L'ultima frontiera

Dal 16 ottobre 2008 al 10 febbraio 2009

di Carlo Camarotto

Nornalup Inlet
Tree Top Walk
Ancient Empire
Giant Tingle Tree
Gloucester Tree
Augusta
Cape Leeuwin Lighthouse
Jewel Cave

Tappa numero 6, Dal 14 al 23 gennaio 2009

From the forest to the lighthouse
WA_6

Walpole

In WA non esistono solo paesi assimilabili a una strada, ci sono anche quelli che lo sono a una mezza strada. La South Coast Highway, la National Route 1, giunge da est, taglia di netto le rive a nord del Walpole e del Nornalup Inlet, prosegue verso ovest ancora per dieci chilometri e quindi vira con decisione verso nord. Da lì in poi cambierà spesso nome e, dopo circa quattrocento chilometri, giungerà fino a Perth. Quando però è proprio sopra il Walpole Inlet, un piccolo e poco profondo specchio d’acqua salmastra dalla colorazione perennemente marrone, allora in quel punto il lato meridionale della South Coast Highway si anima per poco più di un chilometro di esercizi commerciali ed edifici residenziali. Ma solo da quel lato. Al lato nord sono destinati solo alberi sparsi e piuttosto bassi, con in lontananza pascoli collinari ingialliti dall’estate. L’unico edificio nella parte a nord della strada è una bassa casa di mattoni nascosta tra gli alberi: il centro visitatori. Siamo a Walpole.

Una cinquantina di chilometri di costa a ovest del Wilson Inlet, si apre l’apertura di un’altra vasta insenatura d’acqua salmastra, il solo un po’ più piccolo Nornalup Inlet. A differenza dello specchio d’acqua maggiore, però, il Nornalup Inlet comunica sempre con l’oceano, senza alcun bisogno dell’intervento dell’uomo. Anche per questo le sue acque sono ricchissime di pesci, tanto da attirare l’attenzione di un po’ tutte le persone che si sono trovate nel tempo a passare da queste parti. Resti di trappole da pesca aborigene sono ancora rinvenibili sulle sue sponde, mentre i primi europei (sporadici) a frequentare la zona furono dei cacciatori di foche, ancora prima del 1826. Nel vasto Nornalup Inlet (1.300 ettari di estensione e fino a 5 m di profondità) si gettano un paio di fiumi, il Deep River da ovest e il Frankland River da est, con estuari uno diametralmente opposto all’altro. Un’altra apertura si apre anche a nord, non più larga di qualche centinaio di metri e lunga meno di un chilometro, che conduce al più piccolo Walpole Inlet. È intorno a quest’ultimo specchio d’acqua che si è accresciuta nel tempo la minuscola cittadina di Walpole, 439 persone disperse in una manciata di case, raccolte tutte a sud della South Coast Highway.

La colonizzazione di queste terre è veramente cosa recente. Pensate che prima del 1930 c’erano solo tre famiglie nella zona. Una ci era arrivata nel 1910, insediandosi sulle sponde del Frankland River, un’altra l’anno seguente, che scelse come base, forse perché loro erano inglesi mentre la famiglia che li aveva preceduti francese, una zona sulle rive del Deep River. Per quasi quindici anni vissero così, uno da una parte e uno dall’altra del Nornalup Inlet. Poi nel 1926 arrivò la terza famiglia, che penso bene di non andare a congestionare la vita dei vicini, sia mai, e piantò le tende a Rest Point, cioè sulle rive dello stretto che collega il Walpole al Nornalup Inlet. Quindi a questo punto il grande specchio d’acqua era completamente circondato. Ma cosa c’era ad attendere questi primi impavidi coloni? Riducendo all’osso, insenature protette, fiumi profondi e alberi enormi. Dalle rive degli inlet e dei due fiumi, infatti, si estendevano a perdita d’occhio boschi con alberi capaci di raggiungere altezze vertiginose e tronchi dalle smisurate circonferenze (di questi alberi ve né parlerò abbondantemente nel capitolo successivo). Quello che importa è che il Governo del WA aveva in un qualche modo compreso l’importanza della zona da un punto di vista naturalistico, tanto da gettare le basi di un futuro parco nazionale già nel 1910. L’arrivo dei primi coloni, i francesi, fu in parte dovuto a questa decisione. Questa scelta del Governo fu la scintilla che portò a far nascere a Walpole una piccola, ma fiorente, industria turistica, che continua a esistere ancor oggi. Quando nel 1930 la ferrovia arrivò fin sulle sponde del Frankland River, con il capolinea che prendeva il nome di Nornalup, furono ancora interessi turistici quelli che fecero balenare l’idea di sviluppare un’area per case vacanze a tredici chilometri verso ovest, proprio sopra il Walpole Inlet. La decisione di costruire una cittadina turistica coincise con lo schema d’insediamento agricolo del 1930, che prevedeva l’assegnazione di un centinaio di blocchi di terreno, di circa una cinquantina di ettari ciascuno, a chi ne avesse fatto richiesta (un modo per aiutare le famiglie colpite dalla Grande Depressione dell’anno precedente). Nuova terra da colonizzare un po’ per tutti, quindi, purtroppo per nulla o poco fertile e, soprattutto, coperta da una foresta a tratti indomabile. Una vita affatto facile quella dei primi anni di vita della cittadina, che inizialmente fu chiamata Nornalup, creando non poca confusione perché quello era il nome del capolinea ferroviario, tredici chilometri più a est. Poi, nel 1934, quando si accertò che il nome Walpole non era già in uso da altre parti in Australia, si decise di porre fine alla confusione e si ribattezzò così la cittadina.

Al momento della mia visita, quindi, il villaggio non aveva nemmeno ottanta anni. E, a mio modesto parere, non è che li portasse benissimo. Arrivandoci da Denmark, cittadina dall’aspetto piacevolmente forestale, uno si aspetterebbe di ritrovarsi avvolti in volte arboree ancor più incantevoli e coinvolgenti, facendo proprio l’assioma che più piccolo è un luogo, più la natura che lo ammanta deve essere viva e conturbante. Purtroppo non è sempre così. Gli alti boschi tanto celebri se ne rimangono tutti abbastanza distanti dal paesino, che è perlopiù accerchiato da boschetti radi dai colori sbiaditi e campi ingialliti. Il tratto di bosco appena a sud-est del paese, poi, era al mio arrivo tutto bruciacchiato, con moncherini di alberi anneriti a coprire una distesa di cenere piuttosto spessa. Gli avevano dato volontariamente fuoco l’anno precedente. Per difendersi dai temibili incendi estivi, infatti, la piccola comunità dà fuoco ogni anno in modo controllato a un settore diverso dei boschi intorno al paese, ripassando per lo stesso settore ogni sette anni. Un periodo troppo breve perché si riformi lo spesso strato di sottobosco che favorisce la diffusione degli incendi. Se da un lato questo rende più tranquilla la vita della popolazione di Walpole, dall’altro fa sì che la cittadina non offra una stupenda visione di sé (o almeno non come uno se lo aspetterebbe).

