L'ultima frontiera

Dal 16 ottobre 2008 al 10 febbraio 2009

di Carlo Camarotto

Supreme Court building
Fremantle Street
Old Fremantle Prison
Cella
Fremantle Markets
Black Swan
Canguro
Koala

Tappa numero 4, Dal 27 dicembre 2008 al 1 gennaio 2009

Perth II
WA_4

Do you speak english?

Lo St. Mark International College è un insieme di bassi edifici di mattoni rossi disposti a ferro di cavallo, con aiuole alberate nel mezzo ad attorniare un’ampia fontana circolare. Le porte e le finestre saliscendi sono di legno laccato di bianco, come la balconata che arricchisce la facciata dell’edificio principale. Sopra la porta della reception giganteggia il logo della scuola, un cerchio d’oro bardato da due drappi rossi sopra una croce grigio-argento. Tutto odora profondamente d’Inghilterra.

Ragazzi di tutti i paesi avevano deciso d’impegnare qualche attimo della loro vita all’interno di quelle rosse mura per imparare la lingua del mondo globalizzato. Io ero stato tra loro. Uno dei più vecchi, ma c’era chi mi batteva di parecchio. Il primato spettava a una giapponese di quasi ottanta anni, volto incartapecorito e passo lento, ma occhi vivaci, molto più di quasi la totalità dei tanti giovani che frequentavano la scuola. Poi c’era Markus il tedesco, che aveva dieci anni più di me, più qualche altro attempato solo saltuariamente incontrato lungo i corridoi o in biblioteca. Per il resto solo tanti baldi giovani, che siccome ogni popolo tende a seguire le proprie mode, le vie più sicure già intraprese da qualche suo membro, alla fine venivano tutti dagli stessi stati. La popolazione dello St. Mark poteva essere distinta in cinque grandi gruppi etnici: gli asiatici orientali (giapponesi, coreani e taiwanesi, difficilmente distinguibili tra loro), gli indiani, gli svizzeri, i brasiliani e nessuno dei suddetti. Il quinto gruppo era di netto il più piccolo e all’interno di questo noi italiani non eravamo altro che un’infinitesima parte: io e un ragazzo di Como. In Italia è molto diffusa l’idea che tutto quanto ci sia da vedere in Australia stia a est, dalle parti di Sydney e Melbourne e un po’ più su verso Cairns e la Grande barriera corallina. L’ovest è discretamente poco valutato e sono in molti a non avere nemmeno l’idea di dove si trovi Perth. Era in parte per questo che avevo scelto di andare lì. Non volevo ritrovarmi in una classe a parlare più italiano che inglese, tentazione alla quale sapevo non sarei stato in grado di resistere. E, infatti, la prima settimana di lezione fui richiamato all’ordine di conversare solo in inglese più di qualche volta perché tra i miei compagni c’era una ragazza di Ginevra d’origine italiana che parlava perfettamente la lingua dei genitori. Per mia fortuna in poco tempo l’intesa con gli altri compagni di classe andò crescendo, rendendo necessario, e non più così pesante, l’uso dell’inglese. Anzi. C’erano momenti di estrema euforia quando riuscivo a mantenere una conversazione con Denis il taiwanese (Denis non era il suo vero nome, ma uno scelto per facilitare l’interazione con gli occidentali), magari riuscendo a raccontargli per intero una storia oppure una barzelletta. Tutto sommato ero lì anche per quello, riuscire a comunicare egregiamente con una persona di cultura e lingua completamente diversa dalla mia. A Monkey Mia avevo passato una splendida nottata a guardare le stelle con Aika, una giapponese in viaggio solitario per l’Australia. Me ne stavo seduto sul letto a trascrivere le emozioni degli ultimi giorni quando Aika rientrò in stanza e, trafficando tra le sue borse in cerca di un sacco a pelo, mi chiese se volevo farle compagnia: c’era un luminescente cielo notturno ad attenderci. Ci ho pensato su qualche istante, inizialmente più propenso a rifiutare l’invito che accettarlo, poi ho scelto di seguirla. Ci siamo distesi sulla fresca sabbia della notte, il viso rivolto verso l’alto, e abbiamo iniziato a chiacchierare: Italia e Giappone, italiano e italiani, giapponese e giapponesi, Carlo e Aika. Un paio d’ore scambiandoci parole in modo libero, leggero, immersi in una placida oscurità silenziosa. Il tutto attraverso una lingua non propria di nessuno dei due, una chiave universale per accedere ai nostri due mondi così diversi e lontani, entrambi all’altro affascinanti. Che splendido modo di passare il proprio tempo, che splendida sensazione riuscire ad accedere a uno scrigno di conoscenze fino allora ritenute inaccessibili. Lo stesso provavo con Denis ogniqualvolta riuscivo a raggiungerlo con i miei pensieri o riuscivo a comprendere efficacemente i suoi. Il tutto grazie all’utilizzo sempre più naturale di quello strumento meraviglioso che è diventata con il tempo la lingua inglese.

