L'ultima frontiera

Dal 16 ottobre 2008 al 10 febbraio 2009

di Carlo Camarotto

West Beach
Great Ocean Drive
Twilight Cove
Albany
Point King Lighthouse
Natural Bridge
Denmark River
Ocean Beach

Tappa numero 5, Dal 2 al 13 gennaio 2009

From the beaches to the forest
WA_5

Esperance

Una settimana di pausa, passata a parlare più italiano che inglese, ed è giunto finalmente il momento di ripartire in viaggio, questa volta verso sud. Da questo lato, le corriere della Traswa corrono con una certa frequenza, toccando tutte le cittadine degne di nota. Le difficoltà logistiche vissute a nord sono così solo un ricordo, come gli sterminati aridi paesaggi in cui sono stato calato il mese scorso.

Già dopo un’ora di viaggio, non appena usciti dall’aerea metropolitana di Perth, ci ritroviamo avvolti da verdi boschi di eucalipti. Un bosco “all’australiana”, con piante arboree non più alte di quindici metri, con chiome striminzite e un sottobosco per lo più formato da grass tree di piccole dimensioni, ma pur sempre una composizione di vividi verdi. La gioia è tanta, ma purtroppo effimera. Non ci vuole molto per vedere il bosco sostituito da infinite distese di pascoli giallo-bruni, dello stesso colore del manto delle pecore, che non si riescono quasi a distinguere dal paesaggio. Corriamo in questo mondo giallo per tutta la mattinata, con solo fugaci visioni di vero bush, passando in rassegna piccoli villaggi dediti alla pastorizia e all’agricoltura, tutti con le loro stradine ordinate e un sole tremendo sopra la testa. Solo poco prima di giungere a destinazione, la città di Esperance, il paesaggio vira prima verso un bianco accesso, quello di piccole saline che talvolta avvolgono completamente la strada, poi il verde scuro di una fitta e bassa macchia mediterranea, che fa da contorno alla cittadina e all’oceano. Ed eccomi giunto nella prima destinazione a sud.

La città in se stessa non ha granché da offrire, se non le solite belle villette di legno così usuali in WA. Quello che è davvero piacevole è la posizione dell’abitato, su una baia azzurra battuta dal vento, tra promontori verdi che ne abbracciano la grande visuale. Una fila di pini di Norfolk, con le chiome composte di rami paralleli, accompagna la lingua di sabbia bianca che con un’ampia mezzaluna delimita la baia. In lontananza, spesso coperti da una bassa foschia, varie isole strappano l’orizzonte. Sono le isole dell’arcipelago de la Recherche, poco più di grandi scogli che punteggiano la baia e arricchiscono l’oceano.

In una giornata non proprio soleggiata, come quella successiva al mio arrivo, la vera bellezza del luogo è solo accennata. S’intuisce, ma non si apprezza completamente. Ma quando le nuvole scorrono via lontano e il sole può indisturbato spadroneggiare nel cielo, allora in quel momento tutta la bellezza di Esperance appare vivida agli occhi. E sono i suoi colori. Le diverse tonalità dell’oceano, dal turchese in prossimità della riva al blu profondo in lontananza, il bianco candido delle spiagge, il verde scuro della vegetazione mediterranea, il bruno delle rocce granitiche e l’azzurro incontrastato del cielo. Un’incantevole sinfonia di colori che ha pochi eguali. Svariate spiagge nei dintorni sono universalmente considerate tra le più belle d’Australia, prima fra tutte Lucky Bay, all’interno del Cape le Grand National Park, distante circa sessanta chilometri verso est, ma anche Wylie Bay e Cape Le Grand Beach, un po’ più prossime a Esperance. Ma senza volere muoversi troppo dalla cittadina, solo scavalcando uno dei due promontori che delimitano la sua baia ci si ritrova avvolti in continue bellezze naturali capaci di strappare sospiri emozionati a ogni cambio di visuale. E per raggiungerle basta farsi condurre da una pista ciclabile e pedonale che, partendo dal centro città, scorre per tredici chilometri verso ovest: la pista dei “10.000 passi”.

Come mi era successo a Kalbarri con il Melaleuca Track, nei giorni vissuti a Esperance ho stretto un profondo legame con la pista dei “10.000 passi”, approcciandomi a lei prima a piedi, scoprendo così innanzi tutto la stessa Esperance, con il suo lungo molo che si protende verso l’oceano alla cui base nuotano spesso dei leoni marini, e poi la vicina West Beach, appena al di là del promontorio che chiude la città verso sud-ovest; poi, grazie alla bicicletta, spingendomi sempre più lontano, scoprendo spiagge meravigliose, come Salomon e Twilight Beach, e innamorandomi delle visioni offerte dall’Ocean Drive Road, il naturale proseguimento della pista ciclabile verso ovest.

Dall’ostello ci vogliono circa quattro chilometri per raggiungere il lookout posto in cima al primo promontorio a sud-ovest di Esperance, gli ultimi cinquecento metri in salita. Da lassù lo sguardo può veramente sfuggire lontano. Una serie di mezzelune bianche si sussegue allo sguardo, cingendo acque di uno splendido azzurro. Anche le isole de la Recherche, in basso dalla cittadina appena accennate, da lassù assumono i reali contorni, uscendo dall’orizzonte e sparpagliandosi sul mare. L’attenzione però non può che essere calamitata dalla spiaggia appena di là del promontorio, West Beach, vasta e incontaminata, composta di sabbia finissima che pare farina, con alcuni enormi massi granitici, ormai aggentiliti dallo sciabordio continuo delle onde, caduti dal versante e intrufolati nell’acqua bassa a caratterizzarne il profilo. Una serie di passerelle e scale di legno scende dalla pista dei “10.000 passi” verso la spiaggia, rendendola una delle più fruibili in uscita da Esperance. Poche comunque sono le persone che camminano lungo il bagnasciuga, spesso solo qualcuno del posto a passeggio con il cane. La sensazione di essere l’unico padrone di questo paesaggio è sempre presente e totalmente rigenerante.

