articolo di giornale che parlava della scoperta di una nuova specie di serpente d’acqua nel nord dell’Australia. Specie rara che vive in ambienti costieri poco battuti dai pescatori (e per questo finora mai scoperta), era l’ennesimo serpente velenoso e potenzialmente pericoloso per l’uomo. Ma non era stata la sua pericolosità ad attrarre la mia attenzione, ma la motivazione con cui un ricercatore ammetteva candidamente che il nuovo serpente era assai difficile da studiare nel suo habitat naturale: “È impossibile osservarlo in natura, perché le acque sono molto torbide e affollate da enormi squali leuca e da coccodrilli marini, oltre alle velenosissime meduse scatola. Se ci immergessimo, la nostra aspettativa di vita sarebbe misurabile in minuti – l’unico dubbio sarebbe quale animale potrebbe ucciderci. Io scommetterei sugli squali”. Aspettativa di vita misurabile in minuti? Ma stiamo scherzando? Ma che razza di posto è mai questo?

“Quando vuoi farti una bella nuotata”, mi disse il signor Parnell una delle prime volta che mi sedevo con lui sul divano a guardare la televisione, “ricordati di tenere sempre una persona tra te e il mare aperto”. Ottimo consiglio.

Broome

Il 3 marzo 1942 cinque caccia giapponesi compirono un’incursione su Broome. Nell’attacco di quindici minuti alla base militare furono distrutti 23 aerei e uccise 70 persone. Un bombardiere americano tentò il decollo all’inizio dell’incursione, ma fu abbattuto poco lontano, sul mare. Dei 33 uomini a bordo ne sopravvisse solo uno. La seconda guerra mondiale toccava così anche questo isolato angolo di mondo.

Durante la guerra si poterono contare ulteriori tre incursioni su Broome e tante altre su tutta la costa settentrionale dell’Australia, da Darwin fino al golfo di Exmouth. In prossimità del faro di Vlamingh Head, sulla punta settentrionale del North-West Cape, si possono osservare i resti di una batteria antiaerea, ancora circondata da muretti di sacchi di sabbia ormai cementificati. Ma le incursioni aeree erano solo il preludio dell’avanzata giapponese in tutto il sud-est asiatico. La vera paura per gli australiani fu il profilarsi di uno sbarco, una vera invasione che l’esiguità dell’esercito australiano non avrebbe potuto prevenire o contrastare. Troppo vasta l’Australia e troppo pochi australiani a difenderla. Ecco perché alla fine della seconda guerra mondiale il governo incentivò l’arrivo di nuovi flussi migratori, con il solo scopo di aumentare la popolazione ritenuta troppo modesta.

Broome quel 3 marzo entrò nei libri di storia per la seconda volta. La prima fu nel 1889, quando si decise di far partire proprio dai suoi pressi un cavo telegrafico che collegò l’Australia a Singapore. La spiaggia da cui il cavo partì fu chiamata proprio per questo Cable beach.

Intorno a queste due date la storia di Broome è fatta quasi interamente di madreperla prima e solo perla poi. Sorta nel 1983 come insediamento per servire i luoghi dove si pescavano le conchiglie per ricavarne la madreperla, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale produceva l’80% mondiale di questo particolare materiale. Tra le due guerre il calo del commercio, la grande depressione del 1929 e la concorrenza del Giappone causarono un calo nella richiesta di madreperla, ma alla fine della Seconda guerra mondiale, con la flotta di pescherecci giapponesi completamente spazzata via dagli eventi bellici, Broome si ritrovo senza concorrenti e ridivento il principale porto mondiale ove praticare questo tipo di raccolta. Con la madreperla sostituita negli anni ’50 da materiali sintetici più a buon mercato, Broome per sopravvivere cominciò a interessarsi non più alla madreperla, cioè il materiale ricavato dallo strato interno delle conchiglie, ma alla perla vera e propria: negli anni settanta oltre il 60% delle perle coltivate nel mondo proveniva da questa piccola cittadina australiana. Dagli anni settanta l’economia di Broome cominciò a diversificarsi, grazie alla scoperta di minerali in zone più interne del Kimberley e ad un interesse turistico via via crescente, portandola ad essere una delle città australiane con maggior crescita del XXI secolo. Perle, minerali e turismo stagionale, in sintesi questo è Broome oggi. Turismo stagionale perché i turisti arrivano a frotte dal sud dell’Australia solo durante la dry season, trasformando la città in una fervente località balneare. Nella wet season Broome torna a essere una sonnacchiosa cittadina di frontiera, dove per le strade si vedono circolare ben poche persone e ti aspetteresti da un momento all’altro di vedere rotolare a terra balle spinose di tumbleweed trascinate dal vento.

