L'ultima frontiera

Dal 16 ottobre 2008 al 10 febbraio 2009

di Carlo Camarotto

Supreme Court building
Fremantle Street
Old Fremantle Prison
Cella
Fremantle Markets
Black Swan
Canguro
Koala

Tappa numero 4, Dal 27 dicembre 2008 al 1 gennaio 2009

Perth II
WA_3

Do you speak english?

Lo St. Mark International College è un insieme di bassi edifici di mattoni rossi disposti a ferro di cavallo, con aiuole alberate nel mezzo ad attorniare un’ampia fontana circolare. Le porte e le finestre saliscendi sono di legno laccato di bianco, come la balconata che arricchisce la facciata dell’edificio principale. Sopra la porta della reception giganteggia il logo della scuola, un cerchio d’oro bardato da due drappi rossi sopra una croce grigio-argento. Tutto odora profondamente d’Inghilterra.

Ragazzi di tutti i paesi avevano deciso d’impegnare qualche attimo della loro vita all’interno di quelle rosse mura per imparare la lingua del mondo globalizzato. Io ero stato tra loro. Uno dei più vecchi, ma c’era chi mi batteva di parecchio. Il primato spettava a una giapponese di quasi ottanta anni, volto incartapecorito e passo lento, ma occhi vivaci, molto più di quasi la totalità dei tanti giovani che frequentavano la scuola. Poi c’era Markus il tedesco, che aveva dieci anni più di me, più qualche altro attempato solo saltuariamente incontrato lungo i corridoi o in biblioteca. Per il resto solo tanti baldi giovani, che siccome ogni popolo tende a seguire le proprie mode, le vie più sicure già intraprese da qualche suo membro, alla fine venivano tutti dagli stessi stati. La popolazione dello St. Mark poteva essere distinta in cinque grandi gruppi etnici: gli asiatici orientali (giapponesi, coreani e taiwanesi, difficilmente distinguibili tra loro), gli indiani, gli svizzeri, i brasiliani e nessuno dei suddetti. Il quinto gruppo era di netto il più piccolo e all’interno di questo noi italiani non eravamo altro che un’infinitesima parte: io e un ragazzo di Como. In Italia è molto diffusa l’idea che tutto quanto ci sia da vedere in Australia stia a est, dalle parti di Sydney e Melbourne e un po’ più su verso Cairns e la Grande barriera corallina. L’ovest è discretamente poco valutato e sono in molti a non avere nemmeno l’idea di dove si trovi Perth. Era in parte per questo che avevo scelto di andare lì. Non volevo ritrovarmi in una classe a parlare più italiano che inglese, tentazione alla quale sapevo non sarei stato in grado di resistere. E, infatti, la prima settimana di lezione fui richiamato all’ordine di conversare solo in inglese più di qualche volta perché tra i miei compagni c’era una ragazza di Ginevra d’origine italiana che parlava perfettamente la lingua dei genitori. Per mia fortuna in poco tempo l’intesa con gli altri compagni di classe andò crescendo, rendendo necessario, e non più così pesante, l’uso dell’inglese. Anzi. C’erano momenti di estrema euforia quando riuscivo a mantenere una conversazione con Denis il taiwanese (Denis non era il suo vero nome, ma uno scelto per facilitare l’interazione con gli occidentali), magari riuscendo a raccontargli per intero una storia oppure una barzelletta. Tutto sommato ero lì anche per quello, riuscire a comunicare egregiamente con una persona di cultura e lingua completamente diversa dalla mia. A Monkey Mia avevo passato una splendida nottata a guardare le stelle con Aika, una giapponese in viaggio solitario per l’Australia. Me ne stavo seduto sul letto a trascrivere le emozioni degli ultimi giorni quando Aika rientrò in stanza e, trafficando tra le sue borse in cerca di un sacco a pelo, mi chiese se volevo farle compagnia: c’era un luminescente cielo notturno ad attenderci. Ci ho pensato su qualche istante, inizialmente più propenso a rifiutare l’invito che accettarlo, poi ho scelto di seguirla. Ci siamo distesi sulla fresca sabbia della notte, il viso rivolto verso l’alto, e abbiamo iniziato a chiacchierare: Italia e Giappone, italiano e italiani, giapponese e giapponesi, Carlo e Aika. Un paio d’ore scambiandoci parole in modo libero, leggero, immersi in una placida oscurità silenziosa. Il tutto attraverso una lingua non propria di nessuno dei due, una chiave universale per accedere ai nostri due mondi così diversi e lontani, entrambi all’altro affascinanti. Che splendido modo di passare il proprio tempo, che splendida sensazione riuscire ad accedere a uno scrigno di conoscenze fino allora ritenute inaccessibili. Lo stesso provavo con Denis ogniqualvolta riuscivo a raggiungerlo con i miei pensieri o riuscivo a comprendere efficacemente i suoi. Il tutto grazie all’utilizzo sempre più naturale di quello strumento meraviglioso che è diventata con il tempo la lingua inglese.