Ciò non toglie che un paio di cose a Walpole bisogna concedere. La prima è che basta spostarsi solo di un po’ dal paese per ritrovarsi in quei boschi di cui tanto si favoleggia, che sono veramente a portata di una biciclettata o di una passeggiata un po’ più lunga. Non per niente una delle piste escursionistiche più famose del WA, il Bibbulmun Track, che normalmente non passa attraverso delle cittadine, transita invece per Walpole. Breve inciso per chi ama camminare, il Bibbulmun Track si estende per mille chilometri da Kalamunda, un sobborgo nelle colline alla periferia di Perth, fino ad Albany, attraversando tutto il sud-ovest del WA. È solo per escursionisti esperti, vista la lunghezza del percorso e la non proprio amichevole natura che si attraversa, ed è segnalato con triangoli gialli che ritraggono il Wagyl, il serpente arcobaleno del dreamtime aborigeno, circa ogni cinquecento metri. La cosa simpatica, o almeno a me pare così, e che quando il sentiero incrocia una strada, su questa appaiono cartelli che avvertono gli automobilisti di prestare attenzione a un eventuale attraversamento di escursionisti (hikers crossing). Comunque, tornando a noi e a Walpole, dicevo che la natura che entusiasma non è poi così lontana. Anche una visita alle sponde del Nornalup Inlet può essere più che piacevole. Se l’acqua non presenta un colore molto invitante, il solito marrone scuro, la quantità di uccelli marini che si possono osservare e la stessa vastità dei panorami che ti sono offerti un certo strattone al cuore lo danno. Il contrasto tra i fusti bianchi e contorti del salt water paperbark (Melaleuca cuticularis), adagiati sulle rive dell’inlet, e il cielo talmente azzurro come in nessun altro posto al mondo rende da solo valevole una camminata fin qui dal paese.
L’altra cosa invece che bisogna concedere a Walpole è la sua atmosfera di territorio di frontiera. Per quanto da queste parti di turisti ne passino parecchi, il loro interesse sfiora solamente la piccola cittadina e i loro abitanti, che, anche se forse vivono più dì turismo che di altre cose, continuano imperterriti la loro vita di freschi colonizzatori. La maggior parte del territorio poco è frequentata dai vacanzieri, che si limitano a puntate rapide ai luoghi maggiormente attrattivi, per poi scappare via nel giro di un paio di giorni. E anche se il Tree Top Walk e il Giant Tingle Tree sono pieni di gente in estate, lungo i sentieri per raggiungerli, visto che tutti ci arrivano in macchina, non c’è mai nessuno. Più ci si allontana da loro, più i boschi tornano a prendere il sopravvento sull’uomo, tornando a essere quell’ambiente selvaggio e indomabile che dovettero affrontare i primi coloni e che gli abitanti di Walpole in un qualche modo chiamano casa. Gente dura, silenziosa, a tratti burbera, ma nei cui occhi brilla un’intensa umanità. Il fatto che a Walpole ci sia rimasto quasi una settimana, mi ha concesso il privilegio di dare un’occhiata, seppur fugace, anche a questo lato nascosto della cittadina.

 

Lei è piccolina, i capelli tagliati corti, timida e riservata, ma sempre sorridente; lui ha modi spicci e schietti, di poche parole, con una barba bianca a coprirgli completamente il viso. Entrambi di mezza età, parlano in un modo che definire incomprensibile è poco: il giorno del mio arrivo non riuscivo a riconoscere anche una sola parola d’inglese nel loro vociare. Sono i gestori dell’ostello nel quale ho deciso di fermarmi a Walpole.
Con il tempo la mia comprensione è migliorata, tanto da riuscire a farci anche qualche chiacchierata. Più con lei che con lui, perché lui non è tipo da lunghi discorsi. Giorno dopo giorno ho visto nascere in lei una simpatia nei miei confronti, riconosciuta in attenzioni che inizialmente non mi dava o in sorrisi che prima sembravano meno naturali. Sarà perché, a differenza di tanti altri loro clienti, non ero lì per una toccata e fuga, un paio di notti e via. Da loro sono rimasto una settimana e ogni mattina mi vedevano partire con lo zaino sulle spalle carico di entusiasmo, pronto a farmi la consueta camminata che mi avrebbe portato a girovagare tra il Walpole e il Nornalup Inlet o, più a nord, nei boschi di karri e tingle. In qualche modo questo la deve aver colpita. Ma non solo lei, come pensavo fino all’ultimo giorno di mia permanenza a Walpole.

Al mattino il tempo non era dei migliori. Il cielo era un manto grigio uniforme e una lieve aria fresca spirava da sud. Seduti a un tavolo di legno in giardino, sorseggiando del caffelatte da un set di tazze bianche, ci siamo ritrovati noi tre a conversare. Parlava perlopiù lei, con noi due uomini che ogni tanto ci lasciavamo sfuggire qualche parola “monosillaba”. Riuscivo ormai a comprendere quasi completamente il loro slang sud-occidentale e mi sentivo rilassato e felice di poter condividere questi brevi e sereni momenti. La giornata sembrava volgere al peggio e ogni tanto qualche minuscola goccia d’acqua cadeva dal cielo, inconsistente come quasi tutta la pioggia incontrata in questa mia lunga esperienza australiana. Dopo colazione ho deciso, quindi, di dedicarmi alla scrittura, sedendomi su una sedia in veranda e cercando di trascrivere su carta giorni e giorni di emozioni che si erano inesorabilmente accumulati nei ricordi. Loro invece si sono prodigati tutta la mattinata a riordinare letti e lavare pavimenti, fino a che lì ho visti prepararsi per uscire in macchina. Il solito caloroso saluto da parte di lei e l’appena accennato movimento del capo da parte di lui. Poi però lui è ridisceso dalla macchina e mi si è avvicinato, chiedendomi: “Sei qui alle tre?”, e, senza neanche aspettare una risposta, è ritornato in auto e se ne sono andati.

Alle fatidiche tre sono stato svegliato da un bussare rapido alla porta e dalla voce dell’uomo che chiamava il mio nome. “Hai la macchina fotografica?”, mi ha chiesto, poi mi ha fatto cenno di salire in macchina. Nessuna spiegazione, solo una frase all’apparenza buttata lì e un insieme di gesti minimali. Siamo partiti così verso ovest sotto un cielo ancora grigio. Appena fuori dal paese, la South Coast Highway inizia a salire e con essa è aumentata anche la voglia del mio compagno di dirmi dove stavamo andando. Ha pensato di farmi vedere una parte del territorio che non avevo ancora visitato. Proprio un bel regalo mi stava facendo questo silenzioso ma gentilissimo aussie. Dopo cinque chilometri abbiamo parcheggiato in uno spiazzo e ci siamo incamminati su una passerella di legno, giungendo a una piattaforma panoramica che offre una vista superba sul Walpole e sul Nornalup Inlet. Era il John Rate Lookout, un punto in cui è possibile bucare la volta impenetrabile della foresta e abbracciare con lo sguardo una vasta porzione di acque e foreste, con l’oceano sullo sfondo a tracciare la linea perfetta dell’orizzonte. John Rate è stato il primo ranger forestale di Walpole e lo ritroveremo anche nel prossimo capitolo, dove vi parlerò delle tante specie di alberi che dimorano in questi fantastici boschi.