Ma la pista dei “10.000 passi”, chiusa dalla bassa vegetazione costiera sopra la spiaggia, è un continuo invito a proseguire. Calando e salendo lungo i profili della costa, offre gustosi assaggi di paesaggi che verranno, invogliando le gambe a spingersi oltre la prossima salita, il prossimo promontorio, la prossima idilliaca visione. È così che già il primo giorno mi sono ritrovato a macinare a piedi oltre venti chilometri, quasi senza neanche accorgermene.

Il giorno seguente mi sono invece munito di bicicletta e il sole ha deciso di farmi compagnia per tutta la giornata, rendendola così speciale, forse la più bella tra quelle vissute in Australia. A West Beach il mare risplendeva di un azzurro talmente intenso da far lacrimare gli occhi, che contrastava divinamente con la sabbia bianchissima il cui soffice tocco i miei piedi ancora ricordavano. Mi fermavo ogni dieci metri per immortalare con la macchina fotografica nuove prospettive, mai sazio. La giornata era davvero fantastica, con il sole che riscaldava e il vento che rinfrescava, e il mio corpo superava di slancio tutte le salite senza appesantirsi troppo. A un tratto non sono più riuscito a trattenermi e ho cominciato a esclamare a voce alta, e a più riprese, “Mamma mia, che bello”, incapace di ingabbiare nel silenzio quelle frizzanti emozioni che il paesaggio faceva nascere in me. L’ho ripetuto infinite volte, lì seduto su una delle tante panchine che sono state sistemate lungo il percorso, la bicicletta appoggiata alle spalle, i capelli che svolazzavano allegramente al vento e un sorriso stampato sul volto. Il contrasto di colori che avevo osservato nel nuvoloso giorno precedente, e che già mi aveva emozionato, esplodeva davanti ai miei occhi in tutto il suo splendore, lasciandomi esterrefatto. Proseguendo di gran lena sono giunto fino a Twlight Beach, dove sembrava si fossero dati appuntamento tutti i bagnanti di Esperance, cioè circa un centinaio di persone, non di più. A cinquanta metri dalla costa un enorme scoglio di granito sorgeva dalle acque, arrotondato dagli eventi e dal tempo. Una piccola rientranza sembrava scavare un buco nero sulla superficie levigata del masso e conferiva al tutto una particolare e riconoscibilissima forma. Tra lo scoglio e la spiaggia bianchissima si estendeva un braccio di mare dall’acqua cristallina di un azzurro purissimo. La sabbia era talmente fine da essere trasportata con estrema facilità dal vento, ma non dava alcun fastidio. È solo che quando mi sono svegliato, dopo una rigenerante dormita, mi sono ritrovato quasi completamente ricoperto di sabbia, il tutto davvero inaspettatamente.

Dopo Twilight Beach la strada costiera s’inerpica sull’ennesimo promontorio. Sulla destra ho cominciato a intravedere enormi pale eoliche della locale Wind Farm, che coprivano una vasta aerea nel primo entroterra, alla sinistra continuava a giganteggiare l’oceano, che si spingeva lontano fino all’orizzonte. La lingua d’asfalto saliva e scendeva, spaccando in due la verde vegetazione che si era fatta più fitta. L’Ocean Drive Road è in realtà un loop, così a un tratto piega verso l’interno, per ritornare verso Esperance. La strada a quel punto diventa più piana e la vegetazione comincia ad alzarsi, libera di puntare verso il cielo senza più l’assillo del vento. Ma è ancora un basso bush arbustivo, con solo qualche isolato albero, a circondare il Pink Lake, un ampio specchio d’acqua piuttosto bassa che ogni tanto si colora di rosa, che però al momento della visita era di un colore quasi latteo, con riflessi celesti. Quando sono giunto al lookout da cui si può abbracciare con lo sguardo l’intero lago, la fatica che m’indolenziva piacevolmente il corpo, ho estratto una mela dallo zaino e mi sono ritrovato ad ammirarla sotto gli accecanti raggi del sole. Mi è balzata in mente una sequenza del film Into the Wild, quando Alex Supertramp elogiava le qualità della mela che stava mangiando. In quel momento l’ho compreso totalmente. Anche la mia mela era buonissima, un’autentica goduria per il palato e una gioia per l’anima. La leggerezza che il viaggio mi stava donando era in grado di farmi apprezzare anche le cose all’apparenza meno importanti e più scontate. Lì disperso, invece, solo in mezzo alla natura australiana, non c’era niente che avrei desiderato di più che gustarmi quella mela, pienamente soddisfatto. Questa era l’estasi di cui ogni tanto vado cianciando.

 

Quando parlo del mio viaggiare, mi soffermo spesso sul raggiungimento di uno stato di momentanea grazia. Ma effettivamente non è solo questo. Viaggiare mi permette anche di soddisfare una continua sete di conoscenza, del mondo e di se stessi in pari misura. Appagando la mia curiosità e arricchendomi di sapere, dà un senso duraturo al tutto, quando invece l’estasi valorizza l’attimo fuggente. Sono due aspetti essenziali per rendere speciale il viaggio, due lati di una stessa splendida medaglia.

All’ostello, seduto su un comodo divano cercando di trascrivere le forti emozioni appena vissute sull’Ocean Drive Road, scruto con sospetto una comitiva della Western Exposure appena giunta in paese. Ogni volta che incontro questi gruppi provo una forte sensazione di straniamento. Sono veramente tutti felici di essere lì a far parte di quel gruppo? Sono tutti consapevoli che stanno barattando la libertà in cambio di qualcosa che non riesco nemmeno a inquadrare?