Non che avessi raggiunto in poco tempo dei livelli eccelsi nel suo utilizzo, intendiamoci, ma per quello che desideravo ottenere bastava veramente poco, una tenue connessione basata su un inglese primordiale conosciuto come globish. Questo termine l’avevo sentito nominare la prima volta da un eccentrico signore di mezza età che mi avvicinò su una panchina nei pressi di un centro religioso a Northbridge. Ero lì in attesa che iniziasse una lezione d’inglese gratuita tenuta dal parroco del quartiere, lezione alla quale volevo intrufolarmi per spendere nei migliori dei modi i miei ultimi giorni a Perth. Il gruppo di studio che si riuniva per due ore a settimana era costituito solo da giapponesi, più qualche altro orientale dal volto abbronzato (il colore della pelle è il modo più sicuro per distinguere i giapponesi dai coreani o dai cinesi: i giapponesi considerano detestabile l’abbronzatura). Alla mia prima sortita in aula mi ero sentito discretamente a disagio, tanto da far banalmente notare, per chiedere se la mia presenza era ammessa, che proprio giapponese non ero, meritando così un’arguta e sorridente risposta del prete: “Che tu non sia giapponese credo sia abbastanza evidente”. Un’ilare risata generale mi accolse, alleggerendo di colpo l’atmosfera tra i tavoli (i giapponesi ridono per un non nulla) e facendomi sentire il benvenuto. Il termine globish nasce dalla contrazione delle parole global e english e indica l’idioma con cui i non madrelingua inglesi oggi comunicano tra loro, un inglese davvero semplificato, sia nel numero di parole, non più di millecinquecento, sia nella sintassi. L’eccentrico signore della panchina, un uomo distinto nel vestire ma con uno sguardo non proprio saldo, sosteneva che il globish non è solo la vera lingua del mondo globalizzato, ma è anche un idioma che nell’avvicinare i tanti popoli che lo utilizzano, allontana da tutti i madrelingua inglese che sono gli unici che fanno fatica a farsi comprendere. Ed effettivamente in classe allo St. Mark gli unici incomprensibili erano un gruppo di quattro indiani e lo stesso nostro professore. Con tutti gli altri, slovacchi, taiwanesi, brasiliani e svizzeri, ci s’intendeva alla perfezione.

Gli indiani sedevano sempre uno in parte all’altro e parlavano per lo più in hindu, passando a tratti all’inglese con quella sicumera tipica di chi pensa già di saperlo, poiché nel loro paese è una delle tante lingue ufficiali. In realtà parlavano quell’inglese indianizzato in cui la maggior parte delle parole vengono mozzate e la privazione di qualsiasi tono limita di molto la capacità d’intuire il tema del discorso. Se potevamo, cercavamo tutti di evitarli. Diverso era il problema con il nostro giovane e inesperto professore, dal quale non potevamo proprio fuggire. Se avessi avuto un professore con maggiore esperienza e almeno qualche nozione di didattica avrei certamente imparato di più, ma Andrew Graham, un venticinquenne di Fremantle d’origine scozzese dal corpo magro, i lunghi capelli rossi tenuti a bada in una coda di cavallo con svariati laccetti colorati e una rossastra peluria a contornargli il volto, era un personaggio troppo singolare per non affezionarglisi. Era alla sua prima esperienza d’insegnamento e erano venticinque anni che soffriva di una profonda insicurezza personale. La sua parlata, di per se già complessa perché pregna di cadenze australiane e scozzesi, era frettolosa e alle volte scompariva del tutto, sostituita da chiarimenti inopportuni della voce. I primi giorni tra noi alunni ci scambiavamo occhiate allarmate a ogni sua uscita, nella speranza che almeno qualcuno avesse compreso quanto detto e potesse soccorrere gli altri. Poi piano piano la comprensione aumentò, oppure diventammo solo più intuitivi. Ma se dalla classe uscivamo spesso confusi e demoralizzati, con l’idea che l’ora appena passata non era servita a nulla, diverso era l’approccio alle estemporaneità formative che ogni tanto Andrew Graham riusciva a escogitare. Una volta, per insegnarci il linguaggio spiccio degli australiani nella loro tana più congeniale, ci portò tutti quanti a fare lezione nel vicino pub, mentre i vari televisori trasmettevano l’ennesima importante sfida internazionale della squadra australiana di cricket. Un foglio in una mano con scritte varie frasi da pub, alcune veramente volgari, e una birra nell’altra, ci ha fatto conversare tra noi e con le cameriere per l’intera ora, sempre pronto ad ascoltare i nostri progressi o a intervenire in caso di bisogno. Questo era l’Andrew Graham che amavo e che ricorderò sempre: carnagione prossima al bianco latteo in contrasto con la rutilante zazzera; pantaloni consunti, t-shirt slabbrata sotto una larga camicia in stile hawaiano, tutto arancione acceso; sandali da frate ai piedi e berretto da pescatore con motivi floreali in testa; una pinta di birra in mano e un sorriso ingenuo e timido sul volto. Un brindisi in tuo onore.