Non che avessi raggiunto in poco tempo dei livelli eccelsi nel suo utilizzo, intendiamoci, ma per quello che desideravo ottenere bastava veramente poco, una tenue connessione basata su un inglese primordiale conosciuto come globish. Questo termine l’avevo sentito nominare la prima volta da un eccentrico signore di mezza età che mi avvicinò su una panchina nei pressi di un centro religioso a Northbridge. Ero lì in attesa che iniziasse una lezione d’inglese gratuita tenuta dal parroco del quartiere, lezione alla quale volevo intrufolarmi per spendere nei migliori dei modi i miei ultimi giorni a Perth. Il gruppo di studio che si riuniva per due ore a settimana era costituito solo da giapponesi, più qualche altro orientale dal volto abbronzato (il colore della pelle è il modo più sicuro per distinguere i giapponesi dai coreani o dai cinesi: i giapponesi considerano detestabile l’abbronzatura). Alla mia prima sortita in aula mi ero sentito discretamente a disagio, tanto da far banalmente notare, per chiedere se la mia presenza era ammessa, che proprio giapponese non ero, meritando così un’arguta e sorridente risposta del prete: “Che tu non sia giapponese credo sia abbastanza evidente”. Un’ilare risata generale mi accolse, alleggerendo di colpo l’atmosfera tra i tavoli (i giapponesi ridono per un non nulla) e facendomi sentire il benvenuto. Il termine globish nasce dalla contrazione delle parole global e english e indica l’idioma con cui i non madrelingua inglesi oggi comunicano tra loro, un inglese davvero semplificato, sia nel numero di parole, non più di millecinquecento, sia nella sintassi. L’eccentrico signore della panchina, un uomo distinto nel vestire ma con uno sguardo non proprio saldo, sosteneva che il globish non è solo la vera lingua del mondo globalizzato, ma è anche un idioma che nell’avvicinare i tanti popoli che lo utilizzano, allontana da tutti i madrelingua inglese che sono gli unici che fanno fatica a farsi comprendere. Ed effettivamente in classe allo St. Mark gli unici incomprensibili erano un gruppo di quattro indiani e lo stesso nostro professore. Con tutti gli altri, slovacchi, taiwanesi, brasiliani e svizzeri, ci s’intendeva alla perfezione.

Gli indiani sedevano sempre uno in parte all’altro e parlavano per lo più in hindu, passando a tratti all’inglese con quella sicumera tipica di chi pensa già di saperlo, poiché nel loro paese è una delle tante lingue ufficiali. In realtà parlavano quell’inglese indianizzato in cui la maggior parte delle parole vengono mozzate e la privazione di qualsiasi tono limita di molto la capacità d’intuire il tema del discorso. Se potevamo, cercavamo tutti di evitarli. Diverso era il problema con il nostro giovane e inesperto professore, dal quale non potevamo proprio fuggire. Se avessi avuto un professore con maggiore esperienza e almeno qualche nozione di didattica avrei certamente imparato di più, ma Andrew Graham, un venticinquenne di Fremantle d’origine scozzese dal corpo magro, i lunghi capelli rossi tenuti a bada in una coda di cavallo con svariati laccetti colorati e una rossastra peluria a contornargli il volto, era un personaggio troppo singolare per non affezionarglisi. Era alla sua prima esperienza d’insegnamento e erano venticinque anni che soffriva di una profonda insicurezza personale. La sua parlata, di per se già complessa perché pregna di cadenze australiane e scozzesi, era frettolosa e alle volte scompariva del tutto, sostituita da chiarimenti inopportuni della voce. I primi giorni tra noi alunni ci scambiavamo occhiate allarmate a ogni sua uscita, nella speranza che almeno qualcuno avesse compreso quanto detto e potesse soccorrere gli altri. Poi piano piano la comprensione aumentò, oppure diventammo solo più intuitivi. Ma se dalla classe uscivamo spesso confusi e demoralizzati, con l’idea che l’ora appena passata non era servita a nulla, diverso era l’approccio alle estemporaneità formative che ogni tanto Andrew Graham riusciva a escogitare. Una volta, per insegnarci il linguaggio spiccio degli australiani nella loro tana più congeniale, ci portò tutti quanti a fare lezione nel vicino pub, mentre i vari televisori trasmettevano l’ennesima importante sfida internazionale della squadra australiana di cricket. Un foglio in una mano con scritte varie frasi da pub, alcune veramente volgari, e una birra nell’altra, ci ha fatto conversare tra noi e con le cameriere per l’intera ora, sempre pronto ad ascoltare i nostri progressi o a intervenire in caso di bisogno. Questo era l’Andrew Graham che amavo e che ricorderò sempre: carnagione prossima al bianco latteo in contrasto con la rutilante zazzera; pantaloni consunti, t-shirt slabbrata sotto una larga camicia in stile hawaiano, tutto arancione acceso; sandali da frate ai piedi e berretto da pescatore con motivi floreali in testa; una pinta di birra in mano e un sorriso ingenuo e timido sul volto. Un brindisi in tuo onore.