Rispetto al mio modo di viaggiare, uno organizzato offre sicuramente la possibilità di vedere più cose, o di vedere quelle che sono universalmente considerate le più belle di una determinata regione, come potrebbe essere Lucky Bay per Esperance, ad esempio. Poi offre la possibilità di conoscere facilmente altre persone, con le quali condividere emozioni e stringere magari durature amicizie. Infine, rende il viaggio più semplice, nel senso che non devi preoccuparti di nulla, dal cercare un posto dove dormire o mangiare, e nemmeno scegliere cosa fare e vedere.

I primi due sono punti indubbiamente positivi, da qualsiasi punto di vista si guardino, il terzo invece tendo a vederlo come negativo, anche se non per tutti è così.

Ma obiettivo di un viaggio non “è vedere luoghi”, mettere una spilla sulla mappa del mondo o un’etichetta con scritto “visto”. Viaggiare è “far proprio un luogo”, interiorizzarlo. È un percorso per forza di cose personale, non può essere altrimenti.

Scopro subito di non essere l’unico a pensarla così perché a breve sono avvicinato da un ragazzo che negli ultimi giorni ho visto vagare per l’ostello. Amir sta viaggiando da solo, per un viaggio che l’ha ormai portato a toccare quasi tutta l’Australia. Barba incolta e faccia un po’ paffuta, Amir parla l’inglese perfetto degli israeliani. A spingerlo ad avvicinarmi è quella molla naturale che spinge l’uomo a condividere se stesso, a comunicare, a interagire. Per un viaggiatore solitario il bisogno più impellente, che di solito si rende evidente la sera dopo una giornata di emozioni, è quello di trovare qualcuno con cui parlare. Solitamente un altro viaggiatore solitario, che è sintonizzato sulla tua stessa lunghezza d’onda. A differenza mia, Amir ha fatto molti tour organizzati, tour che gli sono piaciuti e che gli hanno permesso di vedere luoghi altrimenti difficilmente raggiungibili. Però mi guarda dritto negli occhi e mi confida che viaggiare da solo è tutta un’altra cosa. La libertà, mi dice, è qualcosa di troppo importante da poter scambiare, è qualcosa di unico che va conservato come il regalo più grande che il viaggio ti sta donando. A Melbourne ha noleggiato una macchina e si è girato da solo l’Ocean Drive fino a Adelaide. Quello sì che è stato un momento d’estasi, quello sì che è stato viaggiare. Non posso che essere d’accordo con lui. Me lo immagino al cospetto dei dodici apostoli con quello sguardo scuro da sognatore e sorrido al suo entusiasmo. Gente come noi si comprende al volo, non servono troppe parole.

 

L’ultima mattinata a Esperance. Nella cucina dell’ostello ferve un’intensa attività: ci sono tutti quelli del gruppo organizzato, soliti a svegliarsi presto il mattino perché devono correre lontano a veder chissà cosa, e c’è anche Amir. Sta tornando a Perth per noleggiare una macchina. L’assenza di un proprio automezzo in WA vincola parecchio. Ognuno ha il suo, di proprietà o noleggiato, quindi i tour di un solo giorno, che potrebbero portarti a vedere qualche meraviglia lontano dalle città, non sono così gettonati. Ad Amir questa limitazione non piace ed ha deciso di tornare indietro, noleggiare una macchina e girare da solo il sud. Per quanto mi riguarda, vedo le cose differentemente. Io sono dell’idea che non è così importante cosa si vede, ma come lo si vede. Con questo non voglio dire che potrei andare in viaggio in una discarica ed essere felice lo stesso, ma che l’importanza che si dà alla meta è spesso eccessiva e così facendo si dimentica qual è il vero motivo del viaggio. Purtroppo molti considerano la destinazione come un fine: “c’è da vedere questo, poi quello, poi quell’altro”. Selezionano a tavolino cosa c’è da vedere e i tempi da concedergli, sulla base d’idee preconfezionate da altri. Il viaggio nasce in funzione di una pallida idea della destinazione e dalla smania di vedere il più possibile, non in funzione di se stessi. Per me questo non è viaggiare, è muoversi.

Lucky Bay è considerata la spiaggia più bella d’Australia e molti mi hanno garantito che è qualcosa da non perdere. Ovviamente io l’ho persa, perché era troppo lontana da raggiungere in bicicletta, a Esperance nessuno noleggia macchine e l’unica agenzia che organizza un tour giornaliero verso quella meta non aveva abbastanza clienti da fare partire una visita (ero l’unico a essermi iscritto). Della cosa mi dispiaccio? Sì, un poco. Ma non troppo. I giorni che ho passato a camminare e correre in bicicletta nei dintorni di Esperance sono stati divini. Ho goduto di ogni singolo instante in un modo che non ha eguali, scoprendo a fondo un paesaggio che mi è entrato nell’animo. Forse Lucky Bay è più bella di West Beach, ma dubito che mi avrebbe donato una felicità superiore a quella che ho provato. Intanto ho conosciuto a fondo West Beach. Lucky Bay la vedrò un’altra volta, forse.

King George Sound

La terra conosciuta ai giorni nostri come Western Australia fu “scoperta” dagli europei agli inizi del XVII secolo e colonizzata due secoli dopo. All’epoca il territorio era già abitato da almeno 40.000 anni da quella che noi chiamiamo globalmente popolazione aborigena, in realtà un insieme di distinti gruppi linguistici, ognuno con un suo vasto territorio di pertinenza. La totale popolazione aborigena è stata stimata essere di circa 500.000 persone al momento dell’arrivo degli europei, perlopiù cacciatori e raccoglitori nomadi.

Non ho competenze sufficienti per parlare di loro. Quanto successo tra coloni europei e aborigeni supera di gran lunga la mia capacità di raccontare aspetti dell’esperienza australiana che ho vissuto. Per questo non troverete grandi riferimenti a loro in questo lungo racconto, anche perché i pochi aborigeni che ho incontrato erano solo ubriaconi molesti e puzzolenti, figli di una tragedia troppo grande e complessa per essere raccontata da me in un modo che non può che essere superficiale. Troppo superficiale per i miei gusti. Scusatemi di questo. Continuerò a parlarvi solo di europei.