Do you know the australians?

Andrew Graham era fiero di essere australiano. E nello specifico era fiero di essere un aussie occidentale, non a torto considerando le peculiarità del carattere australiano più vive che mai a ovest del Gran deserto sabbioso. Era per questo che non perdeva un secondo per parlarci degli australiani e del loro stile di vita, magari tralasciando i lati negativi, come il fatto che tendono ad avere un pessimo rapporto con l’alcol (i più lo vedono come l’unica valvola di sfogo possibile di un’animosità fin troppo repressa da una società troppo rigida). Nella sua idea orgogliosamente patriottica l’australiano era, come disse nel lontano 1957 Nino Culotta, “Uno dei pochi uomini liberi rimasti al mondo. Non ha paura di nessuno, non lecca i piedi a nessuno, non ha padroni. Impara il suo modo di vivere. Impara il suo linguaggio. Lasciati accettare come uno di loro; entrerai in un mondo che mai avresti pensato esistesse. E una volta entrato, mai più lo lascerai”.

Una delle prime regole che bisogna conoscere riguardo agli australiani è che vogliono essere trattati sempre da pari e che, quindi, trattano gli altri sempre come pari. Non c’è livello sociale che tenga. Un famoso giocatore di cricket, un certo Dennis Lillee, salutò la Regina Elisabetta con un amichevole “G’day, how ya goin’?”, fatto che in Inghilterra fu visto come la provocazione di uno sguaiato buffone, quando invece era solo una naturale e profonda espressione di egualitarismo. Da questa richiesta di parità poi derivano un sacco di cose. Difficilmente un australiano ostenta il proprio benessere perché questo potrebbe essere visto come la ricerca di un segno di superiorità, che sarebbe fortemente disapprovata. Similarmente, accettare la generosità altrui potrebbe essere visto come un segno d’inferiorità, quindi parimenti disapprovata. Quando un gruppo di amici va al pub, ognuno paga un giro di bevute, che sia donna oppure uomo, che sia ricco oppure povero. L’importante è che il numero di giri pagati da ciascuno sia uguale (il giro di bevute al pub è una delle tradizioni maggiormente sentite dagli australiani). Allo stesso modo se un gruppo d’amici va a mangiare al ristorante, ma anche se ci vanno un uomo e una donna, che siano amici oppure amanti, il conto deve sempre essere diviso in parti uguali. Che qualcuno paghi per un altro non è accettato.

La visione di un mondo in cui si è tutti uguali non ha però solo aspetti positivi. Il fatto che un australiano tenda a trattare tutti, estranei compresi, come se stesso, fa si che, essendo loro difficilmente offendibili, trattino tutti con poco tatto. Sono semplici, diretti, spesso rudi. Pochi giri di parole per salvaguardare la sensibilità altrui. Prendere in giro gli amici è la normalità quanto prendere in giro uno che s’incontra per la prima volta, l’importante è farlo in sua presenza (prendere in giro qualcuno non presente è visto di cattivo gusto). Vien da sé che ci si aspetta che lui risponda a tono, fatto che può far salire di molto la stima nei suoi confronti. In alternativa, se ci si sente offesi meglio dissimulare con un sorriso e cercare di cambiare amabilmente il discorso. Far notare il proprio risentimento è il modo migliore per spingere un australiano a continuare a far battute sul tuo conto.