Lasciato il belvedere, abbiamo abbandonato la strada asfaltata e iniziato a percorrere una rutilante via secondaria sterrata, piuttosto ampia perché utilizzata anche come via tagliafuoco. Il fuoco è il maggior nemico della popolazione di Walpole e solo un’attenta gestione del patrimonio forestale può permettere loro di dormire sonni tranquilli. Il bosco aveva un folto sottobosco di arbusti, che sono il suo principale infiammante. “Appena finisce la stagione turistica, qui è prevista la bruciatura controllata dell’intero versante”. La strada intanto si era insinuata in una valle dai fianchi scoscesi, correndo a mezzacosta. Ci siamo fermati e abbiamo lasciato la macchina sulla strada, continuando a camminare in mezzo a un bosco con singoli individui di karri davvero alti. Il sottobosco era troppo fitto per camminarci in mezzo. “Questo è il mio bosco preferito”, mi ha confidato, “da piccolo venivo spesso a camminare quassù”. “Ma un tempo di alberi ce n’erano di più, quindi il sottobosco non era così impenetrabile. Negli anni ‘30 ci facevano pascolare le vacche sotto gli alberi e si potevano vedere le aquile volare sotto la volta”. E intanto anche la mia fantasia volava al suo racconto.

Ripresa la macchina, abbiamo terminato il nostro girovagare sulle sponde del Deep River, lento e scuro. Da lì, voltandosi, ho potuto ammirare i colli ammantati di verde appena visitati, con i singoli fusti bianchi di karri ben visibili sopra le chiome degli altri alberi, e una piacevole sensazione di completezza si è impadronita del mio corpo. “Questo è un buon posto dove venire in pensione”, parole dette più a se stesso che a me. Non potevo, comunque, che dargli ragione.

Karri e Tingle

Il Walpole-Nornalup National Park si estende a est di Walpole, rivestendo i versanti collinari a nord della South Coast Highway per un’area di circa 200 km2. Al suo interno ci sono alcune attrazioni turistiche piuttosto rinomate, di quelle da far riverberare l’eco della loro magnificenza fino oltre oceano, attraendo quindi frotte di turisti che vi arrivano perlopiù seduti comodi all’interno delle loro macchine, con quella toccata e fuga di cui già vi parlai.
L’attrazione principale è conosciuta come Valley of the Giants, in onore degli alberi colossali che dimorano in queste foreste, e al suo interno la parte del leone la fa il Tree Top Walk, una passeggiata tra le cime degli alberi su un ponte leggero d’acciaio, che sale dolcemente fino a giungere poco sotto le fronde più alte della foresta, a quaranta metri d’altezza.

Io ho deciso di andarci in bicicletta, purtroppo il giorno dopo una bella serata di bevute con altri viaggiatori presenti all’ostello. Al mio risveglio ero quindi piuttosto intorpidito, con un cerchio alla testa dovuto al troppo vino ingerito. La Valley of the Giants dista circa venti chilometri da Walpole, però la segnaletica che s’incontra lungo la strada è piuttosto confusa al riguardo. Nulla di grave, a patto che tu non sia un ciclista stanco e con un continuo e pulsante dolore alla testa, che si attacca a tutte le indicazioni per cercare anche un seppur minimo sollievo: essere convinti che manchino solo due chilometri all’arrivo, il fiatone che ha ormai raggiunto livelli indescrivibili e le gambe che non ne vogliono proprio sapere di girare, e ti ritrovi davanti a un cartello che di chilometri ne indica quattro (che sono più di quelli che indicava il cartello precedente), è davvero desolante.

Tornando comunque a cosa più serie, in un qualche modo, soprattutto quando la strada smetteva di salire, riuscivo anche a godermi il paesaggio nel quale scorrevo, inizialmente fatto da un bosco non molto alto e, da Nornalup in poi, da una tranquilla e serena campagna bruciacchiata dal sole. Sulla strada viaggiavano ben poche macchine e quasi tutti i conducenti mi salutavano con trasporto. Superato Nornalup, e l’annesso ponte sul Frankland River, ci vuole circa un paio di chilometri australiani per arrivare alla svolta per la Valley of the Giants, con la strada che parte da subito in salita in mezzo a una volta arborea che lascia senza fiato, cioè il fiato si perde sia per la bellezza di quanto ti circonda, sia per la salita.

Gli alberi cominciano a schizzare verso il cielo, via via sempre di più a mano a mano che si sale lunga la strada. Quello capace di crescere maggiormente in altezza è il consueto karri, la cui conoscenza avevo già fatto a Denmark, ma che muovendosi verso ovest vede aumentare la sua imponenza, con esemplari sempre più torreggianti. Non siamo ancora nel suo habitat ottimale, che è ancora più a ovest, nelle vicinanze di Pemberton, ma già qui le chiome si slanciano davvero in alto, diramandosi ad altezze vertiginose e portando alla fine di ogni ramo ciuffi di fogliame ceruleo. Il fusto è veramente sottile se confrontato con le altezze raggiunte, ma è perfetto nella sua crescita, una sottile colonna liscia e chiara che punta ardita verso il cielo, superando di decine di metri le chiome degli alberi che lo circondano. Il karri raggiunge di media i sessanta metri di altezza, ma alcuni esemplari possono sfiorare i novanta metri. Sono una specie adattata agli incendi che pervadono regolarmente queste lande, con un legno resistente al fuoco e soprattutto la capacità dei semi di germinare velocemente appena dopo un incendio, quando il fuoco ha eliminato il folto sottobosco e le nuove piantine dell’albero possono crescere indisturbate. Nelle prime fasi di vita, le nuove piantine crescono più di un metro l’anno, tanto da sovrastare velocemente qualsiasi altra pianta, e raggiungere la sua massima altezza in nemmeno cento anni.

Ma nei dintorni di Walpole il re della foresta non è il karri, che, pur nella ristrettezza del suo areale (si trova solo nel warren, che occupa una superficie di appena 8.300 chilometri quadrati, cioè lo 0,1% dell’Australia), in confronto all’altro mastodontico albero della zona è da considerarsi ultra diffuso. Sto, infatti, parlando del tingle, o meglio dei tingle (perché sono tre specie diverse), che si trovano solo qui, cioè proprio solo all’interno del Walpole-Nornalup National Park. Il motivo di ciò è da ricondurre alla particolarissima interazione tra condizioni climatiche e pedologiche della zona, unica in tutta l’Australia. Walpole non è solo il luogo più piovoso di tutta il WA, ma presenta un clima tipicamente oceanico che fa si che ci sia solo una lieve differenza tra l’inverno e l’estate, con una variazione delle temperature medie di appena dieci gradi. I tingle sono dei veri fossili viventi, tanto che esemplari del tutto identici erano presenti già 65 milioni di anni fa. Allora erano diffusi in una buona porzione del Gondwana, il supercontinente meridionale che inglobava Australia e Antartide. Da allora, lentamente come l’incedere dei continenti, il loro areale si è ridotto, fino a giungere a oggi in cui per loro non è rimasto che un lembo di terra di solo qualche centinaio di chilometri quadrati.