 

Per quasi tutto il XVIII secolo nessuna nazione europea mostrò interesse per quella che era conosciuta con il nome di Nuova Olanda. Solo nell’ultima decade del secolo ci fu un contemporaneo interesse da parte di Inghilterra e Francia. I francesi furono i primi a spedire esploratori nella regione. Il primo fu Louis Aleno de St Aloüarn, che raggiunse la punta sud-occidentale del WA, Cape Leeuwin, nel 1772. Risalì la costa fino all’isola di Dirk Hartok, dove decise anche di sbarcare. Formalmente dichiarò la nuova terra come francese. Poi però morì prima di ritornare in patria e nessuno seppe della sua dichiarazione. Il successivo francese arrivò solo nel 1789, Jean-François de La Pérouse, già famoso all’epoca per alcuni suoi viaggi nel Pacifico. Passo per la Nuova Olanda e poi fece rotta verso la costa est dell’Australia, dove gli inglesi avevano da pochi anni fondato una prima colonia penale, a oggi conosciuta come Sydney. Poi sparì misteriosamente. Per cercarlo, la Francia organizzò varie spedizioni, la prima delle quali fu guidata da Antoine Bruni d’Entrecasteaux, che raggiunge Cape Leeuwin nel dicembre 1792 e procedette questa volta verso est lungo la costa, mappandola con grande cura. Veleggiò per un mese in quella direzione ma non trovò nulla d’interesse. Rimasto senza acqua, si diresse allora verso quella che all’epoca era conosciuta come Van Diemen’s Land, l’attuale Tasmania. Pur non trovando lo stretto che divide la Tasmania dall’Australia, fu il primo ad azzardare l’ipotesi che la Tasmania fosse un’isola.

Sono questi gli anni in cui gli inglesi cominciano a insospettirsi dei movimenti francesi nelle acque del WA. Le due nazioni erano in guerra in Europa e gli inglesi avevano paura che i francesi reclamassero l’autorità sulla Nuova Olanda. Per questo iniziarono a organizzare proprie spedizioni nella regione. George Vancouver toccò la costa sud nel 1791 e trovò una splendida baia che chiamò King George Sound. La baia forniva cibo, acqua e legno a sufficienza per i bisogni di un accampamento, quindi fu scelta come base per la sua spedizione.

Dopo di lui, passarono dieci anni prima di vedere un altro europeo in zona. Nel 1801 altri due capitani, Nicolas Baudin per la Francia e Matthew Flinders per l’Inghilterra, salparono dall’Europa con meta il WA. Il francese arrivò per primo. Sulle tre navi della sua spedizione c’erano molti naturalisti, allo scopo di scoprire a fondo la nuova terra. Baudin passò molto tempo lungo le coste australiane, in particolar modo tra Cape Leeuwin e la foce dello Swan River. I francesi non furono affatto impressionati da queste nuove terre: il report di Baudin sulla Nuova Olanda era generalmente sfavorevole e causò la perdita di interesse della Francia per i successivi venti anni. Flinders intanto accertò che la Tasmania era un’isola e poi, spingendosi verso ovest, mappò con accuratezza e abilità le coste del WA, fornendo un contributo essenziale alla scoperta di questa immensa terra.

Uno dei sottoposti di Baudin, Louis de Freycinet, nel 1818 guidò una personale spedizione in WA, nello specifico nell’area di Shark Bay, per valutare la fattibilità di stabilirvi un insediamento. Oltre a scienziati e naturalisti, portò con sé anche la moglie Rose, che scrisse un interessantissimo diario di quella spedizione. I francesi rimasero due settimane a terra e ne furono parecchio delusi. Il suo avverso rapporto confermò in Francia la scarsa attitudine della Nuova Olanda a ospitare un insediamento.

Tra il 1818 e il 1822 Phillip Parker King fece tre viaggi per conto dell’Inghilterra intorno alle coste del WA. Figlio del Governatore del New South Wales, fu il primo esploratore del WA nato in Australia. I suoi ordini erano di raccogliere informazioni sul clima della Nuova Olanda, sulla geografia, sugli animali, sui minerali e sulle risorse legnose. Doveva anche cercare un fiume che penetrasse nell’interno, idoneo per porvi le basi di un primo insediamento. Parker King raccolse molte informazioni, tracciando mappe così accurate che furono usate per oltre un secolo a venire. Nei suoi viaggi però non diede grande importanza allo Swan River, giudicandolo di poco valore. Intanto la paura degli inglesi che i francesi potessero insediarsi nel sud della Nuova Olanda cresceva e con essa la paura che un’eventuale colonia francese a ovest avrebbe potuto tagliare i contatti e i rifornimenti delle colonie inglesi nella costa est dell’Australia. Avvistamenti continui di navi francesi nella regione convinsero gli inglesi a stabilire velocemente il loro primo insediamento nei pressi del King George Sound, dove anni prima era stato stabilito un accampamento. La data da ricordare è quella del 9 novembre 1826, quando una nave, che potremmo definire la First Fleet per gli australiani occidentali (il brigantino Amity), salpò da Sydney con a capo il Maggiore Edmund Lockyer, allo scopo di porre le basi del dominio inglese anche sulla parte occidentale del continente. Nel King George Sound Lockyer ci giunse il giorno di Natale, accompagnato da un piccolo gruppo di settantacinque soldati e prigionieri. Reclamò il territorio per l’Inghilterra e chiamò il nuovo insediamento Frederick’s Town. In quattro mesi l’insediamento era bello che pronto. Ebbe il tempo anche di esplorare l’interno, in generale rimanendo favorevolmente sorpreso di quanto trovato, anche se ammise che la nuova terra era meno fertile di quanto da lui inizialmente supposto. Elogiò comunque la magnificenza della baia e riportò che gli aborigeni della zona erano di buona natura e molto amichevoli. Frederick’s Town non si chiama più così. Il primo insediamento inglese in WA ora è conosciuto con il nome meno pomposo di Albany.