Do you know the australians?

Andrew Graham era fiero di essere australiano. E nello specifico era fiero di essere un aussie occidentale, non a torto considerando le peculiarità del carattere australiano più vive che mai a ovest del Gran deserto sabbioso. Era per questo che non perdeva un secondo per parlarci degli australiani e del loro stile di vita, magari tralasciando i lati negativi, come il fatto che tendono ad avere un pessimo rapporto con l’alcol (i più lo vedono come l’unica valvola di sfogo possibile di un’animosità fin troppo repressa da una società troppo rigida). Nella sua idea orgogliosamente patriottica l’australiano era, come disse nel lontano 1957 Nino Culotta, “Uno dei pochi uomini liberi rimasti al mondo. Non ha paura di nessuno, non lecca i piedi a nessuno, non ha padroni. Impara il suo modo di vivere. Impara il suo linguaggio. Lasciati accettare come uno di loro; entrerai in un mondo che mai avresti pensato esistesse. E una volta entrato, mai più lo lascerai”.

Una delle prime regole che bisogna conoscere riguardo agli australiani è che vogliono essere trattati sempre da pari e che, quindi, trattano gli altri sempre come pari. Non c’è livello sociale che tenga. Un famoso giocatore di cricket, un certo Dennis Lillee, salutò la Regina Elisabetta con un amichevole “G’day, how ya goin’?”, fatto che in Inghilterra fu visto come la provocazione di uno sguaiato buffone, quando invece era solo una naturale e profonda espressione di egualitarismo. Da questa richiesta di parità poi derivano un sacco di cose. Difficilmente un australiano ostenta il proprio benessere perché questo potrebbe essere visto come la ricerca di un segno di superiorità, che sarebbe fortemente disapprovata. Similarmente, accettare la generosità altrui potrebbe essere visto come un segno d’inferiorità, quindi parimenti disapprovata. Quando un gruppo di amici va al pub, ognuno paga un giro di bevute, che sia donna oppure uomo, che sia ricco oppure povero. L’importante è che il numero di giri pagati da ciascuno sia uguale (il giro di bevute al pub è una delle tradizioni maggiormente sentite dagli australiani). Allo stesso modo se un gruppo d’amici va a mangiare al ristorante, ma anche se ci vanno un uomo e una donna, che siano amici oppure amanti, il conto deve sempre essere diviso in parti uguali. Che qualcuno paghi per un altro non è accettato.

La visione di un mondo in cui si è tutti uguali non ha però solo aspetti positivi. Il fatto che un australiano tenda a trattare tutti, estranei compresi, come se stesso, fa si che, essendo loro difficilmente offendibili, trattino tutti con poco tatto. Sono semplici, diretti, spesso rudi. Pochi giri di parole per salvaguardare la sensibilità altrui. Prendere in giro gli amici è la normalità quanto prendere in giro uno che s’incontra per la prima volta, l’importante è farlo in sua presenza (prendere in giro qualcuno non presente è visto di cattivo gusto). Vien da sé che ci si aspetta che lui risponda a tono, fatto che può far salire di molto la stima nei suoi confronti. In alternativa, se ci si sente offesi meglio dissimulare con un sorriso e cercare di cambiare amabilmente il discorso. Far notare il proprio risentimento è il modo migliore per spingere un australiano a continuare a far battute sul tuo conto.

È stato bello scoprire un po’ tutte queste cose attraverso stralci di articoli di giornale, passi di libri da leggere a casa oppure sotto dettato in classe, nell’immancabile esercizio quotidiano di compressione (che l’unica cosa che ci faceva comprendere era che la metà delle parole pronunciate da Andrew Graham erano incomprensibili a tutti). Anche se alla fine erano solo piccole pillole d’amore per la sua terra, quanto Andrew ha cercato di trasmettermi mi ha permesso poi di calibrare i parametri con cui osservare i tanti aussie incontrati nei seguenti mesi di viaggio, di interpretarli secondo una visione più consapevole. Mi ha insegnato che se fossi stato invitato a un barbecue, mai e poi mai mi sarei dovuto presentare bussando con una mano alla porta (che avrebbe fatto capire ai miei ospiti che non avevo con me una cassa di birra sufficientemente grande da essere tenuta con due mani… gravissimo errore) e, soprattutto, che quando si vive l’Australia bisogna essere diretti e semplici come lei, senza troppi fronzoli ad appesantire l’animo e, alla fine, non bisogna mai prendersi troppo sul serio. Dopo una simile esperienza di viaggio, una piccola parte di te non potrà che rimanere un po’ australiana per sempre, per la felicità di Nino Culotta.