Il tingle più impressionante è di certo quello rosso (Red Tingle - Eucalyptus jacksonii), albero che raggiunge altezze appena superiori ai cinquanta metri (che comunque non è poco), ma che presenta diametri alla base tra i più ampi del regno vegetale. I veri giganti cui si riferisce il nome della valle sono proprio loro. Il red tingle è un albero che definirei mostruoso, sia per le dimensioni (ci sono esemplari con oltre venti metri di circonferenza alla base), sia perché ogni albero presenta una sua conformazione particolare, causata principalmente dagli incendi. Il red tingle non protegge il legno interno, che quindi per effetto del fuoco e dei successivi attacchi da parte di funghi e insetti, letteralmente scompare. Gli alberi più vecchi, che possono raggiungere i quattrocento anni di età, hanno una base enorme (per via di ampi contrafforti che servono a bilanciare un apparato radicale piuttosto superficiale) quasi completamente cava, con spazi smisurati al proprio interno che possono contenere davvero di tutto. Sono molto comuni vecchie fotografie di macchine parcheggiate dentro l’albero, alberi che purtroppo non sono sopravvissuti alla pratica, perché per quanto il red tingle sia dotato di un legno esterno tra i più resistenti del pianeta, tanto da riuscire a rimanere in piedi anche senza tutta la parte centrale del fusto, e capace di resistere ai frequenti incendi, una cosa che proprio non tollera è il compattamento del suolo, che porta alla morte dell’apparato radicale, che vi dicevo essere molto superficiale. Ecco perché tutte le aree nei pressi dei red tingle più vecchi e di maggiori dimensioni sono ora attrezzate con passerella di legno che permettono al suolo di rimanere intatto, anche con i grandi afflussi di turisti che i grandi alberi richiamano. Gli altri due tingle, quello giallo (Yellow Tingle - Eucalyptus guilfoylei) e quello di Rate (Rate’s Tingle - Eucalyptus brevistylis), sono alberi meno alti e che, pur vivendo anche loro fino a circa quattro secoli, non riescono a raggiungere le dimensioni del fratello maggiore. Il secondo prende il nome da John Rate, il primo ranger di Walpole, e la specie fu identificata e descritta per la prima volta solo nel 1974 (caspita, ero già nato).

All’interno di questo già ristretto territorio, questi splendidi alberi sono ulteriormente limitati dal tipo di suolo e dalla sua umidità. Le tre specie sono strettamente associate alle colline più alte del parco, dove tende a piovere maggiormente, e a un substrato di tipo granitico che, essendo meno permeabile, tende a mantenere l’acqua in superficie. Questo è di gran lunga l’ambiente più fresco e umido di tutto il WA, in cui oltre ai tingle vivono altre specie relitte del Gondwana (es. alcuni funghi e alcuni ragni sono presenti solo qui).

Ora, non è che ero in grado di notare tutto questo mentre mi approcciavo alla Valley of the Giants. Ero già più che impegnato a cercare di sopravvivere alle impervie salite che conducono all’attrazione turistica, figuratevi a guardarmi intorno per cercare di riconoscere piante, animali e funghi. Ma il sollievo di vedere la strada spianarsi e allargarsi in un ampio parcheggio è stato quantomeno profondo quanto la fatica per giungere fin lì, quindi non appena ho smesso di grondare acqua da tutti i pori e il fiato è tornato a essere normale, mi sono ritrovato pronto per gustare con gioia quanto questo luogo aveva da offrire.

Ma in realtà un problema c’era: soffro di vertigini. Nel tempo ho imparato che è meglio non affrontare nulla mi porti a soffrirne. E allora perché sono giunto fin lì, direte voi? Il fatto è che oltre al Tree Top Walk, appena di là di una serie di piccoli edifici costruiti nella foresta, c’era anche l’Ancient Empire Walk, un percorso su passerelle di legno che scorre alla base dei giganti, una posizione più adatta, a mio avviso, all’essere umano. L’idea iniziale era di accontentarsi di vedere i famosi alberi dal basso. Ma visto che ero lì, mi sono detto che non sarebbe stato male vedere com’era anche la passeggiata in mezzo alla volta arborea. D’altronde mica avrei avuto altre occasioni per tornare in quella splendida valle. Insomma, la curiosità ha preso il sopravvento sulla ragione, che era ben conscia che non mi sarei goduto per nulla l’esperienza e avrei sofferto solo una paura atavica che mi avrebbe attanagliato lo stomaco e fatto tremare le gambe e le mani, rendendole deboli, flaccide e insicure. Arrivato ai famosi quaranta metri di altezza, la massima di questa “piacevole” camminata, ho deciso di fermarmi per scattare una fotografia che attestasse “il mio coraggio”. Quasi non riuscivo a tenere la macchinetta in mano. Tutto ondeggiava e mi trasmetteva una sensazione di vuoto che accentuava le mie incontrollabili paure. Mentre camminavo, guardavo fisso in avanti, senza posare lo sguardo aldilà della balaustra, se non ogni tanto con la coda dell’occhio. Men che meno mi azzardavo ad abbassare lo sguardo oltre la grata su cui posavo i piedi. Finché guardavo dritto mi sembrava di camminare tra alberelli, a parte il fatto che la passarella dondolava per opera del vento e delle persone che ci camminavano sopra, ma appena ho avuto l’ardire di spostare lo sguardo mi è piombata addosso la realtà che ero talmente in alto che le piante del sottobosco neanche riuscivo a distinguerle. Cammina, cammina, cammina, fino che non ho visto avvicinarsi il suolo. Il cuore ha smesso di battere all’impazzata e sono tornato padrone di me stesso. In pratica, a parte il momento sulla piattaforma a quaranta metri, non mi sono mai fermato, superando di slancio tutti quelli che se ne stavano lì a godersi il panorama appoggiati alla balaustra. Chissà cosa avranno pensato a veder passare questo giovane terreo in volto.

I ruoli però si sono invertiti sull’Ancient Empire Walk. Al cospetto di questi signori vecchi di qualche centinaio d’anni mi sono sentito come un cattolico in una chiesa. Quelle erano le mie cattedrali, il luogo dove maggiormente mi sento in pace con me stesso. Tra i tanti bellissimi alberi che s’incontrano, me ne sono innamorato di uno che presentava solo piccoli fori alla base, quindi sembrava avere un fusto tutto di un pezzo. Mi sono seduto di fronte a lui e, come spesso accade quando sono rilassato in un ambiente naturale, mi sono appisolato. Sono riuscito a farlo in un momento in cui eravamo soli, perché per qualche minuto nessun altro è passato per il sentiero. Momento raro, perché le persone che visitano il sito sono davvero tante. Però quasi tutte filavano via veloci lungo le passerelle. Ho riconosciuto in alcuni volti la noia o il disinteresse per questi magnifici alberi, e della cosa mi sono dispiaciuto.