Albany

Mentre leggevo “Le vie dei canti” di Chatwin, mi sorprendevo nel notare come molte formazioni rocciose o strani “scherzi” geologici fossero considerati sacri dagli aborigeni e di come a ognuno di loro fosse legata una leggenda da far ricondurre la Dreamtime. Se ogni roccia è sacra e richiama il tempo della creazione, pensavo, gli aborigeni ne devono aver avuto di fantasia da spendere. Ma questo perché la mia mente è abituata a ragionare con riferimento all’Italia, terra giovane ricca di asperità, monti o qualsiasi altra stranezza geologica. L’Australia è terra antica, per lo più piatta o al massimo dolcemente ondulata, in cui il tempo è stato sufficiente per appianare quasi tutto. Le discontinuità sono pochissime se confrontate con l’enorme superficie del continente. Sono un chiaro riferimento visivo. Ecco perché quelle discontinuità sono diventate sacre. Lo sarebbero diventate anche per me, poiché la loro visione è l’unico modo per spezzare una monotonia paesaggistica che ha dell’incredibile.

Viaggiando da Esperance verso Albany, via Ravensthorpe, sono ore di strade dritte e terra piatta. Solo poco prima di giungere a destinazione, all’orizzonte si stagliano le ombre scure dello Stirling Range, una catena montuosa caratterizzata da accattivanti guglie aguzze che si profilano nel cielo. Dopo ore passate a osservare un paesaggio sempre uguale, la loro visione è stata l’unica capace di rivitalizzare un’attenzione ormai sopita.

Quando giungiamo ad Albany il cielo è coperto e una pioggia finissima è sospinta dal vento a inumidire qualunque cosa. La cittadina nasce sulle rive del Princess Royal Harbour, una delle tre baie che caratterizza questo lontano angolo d’Australia. Le altre sono Oyster Harbour, più a nord e con una strettissima via di accesso, l’Emù Point, e King George Sound, la grande baia che fa da anticamera alle altre due baie più piccole. L’acqua, come il cielo, al mio arrivo è scura, e il tutto mi riporta in mente la Scozia. Cielo grigio e piovoso, mare scuro, case dalla foggia tipicamente britannica, temperatura mite tendente al fresco per un vento che spira costante dalla baia.

Albany si è accresciuta dalle rive del mare in salita lungo un avvallamento tra due bastioni montuosi di roccia basaltica, il Monte Clerance e il Monte Melville. Le case si spingono fino alle pendici dei due monti, lasciando comunque intatta la parte sommitale, dove dimora una verde vegetazione costiera. Lungo le vie principali, fondamentalmente due, si affacciano quelli che qui definiscono edifici storici, con quelle facciate dal gusto un po’ retrò, più qualche solida chiesa in pietra. Belle case con pareti di legno laccate di bianco, ampie verande e sereni giardini a far loro da contorno s’incontrano invece non appena si esce dal piccolo centro cittadino, imboccando stradine laterali che s’inerpicano su per i due monti, oppure scorrono verso la costa della baia.

Oltre a una strada asfaltata, sentieri ben tracciati percorrono i versanti dei due monti che proteggono Albany. Il Monte Clerance è il più alto e quello considerato principale, tanto che sulla sua sommità è stato eretto un memoriale dell’ANZAC, Australian and New Zealand Army Corps, in ricordo del sacrificio degli australiani e dei neozelandesi durante la prima guerra mondiale. Una statua con due uomini e i loro cavalli immortala quello che è stato il momento più tragico degli australiani in Europa durante la Grande Guerra, l’assalto alla penisola di Gallipoli, in Turchia.

Oltre il memoriale, nel punto più alto del monte, un belvedere dovrebbe fornire un’ampia visione di Albany, ma questo non succede a causa di una spessa vegetazione che occlude la visuale proprio verso quel lato. Una visuale migliore la offre il Monte Melville, dove estese lastre di granito prive di vegetazione permettono d’ammirare la piccola cittadina incastonata tra i due monti, la vasta baia che le ha permesso di essere il primo insediamento nel WA e le foreste e i monti che la chiudono verso nord, il Porongurup e lo Stirling Range.

Il Porongurup Range è una piccola e antica catena montuosa in gran parte livellata, formata nel Precambriano (oltre 1200 milioni di anni fa) e composta principalmente da picchi granitici dalla conformazione a cupole arrotondate. Da est a ovest, lungo la sua direzione principale, non è lunga che quindici chilometri, con il punto più alto, il Devils Slide, posto a 670 metri. L’intera area è una delle principali attrazioni turistiche di Albany, distante poche decine di chilometri, sia per i bellissimi panorami che da lassù possono essere ammirati, sia per la particolare e spettacolare conformazione delle rocce. Famoso è il Granite Skywalk, un sentiero attrezzato che conduce su e giù lungo le vette del Porongurup Range, passando anche nei pressi del Balancing Rock, un masso di granito alto sei metri, dal peso di circa 186 tonnellate, che poggia su una base di soli 1,21 metri quadrati. Gli stessi massi granitici tondeggianti e dalle forme bizzarre caratterizzano tutta l’area di Albany, Monte Melville in testa. Rocce spuntano anche lunghe le vie abitate, tanto che spesso strade, marciapiedi e case sono costretti a girarci intorno. A uno di questi, conosciuto come Dog Rock, hanno disegnato un collare alla base, rafforzando così l’idea che sia la testa di un cane che sta fuoriuscendo dal terreno.

Lo Stirling Range (o Koikyennuruff), più lontano verso nord, è invece una catena montuosa più alta, giovane e grande. Da est a ovest è lunga circa sessanta chilometri, mentre il suo punto più alto, il Bluff Knoll, raggiunge quota 1.099 metri. È uno dei pochi luoghi in cui avvengono nevicate regolari nell’Australia occidentale, con spruzzi di neve segnalati nella maggior parte degli anni. Cittadine come Mount Barker e Cranbrook, alle pendici dei monti, sono note località turistiche in tutto il WA.