È stato bello scoprire un po’ tutte queste cose attraverso stralci di articoli di giornale, passi di libri da leggere a casa oppure sotto dettato in classe, nell’immancabile esercizio quotidiano di compressione (che l’unica cosa che ci faceva comprendere era che la metà delle parole pronunciate da Andrew Graham erano incomprensibili a tutti). Anche se alla fine erano solo piccole pillole d’amore per la sua terra, quanto Andrew ha cercato di trasmettermi mi ha permesso poi di calibrare i parametri con cui osservare i tanti aussie incontrati nei seguenti mesi di viaggio, di interpretarli secondo una visione più consapevole. Mi ha insegnato che se fossi stato invitato a un barbecue, mai e poi mai mi sarei dovuto presentare bussando con una mano alla porta (che avrebbe fatto capire ai miei ospiti che non avevo con me una cassa di birra sufficientemente grande da essere tenuta con due mani… gravissimo errore) e, soprattutto, che quando si vive l’Australia bisogna essere diretti e semplici come lei, senza troppi fronzoli ad appesantire l’animo e, alla fine, non bisogna mai prendersi troppo sul serio. Dopo una simile esperienza di viaggio, una piccola parte di te non potrà che rimanere un po’ australiana per sempre, per la felicità di Nino Culotta.

Fremantle

Passeggiando lungo South Terrace non è così inusuale ascoltare chiacchiere in italiano aleggiare sopra i tavolini dei numerosi caffè che tappezzano i marciapiedi, un italiano dalle cadenze particolari, antiche, rustiche, solo lievemente contaminate da influenze anglosassoni. Un ascolto distratto porterebbe a credere di trovarsi di fronte a numerosi turisti in visita alla città portuale di Fremantle, ma uno più attento s’accorgerebbe che nessuno in Italia parla più in quel modo. Un’evoluzione isolata ha creato un endemismo linguistico ancora comprensibile, ma dal suono estraneo. A parlarlo sono distinti signori di mezza età, vestiti tradizionalmente all’italiana, con il volto dai tratti italiani, la gesticolazione tipicamente italiana, l’usuale piacere italiano di godersi la vita seduti ai tavolini di un caffè. Ma molti di loro l’Italia non la calpestano da quando l’hanno lasciata, anche cinquanta anni fa.

L’immigrazione italiana in Australia ha radici lontane, anche se sono rimaste sottili fino a poco più di mezzo secolo fa. L’inizio lo si può far risalire al 1770, nello stesso momento in cui il capitano Cook “scoprì” questa nuova grande terra inesplorata. A bordo dell’Endeavor, infatti, vi erano Antonio Ponto e James Matra, uno italiano e l’altro di discendenza italiana. In seguito altri italiani giunsero come liberi coloni, tuttavia per vedere la nascita di una vera e propria comunità italiana si dovette aspettare la fine del 1800, quando nel Queensland molti nostri connazionali furono impiegati nella coltivazione e nella lavorazione della canna da zucchero. Ma è solo con la scoperta dell’oro in Australia Occidentale che il flusso migratorio dall’Europa diventò un fenomeno di grandi proporzioni. La popolazione italiana nel WA passò da poco più di 50 persone nel 1890 a 1.354 ad inizio 1900. Questo anche grazie a un trattato commerciale firmato dal Regno Unito e dall’Italia nel 1883 che concesse agli italiani la libertà di entrata, di viaggio e di soggiorno, nonché i diritti di acquisire proprietà e di svolgere attività commerciali in tutto l’impero britannico. Si formarono così attive comunità italiane a Kalgoorlie, Boulder e Wiluna, per il lavoro nelle miniere d’oro. Altri si dedicarono alla pesca, come un gruppo di una cinquantina di pescatori siciliani e pugliesi che crearono una comunità a Peron, nel nord ovest, che poi si trasferì proprio a Fremantle. Altri ancora trovarono impiego come operai per il taglio del legname nella zona sud-ovest del Paese e altri come lavoratori agricoli.

Nei primi anni del ’900 gli italiani furono in genere ben accolti, tanto è vero che furono il primo gruppo di immigrati non britannici a essere ammessi in Australia in un numero significativo, seppure con qualche riserva. I documenti ufficiali del tempo indicano come ci fosse una preferenza per gli italiani nati a nord di Livorno, in quanto considerati più integrabili rispetto ai nostri connazionali provenienti dal centro-sud. Il numero degli italiani in Australia aumentò soprattutto dopo il 1928, grazie anche alla politica americana dell’epoca che limitava il numero d’ingressi negli USA, però il suo apice, quando cioè le radici cominciarono veramente a ingrossarsi, è nei due decenni successivi la Seconda Guerra Mondiale, quando le pessime condizioni economiche italiane spinsero molti a cercare lavoro altrove. In tale periodo si registrò una media di quasi 18.000 nuovi immigrati italiani ogni anno.