Quando sono ritornato alla bicicletta, mi sentivo comunque rinvigorito non solo nello spirito, ma anche nel fisico. Ho cominciato a vedere alberi lungo il ritorno che all’andata mi erano sfuggiti, fermandomi sovente a fotografarli (ogni volta aspettando l’arrivo di qualche macchina per fornire un paragone delle loro dimensioni) e, alla fine, sulla South Coast Highway ho avuto la bella sorpresa di trovare un vento a favore. Questo si che rende felice la vita di un ciclista.

 

Vivendo giorno per giorno. Solo l’oggi è un’esigenza reale e tangibile. Il domani è un luogo velato dalle nebbie del tempo, il passato un gioioso ricordo che accompagna il presente. Questo è il regalo che il lungo viaggio australiano mi sta donando. Ogni mattina al risveglio il pensiero corre leggero alla giornata che verrà, ridisegnandola secondo le sensazioni immediate del corpo e dello spirito. La voglia di non programmare con troppo anticipo i giorni a venire è essa stessa una necessità imposta da un anelito di suprema libertà.

È così che decido di allungare l’esperienza a Walpole, più di quanto avevo preventivamente immaginato. Quei boschi mi richiamano suadenti a ogni levar del sole, riempiendo di autentica gioia la giornata. E in più c’è quella frizzante atmosfera da “ultima frontiera”, di avamposto dell’umanità, che nel piccolo paesino è particolarmente evidente. In un qualche modo voglio assaporarla il più possibile. La corriera che mi condurrà verso nord-ovest, lontano dai tingle, può attendere.

A metà settimana le nuvole scorrono lontane, lasciando libero il sole di martoriarci indisturbato. La giornata è già calda di primo mattino, ma le previsioni dicono che la temperatura supererà abbondantemente i trenta gradi, evento raro da queste parti. È la giornata ideale per incamminarsi verso il Giant Tingle Tree, il red tingle più grande tra quelli ancora in piedi, posto nelle vicinanze del Frankland River a poco più di dieci chilometri dal centro paese. Anche il norvegese e l’irlandese con cui condivido la stanza sono diretti lì. Ci vanno in macchina e mi offrono un passaggio. Cortesemente rifiuto. Mi piace l’idea di raggiungerlo a piedi. Come sempre, per me una meta è solo il termine di un percorso, un punto alla fine di un segmento. L’esperienza che voglio gustare è il segmento prima, il punto dopo. È palese che arrivare al punto in macchina, toglie molto del piacere offerto dal segmento. Ormai l’Homus macchinus (come da qualche tempo soprannomino l’uomo moderno) non sembra pensarla come me. La comodità offerta dall’automobile è talmente allettante da oscurare il piacere del cammino, che è emarginato alle zone dove la macchina non può giungere. Se in un posto è possibile arrivarci in auto, vedrai che quasi tutti ci andranno così, rinunciando al piacere che una camminata ha di più da offrire: gli odori, i suoni, la visuale più profonda sull’ambiente. Che insensato sacrificio dei sensi.

Anche se la giornata è davvero calda, l’ombra offerta dagli alti alberi rende la camminata più che piacevole. La strada che conduce al Giant Tingle Tree, che diparte da quella asfaltata un paio di chilometri fuori Walpole, è un’ampia pista sterrata a un solo senso di marcia. La frequentano poche macchine, quindi sono perlopiù solo con il fruscio del vento sulle alte fronde degli alberi e il cinguettio degli uccelli. La foresta ha un aspetto molto naturale, nel senso che l’intervento dell’uomo è limitato ai soli incendi di controllo ogni sette anni. Qui gli alberi che muoiono non sono abbattuti e portati via dalla foresta. Ecco che alti tronconi bianchi spiccano ancora in mezzo ai fratelli vivi, oppure se ne stanno sdraiati a terra dopo uno schianto. Il sottobosco è impenetrabile, un insieme di tronchi, fogliame e rami secchi, più una bassa vegetazione erbacea composta di sword grass e felci. La volta arborea è invece suddivisa in vari livelli. Prima troviamo arbusti come il karri-hazel, alti al massimo 5-10 metri, poi alberi che toccano i 20-25 metri, principalmente karri-shoak, e infine i tingle e gli alti karri. E in tutto questo io cammino, il volto rivolto all’insù, lo stupore che mi accompagna a ogni svolta della strada. Dopo due chilometri di strada sterrata c’è un belvedere (Hilltop Lookout) da cui si gode un’ottima visuale che scende fino ai due inlet gemelli e, ancora più in là, alle acque cristalline dell’oceano. Mi fermo solo un attimo, estasiato, poi riparto pieno di energie.

Giungo al parcheggio nei pressi del grande albero senza quasi rendermene conto. Dallo spiazzo parte un sentiero, che prima di arrivare all’albero si trasforma in una passerella di legno. Piuttosto che dire l’albero dovrei dire i due alberi, perché uno in parte all’altro dimorano i due tingle più grossi tra quelli che ho potuto vedere. Il Giant Tingle Tree ha una circonferenza alla base di ventiquattro metri, l’interno del fusto completamente cavo fino a un’altezza di una decina di metri, con un ampio squarcio su un lato (al cui interno ci si potrebbe parcheggiare un van) e un’età stimata di circa trecento anni. L’altro tingle ha una base grande la metà, ma è un tutt’uno compatto, senza cavità evidenti. Formano proprio una bella coppia di colossi, che adoro ammirare.

Lungo il sentiero che continua oltre i due alberi, si trova un bivio. Da una parte si ritorna al parcheggio, dall’altra s’incrocia l’inconfondibile triangolo giallo con ritratto il Wagyl. L’idea di percorrere un tratto di Bibbulmun Track, o Bimun come lo chiamano da queste parti, è davvero troppo allettante. A differenza dell’andata, mi ritrovo completamente immerso nella foresta, con alti giganti che troneggiano su di me in tutte le direzioni. So di certo che qualche buon serpentello vive in zona, quindi alternativamente la mia testa è rivolta all’insù per godere della bellezza di queste favolose fronde arboree e al sentiero per evitare di pestare qualche serpente intento a crogiolarsi al sole. La volta arborea è poco densa, inframmezzata da ampi squarci di cielo di un intenso azzurro. Abbondanti raggi di sole filtrano fino al suolo, alternandosi all’eterea ombra offerta dallo scarso fogliame degli eucalipti, creando così un variopinto mondo di sfumature. A tratti, soprattutto nella parte del sentiero più prossima alla strada asfaltata, dei pappagallini colorati attraversano a volo il sentiero. Passando da un ramo all’altro, mi accompagnano lungo il cammino, come fossero dei guardiani intenti a controllare che non lo profani. Il loro cinguettio è l’ideale colonna sonora di quella che è di sicuro la mia più bella camminata australiana.

Pemberton

Uno spesso manto di nubi grigie copre quasi interamente il cielo. Rimane libera solo una sottile fascia a ovest, che si tinge dei piacevoli colori del tramonto, rendendo per contrasto ancora più scuri i contorni dei colli che circondano Pemberton da ogni lato.