Anche ad Albany mi devo scontrare con la dura realtà che tour giornalieri organizzati verso le due catene montuose non ce ne sono. L’unico modo per visitarle è avere un mezzo privato, che però nessuno noleggia. Da appiedato, o al massimo ciclo-munito, non mi rimane che dedicare il mio tempo alla scoperta della città e dei suoi dintorni più immediati. Non ci metto quindi molto a scovare una pista pedonale da fare tutta mia, percorrendola avanti e indietro nei giorni a venire. La pista conduce a Middleton Beach, adagiata sulle sponde del King George Sound, insinuandosi in una bassa vegetazione costiera lasciata per lo più intatta. La solita brezza investe la pista, proveniente del mare, qui di un blu profondo, con rocce scure che abbandonano la macchia per gettarsi nel suo abbraccio. Il fragore delle onde che s’infrangono si confonde lungo il percorso con il fruscio delle foglie degli arbusti e degli alberi mossi dal vento. La camminata è sempre piacevole, con molti punti dove è possibile ammirare il vasto panorama offerto dall’insieme di baie, con alcune isole che interrompono la linea perfetta dell’orizzonte. Ma è tutto il gioco tra costa e mare a essere affascinante, con numerosi promontori che s’insinuano nel blu, creando infinite piccole baie. In uno di questi si vedono le rovine della vecchia casa del custode del faro (Point King Lighthouse), che funzionò ininterrottamente dal 1858 al 1910, ospitando nel tempo tre custodi e le loro famiglie. La casa sorgeva sulle rocce basaltiche proprio a ridosso del mare, per nulla protetta dal vento e sottoposta continuamente agli spruzzi delle onde. Inimmaginabile la vita lì dentro nelle giornate tempestose.

Lungo la passeggiata s’incontrano, come il solito, molte persone fare jogging, altre correre in bicicletta, altre ancora solo a passeggio con il cane o le cuffie alle orecchie per rilassarsi un po’. E tutte mi salutano. Un piccolo quadretto australiano che si ripete con piacere in tutte le cittadine che sto visitando. Middleton Beach è una spiaggia lunga e ampia, che richiama da Albany chiunque abbia voglia di sole, mare e tintarella. La spiaggia si chiude lontano a nord con l’Emù Point, lo stretto braccio di mare che conduce all’Oyster Harbour, la più piccola baia della zona. L’acqua del mare qui vira a un azzurro acquamarina di un’intensa purezza, mentre la solita fila di Pini di Norfolk chiude la spiaggia alle spalle, un’immagine che nel tempo sto imparando ad apprezzare. Purtroppo sulla spiaggia tira sempre un forte vento e il clima ad Albany, anche in estate, non è di quelli che si possano definire caldi. In ostello si dorme con i piumoni, cosa per altro davvero piacevole, e la sera felpa e giubbetto antivento sono imprescindibili. Insomma, la spiaggia è più da vedere che da fruire, almeno per me.

L’ultimo giorno ad Albany noleggio l’immancabile bicicletta con l’idea di vedere la costa sud dell’area, quella che si affaccia sull’oceano aperto. Le due attrattive principali sono conosciute come il Gap e il Natural Bridge, all’interno del Torndirrup National Park, che copre buona parte della costa sull’oceano. Una pista ciclabile conduce dall’altra parte della baia, scorrendo tra la strada principale e la riva della baia, in mezzo a boschetti, giardini ben tenuti e pascoli di cavalli. Dalla baia giunge l’odore del mare, ma quello che si respira davvero a pieni polmoni è la pace bucolica di questo incantato angolo di mondo. La strada è completamente piatta fino a quando non si giunge dall’altro lato del Princess Royal Harbour, da cui la visuale su Albany è splendida. Poi da lì, se si vuole proseguire verso la costa sud, la strada inizia a salire e scendere, perlopiù con lievi pendenze poco o nulla faticose.

Il Gap non è altro che una profonda insenatura nelle pareti rocciose della costa, alte in quel punto una cinquantina di metri. L’oceano entra nell’insenatura, che sembra tagliata con il coltello da quanto è precisa e regolare, e si schianta con aumentato vigore contro le rocce. Nelle giornate tempestose la forza e l’altezza raggiunta dalle onde è scioccante, raggiungendo con gli spruzzi anche la terrazza panoramica predisposta per vedere il baratro in sicurezza. Il Gap impressione davvero, anche in una giornata calma e tranquilla, soprattutto uno che soffre di vertigini come il sottoscritto.

In un’altra insenatura, con il fondo un po’ più alto e meno regolare che non consente l’entrata costante dell’oceano, un enorme ponte di granito sovrasta il baratro: il Natural Bridge. In una giornata tranquilla le onde non arrivano neanche alla sua base, ma in giornate tempestose gli spruzzi sfiorano l’arcata, inondando tutta l’insenatura.

Le due attrattive meritano sicuramente una visita, ma è tutto la costa rocciosa in quel punto ad affascinare. Rocce dello stesso tipo sono state trovate in Antartide, cosa che fa presumere che proprio in questo punto i due grandi continenti fossero uniti (a oggi la velocità con cui Australia e Antartide si allontanano è di circa cinque centimetri l’anno). Anche l’ultima giornata ad Albany ha pienamente meritato di essere vissuta.

 

La comodità ci rende schiavi. Al memoriale dell’ANZAC sul Monte Clerance si può giungere a piedi, come ho fatto io, oppure in macchina attraverso una comoda strada asfaltata. Il parcheggio per le macchine è posto a un centinaio di metri dal memoriale e, anche se la strada asfaltata continua, un visibile cartello indica che a proseguire dovrebbero essere solo chi accompagna disabili o persone anziane. Per tutti gli altri è fatto obbligo di parcheggiare e continuare a piedi. Eppure questo non succede. Quasi tutte le macchine arrivate al memoriale mentre ero in visita sono giunte fin sotto la statua. Piuttosto di percorrere qualche metro a piedi in salita, molti, se non tutti, hanno preferito rimanere all’interno delle loro comode macchine e violare le esplicite richieste dei custodi del sito.