La comunità italiana in Australia è oggi molto numerosa: superando le 800.000 persone, è la seconda comunità del Paese dopo quella anglosassone. Insomma, nelle vene australiane scorre un bel po’ di sangue italiano.

E questo a Fremantle si percepisce un po’ più che a Perth, non solo per il vociare nostrano che si sente a passeggio per strada, ma anche per quella bella abitudine tutta latina di godersi la vita sorseggiando un caffè seduti a un tavolino di un bar. Molti sono i café che si susseguono lungo South Terrace, nel tratto prima di giungere ai Fremantle Markets, con tanti tavolini all’aperto pieni di gente, in una generale atmosfera vacanziera che rende la cittadina sempre piacevole da visitare.

È proprio in questo angolo di mondo in riva all’oceano che ho passato la maggior parte dei fine settimana mentre alloggiavo dai Parnell, vagando per i suoi mercati e le sue vie e mangiando fish & chips sui suoi moli. A oggi non ho ancora ben capito se Fremantle sia considerato un sobborgo di Perth o una cittadina a sé stante. La storia, quella con la “S” maiuscola, è comunque dalla sua parte, visto che Fremantle nacque come porto lo stesso anno della più grande colonia nell’interno, giusto alla foce dello Swan River, proprio in corrispondenza di Rottnest Island. Secondo gli aborigeni Nyoongar fu una grande e spettacolare lotta tra uno squalo e un coccodrillo giganti a separare Wallyalup (Fremantle) da Wadjimup (Rottnest Island), trasformando quest’ultima in una isola. Il tutto avvenne durante il famoso Tempo dei Sogni (Dream Time), l’alba della creazione per il popolo aborigeno. Ma in meno di duecento anni sia Wallyalup sia Wadjimup hanno cambiato decisamente volto. La prima è una cittadina che da queste parti considerano storica, che significa che gli edifici hanno un’aria coloniale fine ‘800. Edifici che, a mio avviso, trasmettono un’anima alla cittadina. A Fremantle si respira un’atmosfera che nulla ha a che vedere con l’asettica aria che normalmente aleggia su Perth. Ai più verrebbe da dire che Fremantle assomigli a una città europea, cosa in parte vera, ma forse riduttiva. A Fremantle si percepisce l’importanza della storia, il suo peso e la sua bellezza, il fascino di una tradizione mantenuta. Città come Perth, pur possedendo angoli di bucolica bellezza, guardano sempre verso il futuro, rimodernandosi di continuo e perdendo per strada ciò che il passato può conferire di bello e affascinante. Fremantle si distacca da tutto ciò e si ancora alla sua tradizione di città portuale inglese in una colonia del nuovissimo mondo. Certamente la storia che ha da offrire è poca cosa se confrontata con quella antica dell’Europa, ma è l’orgoglio per questa storia che la arricchisce. Camminare per le sue strade è rilassante e rinvigorente, e restituisce al viaggiatore quel sublime piacere di dover camminare con il volto rivolto verso l’alto per ammirare gli “storici” edifici che la costituiscono.

Il più importante di essi è sicuramente la vecchia prigione, risalente alla metà del XIX secolo e riconosciuta, insieme con altri dieci siti penali in Australia, come sito Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Nei primi anni ospitò solo prigionieri provenienti dall’Inghilterra e dall’Irlanda, poi nel 1886 fu ceduta alle autorità coloniali che la utilizzarono per la custodia dei prigionieri locali. Il carcere fu chiuso nel 1991 e da allora è diventato un’interessante attrazione turistica, visitabile tutti i giorni attraverso tour organizzati che cercano di donare varie esperienze: dal tour classico che ti accompagna a visionare le celle (quelle dell’epoca della costruzione davvero strette) e l’area dedicata alle esecuzioni capitali attraverso impiccagione (in totale furono giustiziati quarantatré uomini e una donna; l’ultima impiccagione risale al 1964), a tour più specializzati, incentrati sulle fughe dei condannati, alcune riuscite e altre meno, oppure alla scoperta delle gallerie sotterranee scavate dai prigionieri per permettere all’acqua di giungere fino alla prigione, oppure ancora a tour notturni in grado di trasmettere brividi a non finire. Degno di nota è poi il tour che, cella dopo cella, vi permetterà di ammirare i dipinti lasciati sulle pareti dai detenuti. Insomma, qualcosa da non perdere.