Ammiro i colori trasformarsi in notte dal retro della casetta di legno che mi ospita da qualche giorno, seduto a un tavolo dove ho appena finito di cenare, un bicchiere di vino in mano, una naturale leggerezza ad accompagnarmi. Il prato su cui poggio i piedi è una distesa di fiori gialli di quello che sembra tarassaco, chiuso su un lato da alcune baracche di legno. Il resto della visuale è libero e permette allo sguardo di scorrere lontano lungo l’ampia valle in cui è sorto il paese, racchiuso in uno scrigno di foreste compatte dalle folte chiome. Il lieve fruscio del vento e l’ovattato cinguettio degli uccelli mi fanno compagnia mentre sorseggio il gustoso cabernet-sauvignon di una locale azienda vinicola e mi faccio avvolgere dalla placida quiete di questo angolo rurale di WA.

Pemberton formalmente nasce nel 1925 come centro per la lavorazione del legname, con un paio di segherie, attive ancor oggi, ad attirare nella zona un consistente numero di famiglie. L’ampia valle era chiamata wandergarup dagli aborigeni locali, che significa “ricca d’acqua”. È proprio la facile reperibilità dell’acqua che convinse i primi coloni a stabilire qui le loro attività, già presenti nella seconda metà del XIX secolo, e poi le più ampie segherie d’inizio ‘900. L’altro e più importante fattore che fece nascere Pemberton sono invece gli alti karri, che qui raggiungono le loro più ampie dimensioni. Non per niente il fiume che attraversa la valle e la cittadina si chiama Warren River, proprio come la regione biogeografica che definisce le foreste di questo superbo eucalipto. I karri hanno attirato i primi europei per il legname, ora invece richiamano turisti da tutto il mondo per la magnificenza del loro portamento e per il brivido di poter osservare il mondo dalla vertiginosa altezza di sessanta metri.

Il clima a Pemberton è di tipo mediterraneo, con inverni miti e piovosi ed estati calde e secche, le condizioni ideali, quindi, per innescare devastanti incendi estivi. Per salvaguardare le loro vite da un lato e gli stessi boschi che davano loro sostentamento dall’altro, i taglialegna della zona decisero di creare piattaforme rialzate che potessero fungere da punto di osservazione per avvistare in anticipo l’incendio, in modo da agire tempestivamente e ridurre la sua portata distruttrice. In una foresta piena di alti alberi, cosa era meglio se non usare loro stessi come punto d’osservazione? Così le piattaforme furono costruite direttamente sopra i fusti di otto altissimi karri. Alla sommità furono poste cabine di legno malfermo, raggiungibili attraverso scale di pioli infisse nel tronco. Da lassù lo sguardo viaggiava oltre le chiome degli alberi più piccoli, oltre il susseguirsi dei dolci colli, sempre più lontano, fino a coprire l’intero orizzonte. Durante tutta l’estate vedette solitarie salivano fino in cima, per starci anche dodici ore a osservare il paesaggio in cerca di lievi spirali di fumo, unite al mondo da uno spesso cordone ombelicale di anche sette metri di circonferenza, lungo non meno di cinquanta metri.

Ora di quei privilegiati otto punti di osservazione ne rimangono solo tre che possono essere ancora scalati, con le iniziali baracche di legno sostituite con più sicure gabbie di metallo, trasformati in un’attrazione turistica quasi unica al mondo. Due dei tre sopravvissuti sono i più alti Fire Lookout Tree del mondo. Il più alto in assoluto è il Dave Evans Bicentennial Tree, che raggiunge l’impressionante altezza di 75 metri. Il più conosciuto è però il Gloucester Tree, perché più facilmente raggiungibile dato che è a soli tre chilometri dal centro di Pemberton. Costruito nel 1947, raggiunge un’altezza di 61 metri e per raggiungere la vetta bisogna affidarsi a 153 pioli di metallo infissi nel legno. Il terzo albero, il Diamond Tree, è alto “solo” 51 metri, ma è il più vecchio dei tre (costruito nel 1939) e l’unico ad aver una struttura in sommità di legno.

Ora, come potete immaginare, non ero giunto fino a Pemberton per scalare uno dei tre alberi. In realtà una piccola prova sul Gloucester Tree l’ho anche fatta, ma già dopo una decina di pioli le mani hanno iniziato a tremare e la sensazione di sentirmi malfermo ha preso il sopravvento su tutto, inducendomi a tornare subito a terra. A interessarmi maggiormente erano le foreste nel loro insieme, viste dal basso, delle quali, anche se era da Denmark che le potevo ammirare, non mi sembrava di essere mai sazio. Poi a Pemberton negli ultimi anni aveva preso piede la produzione vinicola, che di fatto aveva trasformato una zona prettamente selvicolturale in una delle migliori produttrici di rossi dell’ovest australiano. Nato io stesso in una zona dalla forte tradizione vinicola, ammirare i lunghi e regolari filari di vite assestarsi negli avvallamenti, con le muraglie arboree di alti eucalipti a far loro da contorno, mi trasmetteva quel calore pastorale che mi allieta fin dalla mia infanzia.

Il frutto di tanta bontà è racchiuso nel bicchiere che tengo in mano, quasi accarezzandolo, mentre una sensazione di benessere mi pervade il corpo. Ho camminato tutto il giorno con lo sguardo perso nelle foreste, facendomi catturare dai sentieri della zona senza una vera e precisa meta, ho ammirato il Gloucester Tree dalla panchina alla sua base, scappando via da quello posizione privilegiata solo quando ho visto un folto gruppo di bambini senza calzature cominciare a scalarlo, ho visitato la cantina di una locale azienda, degustando svariati loro vini e innamorandomi di questo cabernet-sauvignon rosso rubino, dal gusto pieno e con un retrogusto quasi di ciliegia, ho fatto la spesa nel vicino supermercato e mi sono cucinato una pasta alla carbonara che ho appena finito di mangiare in giardino. Alle mie spalle la piccola dependance di legno del locale ostello è in pratica tutta per me, luogo di silenziosa pace perfettamente in tema con la mia esclusiva voglia d’introversa contemplazione. Il sole si riappropria della fascia di cielo libero, pronto da lì a poco a inabissarsi a ovest, andando a incendiare di vampate arancioni le basse nuvole che ricoprono Pemberton. Lì solo, soggetto immobile all’interno di un vivido e coloratissimo quadro campestre, solo un paio di parole può descrivere quello che provo: somma felicità.

 

Il mercato delle calzature in Australia deve essere in completo fallimento. Come si fa a riconoscere un australiano in un gruppo di persone? Facile, probabilmente è scalzo.

Me ne sto tranquillamente seduto su una panchina di fronte al centro visitatori di Pemberton, quando appresso mi parcheggia una malconcia macchina marrone. Ne scendono due ragazze molto carine, una bionda con capelli rasta e una mora con un taglio corto a risaltare un collo flessuoso. La ventola del motore gira all’impazzata e richiede un intervento manuale per essere zittita: appena scesa dalla macchina, la mora apre il cofano e stacca letteralmente la sua alimentazione. La bionda, invece, la vedo correre di fretta verso il bagno pubblico, completamente indifferente al fatto che è scalza. I bagni pubblici australiani non sono i più puliti del mondo, tanto che avrei qualche remora a entrarci con qualsiasi scarpa non dotata di una suola ampia e spessa, ma tutto ciò sembra poco importare alla ragazza rasta. Dopo poco la vedo riuscire serena dal bagno, come se nulla fosse.