L’abitudine alla comodità è una malattia. Prima di tutto mentale, perché t’incanala in un percorso di desideri indotti e non reali, e poi fisica, perché alla lunga indebolisce il tuo corpo, impigrendolo, trasformandolo in un involucro inutile per uno spirito assopito.

Quanto è bella invece l’energia di un corpo vivo, quanto è rigenerante il camminare, muovendosi al ritmo del proprio battito del cuore, quanto è piacevole la stanchezza che sopraggiunge in seguito al raggiungimento di splendide conquiste personali.

Denmark

Al centro degli Alison Hartman Gardens, un piccolo fazzoletto di terra verde affacciato sulla via principale di Albany, York Street, si erge la statua in bronzo di un aborigeno della locale popolazione Noongar. La placca ai piedi della statua riporta a chi è dedicata: “Mokare, un uomo di pace. 1826. In riconoscimento del ruolo avuto da Mokare nella pacifica coesistenza tra la popolazione Noongar e i primi coloni europei”.

Mokare è un nome importante da queste parti, indissolubilmente legato alla recentissima colonizzazione britannica. Già forse conosciuto con il nome di “Jack” affibbiatogli da Phillip Parker King nel 1821, Mokare fu un frequentatore abituale della colonia fondata dal Maggiore Edmund Lockyer nel 1826. Uomo dal carattere carismatico e pacifico, divenne amico intimo di varie personalità della nascente colonia, tra le quali Alexander Collie, governatore di Albany dal 1830 al 1833 e famoso naturalista (al quale sono stati dedicati alcuni nomi scientifici di animali, come la bellissima gazza dal ciuffo golanera messicana, Calocitta colliei). Nei primi anni di vita della colonia, la sua azione di pacificatore e mediatore fu decisiva per mantenere la pace tra la nascente comunità britannica e quella aborigena. In quei primi anni di vita di Albany mostrò inoltre agli europei i sentieri che il popolo Noongar aveva usato e mantenuto per generazioni nella regione. Molte di queste vie sono oggi le strade asfaltate che percorrano quest’angolo sud-occidentale del WA. Tra il 1829 e il 1830 Mokare aiuto gli europei a organizzare e compiere varie spedizioni terrestri sempre più lontano da Albany, permettendo loro di mappare nuovi monti, fiumi e baie. Purtroppo morì poco dopo, nel 1831. A testimonianza del vero legame di amicizia che li legò, quando nel 1835 morì anche Collie, fu inumato vicino all’amico aborigeno.

Tra i territori che Mokare fece scoprire agli europei, c’erano anche quelli in prossimità del Denmark River e del Wilson Inlet, il primo un fiume lento e scuro che scende dalle vicine pendici del Mount Lindesay e, dopo nemmeno sessanta chilometri, si getta nelle acque basse di una vasta insenatura salmastra, per l’appunto il Wilson Inlet. Proprio in prossimità della foce del fiume, un bel po’ di tempo dopo, nel 1895, iniziò lo sfruttamento delle risorse legnose della zona. Fu costruita una linea ferroviaria che giungesse fin lì da Torbay, vicino Albany, e delle segherie che diedero lavoro a quasi ottocento gruppi familiari, per un totale di due mila persone. Ecco così nascere la cittadina di Denmark.

Denmark dista da Albany poco meno di sessanta chilometri, ma il paesaggio che la circonda è completamente diverso. Albany rimane fuori, anche se di poco, dal warren, la regione biogeografica che si estende da appena a ovest di Albany fino a Cape Naturaliste, vicino a Busselton, normalmente non insinuandosi nell’entroterra per più di dieci chilometri. Il warren è caratterizzato da foreste dominate dal karri (Eucalyptus diversicolor), albero alto in media sui sessanta metri, ma capace di raggiungere anche i novanta. Passando quindi da Albany a Denmark si abbandonano le basse e compatte formazioni caratteristiche della macchia mediterranea per essere catapultati in una foresta tra le più alte del mondo. Non che a Denmark alberi così alti ce ne siano più, in parte perché la cittadina è al limite essa stessa del warren (gli alberoni giganti li troveremo andando più verso ovest e più avanti nel racconto), in parte perché le segherie hanno fatto davvero un bel lavoro. Dalla fondazione di Denmark e per i primi venti anni, i boscaioli tagliavano una media di cento alberi al giorno. La deforestazione ha in breve tempo stravolto il paesaggio, sostituendo all’enorme foresta campi agricoli poco produttivi, con danni a tutto l’ecosistema. Per farvi solo un esempio, per la mancanza di alberi il Denmark River ha visto salire la sua salinità a livelli altissimi, perdendo non solo la potabilità, ma anche la capacità di essere usato per scopi irrigui.

Ora però la situazione è diversa. Ovunque crescono alti alberi di karri e jarrah, che formano compatti boschetti che cingono la cittadina da ogni lato, alti muri verdi che interrompono la visuale alla fine di tutte le strade. Intense opere di rivegetazione avvenute negli ultimi decenni hanno, infatti, restituito a Denmark il suo aspetto forestale e il fiume ha visto riabbassarsi i livelli di salinità, fino a scendere sotto la soglia di non potabilità (uno dei primi casi in Australia). Non che a me venga voglia di bere l’acqua del fiume, perché anche se non eccessivamente salina, il suo colore è un marrone molto intenso che da molto l’idea di un tè.