Ma prima del 1886 dove li mettevano i detenuti locali? Beh, Fremantle non si fa mancare nulla in tal senso, anche perché se vuoi rappresentare al meglio la Storia dell’Australia, con il mondo penitenziario devi per forza confrontarti. Al termine di High St. è ancora in piedi la vecchia prigione, la Round House, che risulta anche essere il più vecchio edificio pubblico dell’intera Australia Occidentale, costruito tra il 1830 e il 1831. Chiamata Casa Rotonda per la sua forma quasi cilindrica (anche se volendo essere pignoli ha come base un dodecagono), costruita con le pietra chiara di arenaria che caratterizza un po’ tutti gli antichi edifici di Fremantle, piuttosto piccola se confrontata con la mastodontica prigione, posizionata in una invidiabile posizione di rilievo dominante la sottostante Bathers Beach e l’orizzonte infinito dell’oceano, con le sue acque color turchese. I suoi bastioni rappresentano uno dei luoghi ideali dove ammirare i fantomatici tramonti tanto decantati da Andrew Graham.

Se poi uno vuole concludere la visita al trittico di edifici storici in arenaria, non manca che visitare il WA Shipwrecks Museum, ospitato in un antico edificio risalente al 1850. Questo museo sostiene di essere il principale museo di archeologia marittima dell’intero emisfero australe e ospita centinaia di reliquie di navi distrutte lungo l’insidiosa costa del WA, tra cui del legname originale della Batavia, la nave che nel 1629 naufragò contro un reef nei pressi delle Abrholos Islands e di cui già vi parlai.

Abbandonando la Storia e tornando ai giorni nostri, una visita a Fremantle deve per forza passare, o magari concludersi, con i Fremantle Markets. Ospitati in un edificio di mattoni rossi costruito nel 1897 a tal scopo, oltre centocinquanta negozi di artigiani, stilisti e venditori di souvenir sono alloggiati nella Hall, la parte storica dei markets, mentre produttori di alimenti freschi, coltivatori di ortaggi e rivenditori di generi alimentari se ne stanno un po’ più avanti rispetto l’ingresso, nello spazio chiamato The Yard, più basso e con pareti in arenaria.

I markets funzionarono come un mercato all’ingrosso di cibo e vari altri prodotti fino agli anni ‘50, quando furono sostituiti dall’analogo mercato di Perth. In seguito gli edifici furono utilizzati come centro d’imballaggio e distribuzione, per rimanere poi inutilizzati fino al 1975, anno in cui il tutto fu restaurato e riaperto con la funzione e l’aspetto attuale. Visitarli è sempre un piacere, così attorniati dalla caciarona vitalità tipica di qualsiasi mercato coperto, un mesocosmo fatto di sgargianti colori, odori penetranti e una simpatica bagarre acustica. Un vero must, anche senza l’intenzione di comprare alcunché, dove ho passato più di qualche ora del mio peregrinare per la cittadina. È lì che il mio pensiero per primo corre quando penso a Fremantle.

Ultimi giorni dell'anno nel Down Under

Sbarcato dalla corriera della Greyhound dopo trentatré ore di viaggio, le gambe non proprio saldissime e un lieve dolore al fondoschiena, ho ritrovato ad aspettarmi una calda Perth troppo ricca di persone e traffico. In un mese di viaggio a nord mi ero fin troppo abituato alla desolazione della frontiera. Mi ci è voluto quasi un intero pomeriggio seduto a un tavolino del bar dell’ostello per riavermi dello shock e accettare che il mondo è troppo abitato.

A bere birra ero in compagnia di Roberto, uno dei tre italiani conosciuti durante il viaggio a nord, l’unico a essere rimasto nel WA in attesa di ripartire a breve per l’Italia. Lui a sud c’era tornato in aereo, probabilmente pagando anche meno di quanto avessi pagato io per il viaggio in corriera. Ma mi ero ripromesso di non prendere voli aerei, per conquistare e assaporare ogni singolo passo su questa terra arsa da sole. Il volo aereo taglia e cuce l’esperienza di viaggio, creando una discontinuità che non apprezzo.