Di gente scalza che vaga un po’ ovunque in WA se ne incontra a bizzeffe, da chi lo è mentre scala un albero alto sessanta metri su stretti pioli di metallo, a chi se ne va in giro tranquillo per il centro di Perth in un pomeriggio d’acquisti. Novelli hobbit alla ricerca di un supremo senso di libertà? Quello che è certo è che la pelle delicata dei miei piedi se la scordano.

 

Mi sveglio che fuori è ancora buio. Non sono ancora le sei di mattino. Sgattaiolo fuori dalla stanza, cercando di fare meno rumore delle termiti che si stanno mangiando lentamente la casa, e faccio colazione con qualche biscotto e un bicchiere di latte freddo. Quando esco il cielo sta iniziando a schiarirsi e la temperatura dell’aria è da ritenersi solo fresca. Nei giorni scorsi avevamo anche acceso la stufetta elettrica in camera, tanto l’aria era ghiacciata. Mai e poi mai avrei immaginato che avrei potuto patire il freddo in Australia in estate. Aspettando la corriera odo in lontananza i suoni degli incessanti lavori della segheria, che sorge appena discosta dal centro, proprio di fronte la sede centrale dell’ostello. Durante il giorno camion carichi di tronchi o di lunghi tavolati di legno percorrono incessanti le vie della piccola cittadina, ma adesso sono solo in strada. Io e quel suono lontano di seghe che ruotano. Alberi dallo splendido portamento mi hanno condotto fino a Pemberton, il suono del taglio del loro legname mi dà invece l’addio.

Augusta

La Leeuwin Road corre a lato della costa per quasi sette kilometri. Partendo dai sobborghi meridionali di Augusta, s’insinua in una bassa vegetazione mediterranea dai colori slavati, ma che solo per brevi tratti copre l’azzurro intenso dell’oceano. È una lingua d’asfalto ricca di curve, l’unica via per raggiungere Cape Leeuwin e il suo famoso faro, uno stelo bianco di trenta metri ritto sulle rocce di quello che è l’ultimo lembo dell’Australia sud-occidentale. In tutto e per tutto quello che un faro dovrebbe essere: alto, affusolato, bianco, imponente, isolato. Fu costruito alla fine del diciannovesimo secolo, in onore di tutti i marinai del mondo. Prima della sua costruzione si erano già contati in zona ventidue naufragi, dopo se n’è registrato solo uno. Il faro sarebbe stato costruito anche una quindicina di anni prima se le colonie australiane dell’est avessero aiutato l’allora più povero ovest a sostenere le spese per la costruzione. Ma così non fu. L’ovest poté sostenerne i costi solo dopo aver scoperto le miniere d’oro dell’interno, accollandoseli tutti, anche se per lo più le navi che naufragavano erano dirette dall’altra parte del continente.

A custodire il faro furono assegnate quattro famiglie, ognuna alloggiata in un cottage di pietra e legno alla base del faro. Già negli anni ‘20 però il quarto custode fu ritenuto non necessario, quindi la sua casa fu rasa al suolo e della sua esistenza non rimane che la piattaforma di cemento sulla quale era costruita. Gli altri tre cottage invece sono stati restaurati e adibiti a ospitare i turisti che vogliono provare l’ebbrezza di dormire in un lembo di roccia largo qualche centinaio di metri e lungo meno di un chilometro, spazzato perennemente dal vento e circondato su tre lati dalle acque turbolente dell’oceano, o degli oceani come direbbero gli australiani. In Australia, infatti, Cape Leeuwin è considerato il punto dove l’oceano indiano e quello meridionale s’incontrano e un bel cartello azzurro posto su una passerella di legno oltre il faro indica chiaramente dove sta uno e dove sta l’altro. L’incontro fragoroso delle due contrapposte correnti è spesso evidente proprio sulla linea indicata dal cartello, ma non il giorno del mio passaggio per quelle lande, giorno di estrema calma e tranquillità, dove nemmeno i miei pochi e sparuti capelli riuscivano a essere smossi dal vento. Ma veramente a Cape Leeuwin la sensazione di essere al confine del mondo è sempre evidente, qualsiasi sia il tempo con cui il faro ti accoglie. Pur non essendo né il punto più a ovest né quello più a sud dell’Australia, la sua particolare forma a pendice, stretta e lunga, che si protende inesorabilmente entro acque scure che si perdono all’orizzonte, dona alla penisola quello status di terra di confine che la eleva a luogo assolutamente da non perdere in una visita al sud-ovest australiano. A dispetto dei numerosi turisti che vagano tra le rocce alla base del faro, basta appartarsi anche solo di qualche metro per sentirsi di nuovo soli, perfettamente in sintonia con il luogo, in balia di una natura arcana e potente. La costruzione del faro è stato solo un tentativo di trovare con lei un tenue compromesso.

Per accedere all’ultima propaggine della penisola, quella comprendente il faro, è necessario pagare un biglietto di accesso. Ma non tutto quello che c’è da vedere si trova di là del recinto che ingabbia Cape Leeuwin. Proprio all’inizio della penisola si trovano i resti di una ruota di legno che serviva a portare l’acqua da una vicina fonte al faro, sia per facilitarne i lavori di costruzione, sia per rifornire d’acqua dolce le famiglie dei custodi. La ruota è completamente calcificata, trasformata in statua da un’acqua ricchissima in calcare, lieve indicazione delle bellezze sotterranee che albergano sotto le foreste di karri e jarrah (Eucalyptus marginata) che circondano Augusta. Dai suoi pressi si gode di un bellissimo sguardo sulla costa rude e selvaggia che scorre verso nord, con pendii verdi che precipitano nell’oceano scontroso, avvolti da una foschia leggera dovuta al perpetuo moto ondoso che s’infrange sul litorale. Il suono generato è un continuo accompagnamento, un sottofondo perennemente presente, sia sulla penisola, sia sulla strada per raggiungerla. Un suono che in un qualche modo allieta, che eleva i pensieri, conducendoli verso lidi più nobili. Seduto su un ammasso roccioso poco discosto dalla strada, ammiro, odo e inspiro tutto questo, finché non vedo apparire tra le onde le pinne scure e poi i corpi affusolati di tre delfini, che sembrano giocare con le onde nei pressi della riva. Scompaiono e riappaiono qualche decina di metri più in là, poi si fanno trasportare indolenti dalle correnti, tornando al punto di partenza. Mi fanno compagnia nell’attesa di riprendere la via del ritorno, a completare un nuovo giorno pienamente vissuto. Uno degli ultimi a sud di Perth, con la data del ritorno a casa che si fa inesorabilmente più vicina. Ma è ancora presto per pensarci.