E in realtà è proprio di un tè che stiamo parlando, o meglio un infuso di foglie di eucalipto. Il colore caratteristico del Denmark River, come di tutti gli altri fiumi della zona e del Wilson Inlet, è dovuto ai tannini rilasciati dalle foglie di eucalipto che cadono nell’acqua. In prossimità dell’Ocean Beach Lockout, un punto panoramico affacciato sullo stretto braccio di mare che unisce il Wilson Inlet all’oceano, il contrasto tra le due acque che s’incontrano è qualcosa di meraviglioso. Quando c’è bassa marea, le acque scure del Wilson Inlet percorrono le piane sabbiose dello stretto e si gettano tra le onde schiumose dell’oceano, sporcandole. Nella vicina spiaggia di Ocean Beach, appena di là del promontorio e meta principale per i vogliosi di mare di Denmark, le prime decine di metri di oceano diventano così di un marrone poco invitante per fare un bagno, ma dall’indubbio fascino, mentre più in là brilla il consueto azzurro cristallino tipico di queste acque australi. Quando si alza la marea, invece, il flusso s’inverte ed è l’acqua dell’oceano a penetrare nel Wilson Inlet. Il braccio di mare, che in realtà è chiamato Harding River, non più largo di qualche decina di metri in quel punto, diventa anch’esso cristallino, rilucente ai raggi del sole. L’oceano di fronte a Ocean Beach torna così a essere immacolato, pronto a rimanere tale per le prossime sei ore. Un continuo cambio di flusso e di colori che ha qualcosa di magico. Annualmente poi l’Harding River si occlude, cioè la sabbia si deposita a tal punto alla sua foce da andare a sbarrare la via verso l’oceano. A quel punto il Wilson Inlet diventa un lago salmastro e i suoi livelli idrometrici cominciano a salire. Per evitare che le acque sommergano le strade e i sentieri più bassi che circondano il grande specchio d’acqua, quasi tutti gli anni, in agosto, è l’uomo a intervenire, aprendo un canale artificiale nel banco di sabbia. Riaperta la via verso l’oceano, in breve l’acqua scura si scarica con tanta impetuosità da ripulire completamente la foce, tenendola aperta per l’anno a seguire.

Appena di là dallo stretto, oltre il chiaro/scuro Harding River, incombe la penisola di Nullaki, che di fatto rappresenta tutta la sponda meridionale del Wilson Inlet. La particolarità di questa penisola è che è un’immensa tenuta suddivisa in lotti, mediamente grandi sui 30-40 ettari, acquistabili per costruirsi una villa vista oceano. In ogni lotto è stato predefinito il luogo dove può essere costruita la casa, già ripulita dalla preesistente vegetazione, che sulla penisola è una bassa macchia mediterranea, ma tutto il resto deve essere mantenuto com’è, senza la possibilità di altri interventi edilizi. Il risultato, almeno nelle intenzioni degli imprenditori che hanno immaginato questa soluzione, è proporre una selezione di meravigliose case circondate dalla maestosità di una natura incontaminata, per fornire un esclusivo senso di libertà ai loro clienti. Se avete 600.000 o più euro che non sapete come spendere, alcuni lotti sono ancora a disposizione.

 

Sono stato fortunato a Denmark, perché il giorno del mio arrivo è coinciso con quello dei tanto attesi markets. Avuti luogo per la prima volta nel 1981, i Denmark Arts Markets sono la principale vetrina per gli artigiani, gli artisti e i coltivatori locali. Si tengono quattro volte l’anno, da dicembre a Pasqua, e sono pieni di bancarelle con vari prodotti di artigianato e cibarie: berretti, trapunte, candele, ceramiche, ricami, articoli per la casa, saponi, gioielli e giocattoli, tutti rigorosamente fatti a mano, alternati a formaggi, biscotti, frutta fresca biologica, salsicce, miele, gelati, noci, olive, conserve e salse, tutti prodotti nella regione. E tra le bancarelle ci sono musici e altri artisti che intrattengono i viandanti stanchi come me e la bolgia di bambini lasciati liberi di scorrazzare sulle rive del fiume. Durano solo dalle dieci di mattino fino alle quattro del pomeriggio, quindi piuttosto poco, ma sono l’apice della vitalità di un paesino altrimenti molto quieto. E quando si vaga tra le bancarelle, e gli alberi che ne fanno da contorno, ci si accorge di quante persone vestano ancora come colorati, disordinati e affascinanti vagabondi hippie. Una cultura che sembra ancora ben presente in paese, capace di donare uno stato di tranquilla e serena libertà individuale e un autentico contatto con la natura. Questa è sicuramente la sensazione più forte che Denmark trasmette.

Nei miei giorni in paese, infatti, non ho ammirato grandi bellezze naturali, quelle capaci di strapparti via un pezzo di cuore dal corpo, per intenderci, ma ho respirato a pieni polmoni un’atmosfera leggera e rinvigorente, di vero contatto con se stessi e la natura che ci circonda. Uno stile di vita che ho riscontrato radicato in un po’ tutti i luoghi visitati a sud di Perth, ma che a Denmark ha sicuramente il suo apice.

Anche se il meteo non è stato ottimo, sono riuscito a percorrere il lungo e in largo i sentieri più importanti della zona: il Mokare Heritage Trail, che collega Denmark al Wilson Inlet lungo entrambi i lati del fiume, il Karri Walk Trail, anch’esso verso il Wilson Inlet, ma insinuandosi in una bella foresta di karri, e il Wilson Inlet Heritage Trail, che percorre la sede della vecchia ferrovia, scorrendo a lato delle sponde settentrionali del vasto bacino salmastro. Camminate in mezzo alla natura, osservando principalmente alberi e uccelli marini. Un vero lauto pasto emozionale per un naturalista come me. L’unico piccolo rammarico dell’esperienza a Denmark è non essere giunto fino ai poco più lontani Elephant Cove e Greens Pool, una zona affacciata sull’oceano in cui enormi massi granitici dalle forme arrotondate danno vita a spiagge protette, bagnate da una magnifica acqua color turchese. Distano solo una ventina di chilometri da Denmark, tranquillamente a distanza di una biciclettata. Perché non li ho visitati? Banalmente, non me lo ricordo. Poco importa. Alla fine, come diceva Nicolas Bouvier, “Non siamo noi i giudici del nostro tempo perduto”.