Comunque sia, a Roberto mancavano ancora pochi giorni prima di terminare il suo anno di lavoro/vacanza in terra australe e tempo da perdere come il sottoscritto forse non ne aveva poi molto. In Australia aveva vissuto una grandissima esperienza di vita, ma ormai la voglia di tornare aveva superato quella di restare. Io, invece, dovevo riavermi da una certa stanchezza, più mentale che fisica. Qualche birra e tante chiacchiere in italiano sembravano in quel momento il miglior modo di passare un pomeriggio, per entrambi.

Degli ultimi giorni dell’anno ne passai più di qualcuno con Roberto, soprattutto ritrovandoci per cena e passando in compagnia la serata. Luogo preferito dove cenare era il ristorante Annalakshmi on the Swan, al Jetty 4 (il terminal dei traghetti) di Barrack Square, un centro culturale indiano dove assaggiare la loro vera cucina vegetariana. La scritta “Eat as you like, Pay as your heart feels” era riportata su un cartello all’ingresso e su un foglietto appoggiato a ogni tavolo. In poche parole trasmetteva tutta la serenità di un luogo calmo e tranquillo, a completa misura d’uomo.

Ma in generale sono le sonore bevute che mi riportano alla mente Roberto. Pochi giorni dopo il nostro contemporaneo ritorno a Perth, mi si aggregò per un barbecue a casa di una vecchia compagna di classe. Si festeggiava la nuova casa in affitto, una bella villetta dalle parti di Queens Park. C’era buona parte dello St. Mark International College lì a fare festa in giardino, quindi brasiliani, svizzeri e asiatici orientali a farla da padrone, con solo qualche intruso, come il sottoscritto. Tutti lì a bere birra attingendo da una vasca da bagno colma di lattine, aspettando la poca carne pro capite cucinata alla bene in meglio ingurgitando patatine fritte come non ci fosse un domani. Alla fine in occasioni come questa si mangiava sempre poco e si beveva troppo.

Oppure me lo ricordo quasi sfinito seduto sul marciapiede all’ombra del Bell Tower poco dopo lo scoccare della fine dell’anno, talmente brillo da aver perso nella bolgia i compagni di bevute e non avere più la forza di far altro che starsene fermo ad aspettare. Sulle rive dello Swan River l’aria era fresca e la calca di persone in attesa dell’anno nuovo tranquilla e rilassata. Già poche decine di minuti dopo la mezzanotte la folla ha cominciato a diradarsi, lasciandoci lì sereni come fosse un giorno qualsiasi.

Non era così d’altra parte della rail station, a Northbridge, dove scene di guerriglia urbana erano nell’ordine del centinaio di metri. In un universo di ubriachi, il sobrio si sente per forza un estraneo. Questo è quello che accade a un italiano che decida di avventurarsi il venerdì o il sabato sera in un locale notturno di Perth, figuratevi l’ultimo dell’anno. Il fatto che tutti i giovani frequentatori australiani dei locali siano ubriachi già alle prime ore serali mi fa supporre che siano usi a “carburarsi” prima a casa, per poi uscire per strada già alticci. Anche perché da altre parti non è permesso bere. Le leggi australiane sul consumo di alcolici sono parecchio ferree: ad esempio, non si può bere per strada e non si può portare alcun alcolico in spiaggia, nemmeno se chiuso ermeticamente all’interno dello zaino. Anche le leggi sulla vendita e sulla distribuzione sono alquanto restrittive. Eppure è difficile vedere un altro popolo al mondo che si profonda con così tanta dedizione alla ricerca della sbornia profonda (forse a pari merito con inglesi e neozelandesi… buon sangue non mente). Ora, non è il gesto di ubriacarsi che m’infastidisce, tanto che di sonore sbornie nella vita ne ho prese anch’io, ma tutto dipende da come ci si trasforma sotto gli effetti dell’alcol. Tra tutti i miei compagni del periodo universitario ce n’era solo uno che da ubriaco diventava molesto, e per questo era stato soprannominato “il molestatore” e in un qualche modo ghettizzato per il suo insano comportamento. Tutti gli altri, me compreso, diventavano solo molto più felici o tristi secondo l’umore di partenza. In Australia, invece, di molestatori ce ne sono a bizzeffe. Le scene di follia alcolica sono presenti ovunque e a tratti c’è da aver paura a girare per strada. Gli ubriachi si urlano contro l’un l’altro, prendono a pugni le insegne stradali e i cartelloni pubblicitari, rompono tutto quello che passo loro per le mani. Le cose sarebbero ben peggiori se le forze dell’ordine non fossero dispiegate come in tempo di guerra. S’incontrano poliziotti in macchina, in moto, in bicicletta e a cavallo, ovunque si vada. All’interno dei locali la security vigila ovunque e per entrare vieni spesso perquisito. Il tutto perché quando un giovane australiano beve, diventa davvero violento. E poiché l’Australia è il paese dell’egualitarismo, le ragazze non sono da meno. Una passeggiata per Northbridge l’ultimo dell’anno poteva far ricredere sulla fobia della sig.ra Parnell rispetto all’uso di alcolici, rendendola in un qualche modo accettabile. Bastava chiedere alla ragazza tedesca in ostello che si è ritrovata tutto d’un tratto coinvolta in una rissa per strada, rimediandone un bel viso tumefatto perché scagliata con violenza sull’asfalto. Ecco, di questo carattere affatto bello degli australiani, il mio buon professore d’inglese non ne aveva mai fatto cenno.