 

La penisola che va da Cape Naturaliste a nord a Cape Leeuwin a sud, è famosa per i suoi vini. Non tanto per le quantità prodotte, che sono comunque poca cosa (solo il tre per cento della produzione australiana), ma per la qualità che a loro è riconosciuta. Nella zona ci sono oltre centoventi aziende vinicole di livello mondiale, molte delle quali organizzano tour tra i vigneti o nelle cantine, con l’immancabile degustazione. Ma oltre a questo la penisola, con centinaia di chilometri di costa bordata da aspro bush, è un continuo susseguirsi di spiagge ideali per il surf e di sentieri da affrontare a piedi o in mountain bike. C’è perfino un breve fiumiciattolo idoneo a essere disceso in kayak (il Blackwood River).

Pur a conoscenza di tutto questo, non ero giunto ad Augusta per sorseggiare del vino in riva all’oceano, ma per dedicarmi alle bellezze meno visibili della penisola, quelle custodite nel suo ventre roccioso. Tre meravigliose grotte attrezzate offrono al turista l’opportunità di ammirare un mondo nascosto di tesori calcarei, modellati nei secoli in superbe forme artistiche. Quella più a nord è Lake Cave, la più piccolina delle tre, abbellita da un laghetto sotterraneo sopra il quale pende dalla volta, perennemente specchiandosi in esso, un’enorme stalattite. Appena più a sud si trova Mammoth Cave, completamente attrezzata e accessibile anche alle sedie a rotelle. E infine, ancora più a sud, a pochi chilometri da Augusta, Jewel Cave, la più estesa delle tre. La mia meta.

Ci giungo come sempre a piedi, ormai poco incline a usare non altro che le mie scarpe consunte. Camminando, il passo che viaggia al ritmo del cuore, in sintonia con l’ambiente bucolico che mi circonda, fatto di vigne e pascoli per vacche e cavalli. La mente è libera, mai appesantita, e viaggia ancora più veloce del mio incedere, come se fosse eternamente calata in un sogno a occhi aperti. Il sole, il sudore, la polvere, la fatica, sono ben poca rispetto alla sublime sensazione di libertà che provo ogni giorno quando mi alzo e parto camminando verso una qualsivoglia meta. Questo è viaggiare.

Jewel Cave si visita solo con un tour guidato, con partenze orarie. Aspetto la successiva seduto a un tavolino di plastica verde a lato della biglietteria e dell’annessa rivendita di souvenir. Alberi di karri alti al massimo una trentina di metri ombreggiano il parcheggio di terra antistante all’ingresso, rinfrescando la giornata. La foresta di karri è molto diversa da quelle che ho goduto a Walpole e Pemberton. Qui il clima è meno piovoso e il terreno più povero e meno profondo. Qui i karri crescono molto più lentamente e non raggiungono mai le altezze dei loro fratelli orientali. Comunque la foresta si mantiene bella, con le bianche cortecce che quando stanno per cadere a terra s’imbruniscono e i ciuffi di foglie cerulee che svolazzano leggeri al vento. Ammirare questi alberi mi riempie sempre di piacere, anche se devo rimandare la gradevole camminata tra i boschi a dopo la visita della caverna.

Il mio gruppo è composto di una decina di persone, tutti pronti a seguire una donna bionda di mezza età dotata di torcia lungo le scale che scendono verso il cuore della terra. Superate due porte blindate, proseguiamo verso il basso lungo un tunnel di travi di legno, che odora di miniera, illuminati solo da fioche lampadine a incandescenza. È così che dopo una ventina di metri sbuchiamo nell’ampia caverna che si apre sotto il suolo, muovendoci su una serie di passerelle d’acciaio che percorrono in lungo e in largo il ventre della collina. Sopra la piattaforma superiore è possibile notare il foro naturale da cui passò lo scopritore della grotta nel 1957. Il foro si creò in seguito alla morte di una pianta arborea, che con le sue radici era arrivata fin laggiù. Altre radici appaiono sul soffitto della grotta, con alcuni fittoni che scendono come liane fino al suolo, in perenne ricerca dell’acqua. Da lì il percorso scende lungo il naturale svolgersi della caverna che, scendendo, si restringe sempre più, per poi sfuggire all’ultimo istante verso altre grotte più profonde. La guida ci conduce attraverso le varie stanze, chiudendo e aprendo le luminarie secondo il nostro incedere. Camminiamo così tra stalattiti e stalagmiti dalle forme accattivanti, facendoci ammantare da questo eccelso spettacolo naturale. Grazie alla fioca luce delle lampade, riesco a fotografare alcuni tratti della caverna, ma ho bisogno del cavalletto e di lunghi tempi di esposizione. Mi ritrovo così attardato sul gruppo, che continua a muoversi con passo costante appresso alla guida. Finanche la stessa si accorge delle mie necessità e gentilmente mi concede di attardarmi senza mettermi alcuna fretta, lasciandomi a un tratto completamente da solo, ben distante da tutti. Anche se gli altri non sono a più di qualche decina di metri, nascosti dagli anfratti delle rocce, sentirmi completamente solo con questa bellezza naturale mi trasmette una sensazione di euforia totale, una scarica di piacere che pervade tutto il corpo. Quando mi ricongiungo al gruppo, ho un sorriso stampato sul volto e gli occhi brillano di gioia. La guida mi sorride e leggo nel suo sguardo la comprensione totale di cosa ho provato. Chissà quante volte, mi chiedo, sarà scesa lei stessa da sola laggiù a godersi questo sublime piacere.

Arrivati alla fine del percorso attrezzato, proprio all’ultima piccola piattaforma, si vede un po’ più in basso lo scheletro di una tigre della Tasmania, o tilacino, un marsupiale carnivoro purtroppo ora estinto (le ossa risalgono a migliaia di anni fa e come siano arrivate fin laggiù proprio non l’ho capito). Tornando indietro per una via differente, il passaggio s’incunea talmente tra le rocce che bisogna chinarsi per passare oltre. A un tratto la guida ci delizia del buio totale, chiudendo tutte le luci, salutandoci così al termine della visita, in tutto durata circa quarantacinque minuti. Sicuramente un’esperienza valevole di essere vissuta.

 

In partenza da Augusta verso nord siamo in pochi, ma a breve la corriera va riempiendosi più ci si avvicina alla grande metropoli di Perth. Il viaggio è un buco vuoto dal quale non riesco a trarre nulla di positivo. Lo sguardo assente scorre sul paesaggio senza osservarlo, mentre sento sfuggire l’idilliaca sensazione di solitudine del profondo sud. Nuovamente terre affollate, ricche di macchine che riempiono strade sempre più larghe, gonfie di case dalle fattezze ricercate che rubano sempre più spazio alla natura. Walpole inizia ad apparire come un miraggio lontano, un sogno che svanisce sempre più, di nuovo intangibile. Lo sento sfuggire come sabbia tra le dita, d’un tratto divenuto inconsistente. Il sud mi è entrato prepotentemente nel cuore, donandomi oltre venti giorni di splendido viaggiare. Tra i migliori passati in giro per il Mondo. Un tempo che sento però troppo breve. Ma a Perth mi aspetta l’Australian Day, la festa più importante in Australia, che avevo da tempo deciso di passare con gli amici della scuola. La cui perenne ilarità, lo ammetto, un po’ mi è mancata. Si volta una pagina per leggere quella successiva, per quanto amaro possa essere, così è la vita.