Era un caldo umido che ti appiccicava la maglietta addosso ad accoglierti fuori dai pochi locali ancora aperti: un information center, qualche ristorante ed un buon contingente di rivendite di perle, tutti rigorosamente dotati di aria condizionata sparata a mille. Aria condizionata che al mio secondo giorno di Broome non era poi così tanto necessaria, visto l’arrivo del già menzionato ciclone tropicale. Ho sempre avuto una passione per il vento e per i fenomeni atmosferici diciamo estremi. Fin da piccolo ho amato osservare i temporali, le braccia appoggiate al davanzale, la finestra rigorosamente aperta per appropriarmi del profumo intenso della pioggia e sentire sulla pelle i piacevoli schiaffi del vento. Da qualche tempo sognavo di ritrovarmi in mezzo ad una tempesta tropicale, magari non proprio forte forte, tanto da non rischiare più di tanto, ma comunque sufficientemente ricca d’energia da creare un bel po’ di movimento. Era per questo che le notizie che davano in avvicinamento la tempesta, che mi erano giunte fin da quando ero a Exmouth, mi avevano spinto verso Broome piuttosto che allontanarmici. Finalmente l’occasione si stava presentando, bastava non cambiare in alcun modo la pianificazione del viaggio.

Il posto dove avevo deciso di alloggiare era fatto al caso mio, una struttura con un’equilibrata alternanza tra spazi aperti e coperti e con una cucina che sembrava una capanna costruita in mezzo ad una foresta, con le pareti di lamiera accarezzate dalle fronde delle palme, che la cingevano da ogni lato. Avevo quel giusto sapore di tropicale che non poteva mancare, se no che razza di ciclone tropicale sarebbe stato? La veranda offriva svariati divanetti da cui contemplare l’evento e una bottiglia di birra a buon mercato era sempre disponibile nel bar interno all’ostello. Insomma, lo spettacolo poteva incominciare… e così ha fatto. Già dalle primissime ore del mattino il vento ha iniziato a scuotere con forza le fronde degli alberi, mentre scrosci discontinui di pioggia percuotevano le sottili pareti di lamiera. Un suono stordente ha iniziato ad alternarsi a veloci istanti di calma, in una ciclicità che andava via via sempre più regolarizzandosi, trasformandosi in una cadenza ossessiva. Il tambureggiare violento della pioggia e il sibilo rabbioso del vento lungo le strade lasciavano spazio regolarmente ad attimi di strana calma, una quiete però carica di aspettativa, d’attesa per la veemenza che da lì a poco si sarebbe nuovamente scatenata. Un ciclo affascinante, uno spettacolo che meritava di essere visto, senza ombra di dubbio. Dopo poco più di un’ora ero già pronto a pagare il biglietto e andarmene dalla sala felice e contento, con un’altra voce da depennare sulla lista delle cose da fare assolutamente nella vita. Ma il ciclone non era lì sopra Broome per me, o forse non per me soltanto. Sta di fatto che non ne ha voluto sapere di sentirsi lui stesso soddisfatto della mia soddisfazione, così ha continuato a sbuffare ritmicamente per la seconda, la terza, la quarta, la quinta ora e così via, sempre regolare, sempre stordente, sempre violento. Mai un attimo di tregua, fino al tardo pomeriggio, momento in cui mi ero ormai talmente annoiato che me ne stavo con il mento appoggiato a un tavolo ad osservare la colorazione differente delle svariate bottiglie di birra che mi ero scolato durante l’intera giornata. Al primo cedimento del ciclone, con l’incessante pioggia di prima trasformata in una più blanda pioggerellina, ho indossato l’impermeabile e sono uscito per le strade di Broome in cerca di qualcosa per combattere il tedio che si era già impossessato delle mie ossa. Non che sapessi cosa cercare, ma rimanere inchiodato all’interno dell’ostello mi era diventato insopportabile. Ma il ciclone si era in realtà solo preso un caffè, così ha iniziato nuovamente ad imperversare che ero ancora in giro per strada. Dopo venti minuti in balia del suo ardore, con l’acqua che aveva trovato tutti i varchi nel mio abbigliamento impermeabile pochissimo impermeabile, in cui rivoli tiepidi mi scendevano per ogni dove, lungo la schiena, lungo il torace, lungo le braccia e le gambe, dove ogni più piccola porzione dei miei indumenti era intrisa d’acqua e pesante più del doppio del normale, ho deciso di ritornare al tedio asciutto dell’ostello. Basta, basta, non ne potevo più di questo ciclone. Dopo una doccia e un pasto caldo, ho deciso di affogare la mia noia con l’oblio del sonno sperando di non rivedere mai più un ciclone tropicale in vita mia.