 

La quiete dopo la tempesta. Alle prime luci dell’anno nuovo c’è una calma quasi innaturale all’ostello e per strada, una calma indotta dal tanto alcol scorso e dalla calura già soffocante di prima mattina. Uno sparuto gruppo di mattinieri vaga tra la cucina e i tavoli all’esterno, con l’idea di prepararsi una colazione. Tra loro c’è la ragazza tedesca dal viso escoriato, che mi racconta nei dettagli la brutta esperienza vissuta la sera precedente. Dopo averla salutata, decido di dedicarmi alla scrittura del diario in un qualche posto all’aria aperta.

Al mio arrivo a Perth alla fine di ottobre, la primavera aveva appena iniziato ad abbellire le strade della città. Tra la fermata dell’autobus e la casa dei Parnell c’era un piccolo passaggio pedonale cinto da alcune chiome arboree che si abbracciavano proprio sopra il camminamento, creando così una sorta di galleria, in quei miei primi giorni australiani di un risplendente rosso fuoco, quello dei fiori dei callistemon. Ovunque il paesaggio era incendiato da queste stupende macchie rosso scarlatto. Con il tempo, però, il rosso è andato spegnendosi, come un fuoco non alimentato, facendo riemergere il verde scuro del fogliame sottostante. Ma d’incanto nuovi colori sono apparsi, il fucsia accesso del Schizocentron elegans e il lillà della Jacaranda su tutti. Il primo è un arbusto frequentamene coltivato nei giardini privati dei sobborghi di Perth, normalmente proprio a ridosso delle case, il secondo è un albero che può raggiungere dimensioni notevoli, spesso usato come alberatura stradale. Perth è un continuo sali e scendi, una continua serie di lunghe dune sabbiose in cui la città si è mano a mano accresciuta. In alcuni rari casi la duna è abbastanza alta e pendente da permettere dal suo culmine di far scorrere lo sguardo lontano sui sobborghi circostanti, fornendo una visione d’insieme non usuale. È da questi pochi lookout che ci si può rendere conto di quanto Perth sia verde. Le case sono spesso molto basse, nascoste sotto le chiome dei tanti alberi piantati in ogni dove. L’effetto è di vedere un mare verde in cui a tratti appaiono i tetti bruni delle case. E in questo mare verde a risaltare è anche il lillà della Jacaranda, un colore delicato dal piacevolissimo impatto, la cui fioritura primaverile è piuttosto duratura e ammanta la città per oltre un mese.

Uno dei luoghi più belli dove farsi avvolgere dal colore e dal profumo delle Jacaranda in fiore è certamente Hyde Park, il luogo dove decido di recarmi in questo caldo primo giorno dell’anno. Lo si incontra con una camminata di una ventina di minuti verso nord rispetto a Northbridge, in corrispondenza di una conca sul cui fondo se ne stanno due laghetti gemelli con un’acqua bassa e scura, piuttosto fangosa. Al centro dei due laghetti ci sono due isole di vegetazione fitta, impenetrabile, regno dei numerosi uccelli acquatici: i famosi cigni neri simbolo del WA, anatre, gallinelle d’acqua e tanti altri. Una fila di enormi platani circonda i laghetti, separando la sponda da una pista pedonale. Oltre, lungo i verdi versanti della conca, enormi ficus, cedri, tuart e tante palme gettano un’ombra a terra che è un invito al riposo, mentre a presenziare i viali che scendono dalle strade circostanti ci sono, appunto, filari di Jacaranda. Qualche panchina dislocata qua e là e le immancabili aree allestite per fare il barbecue vanno a completare il quadro di questo piccolo e sereno angolo di mondo.