Ad ovest il cielo era pennellato di viola e arancio, tinte forti, decise, come solo in Australia avevo ammirato. Poche nuvole sparse decoravano l’orizzonte, screziate di colori pastello rosa e cremisi, sospinte da un vento leggero, appena un blando sussurro. Alberi scuri si stagliavano sulla linea del tramonto, i contorni che si sfocavano sempre più. Sagome nere in movimento andavano e venivano dalle loro fronde, sacchi chiassosi che si appendevano a testa in giù sui rami, apparendo come ciondolanti caschi di banane. Le mangrovie di Roebuck Bay ospitano una colonia di oltre 50.000 volpi volanti, i più grandi tra i pipistrelli, e qualcuno aveva deciso di fare una capatina dall’altra parte della penisola, nei pressi di Cable Beach. Il loro costante chiacchiericcio mi faceva compagnia mentre ammiravo il crepuscolo con un bicchiere di buon bianco australiano in mano. Sono spesso le piccole cose, i piccoli particolari, a riempire la vita e renderla piacevole. Il viaggio, come dice Bouvier, ha sì il potere di riempirti la vita, ma ancora prima di questo ha il potere di purgartela. Un mese prima non avrei avuto quella leggerezza d’animo per assaporare così intensamente quel tramonto. Troppi inutili pensieri, troppi ottundimenti, troppa poca vitalità. Tutto il contrario di quello splendido momento.

Ero vivo, ricettivo e non più solo. Con me c’erano tre italiani e due ragazze belghe, tutti in precedenza conosciuti a Monkey Mia. L’Australia occidentale, a dispetto delle sue enormi dimensioni reali, è un posto davvero piccolo. Era la vigilia di Natale e si era deciso di comune accordo di festeggiare con una ricca cena di pesce innaffiato da vino bianco, anticipata da un antipasto a base di fette calde di garlic bread e fresca sangria come aperitivo. Le due ragazze alloggiavano in un campeggio nei pressi dell’oceano, le cui deserte cucine all’aperto erano pronte a ospitarci con tutto il nostro carico di entusiasmo, quella passione tipicamente italiana d’attrezzare un pasto sontuoso in qualsiasi luogo della terra, per qualsiasi buona occasione. Chiacchiere e risa prima davanti ai fornelli, poi ai lati della tavola imbandita, debolmente illuminati da una lampada da campeggio tenuta a debita distanza per non farci sommergere dalle falene. Flussi di parole, d’esperienze, d’emozioni. Quanto di meglio avevamo vissuto in Australia, quanto di meglio volevamo ancora vivere, quanto di meglio stavamo vivendo.

Due dei tre italiani stavano terminando il loro anno di lavoro/vacanza in terra australe, il terzo, fratello di uno dei due, li aveva raggiunti da poco meno di un mese per accompagnarli in quell’ultimo viaggio verso nord, fatto a bordo di un vecchio station wagon marrone stracarico di bagagli e cigolii. Le due ragazze viaggiavano invece su un van pieno di fiori, con però al posto dei capolini tanti bei teschi. Una via di mezzo tra figli dei fiori e metallari. Anche loro si stavano spostando da Perth verso nord, con l’intenzione di passare il Kimberley per raggiungere Darwin.

Sei fili si erano incrociati per un attimo sotto il limpido cielo crepuscolare di Broome, attorcigliandosi lievemente, per poi nuovamente districarsi alle prime luci dell’alba, di fronte a un paese completamente addormentato, per prendere nuove e diverse vie. Già poche ore dopo averli salutati mi aspettava la corriera che mi avrebbe riportato a Perth, trentatré ore di viaggio per sentire ancora una volta sulla pelle l’immensità di questa terra. Avere molto tempo a disposizione mi permetteva di non rinunciare al migliore dei lussi, la lentezza.